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lunedì 16 marzo 2026

Guida Rarità Carte Topps: Base, Parallels, Insert, Relic, Autograph

Le carte Topps sono da sempre un oggetto collezionistico che riguarda principalmente gli sport americani (MLB, NBA, NHL, NFL) e la Premier League. Generalmente seguono una logica di rarità abbastanza simile in tutti gli sport, anche se ogni set può avere variazioni (sia negli anni che in base allo sport). Qui trovi la classificazione generale delle rarità usata nelle collezioni di Topps per Major League Baseball (MLB), National Basketball Association (NBA), National Football League (NFL) e National Hockey League (NHL), anche se come detto possono differire in base allo sport o all'annata.


CARTE COMUNI: BASE
Sono le carte più diffuse e inflazionate. Sono di solito bianche e stampate in grandi quantità. Valore generalmente basso (salvo rookie importanti).


VARIANTI DELLA BASE: PARALLELS
Stessa immagine ma con colori o rifiniture diverse. Possono avere anche una numerazione (e sono ancora più rare). Esempi tipici:

- Rainbow Foil / Silver.
- Gold (spesso numerate /2024, /2023 ecc.).
- Green.
- Blue.
- Purple.
- Orange.
- Red.
- Black.
- Platinum / Chrome Refractor.
La rarità è data dal colore che influenza una tiratura inferiore (nelle Topps c'è un rifrattore rosa rispetto a quella comune) o da prismi argentati (Prizm, Mosaic, Select) o da olografiche (Optic).


NUMBERED CARDS
Carte con tiratura limitata stampata sopra. Classificazione tipica:

- /499 (semi-comuni).
- /299 (meno comuni).
- /199 (rare).
- /99 (molto rare).
- /50 (hit importanti).
- /25 (ultra rare).
- /10 (quasi chase).
- /5 (elite).
- 1/1 (unica).


INSERT CARDS
Carte speciali fuori dal set base:
- Future Stars.
- All-Star.
- Legends. 
- Die-cut design.
- Retro o tribute.
La rarità varia: alcune sono comuni, altre short print.


SHORT PRINT (SP) e SUPER SHORT PRINT (SSP)
Queste carte hanno momenti iconici o foto alternative rispetto a quelle base (oltre ad avere immagina diversa, alcune potrebbero a loro volta anche avere rifrattori):
- SP (stampate molto meno delle base).
- SSP (difficili da trovare).
- Ultra SSP / Case Hit (spesso 1 ogni box o più rari).



AUTOGRAPH CARD
Carte con firma autentica del giocatore (quelle di grandi campioni o di rookie hanno più valore):
- On-card autograph: "Topps Certified Autograph Issue" (firma sulla carta).
- Sticker autograph.


RELIC/MEMORABILIA CARDS
Sono tra le più interessanti perchè contengono pezzi reali usati in partita (può contenere anche l'autografo):
- jersey (maglia).
- glove (guanto).
- patch logo.
- bat (MLB).
- puck (NHL).

Versioni rare:
- Patch multicolor.
- Logo patch.
- Game-used.
- Player-worn.


CHASE CARDS/ULTRA RARE
Il top assoluto nei box Topps:
- 1/1 Superfractor (specie nelle serie Chrome).
- Cut signatures (firme storiche).
- Booklet cards.
- Logo Man / Shield patch auto.


DIFFERENZE TRA GLI SPORT
MLB: più tradizione e più varianti parallele. Sia pitchers che forti battitori sono le più ricercate.
NBA: rookie e autografi dominano il valore.
NFL: patch + rookie QB molto ricercati.
NHL: rookie numerati e autos più importanti del design. Valori più stabili.


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martedì 11 ottobre 2022

Città Americane Con Più Titoli: MLB, NBA, NFL, NHL

In questo articolo riporterò le città americane più vincenti nei principali quattro sport: baseball MLB, basket NBA, football americano NFL ed hockey su ghiaccio NHL. Sono state considerate anche le franchigie canadesi (vittoriose soprattutto in NHL). Sono state riportate tutte le città con almeno 3 titoli.


NEW YORK: 49
MLB: 34 (New York Yankees: 27, New York Giants: 5, New York Mets: 2)
NBA: 2 (New York Knicks: 2)
NFL: 5 (New York Giants: 4, New York Jets: 1)
NHL: 8 (New York Rangers: 4, New York Islanders: 4)


BOSTON: 38
MLB: 9 (Boston Red Sox: 9)
NBA: 17 (Boston Celtics: 17)
NFL: 6 (New England Patriots: 6)
NHL: 6 (Boston Bruins: 6)


LOS ANGELES: 28
MLB: 7 (Los Angeles Dodgers: 7)
NBA: 17 (Los Angeles Lakers: 17)
NFL: 2 (Los Angeles Rams: 2)
NHL: 2 ( Los Angeles Kings: 2)


MONTREAL: 24
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 0
NHL: 24 (Montreal Canadiens: 24)


CHICAGO: 19
MLB: 6 (Chicago White Sox: 3, Chicago Cubs: 3)
NBA: 6 (Chicago Bulls: 6)
NFL: 1 (Chicago Bears: 1)
NHL: 6 (Chicago Blackhawks: 6)


DETROIT: 18
MLB: 4 (Detroit Tigers: 4)
NBA: 3 (Detroit Pistons: 3)
NFL: 0 
NHL: 11 (Detroit Red Wings: 11)


PITTSBURGH: 16
MLB: 5 (Pittsburgh Pirates: 5)
NBA: 0
NFL: 6 (Pittsburgh Steelers: 6)
NHL: 5 (Pittsburgh Penguins: 5)


TORONTO: 16
MLB: 2 (Toronto Blue Jays: 2)
NBA: 1 (Toronto Raptors: 1)
NFL: 0
NHL: Toronto Maple Leafs: 13)


SAN FRANCISCO: 15
MLB: 3 (San Francisco Giants: 3)
NBA: 7 (Golden State Warriors: 5, San Francisco Warriors: 2)
NFL: 5 (San Francisco 49ers: 5)
NHL: 0


PHILADELPHIA: 13
MLB: 7 (Philadelphia Athletics: 5, Philadelphia Phillies: 2)
NBA: 3 (Philadelphia 76ers: 3)
NFL: 1 (Philadelphia Eagles: 1)
NHL: 2 (Philadelphia Flyers: 2)


ST.LOUIS: 13
MLB: 11 (St Louis Cardinals: 11)
NBA: 1 (St.Louis Hawks: 1)
NFL: 0 
NHL: 1 (St.Louis Blues: 1)


DALLAS: 7
MLB: 0
NBA: 1 (Dallas Mavericks: 1)
NFL: 5 (Dallas Cowboys: 5)
NHL: 1 (Dallas Stars: 1)


MIAMI: 7
MLB: 2 (Miami Marlins: 2)
NBA: 3 (Miami Heat: 3)
NFL: 2 (Miami Dolphins 2)
NHL: 0


WASHINGTON: 7
MLB: 2 (Washington Nationals: 1, Washington Senators: 1)
NBA: 1 (Washington Wizards: 1)
NFL: 3 (Washington Redskins: 3)
NHL: 1 (Washington Capitals: 1)


COLORADO: 6
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 3 (Denver Broncos: 3)
NHL: 3 (Colorado Avalanche: 3)


BALTIMORA: 6
MLB: 3 (Baltimore Orioles: 3)
NBA: 1 (Baltimore Bullets: 1)
NFL: 2 (Baltimore Ravens: 2)
NHL: 0


EDMONTON: 5
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 0
NHL: 5 (Edmonton Oilers: 5)


CINCINNATI: 5
MLB: 5 (Cincinnati Reds; 5)
NBA: 0
NFL: 0
NHL: 0


TAMPA BAY: 5
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 2 (Tampa Bay Buccaneers: 2)
NHL: 3 (Tampa Bay Lightning: 3)


SAN ANTONIO: 5
MLB: 0
NBA: 5 (San Antonio Spurs: 5)
NFL: 0
NHL: 0


OAKLAND 
MLB: 4 (Oakland Athletics: 4)
NBA: 0
NFL: 0
NHL: 0


GREEN BAY: 4
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 4 (Green Bay Packers: 4)
NHL: 0


KANSAS: 4
MLB: 2 (Kansas City Royals: 2)
NBA: 0
NFL: 2 (Kansas City Chiefs: 2)
NHL: 0


ATLANTA: 3
MLB: 2 (Atlanta Braves: 2)
NBA: 1 (Atlanta Hawks: 1)
NFL: 0
NHL: 0


LAS VEGAS: 3
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 3 (Las Vegas Raiders: 3)
NHL: 0


MILWAUKEE: 3
MLB: 1 (Milwaukee Braves: 1)
NBA: 2 (Milwaukee Bucks: 2)
NFL: 0
NHL: 0


HOUSTON: 3
MLB: 1 (Houston Astros: 1)
NBA: 2 (Houston Rockets: 2)
NFL: 0
NHL: 0


NEW JERSEY: 3
MLB: 0
NBA: 0
NFL: 0
NHL: 3 (New Jersey Devils: 3)


CLEVELAND: 3
MLB: 2 (Cleveland Indians: 2)
NBA: 1 (Cleveland Cavaliers: 1)
NFL: 0
NHL: 0


AGGIORNATO ALL' 1 AGOSTO 2022



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giovedì 3 febbraio 2022

Lista Di Atleti No Vax ed Irregolarità Commesse

Come si sa, il mondo si è diviso tra i tanti che si sono vaccinati e i (pochi) no vax che un po' da complottisti vedono eventuali effetti collaterali nei vaccini o addirittura altri scenari poco nobili all'orizzonte. Ovviamente anche il mondo dello sport non è rimasto indifferente. Il caso che ha fatto discutere è stata l'espulsione di Novak Djokovic (convinto No Vax) dal suolo australiano. Il serbo era alla ricerca del decimo Australian Open della sua carriera ma posto in stato di fermo è stato poi espulso dall'Australia. In Australia non si può entrare senza essere vaccinati, a causa di un lunghissimo lockdown che è durato ben 262 giorni (quasi 9 mesi). I peccati di Djokovic sono stati:
-Mancanza di Green Pass (senza essere vaccinato)
-Intervista a metà dicembre effettuata da positivo al Covid
-Bugie in dogana sui suoi spostamenti oltre confine nei giorni precedenti alla sua trasferta in Australia


ALTRO NO VAX
-Tennis: Tennys Sandgren, Nicholas Mahut e Pierre Hughues Herbert (che hanno rinunciato all'open di Australia)
-Calcio: Joshua Kimmich (del Bayern Monaco che, ammalatosi poi di Covid, ha dovuto fare un po' marcia indietro avendo subito danni ai polmoni)

A metà dicembre 2021, la Premier League ha comunicato anche i dati relativi al numero dei vaccinati fra i calciatori. Come spiega la Lega inglese in un comunicato, finora sono stati vaccinati con doppia dose il 77% dei giocatori, mentre il 16% non ha ancora ricevuto nemmeno una dose di vaccino.

