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venerdì 17 ottobre 2014

Truffe e Frodi Nello Sport

Nella storia delle truffe(o frodi) sportive ovviamente non esiste solo il Doping.
Dal Doping fai da te di inizio 900 a quello della Germania Est, passando per quello di Atletica e Sci di Fondo negli anni 80 sino ad arrivare a quello calcistico e ciclistico degli anni 90(in primis Tour De France 1998 ma non solo).
Qui invece parlerò dell’alterazione complessiva della contesa, tramite la corruzione, o quantomeno l’accomodamento, di avversari o giudici di gara.


CICLISMO: ALFONSO CALZOLARI(GIRO D'ITALIA 1914)
Il Giro d’Italia del 1914: Calzolari balza in testa alla classifica nella seconda tappa, che domina con 23 minuti di vantaggio su Giuseppe Azzini e 34 su un giovanissimo Girardengo.
Parrebbe mettersi bene per il buon Alfonso ma é l’inizio di un incubo.
Indicazioni stradali manomesse per fargli sbagliare percorso, chiodi buttati sotto le ruote per farlo bucare, cadute provocate ad arte dagli avversari, la più grave della quali lo fa quasi annegare in un fosso.
Non c’è limite alla creatività perversa dei suoi rivali e dei di loro tifosi: ma  Calzolari, imperterrito, tira dritto.
Fino al clou, nella tappa di L’Aquila, quando una misteriosa auto rossa, a bordo della quale viaggiavano loschi figuri con barbe, cerca di corromperlo proponendogli di trainarlo per qualche chilometro e una volta incassato il rifiuto del campione, lo investe bellamente.
Neanche questa trovata va a buon fine ma, per assurdo, la vittoria dell’incorruttibile Calzolari rimarrà sub judice proprio per via di quel presunto traino e verrà decretata solo alcuni mesi dopo.


CICLISMO: MALABROCCA, CAROLLO E LA MAGLIA NERA
Prima di essere abolita, c’era un tempo in cui nel ciclismo non si battagliava solo per i grandi traguardi ma anche per qualcosa di meno glorioso.
L’ultimo posto in classifica: la leggendaria Maglia Nera.
In realtà, questa divisa identificativa dell’ultima posizione è stata assegnata solo nelle edizioni dal 1946 al 1951 del Giro d’Italia.
Nel corso del tempo questo piazzamento ha perso una parte del suo fascino.
E infatti, per conquistarlo, non si lotta più accanitamente come una volta.
Già, perchè tanti anni fa ne succedevano di tutti i colori, tanto che nascondigli in posti inimmaginabili, imboscate e veri e propri agguati erano quasi all’ordine del giorno.
Tutto questo per conquistare, appunto, la maglia nera che portava soldi e premi vari.
L’unico atleta ad essersi aggiudicato quella disonorevole (almeno apparentemente) casacca per ben due edizioni della corsa rosa è stato Luigi Malabrocca.
La scelta di costui di correre il Giro d’Italia unicamente per chiudere in fondo al gruppo era comprensibile: che senso aveva faticare, sudare e lottare per conquistare un piazzamento certamente dignitoso, ma comunque lontano dalle primissime posizioni?
E non si può dire che sia stata una decisione sbagliata: quasi nessun appassionato si ricorda dell’atleta che ha chiuso in 14esima o in 15esima posizione la corsa rosa edizione 1946, ma molti hanno ancora in mente lui, Luigi Malabrocca, vestito di quel nero sagace e leggendario.
Compie la propria prima impresa nel 1946, militando nelle file della Milan Gazzetta.
Quel Giro è vinto da Gino Bartali, mentre lui è 40°  a 4h09′ dal vincitore.
Il clamoroso bis arriva l’anno successivo.
Stavolta, la maglia rosa è l’amico Fausto Coppi, ma Luisin è sempre ultimo, 50° a quasi sei ore dal primo.
Indossare la maglia nera significa sia ottenere una grande notorietà, sia conseguire dei premi in denaro e in natura superiori a quelli di molti altri atleti.
Così "il Cinese" diventa leggenda, amato e idolatrato dal pubblico quasi al pari dei grandi campioni, anche grazie ad un’ampia dose di astuzia.
Infatti i vari Fazio, Zanazzi e Casola, ovvero gli altri corridori che si sono accorti dell’importanza non solo simbolica di quel piazzamento, nulla possono contro gli stratagemmi inventati da Malabrocca, che vanno dalle finte forature agli incidenti meccanici causati di proposito, passando per il nascondiglio in un pozzo con relativo stupore del contadino proprietario e con un occhio sempre aperto verso l’implacabile giudice del tempo massimo.
Nel 1948 la sua Edelweiss non viene invitata al Giro d’Italia, e la lotta per la maglia nera, vinta da un corridore di prestigio come Aldo Bini, passa quasi inosservata.
Ma le cose cambiano al Giro d’Italia 1949.
Infatti, in quell’anno c’è un altro competitore per l’ambito traguardo della maglia nera, suo malgrado più agguerrito che mai: è Sante Carollo.
Questo giovane aspirante campioncino di Montecchio Precalcino non è particolarmente avvezzo alle gare ciclistiche.
Tappa dopo tappa, Carollo accumula dei ritardi tali che lo mettono in competizione con Malabrocca, dando vita ad uno dei più celebri duelli ricordati dagli appassionati.
Il vicentino, che all’inizio non vedeva di buon occhio la maglia nera, si rende gradualmente conto dell’importanza economica e simbolica di quel ruolo.
Gli permette di portare a casa, come già detto, notorietà e quattrini al tempo stesso.
Come con Bartali e Coppi, anche stavolta i tifosi italiani si dividono in due fazioni, una per ciascuno dei due rivali.
Il Luisin le prova tutte: si nasconde nei fossi per far passare la carovana, sfrutta le informazioni di un amico poliziotto al seguito della corsa, si imbosca nei fienili.
Ma il corridore della Willier ha un vantaggio abnorme, impossibile da dilapidare.
Serve un colpo di genio, che arriva nell’ultima tappa, 267 km pianeggianti tra Torino e l’autodromo di Monza.
A metà giornata Malabrocca parte in tromba, per andare a conquistare un traguardo intermedio con premi, tra lo stupore generale e poi sparisce.
All’arrivo sprinta Giovanni Corrieri su Mario Ricci, terza è la maglia rosa Fausto Coppi, con Carollo nella pancia del gruppo.
Nessuna notizia invece del ciclista di Garlasco, che si è letteralmente volatilizzato: compare sul traguardo dopo oltre 2h30′, e la maglia nera sembrerebbe di nuovo sua.
Senonchè i cronometristi della corsa, stanchi di quella commedia, se n’erano già andati, classificando Malabrocca con lo stesso tempo del plotone principale e annullando le sue chance di aggiudicarsi l’ultima posizione in graduatoria.
Per la cronaca, Luisin, dopo il traguardo volante, aveva sterzato nel cortile di una casa dove gli era stata offerta ospitalità, tra pranzo, bevute e discussioni sugli attrezzi per la pesca, riprendendo la bicicletta, per l’appunto, oltre due ore e mezza dopo il passaggio del gruppo.
Ma tutto è inutile, a causa della rigidità dei giudici di gara, la maglia nera è Sante Carollo, con Malabrocca che si deve accontentare della penultima posizione.
La lotta per la maglia nera al Giro 1950 comincia a diventare meno avvincente: la vittoria di Mario Gestri non entusiasma il pubblico come il duello dell’anno precedente. Nell’impossibilità di ripetere quelle lotte (Carollo era infatti tornato a fare il muratore), la Gazzetta dello Sport rafforza i premi, in denaro e in natura, per l’edizione 1951.
Stavolta la battaglia è più significativa, e alla fine la spunta Giovanni Nane Pinarello, futuro grande costruttore di biciclette ed ex compagno di squadra proprio di Malabrocca.
Con un maestro così, il risultato non poteva essere diverso. Convinto dal compaesano Pietro Nidasio, patron della Nilux, il Cinese torna in corsa al Giro 1952.
Ma la condizione è scarsa a causa della lunga inattività, che lo costringe al ritiro dopo poche tappe.
Inoltre, la maglia nera non esisteva già più, e le lotte per un traguardo, che adesso sì, era solamente simbolico, non avevano più ragione di esistere.



