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sabato 13 giugno 2015

La Storia Della 24 Ore Di Le Mans e L'Incidente Del 1955

La 24 Ore di Le Mans nacque nel 1923 per iniziativa di Charles Faroux, figura di grande importanza nell'automobilismo francese e mondiale. La sua idea era di organizzare un banco di prova per testare l'affidabilità e la qualità delle macchine prodotte: macchine sportive, ma anche automobili di tutti i giorni. Non passò molto tempo e la gara si trasformò in una ribalta per macchine speciali: vetture da Grand Prix. Erano permessi prototipi, purché il costruttore si dichiarasse disposto a costruirne un dato numero. Ecco perché alla stessa gara partecipavano Mercedes, Ford, Ferrari e Jaguar, accanto a Panhard con motori da 745 cc. Henry Ford con la sua GT40 spese un patrimonio per realizzare vetture competitive dal punto di vista tecnologico, quasi per vendetta nei confronti di Enzo Ferrari che aveva rifiutato la sua offerta di acquisizione dell'azienda di Maranello. Nel 1966 la vendetta di Ford è compiuta con 3 vetture in parata nei primi 3 posti del podio (a vincere furono Bruce McLaren e Chris Amon). Se questa gara era motivo di grande rischio per i piloti, costituiva però anche forte attrattiva sul pubblico. Gli spettatori arrivavano con ogni mezzo, da tutto il mondo, e si sistemavano per la notte, trasformando la cittadina in una Las Vegas europea, piena di luci, colori, suoni, pub aperti, tende, ristoranti improvvisati. Una vera e propria città in miniatura (“Le Village”) sorgeva al centro del circuito. Lì si poteva fare di tutto: bere un birra, comprare un'automobile, farsi una doccia, mangiare.
La particolarità della gara per i piloti è percorrere il rettilineo a piedi, prima di balzare in macchina. Ci sono punti chiave molto pericolosi, come il tratto Maison Blanche dove i piloti sfiorano le case. L'11 giugno di 60 anni fa la gara fu funestata dall'incidente, forse, più drammatico della storia dell'automobilismo nel quale persero la vita 83 persone (compreso il pilota francese Pierre Levegh) e rimasero ferite altre 120 persone. Quella tragedia cambiò per sempre l'interesse nei confronti della sicurezza da parte del mondo della velocità. Per vari decenni la 24 di Le Mans fu uno degli avvenimenti sportivi più esaltanti. 


L'EDIZIONI PRECEDENTI E PIERRE LEVEGH
Ci sono giornate nella storia dello sport che per un motivo o per un altro non si dimenticano.
Questi però sono i motivi meno nobili, quelli più dolorosi e che con lo sport in sè non c'entrano nulla.
Nelle corse automobilistiche per trovare quel giorno bisogna tornare indietro di 60 anni, precisamente all’11 giugno 1955 quando durante la 24 ore di Le Mans si verificò l’incidente più drammatico della storia della velocità nel quali persero la vita 83 persone, compreso il pilota francese Pierre Levegh.
Inoltre rimasero feriti oltre 120 individui accorsi nella città della Loira, esattamente come altre decine di migliaia di appassionati, per vedere sfrecciare i piloti più forti del mondo sulle vetture più evolute e veloci dell’epoca. Dopo quella immane tragedia si iniziò veramente a lavorare in maniera logica e costruttiva sull’importanza di rendere i tracciati sicuri sia per i piloti sia per gli spettatori.
Per Pierre Levegh, un 50enne driver, la 24 ore di Le Mans era diventata non una semplice corsa ma una vera e propria ossessione. Sin da quando poco più che ventenne aveva assistito alla prima edizione della leggendaria gara lo scopo della sua vita era diventato quello di vincere la 24 ore di Le Mans.
Levegh ci era andato vicinissimo nel 1952 quando la sua Talbot ruppe il motore nell'ultima ora di gara con quattro giri di vantaggio sul secondo classificato, a causa di un cambio marcia errato causato dalla stanchezza del pilota che scriteriatamente aveva guidato ininterrottamente per oltre 22 ore senza cedere il volante al compagno di squadra  Jean Trevoux. Quella condotta di gara assolutamente folle e scriteriata fu deplorata da addetti ai lavori e tifosi ma non da Alfred Neubauer, il direttore sportivo della Mercedes Benz che a fine gara entrò nel box di Levegh e gli promise che la prossima volta che la Mercedes si fosse presentata ai nastri di partenza della Le Mans una delle vetture tedesche sarebbe stata guidata proprio da lui.


