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sabato 11 settembre 2021

La Storia Del Tourmalet: Il Colle Malvagio!

Nel 1910, agli albori del ciclismo, le strade sono sterrate, le biciclette pesanti (più del doppio di quelle attuali), le lunghezze delle tappe insostenibili. E' in questo anno che inizia la leggenda al Tour de France del Col Du Tourmalet ("Colle Malvagio"). In particolare con una frase che passerà alla storia:

"Vous êtes des assassins! Oui, des assassins!" ("Voi siete degli assassini! Sì, degli assassini!")

A pronunciarla fu Lapize, bronzo olimpico nel 1908 e vincitore di tre Parigi-Roubaix consecutive: si tratta di uno scalatore puro. Quindici tappe, una ogni due giorni, dal 3 al 31 luglio: quella più breve misura 216 km, quella più lunga 424. Nella nona tappa di quell'annata Perpignan-Luchon, 289 km, troviamo: Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque (vette mitiche, una in fila all’altra, che nessuno aveva mai avuto il piacere di provare; sono infatti i primi Pirenei della storia del Tour). Partenza all’alba e arrivo al tramonto, strade strette e sterrate, macchine dell’assistenza inesistenti. In vetta al Tourmalet Lapize transita in seconda posizione, dietro a tale Lafourcade, e si lancia nello storico urlo, riferito agli organizzatori: sì, sono degli assassini, perché proporre un percorso del genere, in condizioni del genere, è veramente da geni del male. C’è chi dice che Lapize abbia avuto un problema meccanico sulla salita del Tourmalet (esiste una foto che lo inquadra mentre spinge la bici) e che abbia affrontato a piedi la successiva discesa, riuscendo a riparare il manubrio prima di rimettersi in sella. 
Nel 1913 si ricorda Eugene Christophe che ruppe la forcella della bici, fece 10 km a piedi, si fece riparare la forcella da un fabbro e terminò comunque la corsa. Nel 1921 Luigi Lucotti, affrontata la salita, pallido e sfinito, affermerà "Non corro più".
Nel 1938, Bartali dirà "è la salita che mi ha fatto più soffrire". 
Il 18 luglio 1995 si ricorda la morte di Fabio Casartelli, nella tappa proprio del Tourmalet ma nella discesa del Portet d’Aspet, finito contro un paracarro in cemento. Era la Saint Girons - Cauterets, 206 km, con il Portet d’Aspet in avvio poi il "giro della morte" con Peyresourde, Aspin e Tourmalet. 
Il Tourmalet è la montagna più alta (2115m), la più presente al Tour e quella più antica. Partendo da Luz Saint Sauveur, si sale con una pendenza stabile del 6% per i primi 7 km. La vetta è sempre in vista, il che rende la lenta avanzata verso la cima ancora più dura. La pendenza dei seguenti 13 km non scende mai al di sotto dell’8% raggiungendo in molti punti il 10%, prima del colpo di coda finale: 1000m di strada che raggiunge l’11% di pendenza. Ad un’altezza di 2087m, è un vero e proprio mostro.


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venerdì 20 novembre 2020

Gli 8000 e Le Polemiche Sulla Scalata di Herzog e Lochenal (1950)

Maurice Herzog e Louis Lachenal il 3 giugno 1950 compiono una grande impresa diventando i primi uomini a conquistare un 8000 (Annapurna). Queste vette erano state sempre circondate da tragedie come quella degli inglesi George Mallory ed Andrew Irvine (scomparsi sull'Everest nel 1924 a circa 240 m dalla vetta, sommersi da folate di neve).
I 14 ottomila sono rappresentati da 9 nell’Himalaya e 5 nel Karakorum:

