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sabato 8 maggio 2021

L'Ippodromo Royal Ascot: Corse, Scommesse, Tradizioni

Le origini degli sport equestri in Gran Bretagna risalgono al 1100, quando cavalli arabi (in realtà stalloni) furono portati per la prima volta nel Paese dai cavalieri inglesi di ritorno dalle crociate. Nei secoli seguenti, queste creature furono allevate con cavalli autoctoni, creando i purosangue che corrono negli ippodromi.
L’ippodromo di Ascot ha oltre 300 anni di storia e fu la Regina Anna ad istituirlo, in quanto grande amante di corse di cavalli ("Her Majesty's Plate"). Si chiama "Royal Ascot" perchè è vicino alla famiglia reale britannica. Alle gare estive è stato assegnato il titolo Reale nel 1911 e da allora Royal Ascot è diventato uno degli eventi sportivi più attesi dell’anno, noto non solo per le corse in sè, per le scommesse ma anche per tradizione, glamour e dress code. Si tratta senza dubbio dell’apice del calendario delle corse di cavalli britannico e la gara più ambita della nazione, con milioni di sterline di premi in palio.
L'evento si tiene di solito da aprile ad ottobre. Tuttavia appuntamenti di notevole importanza sono il "Royal Meeting" che si svolge a giugno mettendo in palio la "Champions League" e il "King George VII and Queen Elizabeth Stakes" che si corre a luglio.
In generale alle 14 di ogni giorno, per tutta la durata dell'evento, il corteo reale prende il via dal Golden Gates attraversando tutto il percorso fino al Parade Ring. 
La prima gara ha inizio alle 14.30, l'ultima alle 17.35. Al termine della giornata tutti i partecipanti (racegoers) sono invitati a festeggiare le vincite tra banchetti e musica.
Nel Royal Enclosure è quasi impossibile avere dei posti, in quanto occorre essere sponsorizzati da qualcuno presente al Royal Ascot da almeno 4 anni in questo specifico settore. Le donne devono indossare un vestito da cerimonia pomeridiano con cappello ma sono accettati anche capi alla moda. Per gli uomini si richiede di indossare un abito nero o grigio con pantaloni normali o a righe, un panciotto e un cappello a cilindro. L'ippodromo dista circa 11 km dal castello di Windsor.
Bet With Ascot invece è uno degli operatori di scommesse principali nell'ippodromo, gestito in collaborazione con Totepool. 
Ci sono diversi punti vendita di Bet With Ascot sparsi per il campo e i racegoers possono piazzare una scommessa e ritirare le vincite in qualsiasi banco di servizio. 



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giovedì 12 marzo 2020

Auto e Moto Elettriche Saranno Il Futuro Degli Sport Motoristici? (FormulaE e MotoE)

In questo articolo parleremo di sport motoristici ma elettrici quindi FormulaE e MotoE più alcune varianti su strada (Rally e Tourist Trophy).
Sino a prova contraria i veicoli elettrici dovrebbero essere il futuro, non solo perchè vengono perfezionati di anno in anno ma anche per la loro affidabilità e scarso inquinamento (sia ambientale che sonoro).
Del resto nelle strade italiane sono sempre più presenti le colonnine Enel per la ricarica delle auto private.


FORMULA-E ed EXTREME-E
Il campionato è stato lanciato nel 2014 e comprende monoposto del calibro di BMW, Audi, Mercedes, Porsche, Nissan, Jaguar, DS, Nio, Mahindra, etc
Inizialmente però le auto avevano stesso motore, batterie, telaio ed elettronica, con il telaio monoscocca fornito dalla Dallara, elettronica e propulsori prodotti dalla McLaren Electronic Systems, con il cambio fornito dalla Hewland. La Williams ha fornito il gruppo di batterie al litio.
In seguito i regolamenti hanno permesso l'ingresso di nuovi costruttori, in particolar modo per la produzione del motore elettrico, dell'inverter e del cambio, oltre al sistema di raffreddamento.
Le macchine sono silenziose e funzionano a batterie elettriche (sino a qualche anno fa le gare erano troppo lunghe per essere terminate quindi circa a metà gara si cambiava monoposto prendendo quella "carica") e ad oggi toccano i 280 km/h.
Ci sono anche altri varianti automobilistiche quali l'Extreme E: si tratta di un Super-Rally con SUV elettrici ovviamente.


MOTO-E e TT ZERO
Qui si è scelta una formula monomarca con le moto elettriche (sponsorizzare da Enel) tutte uguali tra loro. Protagoniste sono le Ego Corsa derivate dall'Energica Ego stradale (prodotte dall'Energica): cioè a queste viene aggiunto il kit corsa (nuova carenatura, cerchi e trasmissione più leggeri, piastre di sterzo e nuovi freni sospensioni racing).
Velocità massime di 265 km/ con una potenza di 160 cv (circa 120 kV), 200 Nm di coppia, batterie da 20 kWh, forcellone fuso in alluminio, telaio in tubi di acciaio e cerchi forgiati in alluminio (pneumatici Michelin).
Peso 250 kg (circa 100 in più delle canoniche moto da corsa della MotoGP).
Motore: sincrono a magneti permanenti (raffreddato ad olio).
Curiosamente va segnalato che prima dell'inizio del mondiale tutte le moto sono state distrutte da un gigantesco incendio che ha portato un corto circuito.
Una variante del pericolosissimo Tourist Trophy disputato in Inghilterra sull'Isola di Man è il TT Zero elettrico con pesi e cavalli simili alle Moto E e batterie a ioni di litio (ad alta tensione).
Fu addirittura nel 2000 che Irotoshi Honda costruii la prima moto Mugen, anche se gli obbiettarono: "Siamo una società che sviluppa motori, cosa c'entriamo con le moto elettriche?".
Honda obbiettò che avrebbero avuto bisogno della conoscenza anche dei propulsori per mezzi elettrici.

Colin Whittamore (direttore e ceo di Mugen Euro): "I veicoli elettrici rappresentano il futuro che piaccia o no. Da quando abbiamo iniziato a correre il Tourist Trophy le reazioni delle persone verso la tecnologia sono cambiate. Attraverso il Tourist apprendiamo sempre di più sui propulsori elettrici"


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giovedì 1 novembre 2018

Sistemi Di Timekeeping e Telemetria Negli Sport Motoristici

Letteralmente si chiama "Timekeeping" (cronometraggio), ci si riferisce a coloro che durante il motomondiale tramite la tecnologia misurano i tempi mediante l'utilizzo di computer, decoder, antenne.
I tempi vengono immagazzinati da un trasponder da 8 bit incastrato sotto il radiatore della moto (il più possibile vicino all'asfalto) e protetto da una finestra di kevlar.
Nel complesso si tratta di una scatoletta che riceve i segnali e li passa sul monitor del pilota: eventuali comunicazioni dei giudici di gara (bandiere in primis).
Il tutto avviene tramite delle antenne disseminate in più punti sul circuito.
Le antenne sono posizionate sotto l'asfalto per formare una specie di rettangolo con i due lati distanti 60 cm: quando la moto ci passa sopra, il trasponder riceve dall'antenna i codici che a sua volta passa via onde radio a un decoder nella stanza del Timekeeping.
Arrivati qui i dati vengono tradotti in tempi, immagazzinati nei time server e poi mostrati sui monitor.
Se i dati smettono di arrivare dipende sicuramente da malfunzionamenti del trasponder.
Da questi dati poi, vengono ottenute le "telemetrie" (cioè quel complesso di rilevazione ottica ed acustica che permette di misurare distanze piccolissime tra un punto di riferimento e l'oggetto considerato) con cui si studiano le strategie di gara.
La quantità di dati elaborata per ogni gara pesa circa 120 gigabyte.
Vengono processati circa 10mila parametri e da alcune migliaia di questi un software estrapola matrici 20x20 e tabelle.


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domenica 22 luglio 2018

Storie Di Bandiere Nere Negli Sport Motoristici (F1 e Moto)

La bandiera nera negli sport a motori (Formula 1, MotoGP, etc) è sempre un traguardo poco nobile da raggiungere.
Essa è sempre accompagnata da un cartello con il numero di gara di una vettura, e ordina al pilota con il numero indicato di ritornare ai box entro il giro seguente perchè è stato squalificato dalla corsa.
Si tratta di infrazioni gravi del regolamento.
La penalità del drive-through introdotta nel 2002, richiede al pilota di entrare nella pit-lane, viaggiare dentro la corsia ovviamente a velocità limitata, e uscire senza fermarsi ai box.
La penalità dello stop and go, introdotta nel 2014 consiste nel non svolgere operazioni sulla monoposto da parte dei meccanici, al rientro ai box del pilota, prima dello scadere di cinque secondi (o 10 dal 2015).
In realtà lo stop and go classico è usato da molto più tempo, esso consiste in un pit stop forzato di 10 secondi durante il quale non si può fare alcuna operazione sull'auto, accensione del motore esclusa se esso si spegne.
Per il drive through e il "vecchio" stop and go in pilota ha tre giri di tempo per scontare la punizione ricevuta; se non rientra nella pit-lane entro i tre giri, riceve la bandiera nera.
L'uso della bandiera nera prevede la squalifica del pilota (ma anche di entrambi i piloti se l'irregolarità viene dal team) dalla gara.
Inoltre ogni pilota, oltre alla squalifica dalla gara, rischia anche multe ed altre esclusioni dalle gare successive (a seconda della gravità della penalità):
La punizione più estrema è la totale esclusione dal campionato, per un pilota, entrambi o tutta la scuderia.
Dal 2014, inoltre, è stata varata la proposta di assegnare penalità a punti ai piloti che commettono scorrettezze.
Chi totalizzerà 12 punti, salterà il GP seguente.