CICLISMO: VAN LOOY E BEHEYT(MONDIALI 1963)

Passano cinquant’anni, ed é sempre lo sport delle due ruote a ricordarci che la truffa é innanzitutto improvvisazione, capacità di passare inosservati e colpire al momento propizio.
Corre l’anno 1963 e per il Belgio l'11 di agosto é un giorno speciale.
La cittadina di Renaix ospita i Campionati del Mondo su strada, che hanno nel superbo velocista di casa Rik Van Looy il logico favorito.
E infatti all’imbocco del rettilineo finale l’esito pare scontato.
Sono rimasti una ventina di corridori: Van Looy é il più veloce allo sprint, e può contare su un manipolo di gregari pronti a tiragli la volata.
Tutti tranne uno, Benoni Beheyt.
Un ragazzino promettente ma decisamente acerbo, notato e quasi imposto dallo stesso Van Looy, in una Nazionale belga costruita in apparenza su misura per le esigenze del grande campione.
In apparenza, perché quando il suo vice, Gilbert Desmet, scatta a una manciata di chilometri dal traguardo, Van Looy comincia a capire che c’é qualcuno che rema contro fra i suoi.
Già, ma Beheyt: chi poteva immaginarselo.
Lamenta crampi da metà gara, tanto da chiamarsi fuori dal lavoro di gregario e far sapere per tempo al capitano di non aver più nulla da spendere nei chilometri finali.
Volata: Van Looy parte lungo, forse troppo, quando da dietro rinviene a tutta velocità una sagoma.
Beheyt rimonta fino ad affiancare Van Looy e giusto sul traguardo gli dà una manata sulla schiena per scansarlo (o chissà, per sospingerlo in un tardivo gesto di pentimento).
Quel che é certo, é che per questo Giuda delle Fiandre sarà l’inizio della fine.
In Belgio l’opinione pubblica non lo accoglie certo come un eroe.
Van Looy gli fa terra bruciata e l’ambiente lo respinge: sarà costretto a chiudere la carriera tre anni dopo, a ventisei anni, con quell’unica ma indimenticabile vittoria.



ATLETICA LEGGERA: STELLA WALSH(ANNI 30) E CASTER SEMENYA(2009)
Certo, talvolta questi episodi di per sé ameni o quantomeno bizzarri nascondono risvolti spiacevoli e vicende umane complesse.
C’è una stella nel firmamento dell’atletica femminile degli anni ’30.
Di nome e di fatto: si chiama Stella Walsh, pseudonimo angolofono di Stanislawa Walasiewicz, Polacca trapiantata con la famiglia negli Stati Uniti, è un’atleta straordinariamente poliedrica, capace di disimpegnarsi nella velocità come nei lanci di disco e giavellotto.
Come portabandiera della sua patria d’origine, vince un oro nei cento metri alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 e un argento quattro anni dopo nella stessa specialità a Berlino, oltre a due ori e due argenti agli Europei del 1938.
Finito di gareggiare, Stanislawa, vive un’esistenza serena negli USA, si sposa con un pugile e muore nel 1980, durante una rapina a Cleveland.
Possiamo ben immaginare lo stupore del medico legale, quando durante l’autopsia scopre che l’ex campionessa ha...genitali maschili!
Rarissimo caso di ermafroditismo, la Walasiewicz ha mantenuto comunque le medaglie conquistate. La scoperta postuma le ha risparmiato invece le orrende speculazioni di cui é stata vittima dopo i Mondiali di atletica del 2009 la sudafricana Caster Semenya: derisa dalle avversarie e buttata allo sbaraglio dall’avida Federazione del suo Paese, che tace degli ambigui esami sulla sessualità della ragazza e anzi tenta di salvare la faccia aizzando l’opinione pubblica locale contro gli organismi internazionali.