"La Lega continua a lavorare con i club per incoraggiare la vaccinazione tra i giocatori e il personale del club, oltre a promuovere i messaggi di vaccinazione per la salute pubblica del governo ai club e al pubblico in generale. La Lega non fornirà dettagli specifici su club o individui e i tassi di vaccinazione dei giocatori saranno ora comunicati pubblicamente alla fine di ogni mese, a partire da gennaio"

Alcuni inizialmente non vaccinati e che fecero notizia sono stati N'Golo Kantè e Callum Robinson del West Bromwich (reo di aver preso due volte il Covid).

-Golf: Bryson De-Chambreau
-NFL: Aaron Rodgers (quarterback dei Green Bay Packers e tra i più grandi giocatori NFL viventi, ha affermato di essersi immunizzato, cosa non vera. In seguito positivo al Covid disse di non essersi vaccinato perchè temeva per la sua fertilità. Pare che da non vaccinato e positivo se ne sia andato in giro a rilasciare interviste)
-NHL: Evander Kane (dei San Josè Sharks, che ha presentato un falso certificato vaccinale ed è stato sospeso per 21 giorni)
-NBA: Kyrie Erving (dei Brooklyn Nets, escluso per 2 mesi ed impossibilitato a giocare le partite in casa, a New York e a Toronto. Le regole gli impediscono di entrare in questi palazzetti)
-Nuoto: Michael Andrew (da sempre contrario al vaccino e alle mascherine, si contano innumerevoli interviste senza mascherina)



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sabato 22 agosto 2020

Gli Sfizi e Le Spese Folli Degli Sportivi: Dal Calcio Agli Sport Americani


JR Dallas: "Se chiedi quanto costa, non te lo puoi permettere"

Si sa che gli sportivi sono spesso protagonisti di vere e proprie spese folli (vizi), vediamone i principali. 
Il patron del Chelsea, Roman Abramovich, solca il Mediterraneo con Eclipse: un leviatano di 162 metri con 2 piscine, un sistema di difesa missilistico e uno scudo laser anti-scoop (pagando 80.000 euro al giorno di gestione). Il proprietario del Tottenham Hotspurs, Joe Lewis, vive invece sul panfilo Aviva III che ospita una mostra d'arte (Picasso, Moore, Bacon, etc) dal valore di 1 miliardo di euro.
Ronaldo invece è ricordato per aver affittato l'Africa I: uno yacht lungo circa 45 m con 3 moto d'acqua, uno scivolo retrattile, per oltre 200.000 euro a settimana. Michael Jordan possiede uno yacht di 70 metri (8 cabine) con cinema, palestra ed un campo da Basket.
Dijbril Cissè invece colleziona macchine: ben 18 (tra cui una Dodge Van, Cadillac con interni con la pelle di un serpente e una Chrysler).
Eto'o e Benzema hanno una Bugatti Veyron, invece Floyd Mayweather 4 (più uno dei due esemplari della Koenigsegg CCXR Trevita. Lo stesso possiede anche l'orologio Billionaire di Jacob & Co d'oro puro e 260 carati di diamanti dal valore di 18 milioni di euro, spende 6.000 dollari di mutande all'anno perchè ne usa di nuove ogni giorno ed ha una custodia fatta in gemme per lo smartphone dal valore di 100.000 dollari).
Chad Johnson (ex NFL dei Cincinnati Bengals) ha un vero e proprio camion (lo stesso si è fatto costruire un acquario tropicale alle spalle del suo letto per simulare l'oceano), invece JR Smith (NBA, Los Angelese Lakers) un blindato chiamato Gurkha F5 (da 400 cavalli). Darius Miles (NBA, ex Los Angeles Clippers) una Pontiac del 1979 con un'immagine di Benjamin Franklin che fuma una canna.
Gilbert Arenas (NBA, ex Washington Wizard) si fece costruire una vasca da 4.000 dollari al mese per accudire uno squalo. 
Anche Thierry Henry, ex Arsenal, si fece costruire un acquario alto quanto la sua villa: circa 12 metri. 
Tiger Woods per la sua villa spese 50 milioni di dollari (all'interno troviamo piscine ed un campo da Golf).
Darnell Dockett (NFL, ex Arizona Cardinals) ha un paio di alligatori in casa, Dwight Howard (NBA, Los Angeles Lakers) 25 serpenti, Carmelo Anthony (NBA, Portland Trail Blazers) un cammello, invece Anthony Davis una scimmia.
Mike Tyson è un patito di tigri del Bengala (lo si ricorda anche in una "Notte da Leoni"): ne aveva 3 (ognuna dal costo di 5.000 euro al mese per mantenerla).
Marquis Daniels (NBA, Boston Celtics) gira al collo con una riproduzione della sua testa (oro 14 carati).
Ma le follie non finiscono qui: Leo Messi si comprò la villa dei vicini perchè erano troppo rumorosi, Vince Young (NFL, ex Tennessee Titans) prenotò tutti e 120 i biglietti di un volo aereo Nashville-Houston per viaggiare da solo, Al Jefferson (NBA, ex Charlotte Hornets) si è fatto fare un letto di 30 metri quadrati da 20.000 dollari.
Danny Granger (NBA, Boston Celtics) ha costruito in casa la batcaverna, Rollie Fingers (MLB, ex Oakland Athletics) amava così tanto il pistacchio che si comprò un'intera fattoria, Joe Johnson (NBA, Detroit Pistons) colleziona scarpe (1.500), DeShawn Stevenson (NBA, ex Atlanta Hawks) ha addirittura fatto montare un bancomat nel suo salotto (per gli ospiti).


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lunedì 3 agosto 2020

Tifosi e Cori Virtuali In Premier League, NBA e MLB

Il Post-Covid ha negato (per il momento) ai tifosi la possibilità di andare allo stadio. Eppure guardando tra giugno e luglio alcuni eventi che sono re-iniziati si può notare la presenza di pubblico e cori. Peccato che sia tutto virtuale. Visto che gli inglesi sono sempre avanti, qualcosa di simile (ma più vera) si era vista nel 2016 durante Manchester Utd v Liverpool. I Red Devils, in partnership con Google, presentarono "Front Row", un'iniziativa davvero interessante per tutti gli appassionati di calcio che vorrebbero essere in prima fila allo stadio ma si trovano in altre parti nel mondo.
Un gruppo selezionato di fan del Manchester United ebbe infatti la possibilità di tifare per la squadra, apparendo in diretta tramite Google+ Hangout sui cartelloni digitali a bordo campo dell'Old Trafford. Per tutta la partita, i tifosi coinvolti in "Front Row" hanno avuto l'impressione di essere a Old Trafford, unendosi ai 75.000 tifosi presenti.
Ogni partecipante ricevette "fotografie professionali" della propria apparizione "virtuale" allo stadio.
Citazione negativa invece per il Tottenham che, abbandonato White Hart Lane, pare che anche prima del Covid usasse cori falsi. Più che altro basi registrate che amplificassero i canti dei tifosi nel "freddissimo" Tottenham Hotspur Stadium.
La polemica partì da un tifoso dell’Arsenal che accusò il club rivale di utilizzare dei finti cori precedentemente registrati e diffusi tramite altoparlanti, per rendere l’atmosfera al Tottenham Hotspur Stadium più avvolgente e ricca, in grado di aumentare le energie dei padroni di casa.
A supporto della polemica, un video del tifoso diffuso su Twitter, che, in uno stadio completamente vuoto, registra l’audio del coro: "Come on you Spurs", con sotto la scritta "Sapevo che i fan non potevano essere così rumorosi".
Una questione che, come riporta Marca, è stata riportata anche da un tifoso del West Ham.
Il web, aggiunge sempre il portale sportivo, ha ricordato di come sia già presente un precedente simile: il club inglese, infatti, nel periodo in cui si è trasferito a Wembley, era già stato accusato di creare un’atmosfera artificiale con un battito di tamburi.


CANTI E TIFOSI VIRTUALI IN PREMIER LEAGUE
Parlando invece di questo periodo, la Premier League e FIFA 20 (EA Sports) hanno effettuato una partnership per riprodurre gli effetti sonori degli stadi durante le partite del massimo campionato inglese (disputate ovviamente a porte chiuse).
L’idea è stata quella di migliorare lo spettacolo televisivo delle partite senza tifosi (i cori sono su misura per ogni singola squadra).
I finti cori dei tifosi sarebbero stati facoltativi per gli spettatori nel Regno Unito, che potrebbero comunque decidere se attivare o meno l’audio alternativo.
A questi si sono aggiunti i tifosi virtuali in alcuni stadi per rappresentare i club coinvolti nelle partite, replay a 360° e una nuova camera tattica gestita dal fornitore di analisi della Premier League, Second Spectrum.
In realtà per quanto riguarda i tifosi virtuali si è visto un po' di tutto: da manichini a quelli cartonati, passando per i tifosi reali presenti in videoconferenza collegati su Zoom (vediamo sotto quelli presenti nella sfida Manchester City v Arsenal).
Il pubblico virtuale viene invece creato tramite la computer grafica e consiste nel coprire una certa area di schermo (in questo caso quella in genere occupata dai tifosi) con una serie di immagini, fisse o in movimento.


NBA
Nella NBA per ovviare alla mancanza di tifosi si sono affidati alla realtà aumentata di Microsoft per creare un avatar delle persone in modo da riempire gli stadi con un falso pubblico.
La NBA avrebbe dovuto ricominciare la stagione 2019-2020, interrotta per la pandemia globale, il 30 luglio a Orlando senza pubblico presente, privando il basket di una componente importante per la sua riuscita. Così Microsoft, in collaborazione con l'NBA, ha studiato un modo per garantire la presenza di un pubblico virtuale negli stadi e rendere le partite coinvolgenti per tutti.
Grazie alla nuova funzionalità di Microsoft Teams, chiamata Together mode, sarà possibile avere un pubblico di avatar negli stadi:

"La modalità Together utilizza la tecnologia di segmentazione AI per riunire le persone in uno sfondo condiviso come una sala conferenze, una caffetteria o un'arena. Utilizzando i principi scientifici della cognizione e della percezione sociale, la modalità Insieme è più di uno sfondo virtuale che fa sentire virtualmente tutti più vicini"
Per poter utilizzare la nuova modalità Together di Microsoft Teams, l'NBA ha installato degli schermi a LED alti circa 5 metri lungo tre lati di ogni campo da gioco. Dal 30 luglio questi schermi sono stati riempiti con oltre 300 fan che partecipano dal vivo al gioco collegandosi alla funzione Teams di Microsoft. Lanciata durante il lockdown, questa modalità era stata ideata per creare migliori interazioni durante le riunioni di lavoro attraverso un proprio avatar e quello dei colleghi realizzato grazie all'intelligenza artificiale che segmenta viso e spalle e colloca le persone in uno spazio virtuale. La nuova modalità Together di Microsoft Teams è stata potenziata ed estesa anche allo sport per permettere ai fan di mantenere un senso di comunità mentre guardano le partite di basket. Microsoft, dà ai fan quindi la sensazione di sedersi uno accanto all'altro in una partita dal vivo senza lasciare il comfort e la sicurezza delle loro case. I giocatori, nel frattempo, sperimenteranno il loro supporto e vedranno la reazione in tempo reale dei fan. E gli spettatori che si sintonizzano sulla partita sentiranno l'energia della folla e vedranno gli stand virtuali pieni di fan.