3 a chi supera di 20 km/h il limite di velocità in corsia box
3 a chi è responsabile di una collisione pericolosa
3 a chi ignora la bandiera nera
2 a chi supera tra i 10-20 km(h il limite di velocità in corsia box
2 a chi è responsabile di una collisione
2 a chi non rispetta la velocità con bandiere gialle o rosse
2 a chi ignora le bandiere blu
2 a chi supera la safety-car
2 o 1 a chi costringe fuori pista un rivale
2 o 1 a chi blocca un pilota che lo segue

Sono tante le bandiere nere comminate ai piloti: da Michael Schumacher e Felipe Massa (entrato nella pit lane senza rispettare il semaforo rosso), passando per Lewis Hamilton.
Era il 2006 ed il pilota di Stevenage correva in GP2 ad Imola.
Allora sorpassò la safety car, quando era al comando della gara.
La Commissione gara decise di penalizzarlo con un bandiera nera!
Nel 1989 Nigel Mansell, nel GP di Portogallo, arriva leggermente lungo durante un pit-stop e decide di rimediare andando in retromarcia. I commissari gli mostrano la bandiera nera (ignorata dal pilota) perché la manovra è vietata.
Schumacher prese una bandiera nera al Gran Premio di Gran Bretagna (Silverstone) nel 1994: ignorò uno stop and go (per aver sorpassato più volte Damon Hill nel giro di ricognizione) e a seguito gli venne esposta la bandiera nera.
Malgrado la bandiera nera, continuò la gara e in seguito venne estromesso dalla classifica e squalificato per due gare.
Nel corso di quella stagione, più volte la Benetton di Schumacher (poi campione del mondo) fu accusata di montare un’elettronica irregolare, ma le indagini FIA non riuscirono mai a dimostrarlo.
L’unico sistema che la Federazione riuscì a scoprire sulla B194 fu una valvola che permetteva un rifornimento più rapido in seguito al celebre pit stop di Hockenheim, quando lo stesso Verstappen rimase intrappolato tra le fiamme durante un rifornimento di carburante. La Benetton in quella circostanza riuscì ad evitare sanzioni ma più di una volta dovette pagare multe per illeciti.
A livello di moto, si ricordi la bandiera nera inflitta a Max Biaggi nel 1998.
Al Montmelò, nei primi giri Max Biaggi e Alex Barros si superarono a vicenda in una curva dove sventolavano le bandiere gialle, poco visibili, e ancora presenti dopo un giro dalla caduta di Fujirame, Bayle e Criville.
Gli ispettori decisero di penalizzare con un drive-throug sia Barros che Biaggi: il brasiliano si fermò entro i tre giri previsti, Biaggi ignorò le sanzioni e continuò nonostante alcuni giri dopo gli fosse sventolata davanti la bandiera nera.
Verrà poi squalificato a fine gara.
Nel 2013 Marc Marquez non rientrò ai box nella “finestra” indicata dalla direzione gara (i piloti non potevano percorrere più di 10 giri con lo stesso pneumatico) e prese quindi la bandiera nera.


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mercoledì 6 giugno 2018

La Storia Di Barry Sheene: Incidenti, Viti In Corpo e Metal Detector

“Era una persona dai tratti nobili, viveva in un castello in Inghilterra, aveva un elicottero e una moglie bellissima che non guardava mai nessuno negli occhi”


Barry Sheene ("uomo d'acciaio"), classe 1950, nato a Londra si è goduto tutto della vita, dalla fama immensa (due titoli nelle 500 cc) al dolore passando per decine e decine d'incidenti ed operazioni chirurgiche.
Diventato famoso per il numero 7 sulla carena della sua moto, anche da campione del mondo (il primo e l’unico a farlo per anni), il Paperino di Disney sul casco per la buona sorte e una senza-filtro appesa alle labbra in griglia con addosso la tuta di pelle colorata e sponsorizzata (un pioniere dopo i tempi del “tutto nero” ).
Dedito alla bella vita, beveva, fumava e nell'epoca in cui erano pochi i piloti che percepivano compensi alti, si presentava in circuito con una Rolls Royce targata 7 BSR.
Si accompagnava stabilmente (almeno in pubblico) con Stephanie, ex coniglietta di Penthouse.
Negli anni ’70 Sheene è per le moto quello che James Hunt (altro inglese) è per la F1.
I due sono amici e formano inevitabilmente una coppia esplosiva che manifesta tutto il suo potenziale durante la trasferta in Giappone del mondiale ’76 di Formula 1.
La leggenda vuole che la preparazione per gara decisiva del biondo della McLaren non sia delle più convenzionali: pare che i due compari ricevano in albergo la cortese visita di una trentina di hostess della British Airways e di un numero imprecisato di tifose locali nel corso della loro permanenza giapponese. Per la cronaca quel mondiale termina con il titolo ad Hunt.


IL TERRIBILE INCIDENTE A DAYTONA
Daytona, Florida, test della 200 miglia del 1975 per le “big bikes” da 750 cc.
A oltre 270 km/h in piena curva sopraelevata il pneumatico posteriore della Suzuki esplode.
Polso, braccio, costole, vertebre, caviglia, femore tutto in pezzi.
Ci vogliono oltre 30 placche e viti per rimettere tutto insieme.
Sheene: “Se fossi un cavallo da corsa, mi abbatterebbero” 

Quel giorno del ’75 una troupe televisiva della BBC è presente sul tracciato della Florida per tracciare un profilo del talento emergente del motociclismo inglese.
Dall’incidente al ricovero tutto viene ripreso come in un “The Truman Show” degli anni ’70.
Sheene, da gran comunicatore qual è, lascia fare, perché capisce che quello può essere un gran colpo, che certamente non rende meno duro l’asfalto a 270 ma lo consegna all’Inghilterra intera e al mondo del motorsport come una superstar.
Dopo Daytona ci sono tante vittorie e altri schianti (Paul Ricard ‘80 con amputazione del mignolo e Silverstone ’82 con frattura di entrambe le gambe su tutti), con altre placche e altre viti, ma Sheene ritorna sempre in sella contro tutti e tutti, fino al 1984 anno dell’ultimo podio e del ritiro dalle corse.
Quindici anni di corse gli hanno lasciato tanta di quelle viti in corpo che per lui è impossibile passare un metal detector aeroportuale senza farlo suonare (gira il mondo con le radiografie in borsa!).
Si parla di 67 fratture in totale.


LA MORTE NEL 2003
Sheene se ne è andato presto, quando aveva solo 53 anni, per via di un tumore.
Si era trasferito in Australia dove il clima lo aiutava a patire meno per le ossa distrutte rispetto all’umida Inghilterra. Faceva il commentatore del motomondiale per la TV australiana, conoscendo tre lingue e la tecnica dei motori.
Era rimasto nell’ambiente che gli aveva dato tutto e preso molto.



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sabato 3 marzo 2018

Cosa Sono e Come Funzionano Le Gallerie Del Vento (Formula 1)

Le gallerie del vento (o aerodinamiche) non sono nient'altro che condotti, dentro i quali scorre il flusso d'aria alle velocità e densità stabilite.
Lo scopo è quello di riprodurre correnti d'aria su automobili (e non solo) per misurare forze, temperature, momenti, pressioni, etc
E' altresì importante che non solo le condizioni atmosferiche vengano riprodotte nei minimi dettagli ma anche la struttura aerodinamica (quindi geometrica) del veicolo (compresa la massa e la sua distribuzione, nonchè
Il flusso d'aria viene spostato grazie a grandi ventilatori di varie dimensioni.
Un effusore serve ad accelerare progressivamente il moto dell'aria in ingresso e speciali filtri riducono le turbolenze.
In uscita il flusso viene rallentato da un diffusore, mentre al centro si trova la camera di prova, dove viene posizionato il corpo da esaminare.
Il corpo stesso è collegato ad opportune bilance per la misurazione delle forze.


