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giovedì 28 settembre 2017

La Protesta Di Colin Kaepernick: Razzismo ed Inno Americano

Fine agosto è stato un mese molto "caldo" negli USA e in NFL e non solo per le temperature.
Il 26 agosto infatti, Colin Kaepernick, quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, prima di una partita di preseason contro i Green Bay Packers, è rimasto seduto durante "The Star Splanged Banner" l’inno nazionale americano (che viene suonato tradizionalmente prima di ogni partita).
Seduto, lontano dai compagni.
Il nativo di Milwaukee, dopo aver giocato nell'università del Nevada, approdò in NFL nel 2011, venendo scelto al secondo giro del draft.

Kaepernick: "Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono corpi per le strade e persone che la fanno franca dopo aver assassinato qualcuno" 

La NFL ha spiegato che i giocatori sono incoraggiati a stare in piedi durante l’inno, ma non è un obbligo.
I 49ers invece hanno diffuso un comunicato in cui hanno detto che l’esecuzione dell’inno nazionale è un momento importante e un’opportunità per onorare gli Stati Uniti e i principi di libertà su cui si fondano.
Proprio per questi principi, però, i 49ers hanno detto di riconoscere il diritto di Kaepernick a non partecipare alla cerimonia dell’inno.
La protesta di Kaepernick che nel 2013 guidò i 49ers al Super Bowl ma che da allora ha fatto alcune stagioni deludenti ha provocato reazioni diverse, dentro e fuori dal mondo del football americano. Alcuni giocatori hanno criticato Kaepernick, dicendo che avrebbe potuto trovare un modo migliore per protestare e che lo sport non c'entra niente con la politica.
Kaepernick ha una madre biologica bianca e un padre biologico nero, ma è stato cresciuto da genitori bianchi: qualcuno ha anche suggerito che la sua storia personale non lo renda adatto a protestare per i diritti dei neri.
Il giorno dopo la partita Kaepernick ha annunciato durante un programma televisivo che avrebbe continuato a protestare stando seduto durante l’inno finché il trattamento dei neri negli Stati Uniti non fosse cambiato.


LE OPINIONI DI TIFOSI, STAMPA E POLITICA
Molti tifosi hanno considerato la protesta di Kaepernick un gesto irrispettoso verso gli Stati Uniti e verso l’esercito americano: qualcuno ha bruciato la sua maglia, la San Francisco Police Officers Association ha mandato un comunicato alla NFL in cui ha definito la situazione «imbarazzante» per la lega, ed è intervenuto anche il candidato Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, che ha suggerito che Kaepernick «forse dovrebbe trovare un paese che gli piace di più».
Molti hanno definito Kaepernick «un traditore» e il giocatore più odiato della lega.
Kaepernick ha difeso la sua protesta dicendo di non essere anti-americano e di avere rispetto per i soldati che «sacrificano la propria vita e si mettono in pericolo per la mia libertà di espressione».
Durante una partita giocata lo scorso primo settembre dai 49ers contro i San Diego Chargers, Kaepernick è stato fischiato fin dal riscaldamento, e poi durante la partita a ogni sua azione.
Durante l’inno però il suo compagno di squadra Eric Reid, nero anche lui, si è unito alla protesta di Kaepernick, inginocchiandosi con lui durante l’inno.
Anche Jeremy Lane, cornerback dei Seattle Seahawks, è rimasto seduto durante l’inno prima di una partita della sua squadra.
E' evidente che Kaepernick ce l'avesse contro la polizia americana che spesso l’ha fatta franca e al sostegno del Black Lives Matter («Le vite dei neri contano»), il movimento per il risveglio dei diritti civili dei neri americani.
E un’estate divenuta via via incandescente per la strage alla veglia di Dallas con l’afroamericano Micah Johnson che uccideva cinque agenti, quel sottile filo ancora esistente tra bianchi e neri che si spezzava, forse definitivamente, con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che prendeva parola certificando l’esistenza della «questione nera» durante il suo mandato alla Casa Bianca.
Una questione che è entrata prepotentemente anche nella campagna elettorale per la Casa Bianca, con Donald Trump che sparge benzina sul fuoco quasi ogni giorno, idem il governatore repubblicano del Maine Paul LePage, secondo cui il 90% degli arrestati per droga nel suo stato sono neri o ispanici.