1 Everest 8848 m
2 K2 8611 m
3 Kanghenjunga 8586 m
4 Lhotse 8516 m
5 Makalu 8463 m
6 Cho Oyu 8201 m
7 Daulagiri 8167 m
8 Manaslu 8163 m
9 Nanga Parbat 8125 m
10 Annapurna 8091 m
11 Gasherbrum I 8068 m
12 Broad Peak 8047 m
13 Gasherbrum II 8035 m
14 Shisha Pangma 8027 m
Nel 1953 l'Everest verrà scalato per la prima volta dal neozelandese Edmund Hillary. L'ultimo dei 14 ottomila (Shisha Pangma) sarà profanato nel 1964.
Per approfondire: Le Morti Sull'Everest e La Tragedia Del 1996
L'unico mai violato d'inverno rimane il K2.
Per Herzog nella prima scalata di un ottomila (come detto nel 1950), il prezzo da pagare fu il congelamento di mani e piedi. Lachenal fu anche inghiottito da un crepaccio dove trascorsero una notte. Lachenal, al ritorno in patria, subì 14 operazioni in tre anni. Una conquista che fu un calvario e che trascinò per anni polemiche a non finire. Il mistero di quanto accadde sull’Annapurna 70 anni fa resterà tale.
Come accadeva in quegli anni, la spedizione Annapurna era segreta, soltanto Herzog poteva rendere pubblica l’impresa. E così fu. Tuttavia la sua versione non coincideva con quella di Lachenal, eroe rimasto nell’ombra. Soltanto alla fine degli 90, dopo una pubblicazione censurata dei suoi diari, vennero pubblicati i suoi appunti in cui la figura di Herzog venne ridimensionata. Herzog non voleva rinunciare alla vetta e Lachenal aveva scritto nei diari che lo aveva seguito per "portarlo indietro vivo. Se avessi dovuto lasciare i miei piedi per l’Annapurna me ne sarei infischiato.

"Quella marcia verso la vetta non era una questione di prestigio nazionale, ma un affare di cordata. Ambizione sfrenata"

E ci fu anche chi mise in dubbio che i due avessero mai raggiunto la vetta.
La fotografia di Herzog lo mostra su un pendio glaciale con al di sopra una spalla innevata che prosegue, i famosi 100 metri. Lachenal morì nel 1955 in un crepaccio del Monte Bianco, mentre scendeva nella Vallée Blanche.
La stessa figlia di Maurice Herzog, Félicité, qualche anno fa pubblicò un romanzo dal titolo "Un eroe" in cui mette in dubbio la veridicità del racconto del padre.

In un intervista al «Dauphiné Libéré»: "C’è stata la costruzione di un mito con una dose di menzogne. Sotto la pressione politica nazionalista mio padre e Lachenal avrebbero stretto un patto"

Félicité, turbata dalla vita disordinata del padre, con disattenzioni e infedeltà coniugali e familiari, e dalla malattia psichica del fratello Laurent aggiunge "Non si saprà mai che cosa accadde sulla cima dell’Annapurna".


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lunedì 31 agosto 2015

Le Morti Sull'Everest e La Tragedia Del 1996

Da quando si è iniziato a scalare l'Everest più di 300 morte sono morte.
Oltre all'oggettiva difficoltà di scalata, il problema principale superati i 7500 metri è l'ossigeno(l'Everest è alto 8848 metri) perchè le cellule umane cominciano a morire.
Ma il problema non è solo l'ossigeno ovviamente.
Pericoli di cadute, valanghe, assideramenti, congelamenti e bufere sono all'ordine del giorno e quindi una minaccia costante.
Molti resti di corpi vengono riportati a valle, ma quelli che si trovano al di sopra degli 8.000 metri in genere sono lasciati in quota.


I DECESSI SULL'EVEREST
Già nel 1921 ci furono 2 vittime, poi 1924 perirono in una valanga 7 persone della Spedizione britannica sull'Everest.
Uno dei partecipanti fu George Mallory.
L'8 giugno dell'anno citato, con il compagno di scalata Andrew Irvine, lasciò la propria tenda sulla parete nord dell'Everest e cominciò il tentativo di ascensione all'ultimo tratto della vetta.
Alle 12.50, in ritardo sulla tabella di marcia, vengono avvistati a circa 240 metri dalla cima dal compagno di scalata Odell, per poi essere nascosti da folate di neve.
Non vi è certezza se i due scalatori abbiano o meno raggiunto la vetta della cima più alta del mondo 29 anni prima di Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay, fatto che costituisce uno principali misteri della storia dell'alpinismo.
Solo nel 1999 verrà ritrovato il corpo di Mallory nei pressi del picco, dove i ricercatori trovarono altri corpi sotto la neve.
Irvine non è stato ancora ritrovato.