ATLETICA LEGGERA: GIOVANNI EVANGELISTI (MONDIALI 1987)
Evangelisti é fra le punte di diamante della spedizione azzurra per i Mondiali casalinghi di Atletica Leggera a Roma nel 1987.
Dopo cinque salti su sei, però, Evangelisti é solo quarto con la misura di otto metri e diciannove centimetri, dietro l’irraggiungibile Carl Lewis (8.67), il russo Emmian (8.53) e l’altro statunitense Myricks (8.33).
Evangelisti va per l’ultimo tentativo, che tuttavia non sembra un granché anche a occhio nudo. Atterra sulla sabbia, si rialza e se ne va sconsolato.
Percorre con la coda fra le gambe qualche metro, poi sente il boato del pubblico dell’Olimpico: 8.38, medaglia di bronzo!
Lì per lì rimane basito, poi sale sul palco delle premiazioni, ma sempre con stampato in faccia che qualcosa non quadra.
Non c’é bisogno di tecnologie in dotazione alla NASA per calcolare che il salto é più corto di un buon mezzo metro rispetto a quanto dichiarato.
La polemica divampa: lì per lì ci si arrampica sugli specchi, si invoca l’errore umano o un maledetto guasto alle apparecchiature.
Ci volle un po’ per comprendere l’arcano e si capisce anche il perché.
Un giudice italiano, dopo esser riuscito con una scusa ad allontanare il giudice internazionale dalla pedana, aveva preventivamente piantato nella sabbia un picchetto prisma (che, raccordato con l’asse di battuta, permette la misurazione) a una certa distanza dando come risultato automatico la misura prefissata.



CALCIO: JOHAN CRUIJFF(MONDIALI 1978)
E' stato per trent'anni uno dei grandi misteri del football internazionale: perché Johan Cruijff, l'attaccante olandese simbolo del calcio totale, considerato trai i più forti giocatori di tutti i tempi, decise di non partecipare con la nazionale del suo paese ai mondiali del 1978 in Argentina?
Com'è noto, l'Olanda giunse in finale ma venne sconfitta, 3-1 ai supplementari, dai padroni di casa.
E molti pensano ancora oggi che con Cruijff in campo l'Olanda avrebbe vinto.
Nel 1978 l'assenza di Cruijff venne attribuita a varie cause: contrasti personali con la federcalcio olandese sugli sponsor della nazionale, un gesto contro la giunta militare di estrema destra che governava l' Argentina, indebita influenza di sua moglie, Danny Coster.
Lui non si era mai pronunciato pubblicamente sull' argomento, sino a che «Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la mia visione della vita, e del ruolo che in essa ha il calcio».
Una sera, vari rapinatori armati penetrarono nella villa di Cruijff, legarono lui e i suoi familiari e pretesero un riscatto.
«Qualcuno mi puntò un fucile alla testa, legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona».
Cruijff riuscì a liberarsi, il rapimento fallì, ma da quel giorno la vita non gli sembrò più la stessa.
«I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia», racconta nell' intervista.
«Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento.
Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa.
Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina».
In realtà Cruijff non lasciò definitivamente il calcio ma emigrò negli USA.



CALCIOSCOMMESSE ANNI 80: ITALIA
All’epoca venne chiamato “Totonero”, in riferimento al Totocalcio, il concorso a premi sui risultati delle partite organizzato Monopoli di Stato.
Un evento di una simile portata si sarebbe ripetuto nel 1986, quando ci fu un altro scandalo per scommesse, e poi nel 2011, le cui indagini e processi sportivi sono ancora in corso.
Il 23 marzo 1980, mentre si giocava la 24esima giornata di Serie A e 27esima di Serie B, la polizia fece irruzione su alcuni campi da gioco dove erano in corso partite di squadre e calciatori sospettati dai magistrati di attività illecite. Le immagini degli arresti e delle operazioni della polizia vennero persino trasmesse in diretta dalla celebre trasmissione sportiva della RAI “90° minuto”.
Quel 23 marzo e nei giorni successivi vennero arrestati 13 calciatori di serie A e B, alcuni anche molto famosi: Stefano Pellegrini (Avellino), Sergio Girardi (Genoa), Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Giuseppe Wilson (Lazio), Claudio Merlo (Lecce), Enrico Albertosi e Giorgio Morini (Milan), Guido Magherini (Palermo), Mauro Della Martira, Luciano Zecchini e Gianfranco Casarsa (Perugia). Tutti venero trasferiti a Roma per essere interrogati: l’accusa contro di loro era truffa aggravata e continuata. A Paolo Rossi (Perugia), Fernando Viola e Renzo Garlaschelli (Lazio), invece, vennero notificati tre ordini di comparizione per concorso in truffa. Vennero arrestati anche il presidente del Milan, Felice Colombo, e quello della Lazio, Umberto Lenzini, che ebbe un malore.
Complessivamente oltre 50 giocatori risultavano indagati dalla magistratura.
Gli arresti vennero decisi dopo che l’1 marzo 1980 era accaduto un fatto decisivo per l’intera vicenda.
Quel giorno il ristoratore Alvaro Trinca e il fruttivendolo Massimo Cruciani fecero una denuncia alla Procura di Roma: i due sostenevano di esser stati truffati da 27 calciatori che dopo aver ricevuto da loro molto denaro per falsare i risultati di alcune partite non avrebbero rispettato i patti. A causa del loro comportamento, Trinca e Cruciani avevano contratto notevoli debiti con gli allibratori delle scommesse clandestine (il “Totonero”, appunto):