IL FUTURO IN NFL
Comunque per via di questa protesta, nessuna squadra di NFL sembra più volerlo.
Qualche settimana fa diverse centinaia di persone hanno partecipato a una manifestazione a Manhattan, dove c’è la sede della NFL, per chiedere che finisse quello che sembra essere una sorta di boicottaggio.
Kaepernick giocava in una delle più forti ed è strano che nessuna squadra, da allora, si sia fatta più avanti.
Eppure negli ultimi 6 mesi sono stati messi sotto contratto ben 33 quarterback.
Baltimora e Seattle hanno messo sotto contratto «quarterback con poca o nessuna esperienza» (Seattle ufficialmente non l'ha preso perchè secondo loro meriterebbe un posto da titolare e loro cercavano una riserva, invece i Ravens hanno declinato all'ultimo) e i Miami Dolphins hanno preferito prendere Jay Cutler, che ha 34 anni e aveva deciso di ritrarsi, invece di puntare su un giocatore come Kaepernick forte e con ancora diversi anni di carriera davanti.

Dirigente anonimo di una squadra NFL: "La sua abilità in campo non c'entra. Nella valutazione su di lui, pesa il rischio di stravolgere il concetto di squadra mettendo sotto contratto un giocatore, soprattutto un quarterback, il fulcro dell'attacco nel football, che pone i propri obiettivi personali aldi sopra di tutto mentre noi vogliamo che per i nostri atleti la squadra sia al primo posto. Per uno con le sue qualità, uno che forse merita di essere titolare ma che ha bisogno che l'attacco sia costruito attorno alle sue caratteristiche, forse non vale la pena rischiare tanto. Non disapprovo ciò che ha fatto, solo che il posto di lavoro non è il posto giusto per prendere posizioni politiche"



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martedì 2 maggio 2017

La Storia Di Tyson Fury: Dall'Ascesa Al Declino, Passando Per Droga e Razzismo (Boxe)

"Quando abbiamo qualche problema noi non andiamo dalla polizia, dobbiamo toglierci le magliette, andare fuori e fare a cazzotti. Essere un uomo che fa bene a botte è la cosa migliore che puoi essere nella vita"

L’inglese Tyson Fury, nato a Manchester nel 1988, alto oltre 2 metri, riuscì nell’impresa di battere Klitschko a Dusseldorf il 28 novembre 2015 con una Boxe lenta e rozza.
Nonostante le origini umili, un contesto sociale degradato, quella di Fury fu l’ascesa di un antieroe. Ogni outsider ha almeno questo dalla sua parte: la rottura dell’equilibrio iniziale, il rifiuto delle origini, la voglia di "santificazione": per Fury è il contrario.
Fin dalla sua ascesa alla ribalta, Fury è stato al centro dell’attenzione mediatica per le sue dichiarazioni omofobe, razziste e misogine.
È perfino stato indagato per istigazione all’odio.
Avrebbe voluto chiamare suo figlio Jesus, ma a quanto pare non gliel’hanno permesso.
Alla figlia invece è stato dato il nome di Venezuela, arrivatogli in sogno, chissà che vuol dire.

"Viviamo in un mondo malvagio, il diavolo è molto forte in questo momento, molto forte, e credo che la fine sia vicina. È la Bibbia che me lo dice. È il mondo che me lo dice. Credo che manchino pochi anni perché ciò accada. Ci sono solo tre cose che devono essere completato per fare in modo che il diavolo arrivi sulla terra: la legalizzazione del matrimonio omosessuale, l’aborto e la pedofilia. Chi avrebbe mai detto negli anni 50 o 60 che le prime due sarebbero diventate legali in molti paesi?"