Il 5 Aprile 1970 una valanga provocò la morte di 6 persone della Japanese Skiing Expedition, stessa sorte per 6 persone della French Expedition il 9 Settembre 1974.
L'11 Ottobre 1985 quattro scalatori Indiani morirono assiderati, il 17 Ottobre 1988 quattro scalatori Slovacchi scomparvero,mentre il 27 Maggio 1989 a causa di una valanga morirono 5 Polacchi.
Il 7 Maggio 1997 perirono quattro scalatori Russi a seguito di una caduta.
Nel 1998 l'Americana Francys Arsentiev e suo marito Sergei Arsentiev raggiunsero la vetta stremati e di notte non molto lucidi cominciarono la discesa che nelle loro condizioni si rivelò un delirio, infatti esausti e confusi si separarono senza nemmeno accorgersene.
Lui arrivò alla tenda ad 8.200 metri la mattina dopo e solo lì si accorse che la moglie non c’era.
Lei era a 8.600 metri, viva ma confusa, incapace di muoversi per via dei congelamenti.
Il marito Sergei riuscì comunque a raggiungerla ma la mattina del 24 Maggio Sergei era sparito.
Vennero individuate delle orme che finivano sull’orlo dell’abisso della parete ovest, in fondo alla quale l'anno seguente, venne ritrovato il suo corpo.
Francys morì poco dopo, la mattina del 24 Maggio 1998 alle 11.
Il corpo congelato di Francys rimase vicino alla via principale della vetta per nove anni, finché nel 2007 l'alpinista Ian Woodall guidò una spedizione per spostare il corpo dietro una sporgenza fuori dalla vista degli escursionisti.
Nel 2001 morì Babu Chiri uno degli scalatori più esperti.
Il 18 Aprile 2014 una valanga a 5.800 metri provocò la morte di 16 sherpa mentre fissavano delle corde lungo l'itinerario.
Nel 2014 morirono in totale 17 persone sull'Everest, è il singolo anno in cui sono morte più persone nella storia alpinistica dell'Everest.


LA TRAGEDIA DEL 1996
Forse la tragedia più grande, anche se non come numero di decessi, si registrò nel 1996.
Il 10 maggio 1996 durante una delle giornate più nere dell’alpinismo sull’Everest: Scott Fischer, Anatoli Boukreev e Neal Beidleman guidavano loro clienti per raggiungere la cima dell’Everest.
Raggiunta con molta fatica, nel corso della discesa la squadra venne travolta da una forte tempesta di neve(una vera e propria bufera).
Tutti gli alpinisti riuscirono a raggiungere il campo IV sul colle Sud (7.900 metri), ad eccezione di Fischer.
Fischer, che aveva raggiunto la vetta verso le 15.45, ebbe notevoli difficoltà nella discesa.
Con lui c’era il capo sherpa Lopsang Jangbu, ma appena sotto la cima Sud non fu più in grado di continuare e convinse Lopsang a scendere senza di lui.
Lopsang scese da solo con la speranza di riuscire a mandare qualcun altro con delle scorte di ossigeno supplementare per aiutare Fischer a scendere.
Boukreev, dopo essere sceso con i suoi clienti durante la mattinata, fece diversi tentativi per raggiungere Fischer.
Fu però costretto a tornare indietro dopo il secondo tentativo a causa del tempo.
Non lo trovò ma riuscì comunque a salvare molte altre persone difficilmente recuperabili.
Infine, intorno alle 7 dell’11 maggio Boukreev riuscì a raggiungere la posizione di Fischer, ma purtroppo era già troppo tardi.
Molti ipotizzano che Fischer fosse stato colpito da una grave forma di mal di montagna, altri da edema cerebrale o polmonare.
Per Boukreev fu impossibile riportare il corpo del compagno a valle.
Il tumulo memoriale per Scott Fischer si trova in cima ad una collina vicino a Lobuche, sulla cresta del crinale lungo il sentiero che porta al campo base dell’Everest.
Il suo tumulo si trova insieme a quelli di altri alpinisti e sherpa che hanno perso la vita in varie spedizioni sull’Everest nel corso degli ultimi 50 anni.
Solo nel maggio 2010 è stato rinvenuto il corpo di Fischer sulla montagna, ad oltre 8000 metri.
E’ stato Chakra Karki, capo della Extreme Everest Expedition 2010, che voleva riportarlo a valle insieme a quello di altri alpinisti morti sulla montagna e recuperati questa primavera.
Ma la famiglia Fischer ha voluto che il corpo rimanesse dove è stato trovato.
Quel giorno morirono in 8.