MLB
Tutte le 30 squadre della MLB hanno già annunciato che adotteranno un falso rumore dei fan preso dai giochi "MLB: The Show di Sony", invece Fox Sports trasmetterà le partite con un pubblico virtuale.

Brad Zeger (produttore esecutivo e di Fox Sports): "Crediamo che la folla e vedere le persone sedute facciano parte di una trasmissione di sport di alto livello nelle principali leghe. Quindi volevamo trovare una soluzione per questo"
Per creare un pubblico virtuale nelle partite di baseball della Major League, Fox Sports userà una combinazione di tecnologie già precedentemente usato per il Super Bowl: in primis il software di realtà aumentata Pixotope, che sfrutta la grafica di Silver Spoon Animation in Unreal Engine di Epic, già in uso nei videogiochi e sui set per gli spettacoli. Unreal si differenzia dalla solita grafica cinematografica perché non usa la post-produzione ma il rendering in tempo reale, che risulta dunque adatto alle necessità della televisione, specialmente durante la diretta delle partite. Per completare la resa credibile di un pubblico virtuale SportsMedia Technology (SMT), società che gestisce la maggior parte degli overlay sportivi come i tabelloni segnapunti o altro, lavorerà per inserire la grafica nei feed live della videocamera. Saranno quattro le telecamere che permetteranno di vedere i fan virtuali. I tifosi potranno indossare le maglie della propria squadra, saranno di numero e densità variabile. In realtà, squadre, dogout e bullpen a parte, i ballpark della MLB sono desolatamente vuote. Mascotte della squadra di casa esclusa.


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sabato 6 giugno 2020

I Litigi Di Michael Jordan Con Steve Kerr e Gli Altri Compagni

"Se riescono a superare me, non avranno problema con gli altri in partita"

Michael Jordan nacque nel 1963 a New York ed è stato probabilmente il più forte giocatore di pallacanestro di tutti i tempi. Nel 1999 venne eletto "più grande americano del XX secolo".
Con i Chicago Bulls vinse 6 titoli: 91, 92, 93, 96, 97 e 98 (più due ori olimpici: nel 84 e con il Dream Team nel 92).
MJ si ritirò una prima volta nel 1993 per poi tornare nel 1995. Tra l'altro in quel periodo venne girato anche il film Space Jam (poi uscito nel 1996) con altre star della NBA: Charles Barkley, Patrick Ewing, Larry Johnson, Muggsy Bogues e Shawn Bradley. In poche parole degli alieni rubano il talento di questi 5 giocatori della NBA per sfidare i Looney Tunes che sentendosi spacciati arruolano tra le proprie file MJ convincendolo a tornare a giocare a Basket.
Le cose per i Looney Tunes si mettono subito male ma grazie a discorsi motivazionali (appunto) ne verrà fuori una formidabile rimonta.
Conosciuto per la sua grande bravura e determinazione nel volersi sempre migliorare ma anche per alcuni atteggiamenti atti a spronare i suoi compagni di squadra facendoli rendere al meglio.
Per rendere l'idea in una partita degli anni 80 contro i San Diego Clippers di Lancaster Gordon, i Bulls vennero sconfitti facilmente con Jordan che giocò malissimo. Dopo la gara, andando verso gli spogliatoi, Gordon tira una pacca sul sedere di Jordan e gli dice "Buona partita".
Quando le due squadre s'incontrarono nuovamente, i Clippers furono distrutti.
"Nessuno può darmi una pacca sul sedere e dirmi buona partita"
Il croato Toni Kukoc venne scelto nel 1990 al Draft ma fino alla stagione 1993/94 non si trasferì negli USA. 

Toni Kukoc: "In Europa hai il privilegio di poter crescere con più calma ma Jordan e Pippen non erano stati contenti della scelta. Un giocatore parcheggiato in Europa significa perdere una potenziale pedina utile nell’immediato, dovendo cercare un ripiego. Stavo per giocare nei Bulls campioni, tutti sono fortissimi. Arrivo a Chicago con l’idea di giocare con Michael, magari vincere un altro campionato e questa prospettiva svanisce quando Jordan si ritira" 

Il ritiro nel 1993 del #23 influenzerà pesantemente le possibilità di vittoria dei Bulls, che l’anno successivo si fermeranno al secondo turno dei Playoff.
Alla fine, però, Jordan ritornerà, dando a Kukoc la possibilità di conoscerlo e di essere parte fondamentale di una squadra vincente. 
"Mentre Scottie aveva un carattere più gentile, Michael era quasi sempre aggressivo nei miei confronti. Però, quando mi vedeva giù, veniva da me e dava una pacca amichevole sul sedere: 'Ti voglio bene, fratello jugoslavo'. Al che io rispondevo 'No, no: croato!' "
Uno dei più noti litigi fu quello in allenamento con tanto di rissa con il suo compagno Steve Kerr (nella pre-season 1995/96), ai tempi erano arrivati tanti volti nuovi: Bill Wennington, Toni Kukoc, Dennis Rodman e, appunto, Steve Kerr.
Michael Jordan: "In quel periodo volevo che capissero cosa significava essere in trincea. Chi non lo sa, non è pronto quando inizia la guerra vera e propria. Steve Kerr e Luc Longley e tutti gli altri ragazzi, si facevano forti dei 3 titoli che avevamo vinto nel ’91 e ’92, ma loro non c’entravano un ca**o. Ma ormai giocavano per i Bulls. No, non è così: quando arrivai, eravamo una squadra di merda e dovevamo elevare il nostro gioco per tornare ad essere una squadra da titolo. Bisogna attenersi a certi standard. Non si può cazzeggiare. Non puoi arrivare scherzando e ridendo. Devi essere pronto a giocare.
Quindi, un giorno, durante un allenamento Phil mise Steve Kerr a marcarmi. Phil sentì la mia aggressività e cercò di calmarmi chiamando dei falli stupidi. Mi arrabbia e gli dissi: 'Così proteggi lui, ma questo non ci aiuta per quando affronteremo New York o altre squadre fisiche'. Lo fece di nuovo e lo colpii dicendo: 'Vuoi un fallo su Steve Kerr? Eccolo'. Mi colpì al petto, io risposi e gli tirai un pugno all’occhio. E Phil mi cacciò dall’allenamento"

Questa invece la versione di Steve Kerr: "Quando iniziò il training camp, Michael era in una forma incredibile, ma era anche molto arrabbiato. Una rabbia che proveniva dalle sconfitte. Quindi ogni giorno di quel training camp era una guerra con lui. Ci insultava spesso. Eravamo stati messi in squadre diverse durante uno scrimmage. E cominciò a fare il suo solito trash talking. Io ero nervoso perché ci stavano facendo il culo. Penso di avere una grande pazienza di base, ma ad un certo punto scatto. Perché anch’io, come lui, sono una persona estremamente competitiva. Di solito non sono tanto forte da avere la meglio, ma ci provo. Combatto"

Michael Jordan: "In doccia pensai: 'Ho picchiato il più piccolo in campo'. E mi vergognai. Salii in macchina e tornai al Berto Center e chiesi il numero di Steve Kerr. Chiamai Steve, mi scusai: 'Senti amico, non ce l’avevo con te. mi sento in colpa'. Si guadagnò il mio rispetto, perché non si era fatto intimorire in quella situazione"

Kerr si è recentemente aperto sull'argomento: "Mi ha chiamato più tardi quel giorno e si è scusato. In un modo strano, è stato quasi un passo necessario nella nostra relazione. E da quel momento in poi, penso che mi abbia capito molto meglio e viceversa. Andavamo molto d’accordo e gareggiavamo insieme e penso che si fidasse di più di me. Quindi alla fine è stato un litigio positivo. Ma non ne abbiamo mai parlato da allora. Ad essere sincero, non ci penso mai, ma mi viene chiesto perché è una situazione unica"
Riguardo Luc Longley si ricorda quello che successe nel 1997 in finale di Conference contro gli Utah Jazz (serie 2-2). Ad inizio del quarto quarto il punteggio è di 77 pari.
A 40 secondi dalla fine, Michael Jordan va in lunetta per portare i Chicago Bulls avanti nel punteggio, ma il secondo libero gli esce corto. I taglia fuori dei Jazz non sono di certo dei migliori e il rimbalzo lo prende proprio Jordan che dopo uno scarico dal post alto infila la tripla del +3 con appena 25 secondi da giocare. Possesso veloce dei Jazz che si riportano sotto di uno con la schiacciata di Greg Ostertag su assist di Stockton.
Michael Jordan riceve la rimessa ma i Jazz non fanno fallo, così The Air passa a Steve Kerr sulla metà campo e grazie ad un triangolo con Kukoc la palla arriva a Luc Longley, smarcato e liberissimo di allargarsi e portare il cronometro a 0, con soli 7.3 secondi dalla sua ricezione e con i Bulls in vantaggio 88 a 87. Longley però, sotto canestro, schiaccia e riporta i suoi sul +3, lasciando un possesso comodo ai Jazz con 6.2 secondi. Una scelta assolutamente folle. L’espressione di Jordan è tutto un programma: rabbia ed odio ma anche gioia. Ma il pallone è degli Utah. Gli uomini di Sloan subiscono fallo e Stockton in lunetta sbaglia un libero che condanna definitivamente la sua squadra.
Dennis Rodman vincitore di 5 titoli (3 a Chicago e 2 con i Bad Boys di Detroit), il verme, colui che frequentò tantissime donne e ne combinò di tutti i colori come quando (da avversario) nelle finali del 1991 scaraventò a terra il futuro compagno Pippen con un fallo assolutamente gratuito e cattivo o come quella volta che venne trovato in un parcheggio dell'arena dei Pistons con un fucile o si prese una squalifica di 11 partite nel 1997/98 dopo aver preso a calci un fotografo a bordocampo (pare abbia anche 28 fratelli): "Se giocasse ora, Michael farebbe 50 punti partita. Per come chiamano i falli oggi, non avrebbe problemi. Allora c’erano difese durissime, ma lui non si tirava mai indietro. E non si è mai riposato una volta: giocava ogni singola partita, non me ne ricordo una saltata per riposarsi. Duranti i miei tre anni a Chicago non abbiamo mai parlato al di fuori del campo. Venivo pagato per quello che facevo sul rettangolo di gioco e non per le conversazioni. Quindi non ho mai avuto conversazioni con Pippen né con Jordan se non quelle in mezzo al campo durante le partite"