Secondo lui omosessualità e pedofilia sono la stessa cosa.
Ogni incontro è preceduto da una sua uscita sensazionale, sui social e non.
E se sei Fury, puoi anche presentarti vestito da Batman alla conferenza stampa di Klitschko, puoi passare un weekend in prigione per non esserti presentato a un processo per guida pericolosa, e puoi ribadire quà e là frasi come "Dio non permetterà che Klitschko vinca" e "So che lui è un adoratore del diavolo".
"Ha il carisma di un mio slip".
È ovvio che i messaggi di Fury siano utilizzati anche come una precisa tecnica intimidatoria, per snervare l’avversario, far aumentare il numero degli haters per caricarlo.
Prima di battere l'ucraino diventando campione del mondo aveva cercato la rissa durante le operazioni di peso, si era lamentato del tappeto troppo morbido del ring (ottenendo la rimozione di uno dei tre strati di schiuma sintetica che fanno da intercapedine) ed infine aveva costretto Klitschko a rifarsi i bendaggi alle mani visto che nessuno del suo entourage era lì presente.
La sua Boxe molto "psicologica" quindi, ebbe la meglio sul più esperto Klitschko che quella sera scesa dal ring annichilito dall’esito del combattimento e con un’unica idea in testa: la rivincita.


ACCUSE DI RAZZISMO
Nel 2016 il britannico è finito nuovamente nella bufera per alcuni commenti discriminatori e offensivi su ebrei e donne contenuti in una video-intervista. Nel filmato l'inglese si scaglia contro "ebrei sionisti che possiedono tutte le banche, i giornali e le televisioni", accusandoli di fare il "lavaggio del cervello" al mondo politico.
Poi, passa alle offese contro le donne: "Non ci piacciono le donne sgualdrine pronte ad aprire le gambe per tutti", dice Fury, secondo il quale le donne di oggi escono solo "per fare sesso".

Campaign Against Anti-Semitism: "Le dichiarazioni di Tyson Fury sugli ebrei sono offensive e razziste. Non dovrebbe esserci posto per l'antisemitismo nello sport"


L'ABUSO DI COCAINA
In occasioni successive, Fury aveva dichiarato di odiare la Boxe e ogni secondo di allenamento, ma che è troppo bravo per smettere di farla: "Faccio soldi facili mettendo KO dei buoni a nulla" e, rivolgendosi all’ex campione ucraino, alzando la maglietta per mostrare un addome visibilmente fuori forma: "Guarda con chi hai perso, dovresti vergognarti. Hai perso con un ciccione".
Tutto ciò, dopo aver parlato di un possibile ritiro in caso di sconfitta.
Ai tempi si parlava anche di un suo coinvolgimento contro pugili in ascesa, come Antony Joshua. Inglese anche lui ma un anno più giovane di Fury, Joshua è stato oro olimpico a Londra 2012.
Interrogato su questa possibilità, Fury disse: "Metterei tranquillamente KO Joshua in un solo round. Lui parla molto, ma mai quando ci sono io vicino. È un idiota, un figlio di papà, gli darei uno schiaffo, come facciamo con le nostre troie".
Nel mentre però i rematch con Klitschko saltano: prima giugno, poi luglio.
Per infortuni, sino all'ultimo di settembre 2016, dove viene trovato positivo alla cocaina.
Negli ultimi 4 mesi si era lasciato andare infatti al consumo sfrenato di cocaina per combattere la depressione e beveva tutti i giorni:

"Erano le uniche cose che mi aiutavano a non pensare. Perché non dovrei prendere la cocaina? È la mia vita. Posso fare quello che voglio. Non è doping, non è una droga che migliora le prestazioni. Non ho mai preso altri farmaci in vita mia. Solo negli ultimi mesi ho iniziati ad assumere cocaina. Sono stato assalito da una legione di demoni personali che ho cercato di scacciar via, da quando ho vinto il titolo è stata una caccia alle streghe a causa delle mie origini, per quello che sono e che faccio: i gitani sono odiati in tutto il mondo.
Ora inizia per me un’altra grande sfida nella mia vita che so di poter vincere, come contro Klitschko"