PRINCIPI FISICI
Esse si basano su un principio di Galileo, il quale afferma che le azioni dinamiche esercitate su un corpo in moto traslatorio sono uguali a quelle prodotte su un corpo immobile, investito da una corrente d'aria alla stessa velocità.
Il secondo principio per comprendere il funzionamento delle galleria del vento è quello della similitudine dinamica che afferma che i fenomeni che si manifestano su un corpo di determinate dimensioni sono uguali a quelli che subisce un altro corpo di misura maggiore e minore (in scala).
In questo caso si ha il medesimo Cr che rappresenta il coefficiente adimensionale di resistenza.


SIMULAZIONI
Se i fili di seta (montati sul corpo) si orientano perfettamente nella stessa direzione del vento senza evidenziare vortici significa che il flusso d'aria scorre bene sulla superficie dell'oggetto e non crea resistenze o vortici.
Il secondo sistema di analisi viene effettuato mediante la misurazione delle forze generate dal vento sull'oggetto allo studio.
Quest'ultimo è posto su una “piattaforma dinamometrica” che misura portanza, deportanza, forze longitudinali e laterali di resistenza al flusso dell'aria.
La piattaforma, girevole per controllare il comportamento anche al vento laterale, poggia su un misuratore. Tutte queste misure sono registrate e analizzate da un computer.
In quasi tutte le gallerie del vento esistono inoltre particolari dispositivi di misura o di correzione delle condizioni di prova.
Ovvero sonde manometriche che permetteno la misura in un certo punto di valori di pressione e di direzione.
Presente anche un impianto di controllo del cosiddetto “strato limite” per effettuare la prova in condizioni il più possibile simili alla realtà.
Lo strato limite è lo spessore dell'aria che lambisce il pavimento nella zona di prova e che viene rallentato nel suo scorrimento.
Fra gli altri particolari costruttivi delle gallerie del vento, assumono particolare importanza i raddrizzatori dei filetti fluidi dell'aria, la cui funzione è quella di costringerla a seguire un percorso parallelo alle pareti e impedire la formazione di vortici.
Fra gli impianti di prova più moderni, ve ne sono alcuni che simulano anche condizioni avverse quali pioggia battente, uragani, neve, sabbia, grandine, l'irraggiamento solare, la nebbia.
La galleria del vento è studiata in modo da riprodurre al meglio il campo di moto attorno al corpo in esame e le condizioni reali rispetto a quelle incontrate in strada.
Ad ogni modo fra strada e galleria possono sussistere minime variazioni di turbolenza del flusso o di deviazione angolare della corrente; ma si tratta sempre di valori trascurabili o ininfluenti ai fini dei test effettuati.
L'ala, che prima viene provata da sola, deve poter risentire della forma del corpo su cui viene applicata, senza altri vincoli.
Alla vettura, durante la simulazione completa, mancano le ruote in movimento e il moto relativo con il terreno.
Di questi ultimi fattori, il primo assume una certa importanza solo nelle vetture a ruote scoperte e il secondo è ininfluente per lo strato-limite.
Infatti, il manto stradale, su cui avviene la traslazione di un autoveicolo, presenta uno strato limite di spessore zero, in assenza di vento, invece, nella sua immobilità, è lambito da una corrente d'aria che, a contatto con la superficie, genera uno strato limite, con spessore crescente in funzione della velocità.
In molte gallerie del vento questo strato viene ri-aspirato e comunque resta insignificante per determinati tipi di prova, specie nella sola misurazione della resistenza aerodinamica, assumendo però influenza in altri tipi di sperimentazione, cioè nelle misurazioni delle già citate portanza/deportanza.


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domenica 21 maggio 2017

L'Hemp Olympics e La Cannabis Cup In Australia

Siamo a Nimbin (Nuovo Galles), precisamente Australia. Questa piccola cittadina conta circa 3mila abitanti ed è nota soprattutto per la coltivazione di Marijuana. La polizia ha cercato di diminuire il traffico e le coltivazioni ma con scarsi risultati, visto che non c’è mai stata una vera e propria legge che ha soppresso il “life-style” degli abitanti. Si continua incessantemente a promuovere la cultura del fumo.


HEMP OLYMPICS
Questa cittadina australiana dal 1973 è stata “presa d’assalto” dagli hippie, soprattutto tra fine aprile ed inizio maggio (Mardi Grass). Quell’anno, infatti, ci fu la prima edizione dell’Acquarius Festival che chiamò a raccolta i Figli dei Fiori del continente australiano. Altra annata cruciale per il paese, fu quella del 1993. Da allora si festeggia, ogni primo fine settimana di maggio, il Mardi Grass Festival: un evento “da sballo”. Tra le attività: le Olimpiadi della Cannabis (Hemp Olympics) e la Cannabis Cup.
Tra gli "sport" principali la staffetta dove al posto del canonico testimone ci si passa una canna.
Altre prove sono: abilità nel caricare un bong o velocità nel rollare una canna. Molto bizzarra anche la gara "Growers Iron Person Event". chi aderisce, corre prima con un sacco di concime di 40 kg su per una collina, poi trasporta un secchio d’acqua e, infine, il raccolto. E’ un vero tributo alla figura del coltivatore di Marijuana (e non solo). Un'altra prova è il tiro alla fune tra polizia e consumatori di Marijuana. Infine nella Cannabis Cup si sorteggiano i vincitori che potranno assaggiare le erbe migliori coltivate in zona (con tanto di votazione finale sulla preferita).


MARIJUANA SATIVA, INDICA, IBRIDA
Infine facendo un breve excursus, facciamo una piccola differenza tra le due grosse varietà di Marijuana: “Indica” utilizzata per i suoi effetti narcotici e quindi per combattere l’ansia e disturbi del sonno, in quanto in grado di "offuscare" la mente. La Cannabis “Sativa” aumenta invece l'energia e l'attività (è antidolorifica).
Gli Ibridi invece contrastano (e limitano diciamo) gli effetti estremi delle due varietà, cercando un giusto compromesso.

Sative: Super Lemon Haze, Electric Lemon Haze, Super Silver Haze, Strawberry Haze, Utopia Haze, DeLaHaze, Arjan's Haze, Atomical Haze, Liberty Haze, Moonshine Haze, Purple Haze, Amnesia Haze, Tasman Haze, Accidental Haze, Amnesia Lemon, The Purps, Sativa Afghani Genetic Equilibrium, Hay-Z, Critical Neville Haze, Super Sour Diesel, Jack Herrer, Dominator, Sour Power, Chocolope, AK-47, Moby Dick, Royal Moby, Acapulco Gold, Think Different, Y Griega, Tutankhamon, Tangerine Dream, Borealis Five, THseeds, Kiwi Seeds, Blue Cheese, Kia Kush, Green Shack, White Widow X Somango, Thai.

Indiche: Alien Hallucination, Black Domina, Critical +, Critical Mass, Critical Kush, Kosher Kush, Master Kush, Violator Kush, Flower Bomb Kush, Cold Creek Kush, Ice Kush, OG Kush, Cali Kush Farms Emperor Cookie Dough, White OG, Sensi Star, Blueberry, The Bulldog Chronic, Ace Of Spades, Big Bud XXL, Big Buddha Cheese, Sensi Star, Mataro Blue, Northern Light, Ortega, Afgano SA, Ash Plant, Soma Seeds, DNA Genetics, Ceres Seeds, Top Dog, Crimea Blue, Cheese, Mt.Cook, Starbud, OG18, Tahoe OG, True OG, SVF OG Kush.
Ibride: Skunk, Skunk XL, Jack 47, Passion Fruit, Auto Skunk Mass, White Widow, Channel +, Satori, Chemdamg, Sweet Tooth, Gorilla Haze, Gorilla Glue, Black Haze, Fruit Spirit, Blue Berry Haze, Ed Rosenthal Super Bud, Blue Dream, Cannatonic, Loud Scout, Rock Star, Rug Burn OG.


HASHISH
Per quanto riguarda l'Hashish (prodotto dalla Marijuana), la produzione è molto costosa nonostante esistano tecniche tradizionali come lo sbattimento della pianta. La proporzione Canapa/Hashish è grossomodo di 100 a 1, per cui per produrre 100 grammi di Hashish occorrono circa 10 kg di Canapa.
Tra i fumi più potenti (al alto contenuto di THC) si possono citare il Butan Hash, Charas, Ice O'Lator, Black Bombay, Skuff, Super Polm, Nepal Temple Balls, Bourbouka, Primero, 00, Palma, Libano Oro, Scorpion, Nepal Cream, Everyday Cream.