"LeBron James se avesse giocato negli anni 80 o 90 sarabbe stato un giocatore normale. Non è paragonabile a Jordan, né come gioco né come carisma"

"È sopravvalutato perché è bianco" (quando giocava a Detroit disse di Larry Bird)

"Io, Mike (Jordan) e Scottie (Pippen) abbiamo rivoluzionato il gioco. Il modo in cui tutti giocano adesso, è quello che noi giocavamo vent’anni fa. E ora all’improvviso tutti parlano di Big Three. Adesso? Veramente? Noi eravamo i Big Three. Abbiamo costantemente vinto campionati. E l’unica ragione per cui non abbiamo conquistato il quattro anello di fila è perché Mike ha detto: 'Voglio X milioni di dollari'. E loro non volevano darglieli, quindi se ne n’è andato, io me ne sono andato, Scottie se ne andò e Phil Jackson se ne andò. Aspettavamo tutti Michael. È così che è finita la corsa"


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venerdì 21 febbraio 2020

Bernard King e Il Record D'Arresti In Giovane Età (NBA)

Bernard King nacque nel 1956 ed approdò nella NBA nel 1976 conoscendo una carriera comunque fuori dal comune nella lega d’Oltre-atlantico.
Considerato uno dei più grandi attaccanti degli anni ’80, King era uscito dalla University Of Tennessee ed aveva piacere nell'umiliare tutti i suoi detrattori.

King: "quando ci giocavo il gioco era duro e fisico, molto più di oggi. Non si aveva diritto all’errore, altrimenti il mondo ci avrebbe linciati"

Mentre gioca al college viene arrestato svariate volte per consumo di marijuana, per guida in stato di ebbrezza e guida senza patente.
In NCAA comunque, King batte tutti i record della sua università, viene quindi scelto dai New York Nets nel 1977.
King per festeggiare la sua chiamata si intrufolò nel complesso adibito allo sport della sua alma mater Tennessee e rubò una televisione: viene subito portato in questura.
Cinque giorni dopo il furto di televisione fu arrestato per possesso di marijuana e per resistenza a pubblico ufficiale.
In ogni caso, King avvia la sua carriera professionistica in un ambiente che non è proprio dei migliori.
Nella sua prima stagione, l’ala piccola di 2.02 m segna 24.2 punti a partita e cattura 9.5 rimbalzi. L’anno successivo prosegue la sua scalata su una base di 22 punti e 8.5 rimbalzi di media.
Sempre nel 1978 viene trovato in possesso di cocaina.
Nonostante queste statistiche che ne fanno già un eccellente giocatore, King gioca solo due stagioni con i Nets. In seguito viene trasferito agli Utah Jazz a Salt Lake City dove viene però sospeso per una storia di abuso sessuale (diventando così il giocatore più giovane di sempre, aveva infatti 23 anni e un mese, ad essere arrestato per quattro volte), una lunga serie di eccessi e una dipendenza da alcool sempre onnipresente.


L'ESPLOSIONE AI NEW YORK KNICKS
Utah sceglie di mandarlo nella Oakland Bay e ai San Francisco Warriors, Bernard King si rende conto che la sua dipendenza dall’alcool lo sta uccidendo lentamente.
Anche se la zona non è certo nota per esser luogo tranquillo (traffico di droga e violenza), l’ex giocatore dei Jazz riesce comunque a liberarsi dalla dipendenza per la sorpresa di molti.
In due stagioni, King si cuce addosso l’etichetta di giocatore su cui è impossibile difendere e i suoi avversari cominciano a temerlo. Non pensa alla pressione né alle tentazioni del male, solo a metter palla a canestro e vincere le partite. Con un talento offensivo completo, in combinazione con un fisico da superatleta, King assurge a nuova vita e ora fa paura a tutti.
Tuttavia, essere il padrone della Oakland Bay non è più sufficiente, King decide allora di fare le valigie in direzione della Grande Mela, sponda New York Knicks.
Nell’impianto più famoso degli Stati Uniti, King disegna prestazioni senza precedenti.
Il 31 gennaio 1984 diventa il primo giocatore dal 1964 a segnare 50 punti nel corso di due gare consecutive e trascina i suoi Knicks ai play-off.
La sua carriera sembra in rampa di lancio: il 25 dicembre 1984, supera anche la soglia dei 60 punti al Madison Square Garden. Il record di punti, guarda che coincidenza, è ottenuto proprio contro i New Jersey Nets.
Nel corso del match con i Kings di Kansas City, il 23 marzo 1985 e già autore di 37 punti, King entra in contrasto con Reggie Theus. Gli viene sanzionato il fallo, ma le conseguenze dell’impatto sono ben più gravi. Il suo ginocchio cede e al giocatore dei Knicks saranno necessari lunghi minuti prima di potersi muovere.
King rimarrà due anni lontano dal parquet.
Al ritorno dall'infortunio, il suo tiro non è più efficace come i tempi d'oro quindi viene rilasciato dai Knicks nel 1987/88.
Deluso dalla sua squadra del cuore, Bernard King decide di ripartire una seconda volta dai Washington Bullets.
Quando affronta i suoi Knicks, il 31 gennaio 1991, segna 49 punti al Madison, con 20 su 35 al tiro e 11 rimbalzi, e si guadagna l’ovazione del pubblico newyorkese, che non ha dimenticato l’idolo di un tempo ed è ancora affascinato dalle sue prodezze. Proprio nel 1991 si ritrova a lottare con Michael Jordan e Karl Malone per il titolo di capocannoniere di un campionato che lo vedrà chiudere con 28.4 punti di media a partita.
La stagione regolare 1990/91 è anche l’ultimo campionato ad alto livello.
Poco dopo l’All Star Game, s'infortuna nuovamente al ginocchio. Quando la sua riabilitazione si conclude, Wes Unseld, l’allenatore dei Bullets, non lo ha più in grazia. Pare che King lo avesse addirittura minacciato con un’arma.
L’ex bomber di New York torna esattamente là dove tutto ebbe inizio, ai New Jersey Nets. Dopo 32 scampoli di gioco a Newark, King si ritira e lascia un vuoto incolmabile nel microcosmo NBA. Per molti, senza il terribile infortunio del 1985, Bernard King sarebbe potuto diventare il miglior marcatore di tutti i tempi e scrivere una pagina epica nella storia della National Basketball Association.


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giovedì 26 settembre 2019

La Storia Di Magic Johnson: L'HIV e La Guarigione?

La madre: "Magic, ricordati che quel che il Signore dà, il Signore può prendere"

Earvin, più noto semplicemente come Magic Johnson (Lansing nel Michigan, 1959) è considerato uno dei più grandi giocatori della storia del Basket. Ha vinto 5 titoli NBA con i Los Angeles Lakers e la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 (con il primo Dream Team degli USA, visto che prima del 1992 giocavano gli universitari).
È stato eletto 3 volte miglior giocatore NBA e miglior giocatore delle finali NBA.
Magic è stato capace di rivoluzionare la pallacanestro: giocò infatti da playmaker, un ruolo tradizionalmente riservato al giocatore più basso e agile di una squadra.
Con i suoi 206 cm di altezza è stato il play più alto nella storia della NBA, ma al tempo stesso si è dimostrato un giocatore dinamico e dotato di un'eccellente visione di gioco.
Uno dei suoi più grandi rivali fu Larry Bird dei Boston Celtics.
Fino al 1992, anno del ritiro di Bird, i 2 si divideranno in totale 8 titoli NBA.


HIV 1991
Magic ha annunciato più volte il ritiro dall'attività agonistica.
La prima nel novembre 1991 quando, dopo un controllo di routine antecedente l'inizio della stagione NBA, ricevette la terribile notizia che aveva contratto il virus dell'HIV e lo rivelò al mondo.
Johnson prima di una partita si sentiva molto stanco, il manager lo convinse a giocare, quanto poco prima della palla a 2 il medico gli intimò di tornare subito da lui...per rivelargli la tremenda notizia.
Prima dell'annuncio, seguirono altre analisi: la sua assenza dai Lakers venne giustificata come una comune influenza. Tuttavia il referto confermo e quindi fu implacabile.
Il problema era come dirlo a tutti, Magic indusse una conferenza stampa con l'allora commissioner David Stern.

"Per cominciare, buon pomeriggio. A causa del virus dell’HIV che ho contratto, oggi devo ritirarmi dai Lakers. Prima di tutto voglio chiarire che non sono malato di AIDS, perché so che molti di voi vorranno saperlo, ma ho il virus dell’HIV. Voglio solo dire che mi mancherà giocare e che ora diventerò un portavoce della lotta contro l’HIV, perché voglio che la gente e i giovani capiscano che possono fare sesso sicuro. A volte si è ingenui e si pensa che queste cose succedano agli altri. Andrò avanti, sconfiggerò il virus e continuerò a divertirmi. Quindi, grazie ancora e a presto"
Poi fu la volta delle TV: "Magic Johnson è stato colpito dall'AIDS. È la fine della sua carriera"

Il 7 novembre 1991 infatti con queste parole la CNN sconvolse il mondo dello sport americano.
Magic aveva soli 32 anni: "I test non ammettono dubbi: sono stato colpito dal virus HIV, ora sto bene, ma non posso rischiare. Mia moglie sta bene, non ci sono problemi con lei"

Poi qualche parola anche per i suoi compagni: "Non sono morto e per quanto mi riguarda voglio vivere a lungo, venire qui a vedere le vostre partite e rompervi le scatole"

Questa terribile notizia, cambiò anche la percezione di una malattia di cui all'epoca si conosceva davvero poco (anche se i primi casi si erano già avuti nei primi anni 80 con diverse migliaia di vittime per tutto il decennio. Nei primi 30 anni di HIV dal 1981 al 2011 si contano oltre 25 milioni di vittime).