Poco dopo Tyson Fury rinunciò ai titoli WBO e WBA dei pesi massimi per disintossicarsi da cocaina e alcol.
Pochi giorni prima Fury aveva cancellato per la seconda volta la rivincita con Klitschko a causa della sua “inidoneità fisica” a salire sul ring nell’incontro che era stato fissato il 29 ottobre a Manchester.
Intanto la Federboxe britannica gli sospese la licenza per salire sul ring.

"Dicono che ho un disturbo bipolare. Sono un maniaco depressivo" ha aggiunto Fury.
"Spero che qualcuno mi uccida prima che io mi suicidi".  "Io amavo la boxe quando ero bambino ma ora la odio". 

Fury arrivò a pesare 174 kg: "Ho toccato il fondo. In preda all’alcol, alla cocaina, agli istinti suicidi. Fuori dal mondo: per farla finita". 
Anche per la battaglia contro l’antidoping inglese che lo aveva trovato positivo: "Mi sono svegliato ogni giorno col desiderio di non svegliarmi più ma sono la prova vivente che chiunque può rialzarsi dal precipizio. Là fuori che c’è molta gente che soffre di problemi mentali e pensa che tutti i giorni saranno grigi, ma la vita può migliorare ancora, iniziando a godersi le piccole cose"


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sabato 22 aprile 2017

Donald Sterling e Le Frasi Razziste Su Magic Johnson (NBA)

Nel 2014, Donald Sterling il proprietario dei Los Angeles Clippers (che aveva acquistato la franchigia nel 1981) venne squalificato a vita dall’NBA per frasi razziste.
Sterling era stato registrato a sua insaputa mentre si rivolgeva alla fidanzata chiedendole senza mezzi termini di non portare persone di colore ad assistere alle partite del suo team e di non postare su Instagram foto che la ritraggono con afroamericani.
La registrazione audio aveva scatenato anche l’indignazione dell'allora presidente Barack Obama.
L'oggetto dello scontro era stata una foto su Instagram della donna con Magic Johnson, leggenda dell’NBA del passato.

"Mi dà molto fastidio che pubblichi qualcosa che ti associa a gente di colore. Lo capisci?" 
Si sente nelle registrazione. La donna si difende e ribatte dicendo di aver scattato immagini di un ex campione che ammira, ovvero Magic.
"Lo conosco bene e merita di essere ammirato, quello che dico è che può essere ammirato privatamente. Non puoi metterlo su Instagram e non puoì portarlo alle partite. Va bene?" 

La registrazione di Tmz non era stata ignorata dallo stesso Magic Johnson: "È un peccato che Sterling si senta così nei confronti degli afro-americani. Ha una squadra di fantastici giocatori afro-americani che stanno lavorando per far vincere il campionato ai fan dei Clippers"
Su Twitter poi ha aggiunto: "Non andrò mai più a una partita dei Clippers fintanto che Sterling rimarrà il proprietario della squadra"

Shaquille O’Neal, ex giocatore di diverse squadre NBA tra cui Orlando Magic, Los Angeles Lakers e Miami Heat, criticò molto duramente le parole di Sterling, definendole "ripugnanti".
Kobe Bryant, allora giocatore dei Los Angeles Lakers, scrisse: "Non potrei giocare per lui".
Per Sterling, del resto, non si tratta della prima accusa di razzismo.
Nel 2005 mise fine con un patteggiamento a un’azione legale in cui era accusato di discriminare i neri e gli ispanici inquilini delle sue innumerevoli proprietà a Los Angeles ("non fanno che bere, fumare ed andarsene in giro").
Nel 2009 fu poi costretto a versare 2,7 milioni di dollari nell’ambito di un’altra causa per discriminazione.
Il Commissioner NBA Adam Silver, definì le parole di Sterling “profondamente offensive e dannose” nel corso di una conferenza stampa.
Il patron dei Clippers inoltre venne multato di 2,5 milioni di dollari.
L’indagine compiuta dalla NBA è giunta alla conclusione che sia stato Sterling in persona, come ammesso da lui stesso, a pronunciare quelle frasi incriminate:

"Siamo tutti uniti nel condannare il punto di vista di Sterling. Questa lega è molto più grande di qualsiasi proprietario, allenatore o giocatore"

Sterling venne escluso con effetto immediato dal partecipare a qualsiasi gara o attività commerciale che abbia a che fare con i Clippers.
Gli venne imposto anche come veto fisico, il non farsi trovare in uffici o strutture della franchigia di Los Angeles.
L’ammenda di 2,5 milioni è stata devoluta ad organizzazioni che si dedicano alla lotta contro la discriminazione.
I Clippers a causa della vicenda succitata persero anche diversi sponsor.


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venerdì 13 marzo 2015

L' Impresa Di Texas Western College Nel 1966 (NCAA)

L’NCAA (National Collegiate Athletic Association) è l’organizzazione sportiva che raggruppa oltre mille istituti statunitensi tra college e università.
Essa gestisce competizioni degli sport americani più popolari ed ha un enorme seguito di pubblico: tutti i più grandi atleti statunitensi iniziano la loro carriera con lo sport dei college.


IL PERIODO STORICO
E’ un periodo di grande fermento sociale negli Stati Uniti che erano ancora pervasi da forti divisioni razziali.
Il Texas è uno degli stati più razzisti d’America, repubblicano fin nel midollo, con pena di morte autorizzata e matrimoni gay vietati.
Prima degli anni’60 il basket era roba da bianchi, più intelligenti e quindi capaci di giocare in maniera fluida, rispettando gli schemi; i neri erano solo casinisti, nulla più.
All’epoca, gli allenatori seguivano un diktat ufficioso che consigliava di far giocare “un nero in casa, due fuori, tre se la partita è ormai compromessa”.
Alla fine del 1800 in diversi stati della confederazione erano entrate in vigore leggi sulla segregazione razziale delle persone di colore e proprio negli anni 60 del secolo scorso queste leggi furono abolite dal governo federale a seguito del forte impegno di numerosi movimenti per i diritti civili e grazie anche all’azione di personaggi come Martin Luther King.