"La mia storia comincia sei anni fa, nel 1974, quando in una stessa settimana venni avvicinato a più riprese da alcuni scommettitori clandestini: una volta vennero al mio ristorante “La Lampara”, un’altra mi diedero appuntamento in un bar sotto casa, una terza c’incontrammo a via Veneto. lo sapevo già da allora che intorno al calcio si muoveva un vorticoso giro di miliardi legato alle scommesse clandestine. Loro sapevano che ero amico di tanti calciatori, che Antognoni della Fiorentina, Giordano e Manfredonia della Lazio, Capello del Milan e altri ancora mi avevano invitato al loro matrimonio. Sapevano molte cose su di me e così non mi stupii quando questi signori, mostrandomi la loro schedina e le loro quote, mi invitarono a scommettere su una partita del campionato di calcio".

Negli anni Settanta, dunque, Trinca cominciò a scommettere clandestinamente (all’epoca in Italia non era possibile scommettere legalmente sulle partite di calcio).
Dopo un po’ Trinca coinvolse anche il suo amico Cruciani, ma presto i due cominciarono a perdere molto denaro.
Allora, come ha dichiarato lo stesso Trinca nell’aprile del 1980:

Il giro delle scommesse grosse, almeno per noi, comincia nel ’79. 
Eravamo in perdita, così quando sapemmo che saremmo potuti rientrare coi soldi truccando il risultato di qualche partita, ci mettemmo all’opera. Per cominciare ci dividemmo i compiti: io facevo le scommesse, Massimo teneva i rapporti con i calciatori. La prima occasione favorevole ci giunse per telefono. Tramite il capitano della Lazio, Pino Wilson, mi misi in contatto con il giocatore del Palermo Guido Magherini, che io conoscevo dal ’70, epoca in cui giocava nella Lazio. Un martedì dell’ottobre scorso, il giorno prima della partita amichevole Palermo-Lazio, Magherini che fin da ora posso indicare come il cervello di tutta questa storia, un personaggio che deve aver incassato centinaia e centinaia di milioni ci disse che molte partite di serie A e B potevano essere truccate, e che si sarebbe potuto “combinare” anche il risultato di quell’amichevole puntando una forte cifra sul pareggio in quanto il risultato era assicurato. 

Questo ce lo confermò anche Wilson: “Tanto è una partita di cui non ci frega niente”.
Così scommisi sul pareggio tre milioni per noi, e un milione a testa per Wilson e Magherini; purtroppo, siccome l’arbitro non arrivò in tempo e la partita venne diretta dall’allenatore del Palermo, i bookmaker la considerarono non regolare e non convalidarono il pareggio.
“Peccato, ce la faremo un’altra volta”, mi disse, salutandomi, Magherini.
Il caso scoppiò a pochi mesi dall’inizio degli Europei di calcio del 1980 che quell’anno si sarebbero svolti proprio in Italia.
Dalle testimonianze di Trinca e Cruciani gli inquirenti dissero di essere risaliti a un giro di miliardi di lire che coinvolgeva diverse squadre e che era legato alle scommesse clandestine. Il fenomeno sembrava piuttosto radicato, in quanto avvicinare calciatori e dirigenti sembrava cosa piuttosto facile.
Inoltre, da quello che è venuto fuori dalle indagini, spesso le presunte combine non riuscivano per varie cause, tra cui disaccordi tra i calciatori, complotti e coincidenze sfortunate:

"Quella domenica del 13 gennaio doveva essere il giorno del nostro riscatto. Con Cruciani infatti avevamo deciso di giocare una martingala su quattro partite, tre delle quali sapevamo combinate: la vittoria della Lazio sull’Avellino e i pareggi della Juventus col Bologna e del Genoa col Palermo; la quarta partita, Pescara-Inter, era l’unica pulita, e noi puntammo sulla vittoria dell’Inter. Per Bologna-Juve, Massimo mi aveva riferito che il risultato era stato già pattuito dal presidente della Juve Boniperti e da quello del Bologna Fabretti; era una partita talmente sicura che a Cruciani telefonarono Carlo Petrini e Giuseppe Savoldi del Bologna chiedendogli di puntare a loro nome e di altri compagni 50 milioni sul pareggio. 
Io e Cruciani scommettemmo sulle quattro partite 177 milioni. 
E facemmo altre puntate a nome di altri giocatori di cui per ora non faccio il nome. 
Se tutto filava liscio avremmo vinto un miliardo e 350 milioni e pagato tutti i debiti che avevamo con i bookmaker. Purtroppo ci fregò la Lazio, che invece di vincere come d’accordo la partita con l’Avellino la pareggiò, cosi saltò la nostra martingala sulle quattro partite. Quanto ai 50 milioni che avevo sborsato per conto di Cordova, costui non me li ha più restituiti. Sono convinto che, nonostante mi avesse promesso la vittoria della Lazio, abbia fatto invece di tutto per il pareggio. 
Non so, probabilmente avrà giocato centinaia di milioni su questo risultato…
L’ultima partita su cui scommettemmo fu Bologna-Avellino. Durante la settimana prendemmo contatti con Stefano Pellegrini e altri giocatori dell’Avellino. 
Loro dissero: “Non c’è bisogno di accordi né di soldi: pareggiare a Bologna ci sta bene”. Per il Bologna ci accordammo con Petrini, Savoldi, Paris, Zinetti, Dossena e Colomba.
La partita non rispettò le promesse: il Bologna vinse 1 a 0, noi perdemmo tutti i soldi, e a quel punto eravamo completamente rovinati. Avevamo un debito con gli allibratori clandestini di ben 950 milioni. Soldi che, in gran parte, ci erano stati truffati dai calciatori. 
Non ci restava che una cosa da fare: l’esposto alla magistratura".