L'allora presidente Bush: "E' una tragedia. Per me, per tutti quelli che amano lo sport, Magic è un eroe. Quanto fatto dall' amministrazione americana per la lotta alla sindrome da immunodeficienza acquisita non è stato ancora tutto il possibile ma io correrò un giro di campo in più del necessario per dare il mio contributo alla soluzione del problema"

All’epoca, proprio per la scarsa conoscenza della patologia e per le poche ricerche che erano state fatte, si pensava che avere l’HIV significasse morte certa. Era solo questione di tempo prima che l’HIV degenerasse nel virus dell’AIDS e sopraggiungesse la fine, perché non c’erano vaccini o cure universalmente riconosciute come efficaci.
"Ero seduto lì, con a fianco il coach (dei Los Angeles Lakers) dicendo che non poteva capitare a me. Mi credevo invincibile"
Sul campo dei Knicks il coach Pat Riley, grande amico di Johnson, chiese al pubblico di osservare un minuto di silenzio, come si fa quando muore qualcuno.
Magic comunque decise di diventare subito simbolo della lotta all'AIDS che negli Stati Uniti all'epoca aveva causato 125mila morti e contava già 200mila malati.
Il virus aveva già colpito altri settori (musica, moda, cinema, etc) ma il giocatore dei Lakers fu il primo sportivo a dichiarare di averlo contratto. Si pensava che riguardasse soprattutto il mondo omosessuale (e dei tossicodipendenti) e invece mutò la vita di un uomo che si era sposato da poco con una donna che dopo pochi mesi, a giugno, avrebbe partorito Earvin III.
Contrasse il virus ovviamente non per sfortuna né per siringa od omosessualità, come Rock Hudson, ma per orgia. Come tanti campioni dello sport, Magic non sapeva resistere alle tentazioni delle "groupies", delle donne del reggimento che seguono i professionisti dello sport o le band Rock, offrendosi anche gratis o a prezzi famigliari per una notte col divo. Rivelò lui stesso di essere andato a letto con quattro donne contemporaneamente e di avere abbandonato brevemente una discussione contrattuale per appartarsi nell' ufficio accanto con una segretaria disponibile, sbattuta su una scrivania, mentre nella stanza vicina si discuteva di % e clausole.
Nonostante la decisione di lasciare il Basket, Magic Johnson fu votato nel quintetto di partenza dell'All Star Game 1992 che si disputò a Orlando. La scelta fu molto controversa perchè alcuni giocatori avevano paura di essere contagiati.
I compagni di squadra Byron Scott e A.C.Green espressero la loro contrarietà.
Karl Malone degli Utah Jazz disse: "In campo può capitare di ferirsi, a me succede spesso. Non possono dire che non sia un rischio farlo giocare, non potete dirmi che non ci stiano pensando tutti i giocatori NBA"
Magic alla fine non solo giocò quella partita ma fu anche eletto MVP con un totale di 25 punti di cui 10 segnati già nel primo quarto.
Il numero 32 dei californiani fu convocato anche nel Dream Team statunitense (Spagna 1992) che incantò il mondo a Barcellona e nelle 3 partite conclusive (quarti, semifinale e finale) andò sempre in doppia cifra.
Dopo di ciò si ritirò.
Furono comunque anni di cambiamenti: basti dire che da allora giocatori feriti o con la maglietta insanguinata sono costretti a lasciare il campo ("Magic Johnson Rule").
Poco dopo però Magic annunciò di voler tornare a giocare nei Lakers ma fu costretto a fare retromarcia.
Dopo un taglio subito in una gara di preparazione ci fu la svolta improvvisa: "Leggevo la paura sulle facce degli altri. Avversari e compagni si chiedevano: «Sarà fasciata bene? Non perderà sangue? 
Poi ho parlato a mia moglie, le ho detto: sai, ieri sera non mi sono divertito. Continuavo a pensare a quel taglio e a quella fasciatura. Io non ne ho bisogno, tu non ne hai bisogno, possiamo andare avanti divertendoci e godendoci la vita. E io posso continuare il mio lavoro fuori dal Basket"

Qualche anno dopo però ci ripensò e il 30 gennaio del 1996 riassaporò le emozioni del parquet con la maglia gialloviola: 19 punti, 10 assist e 8 rimbalzi per Magic nel match vinto contro i Warriors.
Fu il primo di 32 gare della sua seconda vita cestistica ma i Lakers, nonostante la sua presenza, furono eliminati al primo turno dei playoff dagli Houston Rockets.
A fine anno Johnson annunciò il suo ritiro definitivo: "Sono soddisfatto del mio ritorno, anche se speravo potessimo arrivare più avanti. Ma ora sono pronto a lasciare per davvero. È tempo di andare avanti".


LE CURE E LA GUARIGIONE?
I medici lo sottoposero a una prima cura sperimentale a base di farmaci antiretrovirali.
Molti erano convinti di non vederlo mai più.
Nel 1997 pare che il virus, se non debellato, era almeno scomparso dagli esami clinici. Come aveva detto Elisabeth Glaser, una madre di famiglia infettata da HIV durante una trasfusione e divenuta sua amica e attivista politica "se fra di noi c' è uno che ce la può fare, questo è Magic Johnson".
Aveva ragione. Elisabeth è morta. Magic sta bene.
"Guarito" è una parola grossa, anche se nel mondo dell' AIDS si comincia a pronunciarla con qualche timida speranza.
L'intervista in cui la moglie Cookie afferma che Johnson ha battuto l'AIDS è stata smentita anche dai medici che lo curano.
Ma il virus era ai tempi ormai invisibile. La realtà è più brutta di quello che la moglie Cookie aveva comunicato al mondo ai tempi ma resta sufficientemente miracolosa per dare una potentissima spinta alle speranze dei milioni di sieropositivi.
Dopo questa dichiarazione shock (in positivo, naturalmente) intervennero, però, molti medici per spiegare che il virus esisteva ancora nel corpo di Magic ed è perfettamente in grado di contagiare altre persone.
Tuttavia furono passi avanti notevoli visto che, nei primi anni 90, sarebbe stato impensabile arrestare in questo modo il decorso della malattia.
Quasi il 90 % di coloro che si assoggettano alla medesima terapia, un cocktail di farmaci da assumere secondo una cadenza rigorosissima, hanno ottenuto risultati analoghi e, senza dubbio, confortanti.
L'esatta diagnosi è che l'HIV è calato a livelli "invisibili". Tuttavia, puntualizzano Ho ed Hellman in un comunicato congiunto, "è indispensabile enfatizzare che "invisibile" non equivale ad "assente". Inoltre "invisibile" può significare che l'HIV non compare nel sangue o nello sperma, ma che magari si annida negli intestini".

Il medico David Ho (in un'intervista del 2011) racconta: "Oggi la difficoltà principale è fare in modo che prenda le pillole ogni giorno sempre alla stessa ora. È una sfida perché Johnson è un uomo molto impegnato ma si rende conto di quanto sia importante. Ormai è diventato un simbolo della vita contro l’HIV. Sa quello che serve per combattere il virus e lo fa" 

La malattia non ha impedito a Magic di diventare un simbolo anche fuori dal campo ergendosi a imprenditore di successo, con partecipazioni in famose multinazionali. È il proprietario dei Los Angeles Dodgers e il suo parere era e resta tra i più influenti d'America anche in politica.

"Non fatevi illusioni, non abbassate la guardia, non ripetete i miei errori, non dimenticate la prevenzione"

E a tutti ripete sempre il suo slogan: "Stay ready to keep from getting ready" ("Siate sempre pronti, per non dovervi preparare all’ultimo istante").


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venerdì 14 giugno 2019

Google Cloud Nello Sport: Dai Golden State Warriors Alla Nazionale Inglese

Al di là dell'infausta serie finale NBA persa contro i Toronto Raptors, i Golden State Warriors pronti nella prossima stagione a lasciare Oakland per San Francisco, sono già proiettati al futuro.
Infatti qualche mese fa (febbraio 2019) annunciarono un'interessante partnership con Google Cloud.
Tutto ciò per aiutarli a trasformare la loro organizzazione rendendola sempre più tecnologica grazie a statistiche, dentro e fuori dal campo. Sempre più industrie (in altri settori) stanno sfruttando l'analisi dei dati per prendere decisioni migliori e mantenere vantaggi competitivi, e lo sport non fa eccezione. Con questa partnership tecnologica pluriennale, Google Cloud sarà anche socio fondatore di Chase Center Arena, il nuovo complesso sportivo realizzato nel quartiere di Mission Bay a San Francisco.
I Warriors per cosa stanno usando Google Cloud? Per soddisfare meglio le esigenze di allenatori, front office, personale, giocatori e fan.
Oggi, come domani.
I Warriors e Google Cloud stanno sviluppando analisi della pipeline dei dati in tempo reale, consentendo ai Warriors di fornire analisi più rapide su elevati volumi di dati. Nei primi test, questo sistema ha ridotto sensibilmente i tempi di elaborazione per operazioni di questo tipo.

Kirk Lacob (Assistant General Manager): "Oggi il 70% del tempo per gli analisti dei Golden State Warriors è dedicato alla raccolta e alla formulazione dei dati e solo il 30% del tempo è dedicato all'analisi. Collaborare con Google Cloud per automatizzare la raccolta dei dati ci consentirà di liberare risorse e dedicare più tempo a trasformare queste informazioni in azioni"

Verranno sfruttate le tecnologie: Cloud Dataflow, BigQuery, Colab, Cloud Composer e Google Data Studio utili per creare modelli di machine learning, per visualizzare dati e analisi interattive che possono essere facilmente condivise con allenatori, staff e giocatori. Con queste soluzioni, Google Cloud può contribuire a potenziare l'analisi delle prestazioni della squadra e dei giocatori.
In futuro, i Warriors useranno nuove tecnologie per rendere memorabile l'esperienza dei fan. Le app per dispositivi mobili della Chase Center Arena saranno ospitate su Google Cloud Platform, insieme alle proprietà web di Chase Center, che miglioreranno l'esperienza dei fan sia sul Web che sullo smartphone. Una nuova app di fan experience, sviluppata dai Warriors ed Accenture, utilizzerà le tecnologie di Google Cloud come App Engine e Firebase per la personalizzazione e Maps per supportare la navigazione e il wayfinding (cioè il modo in cui uno spazio viene studiato, costruito e organizzato per cercare di favorire ed aiutare l'orientamento di una persona nello spazio, in modo che si possa trovare la via grazie al riconoscimento anche inconsapevole di strutture, zone, snodi, quartieri, edifici).
L’utilizzo di piattaforme che supportano l’analisi dei dati è una vecchia prerogativa del Baseball americano: Amazon Web Services, un concorrente diretto del sistema di cloud computing di Google, viene utilizzato dalla MLB per il proprio sistema di tracciamento dei dati Statcast (il database dove vengono analizzate le abilità atletiche ed i movimenti in partita dei giocatori) e dalla NFL per potenziare la propria piattaforma Next Gen Stats (dove vengono raccolti tutti i dati di ogni match e di ogni giocatore sceso in campo nel corso della stagione).
I Warriors sono la prima squadra in assoluto a collaborare con Google e la speranza dei vertici del colosso dei servizi online è che questa partnership possa aiutare il servizio Cloud ad affermarsi anche nel mondo dello sport.
In ambito calcistico invece, la nazionale inglese di calcio ha scelto lo stesso servizio dei Golden State Warriors: Google Cloud.
Lo staff tecnico della nazionale inglese stava già utilizzando la "G Suite" (una suite Google di software e strumenti di produttività per il cloud computing), per migliorare il percorso di allenamento dei giocatori ma anche per aiutare lo sviluppo di un nuovo Player Profile System (PPS) che l’FA (Football Association inglese) sta costruendo: questo innovativo programma riunirà tutti i dati delle diverse prestazioni individuali degli atleti che verranno utilizzati per analizzare e migliorare la loro forma fisica, i carichi di lavoro e l’avvicinamento alle partite.
Inoltre, il PPS automatizzerà l’analisi dei dati in tempo reale, rendendo quindi più facile per gli allenatori delle varie nazionali vedere come i singoli giocatori si comportano in campo ed apportare di conseguenza le necessarie modifiche nel corso del match.