EL PASO E CIUDAD
Texas Western è un'università sita ad El Paso, appunto Texas.
Centro America.
Lì vicino, in Messico, sorge la città piu’ pericolosa del mondo: Ciudad Juarez.
La città si trova a nord del Messico a 1000 metri sul livello del mare proprio a ridosso del confine con gli Stati Uniti e come detto di fronte ad El Paso.
Unite in un unico agglomerato urbano, ma separate dal confine di Stato, queste città raggruppano oltre 2 milioni e mezzo di abitanti.
Juarez, sorge sulle rive del Rio Grande e con i suoi 1.200.000 abitanti ha il triste primato di città più pericolosa del mondo, infatti nel 2011 ci sono stati 2086 omicidi , ma l’anno prima ce ne furono addirittura 3042, il che vuol dire una media di circa 8 omicidi al giorno.
Le cause maggiori di questa inaudita concentrazione di criminalità sono da attribuire alla guerra per il narcotraffico tra i vari cartelli della droga per la posizione super strategica della città a ridosso del paese con piu’ consumatori.
Sul territorio sono presenti circa un migliaio di bande armate con decine di migliaia di affiliati tra cui molti appartenenti a bande messicane espulsi dagli Stati Uniti.
Entrambe le città sono attraversate dal deserto del Chihuahua(secondo più grande d'America).
Tocca a questa fluida barriera lunga più di 1500 chilometri il compito di contenere il flusso migratorio illegale verso gli States.
Sui tre ponti che agganciano Ciudad Juarez a El Paso vi transitano automobili e pachidermici camion rimorchio a 18 ruote, carichi di ogni tipo di merce.
Animali morti sull'asfalto, macchine abbandonate(e depredate), nessun cartellone pubblicitario e cartelli che nei pressi di Sierra Blanca recitano "Non raccogliete autostoppisti: potrebbero essere evasi dal carcere".
La prospettiva di una Ciudad Juarez - El Paso saldate insieme in un unicum cosmopolitano non e' concepibile neanche in termini onirici, tanto la realta' la respinge: e infatti, nonostante le buone intenzioni e l'impegno, da parte dei presidenti di Stati Uniti e Messico, a garantire per il XXI secolo la pacifica convivenza delle due comunità di confine, non si vede come possano scomparire a breve scadenza le compatte minacciose strutture di contenimento messe in piedi da Washington anni fa.
Sulla riva americana del fiume, lo sbarramento e' assicurato da tre reti metalliche che corrono parallele per qualche chilometro e sopra di esse sono piazzati grappoli di riflettori che al crepuscolo si accendono dotando la notte di un perenne splendore lunare: le auto bianche della Migra (la polizia di frontiera, cosi' chiamata, con una contrazione, dai messicani) vanno avanti e indietro per 24 ore.
Ogni tanto, quando il fiume si gonfia, nella stagione delle piogge, qualcuno si tuffa: ma e' soltanto un gesto di sfida, una goliardata inutile.
Chi per davvero l'ha tentato, ci ha rimesso le penne.
Una scritta, sulla spalletta di cemento del Rio Grande, ricorda l'immolazione di Tarin, ucciso il 9 maggio del '91, mentre aveva gia' un piede sulla sponda "giusta": "Riposa in pace, querido amigo, ti ricorderemo sempre. I tuoi compagni del Puente Negro y tu madrecita".


TEXAS WESTERN COLLEGE
In questo contesto non facile(parlo in primis della segregazione razziale) la squadra del Texas Western College partecipò al campionato universitario nazionale con ben 7 giocatori di colore nella rosa quando la media di allora era uno o due afroamericani per squadra.
Don Haskins era originario di uno stato confinante col Texas, l’Oklahoma, dove i bianchi come lui avevano colonizzato il ricco territorio e ne avevano preso in mano il controllo.
Il suo passato da giocatore non era stato esaltante, ma per il suo futuro di allenatore aveva sicuramente appreso molto da Hank Iba, il coach che avrebbe poi guidato la rappresentativa USA e che sarebbe stato ricordato più per l’argento rimediato dopo la sconfitta con l’URSS alle Olimpiadi di Monaco ’72 che per le due medaglie d’oro conquistate nelle precedenti edizioni di Tokyo ’64 e Città del Messico ’68.
Insegnava basket alla squadra femminile del liceo, quando gli giunse una chiamata dagli universitari dei Texas Western Miners, squadra ormai allo sfacelo, in preda a una grave crisi economica e di risultati: non era un’offerta, ma una invocazione di aiuto.
Accettò ovviamente.
Le sue qualità vennero subito a galla.
Era duro ed esigente negli allenamenti (e per questo venne soprannominato «The Bear», l’orso), amava il gioco veloce e le penetrazioni a canestro, voleva con lui solo giocatori motivati e disposti a sacrificarsi.
E soprattutto, aveva una voglia matta di vincere!
Si rese subito conto che con i giocatori bianchi che gli avevano messo in mano non avrebbe ricavato granché.
Così volle rischiare in prima persona.
Cominciò a girare alla ricerca di alternative valide, arrivarono a sette i coloured, lasciando in minoranza (cinque) gli autoctoni dalla pelle chiara.
Era una squadra tutta da costruire e da amalgamare, ma Haskins credeva nel suo lavoro e nelle sue ambizioni, e i risultati non tardarono ad arrivare.
Già questa scelta fece molto scalpore ma ciò che maggiormente sorprese fu l’avvio perentorio del torneo: i Texas Miners, come venivano chiamati i giocatori di quel college, vinsero le prime 23 partite.
La squadra, che non era certo indicata tra le favorite per la vittoria finale, giunse alla conclusione della stagione regolare con una serie di ben 23 vittorie e una sola sconfitta per soli due punti, l’ultima partita a Seattle ormai ininfluente.