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domenica 2 aprile 2017

Aumento Di Prestazioni In F1: Caratteristiche Monoposto (2017)

Formula 1 dell'annata 2017, grazie ad alcune modifiche del regolamento quindi delle vetture, permetterà un aumento delle prestazioni quindi maggiori velocità (anche in curva).
Pneumatici più grandi e vetture più larghe sono le principali novità.
Altri parametri da prendere in considerazione sono: motore più potente, aumento del carico aerodinamico, grip meccanico per quanto riguarda le gomme, baricentro della vettura, resistenza aerodinamica, distribuzione dei pesi, impianto frenante e deflettori maggioranti di fronte alle pance (generalmente più larghe).
Tutto ciò si tradurrà in giri di diversi secondi più veloci.


CARREGGIATA, PNEUMATICI ED IMPIANTO FRENANTE
La carreggiata più larga (da 1800 a 2000 mm) permette di aumentare l'aderenza, limitando problemi in curva.
Per ridurre il sottosterzo e aumentare la trazione si è scelto pneumatici più larghi, aumentando per altro la stabilità in frenata.
Le frenate sono più brevi quindi la capacità del propulsore di rigenerare energia elettrica si riduce.
Gomme (Pirelli) più alte e larghe però hanno diminuito la penetrazione, riducendo la velocità di circa 15 km/h.
Le mescole delle gomme saranno di nuova generazione: avremo per le Slick, le canoniche Hard, Medium, Soft, Supersoft, Ultrasoft.
Le gomme da asciutto saranno comunque soggette ad un minor degrado quindi a meno pit stop.
Le intermedie hanno una maggiore durata


CARICO E PESO DELLE AUTO
L'aumento di carico e del peso delle auto (di circa 30 kg) hanno però provocato complessivamente maggiori accelerazioni longitudinali (circa 1g) e laterali in curva.
Il peso in sè ha ridotto le prestazioni di circa 1 secondo a giro.


POWER UNIT, DEFLETTORI E RADIATORI
E' stata modificata anche la Power Unit: aumento di 5 kg di carburante utilizzabile in gara (da 100 a 105 kg), essendo aumentata la % di tempo in cui il motore sarà a pieno carico.
Riguardo i deflettori sarà possibile usare pance tradizionali con bocche di raffreddamento dei radiatori simili alla passata stagione oppure usare una sorta di vela spostando l'imbocco delle pance verso l'alto.
Il motore girando a pieno regime per più tempo, genera maggiore potenza termica da dissipare ma appunto vetture più larghe permettono l'utilizzo di radiatori più grossi.
I carichi enormi saranno passati dalle levi delle sospensioni alla scocca.


PUSHROAD, SOSPENSIONI ED ALI
Il pushroad anteriore è stato alzato per ridurre i carichi, idem il triangolo superiore della sospensione anteriore.
Stesso discorso per la sospensione posteriore con un arretramento del punto interno del pull-rod (per avere un tirante corto ed inclinato che serve a ridurre i carichi)
Riguardo l'ala posteriore: livelli di carico e resistenza saranno in funzione del tipo di tracciato.
Inoltre di fronte all'ala posteriore, sono state re-introdotte le pinne per aumentare la stabilità della vettura in curva.
L'ala anteriore sarà a V e più larga rispetto al passato.



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mercoledì 27 luglio 2016

I Circuiti Americani Più Pericolosi: NASCAR, F1, Indycar e Moto

La Daytona International Speedway è sede della Daytona 500, la gara NASCAR più prestigiosa.
Daytona è famosa anche per la 200 Miglia.
Difficile credere che a fine anni 40, la città della Florida ospitava un circuito balneare!
La pista fu inaugurata nel 1959 fino ad allora le gare si svolgevano sulla spiaggia cittadina, un "circuito naturale" garantito da una spiaggia costantemente battuta dalle maree e quindi molto compatta. La Daytona 200 divenne leggendaria proprio sulle dune di Daytona Beach il tracciato sabbioso era lungo 3,2 miglia per poi passare a 4,1 miglia nel 1948 (circa 6,6 km).
Dopo ben 18 edizioni (la prima nel 1937) la gara nel 1960 traslocò sul nuovo circuito per questioni di sicurezza: le moto ormai raggiungevano velocità tali da rendere troppo pericoloso lo svolgimento della corsa su un terreno "naturale". Quanto ad oggi è uno dei circuiti in cui vengono utilizzate "piastre" (Air Restrictor) per diminuire la potenza delle vetture quindi la velocità.
Questa politica venne applicata soprattutto a causa del drammatico incidente accorso a Bobby Allison a Talladega (Alabama) nel 1987. Detto questo, incidenti (anche mortali) hanno continuato a verificarsi a Daytona anche dopo l'applicazione del limite dei cavalli. Sono frequenti gli incidenti con 5 o più vetture coinvolte ("Big One").
Questo circuito leggendario è costato la vita a 36 piloti (e non solo) nel corso degli anni.
Incidenti includono normali incidenti, attacchi di cuore ed altri membri delle squadre travolti in qualche modo. Tra le vittime illustri si ricordano Billy Wade, Don MacTavish, Prince, Hassler, Don Williams, Bruce Jacopi, Joe Young, Booher, Bonnet, Orr ma probabilmente la morte più illustre fu quella di Dale Earnhardt Sr. (detto "Intimidator" per la sua aggressività al volante), che è stato ucciso durante il giro finale del Daytona 500 (anno 2001) quando sbattè contro il muro a 160 mph. Si ricordano anche i 30 spettatori feriti nel 2013. 



Il Talladega Superspeedway, conosciuto anche come 'Dega, è un circuito sito in Alabama.
E’ l’ovale più lungo del campionato NASCAR con i suoi 4283 metri di lunghezza.
Il gemello di Daytona (così viene definito) ha dalla sua un’ ampiezza di tracciato ineguagliabile per ogni altro tipo di circuito dato che si riesce a correre in ben quattro file di auto affiancate.
Un altro singolare record sono i 36° di pendenza alle curve 1 e 2 che fanno del 'Dega il tracciato più inclinato nella NASCAR.
Entrambi sono dei SuperSpeedway quindi poco freno ed acceleratore al massimo, una delle caratteristiche principali sono il numero spropositato di incidenti con le auto che corrono fianco a fianco separati da centesimi di secondo ed infine l’alta probabilità di un arrivo in volata a 42 auto.
Si ricordano vittime quali Larry Smith e Tiny Lund negli anni 70.
Dopo l'incidente di Edwards nel 2009, venne installata una nuova rete di protezione in acciaio (quella precedente era di metallo fragile) nel rettilineo principale, installata anche nel rettifilo di fondo a inizio 2010. Negli anni 90, prima dell'installazione degli Air Restrictor, era (con Daytona) il circuito più veloce della Nascar. Bandito dalle Indycar visto che si superavano i 400 km/h.



Charlotte Motor Speedway venne progettato da Bruton Smith nel 1959 a Concord (nei pressi di Charlotte appunto). La prima gara mondiale 600 NASCAR si tenne lungo i 2,4 km del Motor Speedway il 19 giugno 1960. Il circuito vide un alto numero di decessi.
Basti dire che Russell Phillips nel 1995 fu il nono pilota a perire da quando la pista venne aperta nel 1960. Fireball Roberts e Jimmy Pardue morirono nel 1964, Harold Kite un anno più tardi.
David Gaines nel 1990 vicino al luogo che vide morire Batson nel 1992 con la macchina che prese fuoco. Blaine Oxendine morì nel 1974, Thomas DeBlass su moto nel 1978.
Si ricorda inoltre che nel 2000, una parte della passerella del bridge dove erano assiepati i fans cadde su una strada a Concord. In totale, 107 fan rimasero feriti quando la parte alta 5 metri e rotti del ponte crollò. Gli investigatori dissero che l'azienda (Tindall Corp) che costruì il ponte, utilizzò un additivo improprio mescolato con il cemento per velocizzare il tutto.
L'additivo era cloruro di calcio, che corrose i cavi in acciaio della struttura determinando il crollo.



La Indy 500, ovvero l'Indianapolis Motor Speewday, è sicuramente la gara più prestigiosa al mondo: tutti vogliono vincerla almeno una volta in carriera.
Del resto, varcato l'ingresso, si legge «The Racing Capital Of The World», la capitale mondiale delle competizioni. E le tribune con 225mila spettatori in totale sono imponenti.
Ma la pericolosità di questo circuito è inaudita. Dal 1909, 56 persone sono state uccise su questo circuito. La pista 2,5 miglia è un ovale rettangolare con due lunghi e due brevi rettilinei.
I tratti più lunghi permettono alle automobili di aumentare la velocità di molto.
Le velocità medie possono essere ovunque nell'intervallo 160-230 mph a seconda della gara.
Molte vetture hanno coinvolto fatalmente anche meccanici ed altri operatori di gara.
All'aumentare della velocità c'è una perdita di trazione, di solito negli angoli.
Si ricordi a questo proposito quando nel 2003, Tony Renna perse la vita e il controllo del suo veicolo sbattendo contro le recinzioni.
Per quanto riguarda la F1, nel nuovo millennio si tornò a gareggiare sulla celebre pista della 500 Miglia. Venne però costruito, all’interno del catino, un circuito stradale che si snodava tra i parcheggi e le strade di servizio e più adatto a far correre le moderne monoposto, il quale utilizzava solo in parte il velocissimo anello (per la precisione, la curva 1 del catino ed il rettilineo di arrivo, da percorrere in senso di marcia opposto a quello abituale).
Nel 2005, la gara vide solo sei piloti al via a causa del ritiro alla fine del giro di ricognizione delle vetture gommate Michelin per problemi di sicurezza.
La casa francese non ritenne sufficientemente affidabili le proprie gomme per la percorrenza ripetuta della curva finale sopraelevata a velocità di gara, specie dopo l’incidente occorso al tedesco della Toyota Ralf Schumacher nelle prove libere.