LA TRAGEDIA DEL 1955
La Mercedes si astenne da Le Mans sia nel 1953 sia nel 1954. Ma nel 1955 tornò prepotentemente in auge con le formidabili 300SLR e tre equipaggi composti da Fangio e Moss come prime guide, André Simon e John Fitch come seconde guide e Karl Kling e proprio Pierre Levegh come piloti dell’ultima vettura. Per Levegh si trattava della chance della vita ma qualcosa non andava: sin dalle prime prove si intuì che quel bolide fenomenale era inadeguato per uno come Levegh che era quasi intimorito dalla potenza della 300SLR e non riusciva ad essere veloce come al solito.
Nelle qualifiche era stato il più lento in pista dei piloti Mercedes che si era già pentita di avergli dato fiducia. In cuor suo la casa tedesca era arrivata a sperare nel ritiro ma Levegh era troppo ostinato e cocciuto per fare una cosa del genere. Sarà, in ogni caso, la sua ultima gara.
La corsa era iniziata regolarmente alle 16 di sabato 11 giugno, in piena estate francese.
Le Ferrari, le Jaguar, le Mercedes si erano date battaglia fin dal primo minuto.
Sia Hawthorn (Jaguar) sia Fangio (Mercedes) compivano il giro completo del circuito in poco più di quattro minuti, seguiti da Castellotti, Maglioli, Kling, Levegh, Walters, Rolt, Beauman e Musso.
Sembrava più un Grand Prix che una corsa di durata.
La stessa irruenza, la stessa battaglia forsennata per il comando fin dai primi istanti, la stessa adrenalina. Mercedes contro Jaguar: la gara era tutta lì: gli altri, le Austin Healey, le Nardi, le Frazer Nash, le Cunningham, le Cooper, le Osca, le Lotus, non contavano niente.
Stonava, nel gruppo, una Mercedes, dello stesso modello delle altre, che già stava per essere doppiata.
Era quella guidata da Pierre Levegh. Nel corso della terza ora di gara  sul rettilineo dopo la chicane Ford, la sua Mercedes 300SLR agganciò a velocità altissima la Austin-Healey di Lance Macklin che fu costretto a spostarsi repentinamente verso i box per evitare un tamponamento con la Jaguar D-Type di Mike Hawthorn, rientrata ai box. Dopo aver urtato un cumulo di terra, la Mercedes di Levegh si schiantò sulla barriera che divideva la pista dalla tribuna davanti ai box, prendendo fuoco.
Alcuni pezzi dell'auto (il cofano, l'asse anteriore delle ruote) volarono sulla tribuna piombando violentemente sugli spettatori che furono letteralmente falciati e travolti dall’esplosione e dai detriti.
Macklin sentì un colpo indescrivibile da dietro, la sua macchina compì un folle testa-coda per poi sbattere contro gli stand, falciando un giornalista e un gendarme, ed essere rilanciata con violenza dall'altra parte, per fracassarsi definitivamente contro il muro delle tribune.
Nel momento dell'urto, aveva ancora avuto la possibilità di vedere con la coda dell'occhio un'ombra argentea passargli sopra la testa e un'altra ombra argentea che gli filava accanto sulla destra.
Quando Macklin scese, scioccato, dalla sua vettura distrutta, non sapeva cosa fosse successo.