Dave Reddin (FA): "Abbiamo sviluppato un approccio sistematico per provare a rendere l’Inghilterra un team vincente e grazie al supporto della tecnologia Google Cloud potremo approfondire le nostre conoscenze e migliorare le prestazioni dei giocatori in maniera molto più rapida e completa"


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giovedì 23 maggio 2019

La Storia Di Giannis Antetokounmpo: Venditore Ambulante, Il Filathlitikos e La NBA

"C’erano sere in cui, se non fossimo riusciti a vendere niente, non avremmo potuto mangiare a cena. Vivevamo con la preoccupazione latente che la polizia potesse fermarci ed espellerci dal Paese. E’ stata dura"

Giannis Antetokounmpo, greco di origine nigeriana, vive un'infanzia difficile.
La Nigeria dal 1960 è uno stato indipendente ma non riesce a stabilizzarsi dal punto di vista politico ed economico: la situazione è allo sbaraglio e da più di 30 anni si susseguono colpi di stato a governi provvisori che non hanno nemmeno il tempo di stabilirsi che sono già decaduti.
Per via di una costante povertà, la famiglia Adetokumbo decide di lasciare la Nigeria e intraprendere una nuova vita, possibilmente più dignitosa e tranquilla, in Europa. Così, nel 1992, Charles e Veronica sbarcano in Grecia, che dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha aperto le frontiere agli immigrati.
La famiglia Adetokumbo sbarca in Grecia da perfetti clandestini, abbandonando Lagos con la speranza che le cose possano migliorare. Si stabiliscono ad Atene e qui il 6 dicembre 1994 nasce il terzogenito Giannis.
Vivere da clandestini non è facile, così Veronica e Charles provano ad ottenere la cittadinanza greca, quanto meno per i figli (per i quali hanno scelto nomi tipicamente ellenici come Thanatis, Kostas, Francis, Alexis e Giannis appunto); cambiano persino il cognome rendendolo simile al luogo dove abitano passando da “Adetokumbo” a “Antetokounmpo” ma, la loro condizione di immigrati clandestini, non gli permette di ottenere i documenti voluti. Per cui Giannis si ritrova in una situazione paradossale: non ha né passaporto nigeriano (non ha mai visitato la Nigeria, tra l’altro) né greco.
E' quello che può essere etichettato come apolide.
La famiglia Antetokounmpo, come già affermato, vive ad Atene, in zona Sepolia, un quartiere tra i più malfamati della città ad alto tasso razzista, tra le altre cose.
Inoltre con la costante paura che la polizia potesse scoprire la loro situazione cacciandoli dalla Grecia. Detto questo, la situazione è ancor più drammatica di quello che si possa pensare: mamma Veronica e papà Charles non hanno un lavoro fisso e pertanto sono costretti a lavorare come venditori ambulanti. Sfamare una famiglia in cui sono compresi ben 5 figli, non è facile, per cui i fratelli più grandi come Francis, Thanatis e lo stesso Giannis, provano ad aiutare i genitori, lavorando per strada: occhiali da sole, borse, scarpe e tutto ciò che era possibile vendere per racimolare qualche euro che permettesse di pagare le bollette e mangiare.
Tutta roba taroccata, ovviamente.
Al di là di ciò, il Basket per Giannis e il fratello Thanatis è sinonimo di salvezza dalla difficile vita di strada.
A notare prima di tutti Thanatis e Giannis, è stato coach Spiros Velliniatis, allenatore del Filathlitikos, club di Serie A2 greca.
Il piccolo club greco, partecipa per la prima volta alla seconda serie nel 2012/13, pur essendo stati fondati nel 1986.
L’allenatore, ex giocatore professionista, ha una mentalità piuttosto aperta rispetto a molti altri concittadini e, vedendolo giocare tra i campetti di periferia, si innamora del suo talento, intuendo il potenziale.

Velliniatis venendo a conoscenza della situazione economica della famiglia Antetokounmpo, offre un lavoro ai genitori: "Hai di fronte Mozart che è affamato, cosa fai? E’ un dilemma da risolvere. No, non gli serve un violino. Gli serve un filone di pane"

Così Giannis ha l’opportunità di crescere con serenità e costanza e i risultati non tardano ad arrivare: 9.5 punti, 5 rimbalzi, 1.4 assist, 1 stoppata e 0.7 palle rubate di media, segno che il potenziale è di quelli grossi.
Nel club greco ci giocano i fratelli Antetokounmpo, Giannis e Thanasis, così come giocatori come Nikos Gkikas, Michalis Kamperidis e Christos Saloustros.
Al termine della stagione finiranno al terzo posto (miglior risultato della loro storia).
Durante la stagione 2013/14, il Filathlitikos conclude il campionato al dodicesimo posto venendo retrocesso in terza serie.
Dal suo canto Antetokounmpo, Giannis, già non c'era più in quanto il Saragozza ne intravede il potenziale e gli offre un quadriennale da 250 mila euro annui.
Ma il suo destino non è in Europa, bensì in NBA.
Tanti sono gli scout che vengono ormai ripetutamente a visionare le sue partite e anche i GM delle franchigie iniziano a scomodarsi: dagli Oklahoma City Thunder agli Houston Rockets, passando per i Denver Nuggets e terminando con Boston Celtics e Phoenix Suns.
Nel 2013 la Grecia, avendo ormai chiaro il futuro del giocatore in NBA, decide di assegnare a lui e la famiglia la tanto desiderata cittadinanza ellenica per meriti sportivi.
Così, in vista degli Europei Under-20 tenutisi quell’anno, Giannis viene convocato in nazionale. Per Antetokounmpo è l’ultima importante vetrina prima dello sbarco in NBA e le attese non vengono tradite: il ragazzo si mette in mostra con la maglia della Nazionale Greca, raggiungendo un buon quinto posto.
Con la scelta numero 15 del draft NBA 2013 i Milwaukee Bucks selezionano Giannis Antetokounmpo.
Un giocatore completo (ala piccola ma anche guardia e playmaker all'occorrenza) con grandissime doti atletiche, un gran tiro dalla media distanza e soprattutto sotto i canestri.
Grande rimbalzista e rubatore di palloni, proprio per la sua capacità di "leggere" in anticipo le intenzioni degli avversari (e quando hai mani lunghe 26 centimetri e braccia che in piena estensione raggiungono i 222 cm...è sicuramente tutto più facile).
Nel 2013 chiude con 6.8 punti di media a partita giocandone 77.
Le % dal campo poi migliorano sino ad arrivare ai 26.9 del 2017/18 con 10 rimbalzi e 4.8 assist a partita.
Ah il fratello Thanasis milita nel Panathinaikos dopo un breve periodo nei Westchester Knicks, squadra della D-League, ossia la lega in cui le squadre NBA decidono di far giocare i cestisti che devono ancora maturare e non sono ancora pronti al grande salto nella massima lega. In questa lega gioca anche l’altro fratello, Kostas, nei Texas Legends, squadra satellite dei Dallas Mavericks.


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sabato 11 maggio 2019

Le Più Grandi Rimonte In MLB, NBA, NFL e NHL (Greatest Comebacks)

In quest'articolo vedremo le più grandi rimonte (comebacks) accorse nei principali quattro sport americani: MLB, NBA, NFL e NHL. Oltre alla regular season, sono riportate imprese anche ai playoff. Non solo grandissimi margini recuperati ma anche margini magari minori ma recuperati in brevissimo tempo.