Il Longhorne Speedway era un circuito sito a Langhorne, periferia nord di Philadelphia (Pennsylvania). Ospitò sia gare automobilistiche che la NASCAR dal 1949-1957.
Il paesaggio del famoso autodromo è stato alterato dopo che venne disputata l'ultima gara più di 40 anni fa. Quasi immediatamente dopo la chiusura di Langhorne, la zona è stata rasa al suolo per far posto a un centro commerciale. Inaugurato nel 1926, si trattava di una circolare strada sterrata di un miglio. La pista divenne noto come uno dei circuiti più pericolosi al mondo.
Larry Mann, Frank Arford, Bobby Marvin, John McVitty, Joe Russo, Mike Nazaruk e Jimmy Bryan persero la vita su questa pista. Molti altri piloti noti sono stati coinvolti in incidenti gravi, a causa delle alte velocità raggiunte sulla strada in sterrato. Nel 1965, qui venne compiuta una delle rimonte più spettacolari della storia con Mel Kenyon protagonista.
Kenyon dopo essere rimasto ferito, tornò a correre per posizionare terzo alla Indy 500.



Il Watkins Glen International (New York) ospitò per ben 15 volte la F1 ma anche Indycar e la NASCAR. Il Glen era un circuito veloce ma allo stesso tempo molto pericoloso: nel 1969 Graham Hill ebbe un incidente in cui riportò gravi fratture alle gambe.
Nel 1973 morì nelle prove Francois Cevert e l’anno dopo perse la vita Helmuth Koinig, un altro giovane e promettente pilota.
Nel 1981 fu abbandonato per questioni di organizzazione e soprattutto di sicurezza.



Il Fair Park Dallas (Texas) durò pochissimo in F1 (e in generale).
Era un tracciato automobilistico occasionale, disegnato attorno allo stadio Cotton Bowl.
Era costituito da ben 23 curve, molte delle quali ad angolo retto.
Numerose anche le chicane, costituite dalle curve 7 e 8, 10 e 11, 12 e 13, e infine 17 e 18.
Ciò nonostante, la pista offriva molte chance per il sorpasso, grazie anche a vetture poco aerodinamiche e alla presenza di rettilinei medio-lunghi tra le curve 9 e 10, 13 e 14, e 18 e 19, dove con una buona accelerazione in uscita era possibile sfruttare la scia e tentare l'azzardo nella 'staccata' successiva.
I muretti che delimitavano la carreggiata rappresentarono una vera e propria sfida per i piloti, divenendo teatro di numerosi incidenti
L’unica gara disputata a Dallas nella storia F1 vide alcuni eventi drammatici: nel corso delle prove, Martin Brundle si fratturò le gambe in un incidente con la sua Tyrrell Ford.
Il giorno della gara, l’asfalto presentò problemi in alcuni punti particolarmente impegnativi e i commissari decisero di annullare il warm-up per permettere i lavori di riparazione, riducendo di dieci giri la lunghezza prevista della gara.
La corsa vide numerosi incidenti contro i muretti e venne interrotta allo scadere delle due ore.
Il caldo torrido provocò anche un malore a Nigel Mansell, vittima di un guasto al cambio nei pressi del traguardo e costretto quindi a concludere la gara spingendo la propria vettura.



Dopo Dallas, la F1 scelse il Detroit Street Circuit: il circuito si snodava tra le strade attorno al Renaissance Center, delimitate da guardrail e da muretti in cemento.
Circuito molto tortuoso e con una sede stradale piuttosto stretta, delimitata da muretti realizzati con blocchi di cemento. La prima gara disputatavi venne interrotta al sesto giro per incidente e poi definitivamente dopo 62 giri per il raggiungimento del limite massimo delle due ore.
Per la cronaca venne vinta da John Watson su Mclaren per somma di tempi.
Poco dopo la F1 abbandonò anche Detroit.



Il Raceway Laguna Seca (California) è un tracciato infido teatro di carambole pazzesche, nonchè uno dei circuiti più pericolosi al mondo.
Per via dei muretti abbastanza vicini, delle scarse vie di fuga e del mitico "Cavatappi".
Costruito nel 1957 e lungo 3600 metri, più che per automobilismo, viene utilizzato in motomondiali o Superbike. La configurazione della pista è diversa dalle altre piste del resto del mondo.
La sezione più famosa è senz'altro quella di cui fa parte il Cavatappi, una chicane spettacolare posta in cima alla collina, che si affronta a 80 km/h e che si snoda su di un dosso molto inclinato.
Un altro punto del circuito da tenere in considerazione è il rettilineo del traguardo, molto corto e con due lievi cambi di direzione dove viene raggiunta la velocità massima, che per le moto delle categorie Superbike e MotoGP è di circa 270 km/h, mentre per le auto di classe LMP1 si sfiorano i 300 km/h.
Nella gara MotoAmerica, tra gli altri, si ricordano 2 morti nel 2015, un'altra carambola pazzesca fu nel 1998 quando Laguna Seca rappresentava il GP USA di Superbike (nel medesimo punto in cui i due piloti persero la vita nel 2015).



Un altro circuito molto difficile è Road America (Wiscosin).
Caratterizzato da continui saliscendi e da un rettilineo principale dove si superano i 300 km/h di velocità di punta. Tra i punti caratteristici del tracciato vi è la curva "the kink", una veloce e pericolosa piega a destra posta su un dosso situato nella zona ovest del circuito, priva di via di fuga.
Nel 2003 questa curva ha visto l'unico ritocco alla pista nella sua storia dovuto all'aggiunta di una chicane opzionale denominata The Bend, resosi necessario per aumentare la sicurezza dei motociclisti, che affrontavano "the kink" a velocità superiori a 200 km/h rischiando di impattare col muro di cemento adiacente alla pista (visto l'impossibilità di ampliare le vie di fughe, dato che alle spalle del muro si trova una ferrovia molto trafficata).


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domenica 20 marzo 2016

Spy Story In Formula 1: McLaren e Ferrari (2007)

Fuori dal mondo delle corse le dispute nei tribunali per violazioni di brevetti o sottrazioni indebite di informazioni sono all'ordine del giorno o quasi, si pensi al mondo dell'information technology, dove la cause fra i grandi nomi dell'hardware e del software assumono dimensioni multimiliardarie e chiamano in causa l'utilizzo (non autorizzato) di tecnologie coperte da copyright.
Nella F1 il discorso è un po' diverso.
Si parla sempre di violazione della proprietà intellettuale ma lo si fa per mettere spalle al muro chi si ritiene abbia deliberatamente copiato il tal particolare sulla macchina, magari approfittando di informazioni (fotografie, disegni, file) avute per "gentile concessione" da fotografi, da tecnici che cambiano scuderia o da fornitori di componenti magari compiacenti.
Come impedire però che un meccanico che cambia scuderia si porti dietro le conoscenze tecniche maturate in un team per metterlo a disposizione di quello che l'ha appena ingaggiato, magari con un congruo aumento di stipendio?
La cosa certa è che questo non fu il primo caso di Spy Story in F1: basta ricordare la storia della Shadow e la nascita nei decenni successivi dell'Arrows (copia carbone del team anglo-americano).


L'INIZIO DELLA SPY STORY
Il tutto inizia con l'entrata in scena del capo dei progettisti della McLaren Mercedes Mike Coughlan, che ricevette da Nigel Stepney documenti e disegni della Ferrari F2007.
In poche parole: spionaggio industriale.
In realtà la storia viene a galla per via di un sabotaggio nel GP di Monaco.
Il tutto sarebbe stato opera dell'ex-capo meccanico Nigel Stepney, che avrebbe sparso nei serbatoi delle vetture di Räikkönen e Massa una polvere bianca.
Questo porterà alla Spy Story.
Comunque tra Stepney (Ferrari) e Coughlan (McLaren), i due protagonisti principali di questa storia, c'era un'amicizia di lunghissima data: insieme alla Lotus negli anni ‘80, poi fianco a fianco in pista con la Benetton e quindi sempre a braccetto nel '93 nella sede inglese della Ferrari, ingaggiati da John Barnard.
Poi ognuno per la propria strada, il primo a sgomitare a Maranello per diventare (invano) capo delle operazioni in pista e il secondo a tentare carriera nella Arrows prima di approdare nel 2002 alla McLaren.