Non aveva capito che Levegh, al volante di quella tremenda 300 SLR, trovandosi di fronte la sua macchina l'aveva colpita in pieno, ad una tale velocità da decollare, superarla per aria, schiantarsi sul pilone del tunnel pedonale a lato delle tribune e disintegrarsi con due esplosioni al di sopra di una folla di centinaia di persone. E questo mentre Fangio, con millimetrica precisione, riusciva a trovare un varco tra la macchina di Hawthorn, ferma al box della Cunningham (tre box più in la’ del proprio) e quella di Macklin.
Dove prima c'era un folla di persone in piedi, ora si vedevano soltanto persone abbattute a terra, o inginocchiate vicino a porgere un primo disperato soccorso. Parecchi testimoni furono concordi nel descrivere la scena come se fosse scoppiata una bomba. Decine e decine di corpi falciati, nello spazio di un attimo, fatti letteralmente a pezzi. Il prato aveva cambiato colore ed era disseminato di sangue.
Quello che era stato un urlo unisono, si spense in un silenzio profondissimo che durò qualche secondo.
Quindi iniziò la solita frenetica confusione di tutte le catastrofi: parenti e amici che premevano per arrivare alla zona, nella speranza folle di scorgere i propri cari sopravvissuti; ambulanze, dottori improvvisati, forze di polizia, giornalisti, infermieri, uomini dell'organizzazione.
E in mezzo al disumano dolore, alcuni meccanici della Mercedes che, con assoluta rapidità, nel giro di dieci minuti dall'incidente avevano raccolto e portato via tutti i pezzi della macchina di Levegh.
Solo la gente sopravvissuta in tribuna e qualche meccanico della Mercedes, che in meno di un quarto d’ora raccolse tutti i pezzi della macchina di Levegh, si accorse con lucidità della portata della catastrofe occorsa. E intanto le autorità affrontavano il solito, terribile dilemma.
Sospendere la corsa o continuarla? Ammettere l’enormità della tragedia o far finta di niente, nel timore che la gente, presa dal panico, si accalcasse alle uscite, ostacolasse ancora di più di quanto già non fosse l’azione dei soccorritori? Prevalse il desolante “The Show Must Go On”. Nel box della Mercedes la concitazione era al massimo. Da Stoccarda arrivarono telefonate molto chiare: ritirarsi!
Neubauer e Uhlenhaut avevano delle riserve: Faroux li implorava di continuare, ed essi stessi esitavano a sprecare una vittoria certa. Le telefonate, tra l’altro difficilissime, visto che da tutte le parti della Francia si tentava di comunicare con Le Mans e viceversa, si fecero convulse.
A 7 ore dall’incidente si arrivò ad una decisione unanime: la macchina causa di morte per 81 persone era una Mercedes, non si poteva continuare a correre. Quando la Mercedes avvertì lo stand Jaguar della propria decisione, fu subito chiaro che non sarebbe stata seguita su questa strada.
L’unica che importasse alla Jaguar era quella della vittoria.
In un clima surreale la corsa arrivò alla fine e per un beffardo segno del destino proprio Mike Hawthorn, pesantemente implicato nell’incidente, vinse la 24 ore brindando e gioendo fra l’altro come se nulla fosse. Quei festeggiamenti rimasero una macchia indelebile nella carriera di Hawthorn.