LA FINALE CONTRO KENTUCKY
I Miners giunsero così alle fasi finali: cinque vittorie consecutive compresa naturalmente la finalissima contro la più titolata Kentucky.
Ancora oggi questo risultato viene considerato la più grande sorpresa nella storia del basket americano.
Ma non fu solo il risultato a entrare nella storia del basket.
Ciò che fece maggior scalpore fu il quintetto con il quale l’allenatore Don Haskins (1930-2008) iniziò la partita finale contro la grande favorita Kentucky.
Per la prima volta in una partita di campionato USA scendevano in campo cinque giocatori di colore, tutta la squadra, non era mai successo.
La sera prima della partita più importante della NCAA e forse del basket americano in generale, Don non riesce a dormire, troppo alta la posta in palio.
In gioco non c’è più soltanto un titolo universitario ma una delle contraddizioni più profonde degli Stati Uniti, quel razzismo di fondo che ancora non ha abbandonato i nipoti di Abramo Lincoln.
Allora raduna intorno alla mezzanotte la squadra al completo e sulle gradinate dove il giorno dopo si giocherà la finale annuncia, con un discorso memorabile, che a giocare quella finale saranno soltanto i sette giocatori neri.
Un intero quintetto di neri in una partita ufficiale, per di più la finale NCAA.
Mai successo prima.
Prima di Abdul Jabbar e Magic Johnson.
Don Haskins gioca duro contro tutta l’America.
Apre la strada al futuro spazzando via pregiudizi già uccisi dal presente, rispedendoli nella storia, nel passato, in cui dovrebbero sempre far parte e dove purtroppo ancora oggi rischiano di non invecchiare.
I Miners avevano un modo di giocare rivoluzionario rispetto all’eleganza dei bianchi di quei tempi.
Veloci, dritti a canestro, agili e sempre alla ricerca del numero tanto in voga adesso.
Degli anticipatori di quello che la NBA è oggi.
Adesso immaginate la scena: un palazzetto pieno di ragazzi bianchi, qualcuno (i tifosi di Kentucky) con bandiere confederate, arbitri e allenatori bianchi, cheerleaders bianche, giornalisti per lo più bianchi.
E in mezzo al campo di fianco ai cinque giocatori bianchi di Kentucky, i cinque ragazzi neri di Texas Western che inconsapevolmente fanno la storia del basket universitario americano.
Kentucky era allenata dal leggendario Adolph Rupp, che restò alla guida della squadra per oltre 40 anni.
Tra i giocatori di Kentucky in quella mitica finale ci fu anche Pat Riley che in seguito sarebbe diventato uno dei più forti allenatori NBA di tutti i tempi capace di vincere ben cinque titoli in quello che viene considerato il campionato di basket più importante del mondo.
Don Haskins invece rimase per tutta la vita ad allenare la squadra dell’Università del Texas, la sua carriera si concluse nel 1999 con un record di 719 partite vinte e 353 perse.
I Miners dominarono l’incontro e si aggiudicarono il titolo nazionale con il risultato di 72-65.
In seguito l’allenatore minimizzò il suo gesto: “Davvero non pensai che stavo iniziando la partita con cinque ragazzi di colore, volevo solo mettere in campo i miei cinque giocatori migliori”
Tuttavia dopo di allora il basket Usa non fu più lo stesso.
L’intera squadra del Texas Western College fu inserita nella Basketball Hall Of Fame che è l’associazione americana che accoglie quei personaggi che hanno dato lustro alla pallacanestro nazionale.
Generalmente si tratta di giocatori ed allenatori che possono essere ammessi solo dopo 5 anni dal loro ritiro dalle competizioni.
Sono solo sette le squadre che hanno ricevuto questo riconoscimento nella storia del basket USA.