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venerdì 25 luglio 2014

La Morte Di Tom Simpson Sul Ventoux (1967)

"Non è folle chi corre sul Ventoux ma è folle colui che ci ritorna"

Il Mont Ventoux è considerato il gigante della Provenza ed una delle salite più dure (e mitiche) del ciclismo. 1912 m di altitudine, circa 21 km, per 7.7 % di pendenza media (con tratti che superano il 15%). La particolarità della salita è che dopo una decina di km scompare la vegetazione e lascia spazio a pietre e rocce (calcaree). L'aria è molto rarefatta (c'è poco ossigeno e si fa fatica a respirare) e c'è solo qualche specie polare (tipo il papavero d'Islanda o detto di ghiaccio). Altra particolarità è che spirano sempre forti venti (che possono essere a favore o contrari). E' conosciuto anche come il monte calvo, monte ventoso e montagna maledetta.
Il Ventoux si erge nella regione del Vaucluse ed è visibile da miglia di distanza a causa dei suoi versanti di ghiaia calcarea. Completamente privo di alberi sulla cima (vennero tagliati per fornire legname ai cantieri navali di Toulon e non ricrebbero più), può essere un ambiente aspro quando soffia il maestrale. La stazione meteorologica posta sulla vetta ha registrato venti da 150 km orari di velocità e temperature inferiori ai -20°C. Il percorso classico è quello che vede la scalata iniziare abbastanza tranquillamente e cominciare a farsi sentire realmente dopo 6 km, quando vira con decisione a sinistra alla curva di Saint-Esteve e si inoltra nella foresta. La salita prosegue all’ombra per i seguenti 9.5 km, prima di uscire nuovamente alla luce del sole al café Chalet Renard. Da qui, il paesaggio cambia drasticamente per lasciare spazio ai ghiaioni di pietra calcarea e alla vista della vetta, 6 km più avanti. La pedalata finale verso il traguardo è una battaglia contro la fatica, il vento e il caldo. In estate le temperature possono alzarsi al punto di diventare insostenibili.


L'INGLESE TOM SIMPSON 
Tom Simpson nacque nel 1937 ad Haswell e nel tempo ha assunto le sembianze del personaggio che col suo sacrificio ha accelerato la lotta al doping.
Una fine agghiacciante e che suscitò molto scalpore, anche perchè in diretta televisiva.
Tom Simpson morì in quel paesaggio lunare e spettrale sulle pendici del Mont Ventoux, il monte calvo(o ventoso) come lo chiamano i francesi, battuto spesso dal vento provenzale, fra pietre bianche e mancanza di vegetazione, in una giornata di caldo asfissiante ed infernale che toccò i 45 gradi.
Era il 13 luglio del 1967 e il Tour de France stava vivendo una delle sue giornate più attese e importanti per la classifica generale.
La corsa, un pò a sorpresa, stava per essere vinta da Roger Pingeon, il quale aveva saputo indossare la maglia gialla anticipando gli avversari con una serie di attacchi da lontano.
Tommy Simpson a novembre avrebbe compiuto trent'anni. A casa l'aspettavano la moglie Helen e i figli Jan e Joanna. Lui voleva arrivare sul podio a Parigi, voleva portare a casa la maglia gialla (primo inglese a indossarla, arrivò sesto in classifica finale nel '62). Voleva in particolare smentire tutti coloro che lo consideravano soltanto un corridore adatto alle classiche, non alle gare a tappe.
Aveva già vinto tanto Tommy Simpson, alla vigilia di quel Tour de France.
E avrebbe voluto correre la stagione successiva in Italia. Era già stato campione del mondo.
Colse il titolo iridato nel '65 a La Sarte, aveva saputo vincere rocambolescamente sfide classiche e leggendarie come la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia, il Giro delle Fiandre, una maratona spietata e infinita come la Bordeaux-Parigi, d'oltre 500 km.
Battendo spesso con arguzia e con astuzia i corridori italiani più celebri del momento.
La regina d'Inghilterra l'aveva già promosso Baronetto.
Ma il Tour de France continuava a rivelarsi ostico e spietato» tremendo e difficile per il simpatico Tommy. Troppo massacrante, con quelle montagne infinite, quel caldo assurdo, quelle tappe che giorno dopo giorno si susseguivano con spietata puntualità, crono e pavé, salite ripetute e ravvicinate.
Eppure non voleva mollare, nonostante tutto.


LA TRAGEDIA (13 LUGLIO 1967)
Come detto, era il 13 luglio 1967, quel mattino il caldo s'annunciava afoso già all'alba.
Il medico del Tour de France, dottor Dumas, sulla porta dell'hotel marsigliese, fumando la prima sigaretta, alle 6.30 guardava in direzione della Provenza e del Mont Ventoux con addosso molta preoccupazione.