LE COLPE
Di chi fu la colpa della strage?
Di Levegh che, troppo vecchio, non avrebbe mai dovuto gareggiare con quella macchina, in quel gruppo di piloti? Oppure di Macklin che, distratto dall’aver guardato nello specchio retrovisore, non si era accorto in tempo della frenata di Hawthorn?
O di Hawthorn, che calcolò male la distanza che lo separava dal proprio stand, tanto da trovarsi a frenare troppo bruscamente subito dopo il superamento di Macklin, finire lungo, tre box più avanti, e farsi prendere da una crisi di isteria quando gli fu chiaro cosa era successo?
O della Mercedes, che aveva inserito nei telai due piccoli serbatoi di additivi illeciti, da cui il pilota attingeva nei momenti in cui aveva bisogno di maggiore potenza tramite un comando del cruscotto, e che furono la causa della doppia esplosione della vettura di Levegh?


LE CONSEGUENZE
In seguito all’incidente, molte gare della stagione furono cancellate.
Non si disputarono  il Gran Premio di Germania, la Coppa Acerbo e il Gran Premio di Svizzera.
La Svizzera introdusse una legge per vietare le gare automobilistiche sul suo territorio (una normativa in vigore ancora oggi!) mentre la Mercedes, dopo aver vinto il campionato di F1 con Fangio, si ritirò dalle corse in segno di rispetto per le vittime, e vi fece ritorno solamente 32 anni dopo, nel 1987.
Negli Stati Uniti l'American Automobile Association il più prestigioso automobile club della nazione, decise di chiudere qualunque attività sportiva.
Nonostante un’inchiesta ancora oggi non si conosce con chiarezza i perché e le colpe di quella strage.
Di certo c’è che il disastro di Le Mans ‘55 resta una delle pagine più nere della velocità che, anche a 60 anni di distanza, qualunque appassionato e addetto ai lavori non deve mai dimenticare.


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sabato 21 febbraio 2015

Tutti I Piloti e Commissari Morti In F1

Nonostante rispetto agli anni 50 e 60 i decessi in F1 siano nettamente diminuiti, la storia parla di ben 43 morti tra test, qualifiche, gare.
Se nello scorso millennio si moriva in pista (Gilles Villeneuve e Ayrton Senna, tanto per citare due nomi), oggi invece i pericoli sono soprattutto dietro le transenne.


COMMISSARI DI GARA
Morti che, come detto, nel corso degli anni hanno colpito anche commissari di gara, nonostante le imponenti misure di sicurezza: son 3 i decessi di commissari nel nuovo millennio.
Tutti i casi hanno coinvolto persone a bordo pista: Monza, Melbourne e Montreal.
Sono bastati ad esempio pochi secondi affinchè la vita di un Commissario di gara del GP del Canada si è spezzata ad appena 38 anni.
Investito dal camion gru che trasportava la Sauber di Esteban Gutierrez, uscito di pista a 7 giri dal termine. "Impossibile festeggiare questo podio", ha detto Alonso, che su Twitter ha parlato di giornata molto triste.
Nel settembre del 2000, a Monza, perse la vita Paolo Gislimberti, 33 anni, ucciso da una ruota di Frentzen volata oltre le reti di protezione alla Variante della Roggia in seguito ad un incidente nel primo giro del Gp d'Italia (guarda il video da Youtube).
La maledizione dei commissari proseguì l'anno dopo, quando Graham Beveridge morì, sempre a causa di uno pneumatico impazzito, nel GP d’Australia.
A Melbourne fu fatale una collisione al quinto giro tra Jacques Villeneuve e Ralf Schumacher: una gomma e vari detriti schizzarono oltre le barriere, uccidendo il 51enne e ferendo altre sette persone.
Tornando indietro nel tempo quando morì Mark Donohue a Graz, in Austria, nel 1975, perse la vita anche un commissario di percorso.
Invece nel GP del Sud Africa nel 1977 un giovane commissario, Frederik Jansen Van Vuuren, stava attraversando la pista con un estintore quando venne investito, morendo sul colpo, da Tom Pryce.
Il suo estintore colpì a sua volta il pilota alla testa, uccidendolo all'istante.
Da allora molto è stato fatto in termini di sicurezza: pneumatici e sospensioni più resistenti agli urti, maggiori protezioni per i commissari, regolamenti più rigidi per i piloti.
Anche se contro il destino si può far poco.


PILOTI
Sono in totale 43 i piloti morti, 31 di loro sono deceduti durante un week-end del campionato del mondo, 4 mentre correvano in una gara non titolata e 8 durante dei test privati.
15 piloti sono morti negli anni cinquanta, 11 negli anni sessanta, 11 negli anni settanta, 4 negli anni ottanta e 2 negli anni novanta.