MLB
In regular season nel 2016 si ricordano i Seattle Mariners compiere un incredibile rimonta in quel di San Diego. I Mariners sprofondati 12-2 dopo cinque inning, riuscirono a realizzare 5 run nel sesto ed addirittura 9 nel settimo. Fu la più grande rimonta dal 2009.
Nel 2009 invece gli Indians recuperarono da 10-0 sotto, per poi battere i Rays il 25 maggio, invece gli Oakland Athletics recuperarono da un deficit di 12-2 per battere i Minnesota Twins il 20 luglio.
Il 5 agosto 2001, dalla parte sbagliata stavolta, si trovarono i Mariners che subirono un'incredibile rimonta contro i Cleveland Indians. I Mariners, nel mezzo delle ben 116 vittorie stagionali, segnarono 8 run nel terzo inning a Cleveland per poi salire 0-12. Game over? Non così in fretta.
Cleveland in svantaggio, 2-12, realizzò 3 run nel settimo, 4 nell'ottavo e 5 con due outs nel nono.
14 pari (perchè i Mariners realizzarono 2 run) ma poi Jolbert Cabrera portò a casa Kenny Lofton con un walkoff HR nell'11esimo per il definitivo 15-14. 12 run vennero recuperate il 18 giugno 1911, quando i Tigers recuperarono dal 13-1 per sconfiggere i White Sox, 16-15. Il 15 giugno 1925, sempre gli Indians conducevano sui Philadelphia A's, per 14-2, poi 15-3 e 15-4, prima che ben 13 run subite nell'ottavo cancellassero tutto. Più recentemente, ci sono alcune vittorie in rimonta da 11 run sotto.
Ad esempio gli Astros il 18 luglio 1994, sotto 11-0 contro i Cardinals, dopo tre inning.
Seguì l'11-4, dopo 5 inning, poi segnarono 11 volte nel sesto ed infine vinsero 15-12.
Un altro slugfest famoso accadde il 17 aprile 1976, quando i Phillies stavano affondando con un deficit di 12-1 dopo tre inning al Wrigley Field ma finirono per vincere 18-16, in 10 inning.
Mike Schmidt realizzò ben 4 HR. I Phillies ottennero anche un'altra formidabile rimonta l'8 giugno 1989 contro i Pirates che conducevano 10-0 al top del primo inning.
Al sesto si era 11-10, prima delle 5 run nell'ottavo per il 15-11 finale per i Phillies.
Sempre nello stesso anno da segnalare la rimonta dei San Francisco Giants a Cincinnati: da 0-8 a 9-8.
Qualcosa di più o meno simile successe il 3 maggio 2019 dove i Cincinnati Reds conducevano 8-0 al terzo inning, per poi ritrovarsi 11 pari al nono. Neanche a dirlo, ancora ad uscire vincenti i Giants per 11-12 all'11esimo. Il 28 maggio 2016 i Royals erano sotto contro i White Sox, per 7-1, al nono inning. Kansas City realizzò ben 7 run finendo per vincere 7-8. Poi, il 30 giugno, i Detroit Tigers sotto 7-2 contro i Tampa Bay Rays al nono, realizzarono 8 run finendo per vincere 7-10.
Il 29 giugno 1952, i Cubs sotto 8-2 nel nono, a Cincinnati, con 2 outs e nessuno in base. I successivi nove battitori batterono tutto finendo sempre in base, spingendo spingendo a casa ben 7 run per l'8-9 finale. Il 21 aprile 1991, i Pirates conducevano 7-2, a metà dell'ottavo inning sui Cubs, che grazie ad un grande slam di Andre Dawson segnarono cinque run. Tuttavia nella parte inferiore dell'inning vinsero comunque i Pirates.
In post-season del 2016 invece si ricorda una rimonta sempre all'ultimo inning per i Chicago Cubs in gara 4 della National League Division Series a San Francisco. Cubs sotto 5-2, finirono per vincere 5-6.
Nel 2014, in gara 4 della American League Division Series a Houston, Kansas City era sotto 6-2, nel settimo, ma grazie a 6 run nell'ottavo inning finirono per vincere poi 6-9. Sempre nel 2014 ma nell'AL Wild Card, i Royals rubarono 7 basi per stordire gli Ahtletics, che guidavano con 4 punti di vantaggio nell'ottavo, prima di essere sconfitti. Nel 1929 Philadelphia realizzò la più grande rimonta postbellica.
In gara 4 delle World Series, i Cubs conducevano 8-0 nel settimo prima di subire 10 run.
Nel 1996 quando gli Yankees inaugurarono poi le 4 World Series in cinque anni, in gara 4 della World Series contro i Braves, sotto 6-0, dopo 5 inning, realizzarono 3 run nel sesto e poi tre nell'ottavo.
Gli Yankees poi avranno la meglio nel decimo 8-6. Nel 2008 i Red Sox inseguivano i Rays, sotto 7-0, nel settimo inning di gara 5 dell'ALCS a Fenway Park. Boston poi segnò 4 run nel settimo e 3 nell'ottavo per il pareggio, per poi vincere con un singolo di JD Drew nel nono.


NBA
Nel 1996 gli Utah Jazz di Jarry Sloan si ritrovano sotto 34-70 a 20 secondi dalla fine del secondo quarto. Grazie ad un parziale di 73-33, finiranno per vincere 107-103. Una rimonta ancora più clamorosa (perchè eseguita in molto meno tempo) vide protagonista i Sacramento Kings di coach Paul Westphal nel 2009. I californiani recuperarono uno svantaggio di 35 punti contro i Chicago Bulls sul risultato di 44-79 a 08:50 minuti dalla fine del terzo quarto, riuscendo a chiudere la partita sul risultato di 102-98. Tra le altre rimonte spiccano i 31 punti recuperati sempre da Utah su Chicago nel 1998, i 28 punti dei Lakers su Dallas nel 2002 ed i 29 punti di Golden State contro Milwaukee nel 1975, di Milwaukee contro Atlanta nel 1977 e da Dallas contro Minnesota nel 2008.
Nel 2004, va sottolineata l'impresa di Tracy McGrady degli Houston Rockets che riuscì a realizzare 13 punti nei 33 secondi finali della partita, aiutando così la sua squadra a battere i San Antonio Spurs.
Nel 2018 Cleveland, sotto di 16 punti a 6 minuti dalla sirena, riuscirono a recuperare gli Wizards grazie soprattutto a James che chiuse con 33 punti, 14 assist e 9 assist. Una delle più grandi rimonte nella storia della post-season NBA risale al maggio del 1989, anno nel quale i Lakers di Pat Riley riuscirono nell’impresa di colmare un gap di 29 punti contro i Seattle SuperSonics. Un'altra grande rimonta appartiene invece ai Clippers di coach Vinny Del Negro, capaci di rimontare 27 punti di svantaggio contro i Memphis Grizzlies registrati a due minuti dalla fine del terzo quarto. Nel 1995 nelle semifinali di Eastern Conference tra Knicks e Pacers, quello fatto da Reggie Miller negli ultimi 18 secondi al Madison Square Garden entrò di diritto nella leggenda. Pacers a -6 a 18 secondi dalla fine.
Miller segna la tripla del -3 e sulla successiva rimessa dei Knicks recupera il pallone, risegna da 3 e pareggia i conti. Starks fa 0/2 dalla lunetta, Reggie al contrario è glaciale con un 2/2 e sull'ultima azione i Knicks non riusciranno nemmeno a tirare. In Gara 7 delle finali di Western Conference del 2000 tra Los Angeles Lakers e Portland Trail Blazers (Lakers erano avanti 3-1, poi perdono gara 5 e 6 dunque si va a gara 7), i californiani sono sull'orlo del baratro sotto di 14 punti a 12 minuti dalla fine (sotto di 14 perché Shaw segna da centrocampo allo scadere del terzo quarto).
Poi la rimonta, con Portland che non segna più ed i Lakers che al contrario realizzano tutto quello che c'è da realizzare. Tra le altre, spiccano i 26 punti rimontati (41-16 l'ultimo quarto) da Boston contro New Jersey nel 2002, i 24 punti di Boston contro i Lakers nel 2008 ed i 23 punti di Portland contro Dallas nel 2011. Sempre nelle finali di Western Conference ma del 2002, i Sacramento Kings si ritrovano di 24 punti avanti nel primo tempo. Poi la rimonta, feroce, dei Los Angeles Lakers con una grande difesa che rese la vita impossibile a Sacramento. Tiro da 3 ovviamente dentro, sorpasso Lakers sulla sirena e Staples Center in delirio.
Nelle finali del 2006 i Dallas Mavericks favoriti alla vigilia ed in controllo dopo il 2-0 nelle prime due gare della serie contro i Miami Heat ed in vantaggio di 13 punti a 6 minuti dalla fine. Cuban ed i tifosi di Dallas stanno già pensando ai preparativi per la parata perché dallo 0-3 nessuno è mai risalito nella storia dei playoff. Però non avevano fatto i conti con Dwyane Wade, assoluto protagonista della finale. Gli Heat chiuderanno con un parziale di 30-19 nell'ultimo periodo.
Nel primo turno di Western Conference del 2012, nel terzo quarto i Memphis Grizzlies toccano per ben 3 volte 27 punti di vantaggio e si affacciano all'ultimo periodo con un rassicurante vantaggio di 21 punti. Poi tutto cambia, 33-11 il parziale del quarto quarto. 26-1 Clippers per iniziare il periodo con Chris Paul e compagni che vedevano il canestro grande quanto una vasca da bagno.
Alla fine riusciranno a spuntarla di 1 punto. La più grande rimonta invece è quella dei Los Angeles Clippers avvenuta nel 2019 sul campo dei Golden State Warriors.
La squadra di Curry e company va a +23 all'intervallo, tocca il +31 ma finisce per perdere 131-133.