IL FONDO IRREGOLARE DELLA FERRARI E LA FUGA D'INFORMAZIONI
Stepney ha sempre negato di aver tenuto una condotta sbagliata perchè a suo dire la Ferrari F2007 era irregolare: alettone posteriore e fondo flessibile.
Di questo si confidò con Coughlan dicendo che una situazione del genere, anche se non se n'era accorto nessuno, era intollerabile.
Effettivamente il fondo verrà ritenuto irregolare dalla FIA.
Cioè la Ferrari corse (almeno nel GP d’Australia, prima non si sa) con un sistema di zavorra mobile posta sotto al fondo piatto che quando l’auto accelera si spostava in avanti compensando il beccheggio e in frenata si spostava indietro mantenendo l’assetto costante da terra con notevoli vantaggi.
Dal suo canto Ron Dennis (capo della McLaren) non fece ricorso, anche se affermò che era chiaro che la Ferrari aveva usufruito di un vantaggio illegale.
La zavorra mobile sotto al fondo doveva essere l’arma vincente della stagione Ferrari, ma col divieto federale tutto veniva rimesso in discussione.
Jean Todt e Stefano Domenicali cominciano a porsi delle domande: ovvero, come faceva la McLaren, che poi aveva informato la FIA, a sapere del sistema montato a bordo?
Era nascosto, invisibile alle verifiche tecniche che si occupavano solo di misurare il fondo piatto e la sua eventuale flessibilità.
La verità si fece largo: qualcuno ha parlato.
Qualcuno della squadra, pensarono e infatti cominciarono subito i controlli incrociati.
Da quell’anno Nigel Stepney non andava più in pista, era stato spostato a un ruolo di coordinamento all’interno della fabbrica, ruolo che Nigel non apprezzava.
Voleva altro, un ruolo importante in pista, là dove c’è l’azione, non dietro le quinte.
Quell’inquietudine gli fece commettere il passo falso decisivo: parlarne con l’amico Mike Coughlan della McLaren chiedendo di essere assunto a Woking come vendetta contro la Ferrari.
Si cominciò a capire chi fu l’artefice della soffiata quando, qualche gara dopo, in mano alla McLaren arrivarono le mail con indicati gli standard operativi delle prove.
Ovvero con quanta benzina si provava, le procedure interne, i sistemi in uso, tutto quello che una squadra mette a punto nel corso degli anni e che rimane in teoria top secret.
Mike Coughlan non resiste alla tentazione e chiama nel suo ufficio Paddy Lowe e Jonathan Neal sottopone loro i grafici, i diagrammi e tutto il materiale che Stepney ha fatto arrivare dalla Ferrari: «Incredibile, ecco come fanno in prova e perché in gara reagiscono così» dissero.
In seguito passarono le informazioni anche ai propri piloti (Hamilton, Alonso e il collaudatore De La Rosa).
Todt della Ferrari ha la certezza che c’è stata una fuga di informazioni verso terzi e la squadra sporge formale denuncia alle autorità preposte.
Non solo, l’attività di Nigel Stepney viene messa sotto controllo dai compagni di squadra.
Siamo arrivati alla vigilia del GP di Montecarlo.
La sera di domenica, prima che le macchine vengano spedite in pista, il capo meccanico della Ferrari, fa un ultimo sopralluogo per verificare che tutto sia in ordine.
I telai, alettoni, pezzi di ricambio, etc.
A un certo punto, vicino al bocchettone del serbatoio, dirà di aver visto una polverina strana, che analizzata risulta essere fertilizzante.
Che ci fa del fertilizzante su una macchina di F1?
Si teme il sabotaggio, Todt viene avvisato, Domenicali chiede lo smontaggio e la verifica delle monoposto, tutto il personale viene allertato tranne uno: Nigel Stepney.
Parte una indagine interna della security che, aprendo l’armadietto di Stepney, trova tracce della polverina nelle tasche dei pantaloni da lavoro.
Scatta la denuncia, il licenziamento in tronco e la consegna del materiale all’autorità giudiziaria.
Il computer di Stepney è stato sequestrato e verificato e si scoprono le prove delle mail fra la Ferrari e la McLaren.
In Inghilterra, invece, vicino a Guildford, dove Barnard aveva la sede della Ferrari England, un oscuro bottegaio diventa l’eroe per caso della vicenda.
Infatti, Mike Coughlan era andato a farsi fare delle copie dei progetti della Ferrari F.1 che Stepney gli aveva passato in uno dei suoi contatti.
Infatti, per non farsi vedere alla McLaren mentre faceva le copie, si rivolse a una oscura copisteria di provincia.
Senza sapere che il titolare, oltre alle copie per Coughlan, ne fece alcune che mandò a Maranello alla Ferrari informandoli di quanto accaduto.


LE INDAGINI DELLA FIA
La FIA, la Federazione Internazionale dell'Automobilismo, avviò subito un'inchiesta sui fatti accogliendo l'espresso invito recapitagli dalla stessa McLaren, che 24 ore dopo aver sospeso Coughlan e ribadito con un comunicato che "opere d'ingegno della Ferrari non sono state passate ad altre persone del team o incorporate nelle macchine" ha messo a disposizione le proprie monoposto per le ispezioni e le revisioni del caso.
L'allora McLaren MP4/22 e Ferrari F2007 erano oltretutto concepite con filosofie costruttive molto diverse ma l'eventuale dolo rimane a monte, nell'entrare in possesso di informazioni strategiche della scuderia rivale.
Certo è che la Ferrari presentò alla Procura di Modena un esposto (contro Stepney) perché si sentì defraudata dell'intero progetto tecnico della nuova vettura: processi di sviluppo, aerodinamiche, motore, utilizzo delle gomme.
Stepney, parte per qualche giorno nelle Filippine, una volta tornato apprende di essere stato licenziato in tronco.


LE SENTENZE
La McLaren comunque è accusata dalla Ferrari di avere utilizzato i disegni a proprio vantaggio, mentre la casa inglese sostiene di non sapere niente e che il tutto era noto al solo Coughlan.
La McLaren viene ritenuta colpevole di essere entrata in possesso di materiale confidenziale Ferrari, ma non viene presa nessuna sanzione in quanto non esistono prove che il materiale sia stato effettivamente utilizzato dal team inglese.
In seguito la FIA emette una nuova sentenza a sfavore della McLaren: alla casa inglese vengono tolti tutti i punti del mondiale costruttori e le viene inoltre comminata una multa di 100 milioni di dollari.
Dopo la condanna per Stepney (1 anno e 8 mesi di carcere), nonché una breve interdizione dall'ambiente della F1, nel 2010 inizia a collaborare con la squadra JRM Racing attiva nella categoria LMP1
Muore il 2 maggio 2014, all'età di 55 anni, a seguito di un incidente stradale nel Kent: travolto da un camion.


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mercoledì 16 marzo 2016

Il Mistero Della Shadow: Don Nichols, La CIA e L'Arrows

Nel mondo del motori da sempre ci sono state squadre e personaggi dalle origini misteriose.
Addirittura c'erano uomini dentro il mondo dei servizi segreti (per intenderci la CIA americana), ad esempio Roy Winkelmann e soprattutto Don Nichols e la sua Shadow. Nato in Inghilterra Roy Winkelmann si spostò con la famiglia negli USA durante gli anni ’50. Durante la “Guerra Fredda ” tornò come base operativa in Inghilterra e appassionato di corse incontrò nei circuiti inglesi Alan Rees con cui strinse subito amicizia e con lui approdò alla Brabham nel 1964. Winkelmann con la sua attività alla CIA aveva a disposizione grosse cifre economiche, così Alan Rees lo convinse ad acquistare delle vetture e creare un proprio team. Nacque così il Roy Winkelmann Racing, team di F.2 ed anche rivendita di ricambi da corsa.