Ecco l' elenco dei piloti di F.1 morti in gara o in prova.
31 luglio 1954: Onofre Marimon, argentino, al Nuerburgring.
26 maggio 1955: Alberto Ascari durante prove private a Monza
14 marzo 1957: Eugenio Castellotti durante prove private a Monza
6 luglio 1958: Luigi Musso a Reims
3 agosto 1958: Peter Collins (GB) al Nuerburgring
19 ottobre 1958: l' inglese Lewis Evans durante il GP del Marocco a Casablanca
2 agosto 1959: Jean Behra ad Avus (Ger)
13 maggio 1960: Harry Schell (Usa) a Silverstone in prova
19 giugno 1960: Chris Bristow (GB) e Alan Stacey (GB) a Spa
10 settembre 1961: Von Trips (Ger) a Monza, la sua Ferrari uccide 14 spettatori
2 novembre 1962: Rodriguez (Mess) nel GP del Messico, non valido per il mondiale
1 agosto 1964: Karel Godin De Beaufort (Ola) in prova al Nuerburgring. Muore il 3 agosto
7 agosto 1966: John Taylor (GB) al Nuerburgring. Muore il 9 settembre
7 maggio 1967: Lorenzo Bandini nel GP di Monaco. Muore il 10 maggio
7 aprile 1968: Jim Clark (GB) muore in una corsa di F.2 a Hockenheim
8 giugno 1968: Ludovico Scarfiotti a Rossfeld (Ger) durante una gara in salita
7 luglio 1968: Jo Schlesser (Fr) a Rouen
1 agosto 1969: Mitter (Ger) nelle prove del GP di Germania
21 giugno 1970: Courage (GB) a Zandvoort
5 settembre 1970: Jochen Rindt (Aut) in prova a Monza
10 gennaio 1971: Ignazio Giunti a Buenos Aires in una gara Sport
24 ottobre 1971: Joseph Siffert (Svi) a Brands Hatch
29 luglio 1973: Roger Williamson (GB) a Zandvoort
6 ottobre 1973: Franois Cevert (Fr) nelle prove del GP Usa di Watkins Glen
22 marzo 1974: Peter Revson (Usa) durante prove private a Kyalami
6 ottobre 1974: Koinigg (Aut) a Watkins Glen
17 agosto 1975: Mark Donohue (Usa) nelle prove libere del GP d' Austria. Muore il 19
5 marzo 1977: Pryce (GB) a Kyalami
10 settembre 1978: Peterson (Sve) a Monza
1 agosto 1980: Depailler (Fr) in prove private a Hockenheim
8 maggio 1982: Villeneuve (Can) nelle prove ufficiali a Zolder
13 giugno 1982: Riccardo Paletti alla partenza del GP del Canada a Montreal
14 maggio 1986: Elio De Angelis in prove private al Castellet
30 aprile 1994: Roland Ratzenberger durante le qualifiche del GP di San Marino
1 maggio 1994: Ayrton Senna a San Marino

A cui vanno aggiunti i piloti morti durante le 500 Miglia D'Indianapolis(quando la gara, faceva appunto parte, del calendario di F1):


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sabato 31 gennaio 2015

La Storia Della Parigi Dakar: Incidenti e Morti

La Parigi-Dakar è stata ideata nel 1977 da Thierry Sabine che dopo essersi perso, con la sua moto, nel deserto durante la Abidjan-Nizza ritornò in Francia sconfitto da questi paesaggi e territori infimi ed estremi. Dal 1978 la Parigi-Dakar ha iniziato a svolgersi tutti gli anni e toccava moltissimi dei paesi dell'Africa nord-occidentale, meridionale e centrale.
Sabine, dalla prima partenza del rally raid fino alla sua morte, era solito radunare tutti i piloti prima della partenza per ricordare le più importanti norme sulla sicurezza.
La Dakar oltre ad essere affascinante per i luoghi che si oltrepassano durante la competizione è purtroppo famosa anche per la sua pericolosità infatti alcuni piloti come Fabrizio Meoni (KTM), Jean-Noel Pineau (Yamaha), la popolazione locale e lo stesso fondatore della Dakar sono morti nel campo di gara a causa di incidenti mortali.