NFL
A livello collegiale (NCAA) vanno citate assolutamente due partite: iniziamo con quella del 1984 che si svolse all’Orange Bowl di Miami dove Maryland affrontava i favoritissimi Miami Hurricanes guidati dalla futura prima scelta dei Browns, Bernie Kosar. Kosar e compagni stavano infliggendo un’umiliazione incredibile a Maryland essendo in vantaggio per 31-0, con Gelbaugh incapace di organizzare una minima risposta. Reich sostituì Gelbaugh nella ripresa e guidò i suoi ad una rimonta pazzesca, che vide incredibilmente i Terrapins prevalere per 42-40, per quella che fino al 2006 rimarrà la più incredibile rimonta di Football Americano. Questo record venne infranto appunto nel 2006 in Michigan State Spartans v Northwestern Wildcats.
Gli Spartans segnarono 38 punti consecutivi rimontando da 3-38 (con 9 minuti e 54 secondi rimasti nel terzo quarto) finendo per vincere 41-38.
A livello di NFL, si ricordano i Buffalo Bills (nel 1993) recuperare 32 punti agli Houston Oilers che conducevano 35-3 ad inizio terzo quarto. Il pubblico inizia a fischiare, molta gente lascia lo stadio, si alza comunque un vento fortissimo, tant’è che è necessario l’holder per il kick-off. Davis realizza la corsa ravvicinata del 35-10. Lo special team dei Bills in formazione da kick-off normale inganna gli Oilers e il K Steve Christie compie un capolavoro calciando centralmente e cortissimo e, incredibilmente recuperando egli stesso il pallone. Subito dopo ancora Reich lancia lungo per Beebe incomprensibilmente smarcato, per il 35-17. L’atmosfera è incredibile, gli Oilers sono comunque avanti di 18 punti, un vantaggio quasi rassicurante in qualsiasi altra partita, ma non in questa.
Ormai i Bills sono un fiume in piena, l’attacco sterile del primo tempo è diventato inarrestabile, mentre l’impotente difesa sembra conoscere i giochi degli avversari con largo anticipo, rendendosi impenetrabile. Reich innesca il solito Andre Reed per 26 yards ed il TD del 35-24.
La confusione più assoluta regna tra gli Oilers che sbagliano le coperture difensive, ma cominciano anche a sbagliare l’esecuzione del loro attacco con penalità e scelte sbagliate.
Il momentum è talmente dalla parte dei Bills che su una situazione di 4° e 5 Marv Levy decide di andare alla mano, nonostante da quella distanza il K Steve Christie centrerebbe facilmente i pali per il 35-27. Ancora una volta è una scelta azzeccata, Reich, protetto alla grande, scarica un missile centrale che di nuovo l’immarcabile Andre Reed riceve in endzone per l’incredibile 35-31.
I Bills hanno segnato 28 punti in 10 minuti nel terzo quarto e hanno totalizzato oltre 200 yards di total offense contro le 3 degli Oilers.
Di nuovo Houston prova a rimettersi in piedi, ma Darryl Talley, uno dei migliori linebacker della sua epoca, strappa la palla dalle mani di Moon, miracolosamente gli Oilers recuperano il fumble ma sono costretti al punt. Montgomery calcia un pessimo punt dando ai Bills di nuovo un’eccellente posizione di partenza. Moon nel terzo quarto è a quota 2/7 19 yards e 1 intercetto.
Finalmente la difesa degli Oilers riesce a tamponare e a costringere al punt i Bills, mentre l’attacco subito dopo sembra in grado finalmente di combinare qualcosa. Tuttavia su un terzo e lunghissimo Moon lancia un altro brutto passaggio che viene intercettato dal LB Carlton Bailey. Il delirio è totale, ma il grande Bruce Smith viene sanzionato per un roughing the passer che vanifica la giocata difensiva. Moon però è palesemente fuori controllo e lancia passaggi al limite dell’intercetto, tuttavia la penalità e qualche guadagno mettono gli Oilers in buonissima posizione per il FG.
Houston ne combina un’altra delle sue: Snap perfetto di Matthews, Montgomery, che funge da holder, si conferma il peggiore in campo mancando completamente la presa e causando così l’ennesima disastro per i suoi compagni.
Il gioco è dichiarato morto a seguito del placcaggio su Montgomery che poi perde il pallone, tuttavia nel delirio assoluto quasi nessuno se ne accorge e Talley corre verso il TD col pallone in mano.
Jack Pardee cerca di incitare i suoi, ma i suoi occhi denunciano una delusione mista a rabbia e a sconcerto, mentre i Bills hanno in mano addirittura la palla del sorpasso.
Kenneth Davis infila una corsa che quasi si trasforma in TD, ma in qualche modo gli Oilers si salvano. Ormai Houston sembra poter finire KO da un momento all'altro ma si regge in piedi grazie alla forza della disperazione, ma è solo questione di tempo. Andre Reed è totalmente immarcabile e Frank Reich lo trova ad occhi chiusi, la seconda ricezione di questo drive avviene in endzone per il TD del sorpasso, è il terzo TD ricevuto da Reed e il quarto lanciato da Reich.
Con tre minuti da giocare sotto di tre punti ripartendo dalle proprie 27 yards, nessuno potrebbe scommettere ora sugli Oilers, frustrati e demoralizzati dall’incredibile rimonta degli avversari.
Moon ritorna per un momento la macchina da completi del primo tempo, anche favorito dalla difesa a zona dei Bills, e si mangia 50 yards in un batter d'occhio. Tuttavia si arriva ad un 4° e 4, il FG eventuale sarebbe dalle 51 yards, Del Greco può farcela, ma l’episodio sul precedente tentativo e le difficili condizioni atmosferiche inducono gli Oilers a provare la conversione alla mano. Moon protetto straordinariamente dalla linea becca Jeffires per l’abbondante primo down nella red zone e con meno di un minuto e 3 timeout pone le basi addirittura per l'incredibile (ed insperato) contro-sorpasso. Tuttavia visto quello che è successo in questa folle partita, gli Oilers si accontentano e, ad una manciata di secondi dallo scadere, Del Greco firma il pareggio.
Paradossalmente gli Oilers, avendo agganciato il pari in extremis, dovrebbero essere su di giri, invece le facce dei giocatori denunciano comunque lo scoramento derivante dall’assurda rimonta subita.
Gli Oilers comunque vincono il sorteggio e decidono naturalmente di ricevere il kick off. L’inerzia sembra per un momento essere tornata dagli Oilers, così lo straordinario pubblico dei Bills ricomincia a produrre un frastuono assordante.
Il cronometro non è più un fattore tuttavia gli Oilers si ostinano a mettere la palla per aria e a non coinvolgere Lorenzo White. Su un 3° e 3 si compie il definitivo colpo di scena che chiude il match. Moon, indietreggia e lascia partire il cinquantesimo passaggio della sua partita ma è completamente sbagliato e il CB Nate Odomes lo intercetta. Per non farsi mancare niente il WR Ernest Givins placca il CB platealmente per il face mask, causando altre 15 yards di guadagno ai Bills.
Buffalo è già nei pressi della redzone e dopo un paio di corse centrali per piazzare bene il pallone, Steve Christie calcia tra i pali il definitivo 41-38. I Bills per la cronaca arrivarono al Super Bowl in quella stagione così come nella successiva, ma ne uscirono sconfitti. Ovviamente perdere quattro Super Bowl di fila è qualcosa che ha segnato negativamente tutti i giocatori di quella grande squadra ma questa rimonta storica è rimasta nel cuore di tutti, tifosi e non (tifosi degli Oilers esclusi).
Furono invece 28 i punti recuperati dai San Francisco 49ers ai New Orleans Saints nel 1980.
I Saints conducevano 35-7 all'intervallo. Fu il quarterback Joe Montana nella sua seconda stagione NFL a portare i 49ers all'incredibile rimonta. Montana completò un TD pass da 71 yard.
Durante le 16 stagioni in NFL, Montana avrebbe portato la sua squadra a 31 rimonte nell'ultimo quarto. Nell'AFC Wild Card Game del 2014 avvenne una grande rimonta degli Indianapolis Colts nei confronti dei Kansas City Chiefs, sempre 28 punti. Le cose non stavano andando bene per i Colts con KC avanti 38-10 nel terzo quarto. Il giovane quarterback Andrew Luck non aveva mai vinto una partita di playoff e non stava giocando molto bene in questa. Ma sarà proprio lui con un TD a guidare la rimonta e poi con 3 passaggi convertiti poi in TD nel secondo tempo, per il 44-45 finale.
Nel 1997 furono 26 i punti recuperati sempre da Buffalo contro i già citati Indianapolis Colts.
Colts conducevano 26-0 nel secondo quarto ma i Bills segnarono 10 punti prima dell'intervallo.
Il quarterback Todd Collins lanciò due passaggi TD con il running back Antowain Smith che corse per due TD dando a Buffalo un vantaggio di 37-29. Ma Indianapolis non mollò.
I Colts segnarono un TD con 14 secondi rimasti da giocare, ma non riuscirono a convertire una conversione da due punti che gli avrebbe dato il pareggio. Tuttavia, i Colts recuperarono incredibilmente il pallone, per due lunghi passaggi della disperazione (incompleti entrambi).
Nel 1987 i St Louis Cardinals recuperarono 25 punti, dopo essersi trovati sotto 28-3 contro i Tampa Bay Buccaneers. St. Louis realizzò 28 punti nell'ultimo quarto. Neil Lomax lanciò tre passaggi TD e poi restituirono un fumble (23 yard) per un TD che portò fuori dal baratro della sconfitta St.Louis. Tampa Bay mancò un field goal da 53 yard a tempo scaduto.
A vedere questa partita c'erano solo 22.449 spettatori perché tutti sapevano che la squadra stava per lasciare la città. I Cardinali infatti da lì a poco si sarebbero trasferiti a Tempe, in Arizona, dove divennero Arizona Cardinals. Nel 2014 i Tennessee Titans conducevano 28-3 sui Cleveland Browns, in parte grazie a due passaggi TD di Charlie Whitehurst. Cleveland segnò il suo primo TD con 12 secondi rimasti nel primo tempo e poi dominò il secondo tempo. I Browns segnarono su un field goal, grazie ad un punt bloccato e a due TD per il 28-29 finale.
Non si può poi non citare il Super Bowl LI (2017), dove i New England Patriots fecero la storia della NFL. Rimontando gli Atlanta Falcons, che conducevano 28-3, nel terzo quarto, grazie ad un furioso ed ispiratissimo Tom Brady. Pareggio colto ad 1 minuto dalla fine e vittoria poi all'overtime per 34-28.
Per stabilire il record del Super Bowl, Brady condusse la rimonta recuperando un deficit di 16 punti con un paio di touchdown e due punti di conversione negli ultimi sei minuti.


NHL
Nel 2008 si ricordano i New York Rangers condurre 5-0 contro i Montréal Canadiens, gli Habs riuscirono nell'incredibile rimonta. Nel 2001 invece furono i Los Angeles Kings a recuperare nell'ultimo periodo 3 reti ai Detroit Red Wings. Furono invece 4 le reti recuperate dai San Jose Sharks nel 2011 ai Los Angeles Kings. Una rimonta storica fu nella gara del 1971 tra Boston Bruins e Montreal Canadiens. I Boston Bruins erano anch'egli una squadra formidabile ma a godere furono gli Habs che segnarono 6 reti consecutive finendo per vincere 7-5.
Avvenne invece in poco tempo la rimonta dei St.Louis Blues contro i Los Angeles Kings nel 1998.
I Kings stavano vincendo 3-0 nel terzo periodo. Tutto quello che dovevano fare era tenere il disco e far passare il tempo ma in meno di 3:08, i Blues segnarono 4 reti.
Nel 2013 erano rimasti 14 minuti e 31 secondi nel terzo periodo che vedeva sfidarsi Toronto Maple Leafs e Boston Bruins. Toronto conduceva 4-1, prima che Nathan Horton dei Bruins riaprì la partita, segnando poi altri due goal quando mancavano 82 secondi alla fine. Fu poi Patrice Bergeron a regalare la vittoria a Boston. Nel 1999 i Florida Panthers conducevano 5-0 nel secondo periodo contro i Colorado Avalanche. Grande protagonista della rimonta degli Avalanche fu Peter Forsberg che realizzò 3 reti e 3 assist. Colorado segnò 7 reti senza subirne. A subire un'altra rimonta con 5 reti di vantaggio (nell'ultimo periodo) furono i Toronto Maple Leafs contro i Calgary Flames nel 1987. Nel 2000, sempre Toronto dilapidò un altro vantaggio di 5-0, perdendo ai supplementari contro i St. Louis Blues.

Chiudiamo invece con quello che viene chiamato "The Miracle On Manchester", con protagoniste Los Angeles Kings ed Edmonton Oilers (1982). Parliamo di una partita di playoff. I Kings si erano qualificati con un record scarso di 24-41-15, gli Oilers invece erano stati in grado di segnare ben 417 gol in 80 partite. Malgrado ciò i Kings recuperarono 5 gol nel terzo periodo per poi battere 6-5 gli Edmonton Oilers all'overtime.


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