Squadre coinvolte:
Lazio: retrocessione in Serie B.
Milan: retrocessione in Serie B (la prima della sua storia).
Avellino: 5 punti di penalizzazione nel Campionato 1980-1981.
Bologna: 5 punti di penalizzazione nel Campionato 1980-1981.
Perugia: 5 punti di penalizzazione nel Campionato 1980-1981.



CALCIOSCOMMESSE 1986: ITALIA
Venne identificato come "Totonero Bis", in quanto secondo scandalo Scommesse.
Il tutto venne a galla per via d'intercettazioni telefoniche.
Il 2 maggio 1986 si costituiva e veniva arrestato Armando Carbone, braccio destro di Italo Allodi (a quell'epoca dirigente del Napoli) e confessò l'esistenza di un giro di scommesse riguardanti alcune partite di calcio nei campionati professionistici, dalla Serie A fino alla Serie C2, dal 1984 al 1986.
Maraschin, all'epoca presidente del Vicenza, confessò di aver versato 120 milioni di lire per vincere la partita contro l'Asti e lo spareggio contro il Piacenza nel Campionato di Serie C1 1984-1985, ma di non aver truccato nessun incontro della Serie B 1985-1986. In realtà vennero raccolte alcune intercettazioni telefoniche che dimostrarono il contrario, soprattutto negli incontri contro Monza e Perugia. Successivamente anche il presidente del Perugia, Spartaco Ghini, ammise che la sua società, unica tra quelle inquisite a preferire la retrocessione piuttosto che una forte penalizzazione, aveva commesso illeciti sportivi.
Vennero deferite alla procura federale della FIGC, gestita da Corrado De Biase, le seguenti società:
Bari (*)
Napoli (*)
Udinese
Brescia (*)
Cagliari
Empoli (*)
Lazio
Monza (*)
Palermo
Perugia
Sambenedettese (*)
Triestina
Vicenza,
Cavese
Foggia
Reggiana (*)
Carrarese (*)
Salernitana (*)
Pro Vercelli (*)

Alcune di loro vennero prosciolte dall'inchiesta (società indicate con l'asterisco), mentre le altre subirono diverse penalizzazioni.