IL PERCORSO
È chiamata "Parigi-Dakar" in quanto nelle prime edizioni (dal 1979 al 1991 e ancora nel 1993, 1994, 1998, 2000 e 2001) il percorso iniziava appunto dalla capitale francese per terminare in quella del Senegal. In seguito, mentre l'arrivo si è mantenuto quasi sempre a Dakar, la sede di partenza ha subito diversi spostamenti dal 1995. La gara, dopo un prologo in Europa, attraversava diversi paesi africani e il deserto del Sahara fino ad arrivare a Dakar.
Dal 2009 la corsa ha spostato il suo percorso in Sudamerica, mantenendo comunque la denominazione di Dakar. La Dakar sarà ospitata in tre paesi che hanno già mostrato le loro caratteristiche nelle cinque edizioni precedenti del rally raid.
Nell'edizione del 2012 il percorso che si snodava nel Perù piacque molto ai piloti ed ai loro equipaggi.
Una volta che si attraversano le montagne delle Ande, dopo una prima visita in Cile, il rally raid incontrerà un volto diverso del Sud America, quella che garantisce una vasta gamma di terreni come: terra, sabbia fango etc. Due sequenze distinte si svolgeranno in Cile e ciascuna di essi sarà decisiva.
Il ritorno alla Atacama corrisponde alla fase della Dakar dove i concorrenti guidano per dominare la resistenza estrema degli avversari.
Come una sfida di resistenza, le sessioni tra le dune continueranno fino al giorno prima del traguardo.
Alla gara partecipano auto, moto, camion e quad. I mezzi che intraprendono questa durissima gara sono dotati di GPS e si vedono rinforzare le proprie parti meccaniche per sopportare il gran caldo e le sollecitazioni.