LA SHADOW E DON NICHOLS
La storia della scuderia Shadow nasce nella mente di un personaggio misterioso come probabilmente nessuno nella storia della Formula 1: “Don” Nichols. Di lui si tramanda che sia stato impiegato: nella seconda guerra mondiale, in Corea (Nord e Sud), Giappone, Vietnam. Alla fine degli anni ’60, Don Nichols si butta nel motori. Inizialmente Nichols lavorava per la Firestone ma successivamente fonda la Advanced Vehicle Systems Inc. con lo scopo di progettare e costruire macchine da corsa (in particolare per correre nella categoria Nord-americana CanAm per vetture sport).
Tutte le macchine prodotte dalla Advanced Vehicle Systems Inc. si chiamano Shadow(Ombra) e hanno come logo un’uomo in impermeabile, cappello nero e la posizione tipica di una spia sotto copertura.
Macchina americana ma con sede a Northampton: Inghilterra. Licenza americana dal 73 al 75, quella inglese dal 76 all'80. La Shadow ha tutto per sfondare e nel 1973, con il patrocinio della UOP (Universal Oil Products), il team di Don Nichols sbarca in Formula 1, debuttando al Gran Premio di Sudafrica. La livrea è semplicemente nera ma molto particolare ed innovativa. Con i piloti Oliver e Follmer, la Shadow ottiene nell’anno del debutto due podi in Francia e Spagna e l’agente speciale Don Nichols piazza il colpo vendendo i telai alla Embassy-Hill di Graham Hill, ma il campione del mondo 1962 e 1968 non porterà a casa risultati di rilievo. Per il 1974, la Shadow ingaggia come piloti Jean-Pierre Jarier e Peter Revson. La morte del promettente pilota erede della dinastia Revson costringe Don Nichols a sostituirlo prima con Brian Redman, poi con il gallese Tom Pryce. La Shadow DN3 progettata da  Southgate e Wass ottiene come miglior risultato un terzo posto con Jarier a Monaco.
Nel 1975, la DN5 ottiene 3 pole e con Pryce vince le Race Of Champions. Il 1976 sancisce la fine dei rapporti con la UOP e Don Nichols fatica a trovare fondi per continuare il progetto in Formula 1.
La Shadow porta a casa un podio e qualche piazzamento a punti chiudendo campionato al 10° posto. Jean-Pierre Jarier se ne va a fine anno. Nel 1977 la Shadow riprende grazie allo sponsor Ambrosio si rilancia.


LA MORTE DI THOMAS PRYCE
Il Sudafrica rimane un posto maledetto per la Shadow DN8 che vede morire in un cruento incidente Tom Pryce. Pryce ha un problema durante il primo giro e si ritrova ultimo ma comincia a recuperare con un ottimo ritmo, supera Perkins, Lunger, Zorzi, Hayje, Ribeiro, Binder, Regazzoni, Nilsson e Laffite. A Zorzi, invece, si rompe una conduttura della benzina, il motore si ammutolisce ed il trentino ferma la sua Shadow in prossimità del traguardo, dal lato opposto ai box.
La DN8 ha un principio di incendio, Zorzi, già sceso dalla macchina, aziona l'estintore di bordo ma dai box partono 3 commissari reclutati all'ultimo momento tra alcuni volontari e quindi non addestrati.
In quel punto il tracciato si fatica a vedere se arrivano delle vetture e, allo stesso tempo, i piloti lanciati a 270 all'ora non riescono a vedere eventuali ostacoli. I tre incauti lasciano passare Fittipaldi e Stuck, poi attraversano. In quel momento arrivano Pryce e Laffite, il gallese non ha il tempo per tentare alcuna manovra ed investe in pieno il 18enne Frederick Van Juuren smembrandolo.
L'estintore che il giovane porta con sè va a colpire il casco di Pryce strappandolo dalla testa del pilota che muore sul colpo. La DN8, senza controllo, continua la sua corsa e, alla staccata della Crowthorne, colpisce in pieno la Ligier dell'incolpevole Laffite. La scena che si presenta ai soccorritori dei 2 sfortunati giovani? Raccapricciante. Thomas Maldwyn Pryce era considerato una delle più forti giovani promesse dell'automobilismo britannico. Aveva 27 anni. Tutto il team, Don Nichols compreso, sono scossi dalla perdita dell’asso gallese ma non mollano. Alan Jones, sostituto di Pryce, coglie in Austria la prima e unica vittoria nella storia della Shadow.


IL PLAGIO DELL'ARROWS, LA CAUSA LEGALE E IL FALLIMENTO DELLA SHADOW
Nel 1978 accade l’incredibile: Tony Southgate, Alan Rees e Jackie Oliver mollano Don Nichols e la Shadow per formare la Arrows (Ambrosio Racing Team). Chi finanzia il progetto? Franco Ambrosio (lo stesso della Shadow). La Arrows FA1 (concepita in soli 53 giorni!) è praticamente la gemella della Shadows DN9. In pratica il progettista e il team manager (Southgate e Rees) prima di licenziarsi dalla Shadow sono passati negli uffici californiani e si sono presi i disegni della vettura che avevano progettato poco tempo prima: spionaggio industriale.
La spia CIA Don Nichols vittima di un furto tra i più clamorosi della storia della Formula 1.
Don Nichols porta in tribunale i vertici Arrows e vince la causa (condannati per plagio)
Addirittura pare che l'Arrows FA1 montasse pezzi con il simbolo della Shadow.
La sentenza è bella pesante: distruzione delle tre monoposto, multa salata e risarcimento di 500mila dollari. L'Arrows comunque si riprenderà egregiamente e in poco tempo verrà creata una nuova monoposto. In seguito Ambrosio, colui che stava sponsorizzando la squadra, viene arrestato per reati fiscali ed è costretto a ritirare la sponsorizzazione della squadra (la rinata Arrows comunque farà quarto posto nella classifica costruttori ma non gli verranno erogati i bonus per via della Spy Story).
La Shadow invece perse 3 pedine fondamentali del suo organico, va in piena crisi. Nel 1980, Don Nichols cede una quota della Shadow al magnate cinese Teddy Yip e nasce la Theodore-Shadow, ma è il canto del cigno di un team tra i più gloriosi della storia della Formula 1. I risultati per DN10, DN11 e DN12 sono scadenti e la Shadow chiude i battenti in Formula 1 a metà 1980. Finita l’avventura in Formula 1 anche Don Nichols scompare. Si dice che sia defunto nel 1992, ma in perfetto stile dei servizi segreti la notizia rimane avvolta nel mistero.


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venerdì 4 dicembre 2015

Il Mistero Sulla Morte Di Jim Clark (Formula 1)

Jim Clark nacque nel Fife (Scozia) il 4 marzo del 1936.
Cresce in una famiglia di agricoltori e forse per questo il suo carattere rimarrà sempre umile e semplice. Persino all’apice della fama, Jim continuerà a schernirsi e a preferire le sue contee e la vecchia amata fattoria per correre e vivere in tranquillità.
Si affaccia in Formula 1 nel 1960 dove, senza troppi giri di parole, disse: «Sgommare e andare a tutta birra per me è la cosa più naturale che ci sia; non c’è niente che mi renda più felice…».
Parliamo di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, sia in riferimento alla Formula 1 sia per le competizioni motoristiche in generale.
Un campione completo, dallo stile geniale e da una pulizia di guida innata.
Un pilota capace di migliorarsi anno dopo anno fino a raggiungere la perfezione.
A quelli che gli chiedevano da dove nascesse tanta passione Jim Clark amava dire:

«Spesso mi sento come un poeta: il mio ruolo non è quello di stare ai margini, defilato o estraniato dalla vita. Quando mi danno una macchina e accendo il motore mi sento un leone. Ho poco tempo per guardare e per pensare; devo correre, scappare e arrivare primo al traguardo. E devo stare attento a non sbagliare mai. Il mio ruolo dipende da come sei e dal coraggio che hai…».


LA CARRIERA IN FORMULA 1 CON LA LOTUS
Nel 1960 nasce uno dei binomi più affiatati e vincenti, quello fra lo stesso Clark e la storica scuderia Lotus di Colin Chapman.
Quest’ultimo lo ha scoperto giusto un anno prima, nel 1959, quando lo sconosciutissimo Jim guidava vetture di secondo piano, come le Jaguar D Type.
La combinazione micidiale Clark-Lotus segna l’intera carriera dello scozzese:  una miscela fra potenza della macchina e abilità tecnica del pilota, la coppia prende il volo e arriva per la prima volta al successo nel circuito di Spa-Francorchamps il 17 giugno del 1962 nel Gran Premio del Belgio.