CALCIOSCOMMESSE 2011: ITALIA
Noto anche come Scommessopoli, lo scandalo venne alla luce il 1º giugno 2011 quando, a seguito di indagini condotte dalla Procura di Cremona nell'ambito dell'inchiesta denominata Last Bet, furono eseguiti numerosi provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di varie persone legate al mondo del calcio e a quello delle scommesse sportive.
Fra i nomi più noti, spiccavano quelli del capitano dell'Atalanta Cristiano Doni e degli ex calciatori Stefano Bettarini e Giuseppe Signori.
Nell'indagine sportiva, condotta dal Procuratore Federale Stefano Palazzi, furono deferiti alla Commissione Disciplinare della Federcalcio 26 tesserati e 18 società, con accuse che spaziavano dall'illecito sportivo alla semplice violazione del divieto di scommettere per i tesserati.
I processi sportivi svoltisi nell'agosto 2011 videro gli organi giudicanti della FIGC accogliere sostanzialmente l'impianto accusatorio di Palazzi: furono irrogate pesanti squalifiche nei confronti di molti tesserati, ritenuti colpevoli di illecito sportivo, e diversi punti di penalizzazione nei confronti delle società coinvolte per responsabilità oggettiva o presunta.
Due società (Alessandria e Ravenna) furono ritenute direttamente responsabili e pertanto furono retrocesse di categoria.
Il 19 dicembre 2011 furono eseguiti nuovi arresti nell'ambito della seconda tranche dell'inchiesta della procura di Cremona.
Fra gli altri furono arrestati l'ex calciatore Luigi Sartor e l'ex capitano dell'Atalanta Doni, già squalificato per tre anni e mezzo dalla giustizia sportiva.
Finirono sotto inchiesta diverse partite (anche di Serie A e di Coppa Italia) non solo della stagione 2010-2011, ma anche di quella precedente (2009-2010) e dell'anno successivo (2011-2012).
Il 4 febbraio 2012 fu arrestato il portiere del Piacenza Mario Cassano, mentre il 2 aprile 2012 finì agli arresti, nell'ambito di un'inchiesta parallela condotta dalla Procura di Bari, l'ex difensore barese Andrea Masiello (nel frattempo trasferitosi all'Atalanta).
Durante la seconda fase la Procura di Cremona rivelò che si era giunti all'arresto dei nuovi indagati in seguito ad un'inchiesta transnazionale sul calcio scommesse partita da Singapore in particolare grazie alle dichiarazioni di Wilson Raj Perumal, cittadino di Singapore arrestato in Finlandia.
L'organizzazione aveva poi delle diramazioni in tutto il mondo e in particolare in Italia tramite il gruppo dei "bolognesi", riconducibile a Signori, e quello degli "zingari" riconducibile ad Almir Gegić e Carlo Gervasoni. La forza economica e corruttiva del "Dan" sarebbe stata tale da arrivare ad ipotizzare l'acquisto dell'AlbinoLeffe al fine di truccare le partite.
Il 28 maggio 2012 una nuova ondata di provvedimenti restrittivi colpì, fra gli altri, il vice-capitano della Lazio Stefano Mauri e l'ex giocatore del Genoa Omar Milanetto (nel frattempo trasferitosi al Padova).
Fra gli indagati non sottoposti a provvedimenti restrittivi comparvero i nomi dell'ex allenatore del Bari Antonio Conte, del quale venne disposta la perquisizione dell'abitazione, degli ex baresi Andrea Ranocchia e Leonardo Bonucci e degli ex genoani Domenico Criscito e Rodrigo Palacio.
Criscito, in ritiro pre europeo con la nazionale italiana insieme a Bonucci, subì la perquisizione della propria camera d'albergo a Coverciano e, a differenza di Bonucci, venne immediatamente escluso dalla lista definitiva dei convocati per l'europeo in quanto destinatario di avviso di garanzia. L'accusa per tutti gli indagati era sempre quella di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ed alla frode sportiva.
Con le medesime accuse e con l'aggravante del riciclaggio di denaro sporco risultava ancora indagato Giuseppe Signori, già radiato dalla giustizia sportiva.
Tra maggio ed agosto 2012 si svolsero i processi sportivi relativi ai nuovi filoni d'inchiesta delle procure di Cremona e Bari.
Alcuni dei deferiti erano già stati giudicati e sanzionati nel primo filone di indagini.
Le partite sotto inchiesta riguardavano le stagioni dal 2009-10 al 2011-12.
Alle società coinvolte furono inflitte penalizzazioni di varie entità, da scontarsi nelle classifiche dei campionati 2012-2013, per responsabilità oggettiva negli illeciti contestati ai propri tesserati.
Solo per il Lecce fu riconosciuta la responsabilità diretta della società e conseguentemente i pugliesi furono retrocessi di categoria (come era accaduto un anno prima ad Alessandria e Ravenna).
Il 22 giugno 2012 vi furono, da parte della Procura di Bari, i primi rinvii a giudizio per lo scandalo calcioscommesse: fu disposto il rito immediato nei confronti di Andrea Masiello e dei suoi amici Carella e Giacobbe.
Il 30 novembre la procura di Cremona ha chiesto una proroga di sei mesi per 33 degli indagati per il calcioscommesse, tra i quali Antonio Conte, Leonardo Bonucci, Stefano Mauri, Domenico Criscito, Giuseppe Sculli, Christian Vieri, Kakhaber Kaladze, Massimo Mezzaroma e Giorgio Perinetti.



CALCIOPOLI 2006: ITALIA
Calciopoli scoppia nel 2006 a seguito di intercettazioni telefoniche, in ordine di tempo, è il terzo scandalo che si riperquote sul calcio italiano(poco dopo arriverà Scommessopoli nel 2011, già trattato in precedenza).
Le accuse rivolte ai molteplici imputati, tra cui spiccano i nomi di Luciano Moggi e Antonio Giraudo per la Juventus, Andrea Della Valle per la Fiorentina, di Claudio Lotito per la Lazio e di Pasquale Foti per la Reggina, spaziavano dalla violazione delle norme di lealtà, correttezza e probità sportiva all'illecito sportivo vero e proprio.
Furono coinvolti nello scandalo anche i due designatori arbitrali dell'epoca, cioè Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo e diversi arbitri: Massimo De Santis, che avrebbe dovuto rappresentare l'Italia al Campionato mondiale di calcio 2006 (sostituito in seguito allo scandalo da Roberto Rosetti), Paolo Dondarini, Gianluca Paparesta, Paolo Bertini, Domenico Messina, Gianluca Rocchi, Paolo Tagliavento, Pasquale Rodomonti. Accusati anche i vertici della Federcalcio, precisamente il presidente Franco Carraro ed il vicepresidente Innocenzo Mazzini, ed il presidente dell'AIA Tullio Lanese.
Secondo l'accusa i dirigenti di società coinvolti intrattenevano rapporti con i designatori arbitrali atti ad influenzare le designazioni per le partite delle proprie squadre in modo da ottenere arbitri considerati favorevoli.
In questo erano spesso appoggiati o spalleggiati dagli esponenti della federazione coinvolti nell'inchiesta.
Sempre secondo l'accusa era pratica comune inoltrare attraverso i designatori arbitrali o la FIGC recriminazioni e velate minacce nei confronti degli arbitri considerati non favorevoli.
Luciano Moggi risultò essere in contatto anche con giornalisti ed opinionisti della tv e della carta stampata, come Aldo Biscardi e l'ex arbitro ed ex designatore Fabio Baldas (alcune telefonate evidenziano come Moggi suggerisse l'interpretazione degli episodi mostrati dalla moviola durante Il processo di Biscardi). Persino l'allora Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, secondo le intercettazioni, avrebbe richiesto tramite Moggi favori arbitrali per la squadra del Sassari Torres, militante all'epoca in Serie C1.
Oltre a Biscardi (La7) avevano regolari contatti telefonici con il dirigente juventino anche i giornalisti Tony Damascelli (Il Giornale), Guido D'Ubaldo (Corriere dello Sport), Franco Melli (Il Tempo e ospite a Il processo di Biscardi), Lamberto Sposini (TG5 e ospite a Il processo di Biscardi), Giorgio Tosatti (Raisport), Ignazio Scardina (Rai Sport) e Ciro Venerato (Rai Sport).
La posizione di quasi tutti i cronisti sotto il profilo penale fu archiviata nel 2007, anche se molti di loro furono sospesi per qualche tempo dall'Ordine dei giornalisti (erano accusati di farsi consigliare da Moggi cosa dire in tv o cosa scrivere sui loro giornali). L'unico ad essere indagato e processato per associazione a delinquere fu Ignazio Scardina.
Intervenuto in TV alla trasmissione Matrix, condotta da Enrico Mentana, l'ex designatore Paolo Bergamo affermò che le telefonate a lui ed al suo collega Pierluigi Pairetto da parte dei dirigenti delle diverse squadre erano molto frequenti. In particolare dichiarò di aver ricevuto spesso telefonate dai dirigenti dell'Inter, squadra a cui era stato assegnato a tavolino lo Scudetto 2005-2006.
Bergamo disse anche di aver parlato più volte, durante la stagione calcistica 2003-2004, con l'allora allenatore della Roma, Fabio Capello, per concordare le designazioni delle gare dei giallorossi.
La FIGC non ha considerato queste affermazioni valide perché venissero aperti nuovi filoni d'indagine, visto che non c'erano prove che potessero confermarle.
Alcune intercettazioni riguardanti i dirigenti dell'Inter erano viceversa uscite, ma non furono giudicate rilevanti fino al 2010, quando furono portate al processo di Napoli dagli avvocati della difesa.
Insistenti voci, nel corso dello svolgimento delle indagini, hanno avanzato il timore che la possibile vittoria della Nazionale italiana al Campionato mondiale di calcio 2006 (poi effettivamente verificatasi) avrebbe potuto insabbiare la vicenda, magari portando a una sorta di amnistia come avvenuto per il Calcioscommesse del 1980 dopo la vittoria azzurra al Mondiale 1982.