EDIZIONI PASSATE: INCIDENTI E MORTI
28 piloti hanno lasciato la vita nella polvere della Parigi-Dakar. E' il bilancio delle 37 edizioni della gara nel deserto più famosa e pericolosa. Bilancio che supera i 60 morti contando anche giudici e spettatori. Oltre agli incidenti, uno dei rischi maggiori è quello di perdersi nel deserto. Ovviamente ora con il GPS le cose sono un po' migliorate.
Nella prima edizione (26 dicembre 1978) si iscrissero ben 170 concorrenti in moto o macchine adatti ad affrontare questi terreni. I concorrenti della prima edizione dovevano percorrere 8.500 Km per arrivare fino a Dakar (attraversando la Francia, l'Algeria, il Niger, il Mali e infine il Senegal) ed il primo vincitore fu Cyril Neveu (Yamaha). Nel 1979  muore il motociclista Patrick Dodin per una caduta, mentre tentava di sistemarsi il casco che gli si era allentato.
Nell'edizione del 1982 fu caratterizzata dalla missione di ricerca e salvataggio di Mark Thatcher, figlio dell'allora Primo Ministro britannico Margaret smarritosi nel deserto del Sahara e fu ritrovato il 14 gennaio del 1982 con un aereo dell'aviazione militare argentina.
Tragica fine per l'olandese Bert Oosterhuis che cade da una Yamaha nel corso della tappa da Quatre Chemins ad Ecker. Nell'edizione del 1983 il percorso, per la prima volta, attraversa il deserto del Tenerè, un luogo che tutti consideravano "mistico" per le condizioni estreme e le insidie, infatti durante il rally raid circa 40 piloti rimangono coinvolti in una tempesta di sabbia ma grazie alle guide locali riescono a portare in salvo i piloti. In quest'edizione perde la vita il francese della Yamaha, Jean-Noel Pineau, che si schianta su un tronco ai margini della strada che portava a Ouagadougou.
Il percorso dell'edizione del 1986 fu di 15.000 Km che componevano un tracciato molto ostico e difficile che si snodava in Algeria, nel Niger poi nel deserto del Tenerè e la Muritania.
Durante la gara ci furono molti incidenti tra cui quello mortale di Therry Sabine (organizzatore e fondatore della Parigi-Dakar) mentre cercava di salvare alcuni piloti.
Durante il trasferimento verso Sète, il motociclista giapponese Yasuo Kaneko viene investito ed ucciso da un automobilista. Martedì 14 gennaio, durante il raid a otto chilometri da Gourma-Rharous, ai margini del Niger, cade un elicottero che seguiva la corsa.
Nell'incidente muoiono appunto l'inventore della Dakar, Thierry Sabine, il cantante Daniel Balavoine, la giornalista Nathaly Odent, il pilota Francois-Xavier Bagnoud ed il tecnico radio Jean-Paul Lefur;
L'edizione di quest'anno fu vinta da Nueve (Honda, moto) e Metge (Porche) anche se la gara doveva essere vinta da Auriol (Cagiva) che però a pochi chilometri dal traguardo ed in testa alla competizione cadde ropendosi entrambe le caviglie. L'edizione del 1988 festeggia i primi dieci anni della corsa con il numero record di iscrizioni ben 600 tra moto, macchine e camion.
Quest'edizione fu ricca di gravi incidenti e molti ritiri. Kees Van Loevezijn, navigatore olandese della Daf di Van de Rijt muore sul colpo dopo essere stato sbalzato via dal mezzo su cui si trovava.
La stessa edizione è fatale anche per Patrick Canado, copilota di Boubet, dopo una collisione con un altro mezzo. Nel 1991 Charles Cabannes, pilota francese d'un camion d'assistenza, viene ucciso da un proiettile vagante in Mali. Nell'edizione del 1992 la Dakar arrivò a toccare addirittura la Città del Capo in Subamerica con arrivo a Le Cap. In quest'edizione viene introdotto per la prima volta il "GPS".
Tra Syrta e Sabha (Libia), Jean-Marie Sounillac e Laurent Le Bourgeois, muoiono a bordo di una vettura d'assistenza. Tragica fine anche per il motociclista Gilles Lalay, in seguito alla collisione con una Toyota del servizio di assistenza medica.
Nel 1994 muore un altro pilota di moto, il belga, Michel Sansen, vittima di una caduta. Nel 1996 è la volta di Laurent Gueguen. Il suo camion esplode nella tappa da Foum El Hassan a Smara.
Nel 1997 il motociclista Jean-Pierre Leduc muore dopo una caduta sul percorso che stava attraversando il Mali. Daniel Vergnes, preparatore dei veicoli del team Toyota Trophy, perde la vita durante il trasferimento in Mauritania nel 2002.
Nel 2003 la vettura del navigatore Bruno Cauvy, alla sua prima Dakar, si capovolge nel deserto in Libia. Nell'edizione del 2005 muore durante una tappa Fabrizio Meoni (KTM) a 47 anni dopo aver vinto per due anni la stessa Parigi-Dakar (edizioni del 2001 e 2002). Il giorno prima era morto Josè Manuel Perez a seguito di una caduta. Nel 2006 muore a 41 anni il centauro australiano Andy Cadelcott, vittima di una caduta nel corso della speciale della 9/a tappa tra Nouakchott e Kiffa.
Scompare in un incidente il motociclista sudafricano Elmer Symonds, mentre il francese Eric Aubijoux è vittima di un attacco di cuore in Senegal nel 2007. L'edizione del 2008 è annullata per l'uccisione di 4 turisti francesi in Mauritania. Nell'edizione successiva(2009), il motociclista francese Pascal Terry viene trovato morto in Argentina a due giorni dalla scomparsa, vittima di un arresto cardiaco.
Nel 2012 incidente mortale alla prima tappa per il motociclista argentino Jorge Andres Martinez Boero.
Nel 2013 due persone muoiono in Perù in un incidente stradale tra un veicolo dell'assistenza e due taxi.
Il motociclista francese Thomas Bourgin muore dopo una collisione con un veicolo della polizia cilena.
L'anno dopo(2014) viene ritrovato senza vita il belga Eric Palante. Scompaiono anche due giornalisti argentini in un incidente stradale. Infine nell'edizione 2015 viene trovato morto il polacco Michal Hernik in Argentina.


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