"Ci saranno più di 40 gradi nel pomeriggio su quel monte. Se qualche corridore esagera con qualche pasticca lassù ci scappa il morto"

Al raduno di partenza a Marsiglia, Tommy Simpson incrociò lo sguardo d'un cronista che sapeva essere anche amico, Adriano De Zan, telecronista di talento. Il dialogo fra i due mette i brividi addosso anche a distanza di una vita.
Faceva un caldo allucinante quel mattino, mancava l'aria.
La tappa da Marsiglia avrebbe dovuto raggiungere Carpentras, scalando il Mont Ventoux.
Simpson aveva la faccia stanca come chi non ha recuperato le fatiche delle giornate precedenti».
Poi, Simpson prese il via come tutti, cercando di superare le prime fatiche di giornata in attesa della montagna. Ai piedi del Ventoux si fermò in un piccolo borgo che si chiama Bedoin.
Entrò in un bar a prendere acqua, il gruppo viaggiava a ritmi bassi in attesa della bagarre.
Bevette un sorso di cognac (ai tempi, non di rado, i corridori frequentavano bar durante la corsa).
Un cocktail micidiale, tenuto conto che nelle tasche della maglia poi gli trovarono anche qualche pasticca di simpamina, il doping dell'epoca, quando ancora non si facevano i controlli e i corridori cercavano di vincere con gli anfetaminici quelle fatiche prolungate. Ma ecco il Ventoux.
Il vento caldo che soffiava dal mare s'attenuava di colpo salendo fra la vegetazione.
Ma dopo Chalet Reynard, la vegetazione spariva. E il sole picchiava spietato sulle pietre bianche e lunari, togliendo ossigeno all'aria. Lo scalatore spagnolo Julio Jimenez scattava come sempre, secondo copione, provocando panico fra gli avversari. Poco più indietro a ritmi meno asfissianti, ecco la maglia gialla Pingeon, Gimondi, Janssen e Tommy Simpson. Gli altri alle spalle erano in difficoltà e stavano andando alla deriva.
Ma d'improvviso, quasi a 3 km dalla vetta, Simpson comincia a zigzagare, lo sguardo perso nel vuoto, la testa reclinata da un lato. Cadde, gli spettatori pensano sia stata una sbandata, un incidente meccanico e lo rimettono in sella, lo spingono perché si riprenda e possa seguire gli avversari che gli stavano pedalando al fianco e che adesso se ne stanno andando verso la vetta,
Ma lui spinge sui pedali come un automa, continua a zigzagare, gli avversari lo hanno lasciato, è solo tra la folla che assiste al suo dramma in silenzio, smettendo di vociare, di urlare, intuendo di colpo quanto sta per accadere. Simpson crolla d'improvviso come inanimato. Privo di conoscenza.
Accorrono in tanti su di lui, steso ai bordi della strada, quasi che quelle pietre bianche, aguzze e bollenti, gli servissero da ultimo letto. Accorre anche il dottor Dumas, le prova tutte, aspirazione bocca a bocca, massaggio cardiaco, iniezioni, maschera ad ossigeno. Arriva anche l'elicottero, che d'urgenza lo trasporta all'ospedale di Avignone, dove non possono far altro che constare la sua morte.
Alle 17.30 del 13 luglio '67.
Ma forse Tommy se n'era davvero già andato lassù, su quella montagna maledetta, mentre gli avversari, i compagni di squadra, cercavano di giocarsi il successo di tappa a Carpentras, quello che colse l'olandese Jan Janssen su Gimondi. Erano ancora tutti ignari della morte di Simpson, i corridori, quando disputarono quello sprint. Lo seppero poco dopo e in tanti piansero quel povero ragazzo, turbati da una morte che forse lui stesso prima di ogni altro avrebbe potuto evitare.
Il giorno dopo, il 14 luglio, il Tour non celebrò come nelle altre occasioni la festa nazionale dei francesi.
Da Carpentras a Séte non ci fu vera corsa e nel finale venne concessa via libera a Barry Hoban, l'amico di Simpson, in lacrime sul traguardo. Il miglior modo per onorare la scomparsa d'un protagonista.
Barry Hoban a distanza di qualche tempo sposò la moglie di Tom, crescendo nel ricordo struggente i suoi figli. La morte di Simpson accelerò davvero parecchio la messa a punto di ben precise regole del gioco per combattere il doping nel ciclismo e nello sport per impedire a tutti di esagerare, di rischiare davvero la vita su quel terreno minato, ingurgitando prodotti che consentivano di non avvertire così pesante il senso della fatica. Sino alle conseguenze estreme.



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