CALCIO: BRASILE-CILE(QUALIFICAZIONI MONDIALI 1990)
Facciamo un salto di solo due anni per entrare nel mondo del calcio.
E’ il 1989 e al Maracanà di Rio de Janeiro si disputa una delicatissima partita fra Brasile e Cile, per la qualificazione al Mondiali di calcio di Italia ’90.
I padroni di casa hanno un goal di vantaggio e il lasciapassare per la massima rassegna mondiale in mano, quando scoppia il caos.
Il portiere cileno Roberto Rojas stramazza al suolo, avvolto nel fumo di un bengala/petardo scagliato dalle tribune.
E’ in un lago di sangue e si contorce dal dolore: così i suoi compagni lo accompagnano a braccia fuori dal terreno di gioco, rifiutandosi categoricamente di riprendere il match, mentre uno di loro, Patricio Yanez, si rivolge verso il settore da cui é partito il fumogeno con rimostranze non propriamente da educanda.
Il Brasile é sull’orlo della catastrofe nazionale: la sconfitta a tavolino significa l’esclusione dal Mondiale, un’onta mai subita dalla Nazionale più titolata del pianeta.
Ma lo sconforto dura pochi giorni.
Da riprese televisive e testimonianze dirette pare infatti evidente che il razzo é caduto ad almeno un metro da  Rojas.
E allora, tutto quel sangue? Beh, basta nascondere una lametta in un guanto, attendere il momento propizio e incidersi una zona particolarmente vascolarizzata, tipo il sopracciglio.
Ironia della sorte, Roberto Rojas militava all’epoca in Brasile al San Paolo.
Radiato dalla FIFA e riabilitato dopo una decina d’anni, é tornato nel Paese che volentieri l’avrebbe linciato, dove si é costruito un’onesta (in tutti i sensi) carriera da preparatore dei portieri.



PATTINAGGIO SU GHIACCIO: NANCY KERRIGAN E TONYA HARDING(1994)
Gennaio 1994.
Tutto ha inizio un paio di mesi prima, quando Tonya Harding con un’adolescenza disgraziata alle spalle e una tumultuosa love-story con un teppistello da strapazzo, riceve delle minacce di morte.
La Harding, talento immenso ma in precoce declino, entra finalmente nel cuore degli appassionati, al punto da insidiare la rivale di sempre, Nancy Kerrigan, eterea e aggraziata quanto lei era stagna e muscolare. Le Olimpiadi di Lillehammer sono alle porte, c’é posto per sole due atlete a stelle e strisce e non va sottovalutata l’impetuosa ascesa della tredicenne Michelle Kwan.
Siamo alla vigilia della gara di selezione, quando un tizio incappucciato irrompe nel bel mezzo di un’intervista e fracassa il ginocchio della bella Nancy.
Vince la Harding davanti alla Kwan.
La Kerrigan guarda le rivali da una stanza d’ospedale, ma l’infortunio si rivela meno grave del previsto e la Federazione statunitense fa uno strappo alla regola decidendo a furor di popolo di portarla alle Olimpiadi al posto della Kwan.
Il patatrac scoppia pochi giorni dopo: l’aggressore é uno scagnozzo assoldato dal marito di Tonya Harding e le presunte minacce di morte una messinscena nel quadro di un disegno criminale più ampio.
Ma in attesa di un giudizio definitivo (il suo coinvolgimento sarà acclarato definitivamente solo in seguito) si decide di portare in Norvegia anche la Harding.
Così, il 23 febbraio a Lillehammer va in scena l’atto finale, come nel più classico dei polpettoni sentimentali hollywoodiani.
Tonya sbaglia tutto fra pianti e crisi isteriche.
Nancy conquista una medaglia d’argento che con un po’ di buona sorte poteva essere d’oro.
Entrambe chiuderanno lì la loro carriera: Nancy monetizzerà a dovere l’improvvisa notorietà, mentre Tonya si arrabatterà fra video porno col consorte cospiratore e spogliarelli in nightclub di provincia.