I DUE TITOLI MONDIALI: 1963 E 1965
Arriva poi l’ormai celebre 1963 e il grande Jim mette dietro i principali avversari facendo letteralmente saltare il banco.
La Lotus 25 dello “Scozzese Volante” si aggiudica ben sette delle dieci gare previste dal calendario di Formula 1.
Vince di conseguenza il titolo mondiale grazie ai 54 punti in classifica.
Staccati nettamente tutti i suoi principali avversari, a cominciare dall’ex iridato Graham Hill e da Richie Ginther: sia il britannico che lo statunitense si fermano appaiati a 29 punti, dimostrando coi numeri l’enorme divario accumulato in pista.
L’altra stagione da mettere in cornice è quella del 1965, con il secondo titolo mondiale (sei vittorie: Sud Africa, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania) che porta con sé delle particolari coincidenze: anche stavolta al secondo posto della classifica finale c’è il rivale Hill (al terzo posto si piazza Jackie Stewart, un altro britannico che presto diventerà famoso) e, curiosamente, i punti finali dell’inossidabile Jim sono ancora 54, proprio come due anni prima.
Nello stesso anno vince la 500 Miglia di Indianapolis.
Nel 1966 la Lotus è per nulla competitiva, anche a causa del nuovo regolamento che impone un motore da tremila centimetri cubici di cilindrata.
Jim Clark, cosa che accadrà pure negli anni successivi, usa nel corso di una stagione diversi tipi di vetture e di motore: nel 1967 parte ad esempio col Coventry Climax da due litri, per poi passare nelle ultime gare a un complicato motore BRM H16.
Nel 1967 il titolo mondiale finisce nelle mani di Denny Hulme ma Clark (terzo nella classifica finale) resta sempre il punto di riferimento principale sia per classe che per carisma.
Qui viene ricordato per la leggendaria vittoria in Messico, quando arriva sul traguardo (vincendo) con 3 ruote, avendone persa una nell'ultimo giro.


L'INCIDENTE MORTALE IN GERMANIA: 1968
Il 1968 inizia alla grande con una vittoria nel primo Gran Premio in programma, disputatosi a Kyalami, in Sud Africa.
Dopo una corsa disputata in Spagna, agli inizi di aprile il pilota britannico vola quindi in Germania, ad Hockenheim, da dove non sarebbe più tornato vivo.
All’inizio del quinto giro avviene infatti la tragedia: Jim perde improvvisamente il controllo della sua Lotus quasi al termine del rettilineo del traguardo, mentre sta impostando la prima curva a destra.
Dopo un paio di disperati tentativi di recuperare il giusto assetto, alla fine il pilota scozzese non riesce più a controllare la sua auto che si dirige a circa 240 Km/h verso l’esterno della curva, in direzione di alcuni alberi non coperti da protezioni.
L’impatto è violentissimo e la scocca della vettura si spezza in due.
Per Clark, che dopo un tremendo volo sbatte col casco in un ramo a circa cinque metri di altezza da terra, non c’è niente da fare.
Quando arrivano i soccorsi il cuore batte ancora ma Clark è clinicamente morto.
A causare l’incidente la probabile foratura della gomma posteriore destra.
È il 7 aprile 1968.
La sua morte è un colpo durissimo da digerire per tutto lo sport.
Jim Clark, infatti, era un vero fuoriclasse: ancora oggi sono in tanti a considerarlo il miglior pilota di sempre.
In 72 Gran Premi disputati vanta infatti cifre importantissime: oltre ai due titoli mondiali, ci sono le 25 vittorie in Formula 1 (sesto nella classifica di tutti i tempi), 32 podi, 33 pole position (terzo di sempre) e 28 giri più veloci (quinto nella storia).


MA COSA SUCCESSE ESATTAMENTE?
Come detto le cause dell'incidente di Clark furono storicamente attribuite a una foratura lenta alla gomma posteriore destra al 4° giro che avrebbe provocato il cedimento improvviso dello pneumatico la tornata successiva rendendo così inguidabile la sua monoposto in uno dei punti più veloci del circuito di Hockenheim.
Nessun testimone assistette alla scena, nessuno che potesse avvalorare una tale ipotesi, Colin Chapman ne uscì devastato e simulò più volte le conseguenze di una foratura lenta in una pista come quella di Hockenheim, per darsene una ragione, ma un altro interessante punto di vista emerge da una dichiarazione di Derk Bell.
Il pilota inglese nella sua biografia afferma che le cause dell'incidente potrebbero essere state legate ad un malfunzionamento del motore della sua Lotus evidenziatosi anche nelle prove e di cui sentì parlare Clark con la propria squadra, il quale dava segni di spegnimento improvviso senza nessun preavviso.
Secondo Bell l'umidità e la pioggia avrebbero accentuato il difetto all'accensione o cos'altro e il povero Jim si sarebbe trovato nei curvoni superveloci del tracciato tedesco di punto in bianco con una macchina senza trazione e su asfalto fradicio.
Una condizione limite a cui nemmeno il suo immenso talento avrebbe potuto rimediare.

"Era davanti a me" raccontò Chris Amon "settimo o ottavo posto. Non guadagnava terreno, sebbene io andassi piano."
"Era ottavo, dopo quattro giri" confermò Eric Dymock, il giornalista suo amico.
"Sul bagnato le Firestone da pioggia erano inutili" disse Amon che le usava quel giorno.
"Entrò nella successiva curva a destra, forse un po’ troppo veloce" raccontò un commissario.
"…circa 200 Km/h" racconta Heinz Pruller, il giornalista tedesco che era presente.
"…almeno 220 Km/h" afferma David Tremayne, un altro giornalista, irlandese.
"…oltre 250 Km/h" ribatte ancora Eric Dymock, che sarebbe diventato il suo biografo.
La difficile valutazione della verità da parte della stampa.

"Quella curva era lunga e sulla destra, piuttosto dolce e larga, la si poteva percorrere appaiati a 240 Km/h, anche sulla pioggia" è il parere di Derek Bell, 5 volte vincitore a Le Mans e quel giorno quarto nella prima manche guidando per Frank Williams.
Una curva facile.
"I grandi piloti muoiono nelle curve facili".
"C’erano pozze dappertutto" racconta Chris Amon.
"Al via della prima manche non pioveva. Era piovuto prima, sarebbe ricominciato a piovere dopo, ma al via della prima manche no, non pioveva" questo dichiarò dopo la gara l’inglese Piers Courage, terzo assoluto e quinto in quella prima fatale manche.
"Alla prima curva non si vedeva nulla, assolutamente. C’era ‘water-spray’ ovunque, si vedevano solo, in alto, le cime degli alberi e l’unica cosa che si poteva fare era curvare seguendole, senza vedere dove mettevi le ruote. Rallentai molto, ma sorprendentemente nessuno mi sorpassò" è il ricordo di Max Mosley.
"La visibilità era sufficiente, abbiamo corso in condizioni molto peggiori" ancora Courage.
"Davanti si vedeva abbastanza, ma dietro non doveva essere facile" Henri Pescarolo, secondo.
"Un muro d’acqua, c’era un muro d’acqua. Impossibile vedere qualcosa" Chris Irwin, settimo.
Difficile ricostruire l’incidente e ipotizzarne la causa.

"L’auto si mise di traverso, non cambiò mai direzione, sfondò la recinzione a bordo pista e si schiantò contro un albero dividendosi in due all’altezza dell’abitacolo".
"Tutto accadde all’improvviso, in una frazione di secondo. La macchina rossa e oro sembrò cambiare direzione, puntandomi addosso. Mi veniva diritta addosso. Scivolando sfondò la recinzione a meno di dieci metri da dove mi trovavo, poi urtò contro l’albero con un rumore che non dimenticherò mai più. Sembrò finire in mille pezzi" raccontò un commissario di gara, unico testimone oculare dal bordo della pista.
"La carcassa della Lotus era ridotta così male che non era possibile nessuna valutazione oggettiva sulle cause dell’incidente" ricorda Nick Georgano, storico dell’automobile.
Chapman sostenne da subito la tesi del cedimento di uno pneumatico.
"Un’improvviso afflosciamento della gomma posteriore destra, gli fece perdere il controllo" afferma David Sims il meccanico di Jim Clark.
"La causa più plausibile per spiegare l’incidente è la foratura della ruota posteriore sinistra…" scrisse Tony Dodgins sul Daily Telegraph.
"…la più probabile spiegazione di questo inspiegabile incidente, è l’esplosione di una gomma…" è la certezza di Eric Dymock.
"… una foratura provocò il progressivo afflosciamento di uno pneumatico, che in curva uscì dal cerchione bloccando la ruota e rendendo impossibile controllare la macchina…" Tremayne se lo è spiegato così.
"La causa dell’incidente in cui perse la vita Jim Clark fu la rottura della sospensione posteriore destra. Alla Lotus era un problema comune, per lo stesso problema era morto sei anni prima Ricardo Rodriguez. La Firestone accettò di prendere la colpa per fare un favore alla Lotus e a Colin Chapman" avrebbe dichiarato molti anni dopo Fred Gamble, all’epoca Direttore del settore sportivo della Goodyear.
Goodyear, la casa rivale della Firestone.
Gomma destra, forse sinistra, velocità 200 Km/h, no 250 Km/h, esplosione, rottura di una sospensione, ma altri parlarono di un bambino che sfuggito ai genitori aveva attraversato la pista, di un colpo di vento laterale, di un cervo che si sarebbe parato davanti e che nessun altro avrebbe visto.
Dopo cinquant'anni d’ipotesi e di misteri, nessuna certezza.


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