FORMULA 1: SPY STORY E SAFETY CAR STRATEGICHE
Siamo nel 2007 e Nigel Stepney, dal 1993 meccanico della Ferrari, non é decisamente di buon umore.
Si aspettava una promozione dopo l’abbandono del Direttore Tecnico Ross Brawn, ma ciò non accade.
Stepney non la prende bene e decide di vendicarsi, trasformandosi in un bambino birbante e capriccioso.
Il primo sabotaggio é esilarante, e consiste nel versare delle vitamine  in polvere  nel serbatoio di Raikkonen e Massa per far ingolfare il motore.
Il secondo é più elaborato e coinvolge anche i grandi rivali della McLaren.
Trattasi della cessione di dati top secret sulla monoposto di Maranello a un tecnico della squadra inglese, Mike Coughlan.
Ma il Gatto e la Volpe come spie lasciano alquanto a desiderare: a fare scoppiare il caso é infatti l’impiegato della copisteria in cui fanno fotocopiare i documenti segreti, che insospettivo telefona alla Ferrari.
Ma al peggio non c’é mai fine e due anni dopo scoppia l’affaire Piquet, che porta alla radiazione (pur fra mille contestazioni) di Flavio Briatore.
La vicenda riguarda il G.P. di Singapore dell’anno precedente.
Nelson Piquet junior come pilota non ha un briciolo del talento del padre, ma la Renault capitanata da Briatore gli dà comunque l’occasione per rendersi utile.
Il suo compito é schiantarsi contro muro.
Nel punto giusto e al momento giusto (e possibilmente senza farsi male): in modo da agevolare gli strateghi del team, che già a conoscenza del momento dell’interruzione e del conseguente ingresso della Safety Car, possono così predisporre un piano di corsa infallibile per il compagno Alonso (che infatti vince).
Un anno dopo Piquet, appena licenziato dalla Renault per scarsità di risultati, si ricorda di quella losca storia, spiattella tutto e ottiene soddisfazione.


SCACCHI: ARCANGELO RICCIARDI (2015)
Uno dei primi casi fu quello di Borislav Ivanov, il giocatore bulgaro sospettato di essere un cheater “seriale”, espulso dalla propria Federazione e squalificato dalla Fide.
Invece a settembre 2015 Arcangelo Ricciardi, vercellese classe 1978, è stato il chiacchierato e sorprendente protagonista del tradizionale festival internazionale di Imperia, conducendo il torneo fino al 7° turno; prima dell’8°, però, in seguito a un controllo con il metal detector, il giocatore è stato trovato in possesso di una microcamera nascosta in un ciondolo e, pare, anche di un dispositivo elettronico posizionato sotto un braccio.
Ed è stato espulso.
Nel torneo ligure Ricciardi partiva con il numero 35 di tabellone e un Elo di 1829.
Nulla poteva far presagire un suo exploit, anche considerato il piazzamento ottenuto nel suo più recente torneo, l’Expo Milan Chess Move del giugno scorso: 8° su 14 partecipanti con 4 punti su 9, sia pure con una performance di oltre 200 punti superiore al proprio rating.
A Imperia, invece, il vercellese ha macinato punti su punti fin dall’inizio, affrontando solo avversari più quotati lungo il suo percorso e battendo fra gli altri il GM francese Nikolay Legky e il MI slovacco Stefan Mazur, numeri due e tre di tabellone.
Proprio le partite contro Legky e Mazur, nelle quali Ricciardi ha giocato un elevato numero di mosse corrispondenti alla prima o alla seconda scelta dei motori d’analisi, hanno fatto sorgere più di un sospetto sulla regolarità della sua condotta sportiva.
Il 3 settembre, dopo il sesto turno nel quale ha inflitto una bruciante sconfitta al MF romano Pierluigi Passerotti, il vercellese è stato sottoposto a una prima perquisizione.
Senza esito.
Al punto che il direttore di gara Jean Dominique Coqueraut, arbitro internazionale, non ha potuto fare altro che constatare: «Dall’ispezione, eseguita in sede privata con il consenso del giocatore e alla presenza degli arbitri, non è emerso nulla che possa far presumere un atteggiamento scorretto o fraudolento».
Per sbrogliare la matassa è intervenuto il componente italiano della commissione anti-cheating della Fide, Yuri Garrett.
E i suoi consigli, a quanto pare, sono stati utili.
Dopo una rapida patta col MF imperiese Omar Stoppa al 7° turno, Ricciardi, che a quel punto conduceva la classifica con 6 punti (e una performance di circa 700 punti superiore al proprio Elo), avrebbe dovuto affrontare all’8° il GM russo Igor Naumkin, numero uno di tabellone e suo diretto inseguitore.
Ma, stavolta, al suo arrivo in sala di gioco gli arbitri lo hanno accolto con un metal detector.
«Lo tenevamo d’occhio già da parecchi giorni e gli abbiamo teso una trappola: abbiamo piazzato un metal detector. Sulle prime non aveva voluto passarci, ma noi abbiamo insistito e l’apparecchio ha suonato. Ha detto che aveva con sé una monetina portafortuna, ma, approfondendo, abbiamo scoperto che al collo aveva appeso un ciondolo un po’ insolito».
Nel ciondolo è stata trovata la microcamera: il giocatore non ha esitato a lungo prima di sparire dalla sala di gioco.
Il vercellese è stato espulso dal torneo e il suo punteggio azzerato; ora rischia una squalifica di tre anni dall’attività agonistica e, soprattutto, una denuncia per tentata frode sportiva.
Resta da stabilire se avesse un complice all’esterno.


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