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sabato 14 febbraio 2015

La Storia Delle Negro League(Baseball): 1867-1966

Le Negro League furono delle leghe americane di Baseball in cui furono segregati i migliori giocatori di colore: pur mancando della ribalta della NL o della AL, le Negro Leagues offrirono degli spettacoli di tecnica e di classe forse addirittura superiori.
Squadre, come ad esempio i Kansas City Monarchs e gli Homestead Grays, non avevano niente da invidiare ai vari Yankees, Red Sox, Cardinals.


LA SEGREGAZIONE
Squadre formate da soli giocatori di colore erano gia' presenti sul territorio nazionale fin dagli anni 60 del 800.
In uno dei primi resoconti ufficiali compare una sfida del 1867, tra i Brooklyn Uniques e i Philadelphia Excelsiors, vinta dai secondi per 37-24.
Qualche mese piu' tardi, un'altra formazione di Philadelphia, i Pythians, chiese di poter entrare nella NA (la lega amatoriale), ma i dirigenti di questa organizzazione presentarono un documento ufficiale in cui si affermava: "If colored clubs were admitted there would be in all probability some division of feeling, whereas, by excluding them, no injury could result to anyone".
Questo pero' non blocco' i giocatori afro-americani: nel 1869 i Pythians affrontarono i City Items (squadra sempre di Philadelphia) nel primo incontro multirazziale, vincendo 27-17.
Quando nel 1876 nacque la NL, il disprezzo verso i neri aumento' considerevolmente: nel 1884 avvenne il famoso episodio di razzismo in cui furono coinvolti Cap Anson e Moses Walker, che porto' al graduale divieto per i neri di continuare a giocare nella NL e nella AA.
A questo ne seguirono altri e tra il 1887 e il 1888 tutti gli atleti afro-americani non poterono proseguire la loro carriera nelle prime cinque minor leagues della nazione.
Moses Walker era un ottimo ricevitore, ma il colore della pelle gli creo' molte antipatie anche tra i compagni di squadra.
Eppure gli afro-americani si distinsero molto bene sui campi di gioco, ottenendo ottimi risultati individuali, sebbene trattati in maniera pessima dai loro avversari e dai tifosi; erano colpiti volontariamente dai pitcher o dovevano subire pesanti scivolate da parte dei corridori.
Non vanno dimenticati i cori dei tifosi, ma anche articoli sui principali giornali dell'epoca in cui ci si chiedeva "quando finirà questa mania di ingaggiare giocatori di colore?".


PRIMA SQUADRA DI COLORE PROFESSIONISTA: NEW YORK CUBAN(1885)
Ad ogni modo i neri erano determinati a praticare la disciplina che amavano e decisero di formare le proprie squadre e federazioni e di organizzare dei tour in modo da poter giocare il maggior numero di incontri possibili: nel 1885 Frank P. Thompson creo' la prima squadra di colore professionistica, i New York Cuban Giants, formazione di livello assoluto tanto che nel 1888 sconfissero i New York Giants (vincitori delle WS) per quattro partite ad una.
Su un giornale, The Indianapolis Freeman, comparve un articolo in cui si affermava che "I Cuban hanno sconfitto i New York Giants, quattro volte su cinque, e adesso sono i virtuali campioni del mondo. I St. Louis Browns, Detroit e Chicago, afflitti da Negro-fobia e incapaci di sostenere l'onta di essere battuti da uomini di colore, hanno rifiutato di accettare la sfida". T
Nei primi anni del nuovo secolo si assistette alla nascita di diverse compagini tra cui si ricordano i Norfolk (Virginia) Red Stockings, i New York Cuban X Giants, i Philadelphia Giants e i Brooklyn Royal Giants.
Nel 1908 nel nord-est americano erano presenti una dozzina di squadre di neri e cubani, ben organizzate e stabili. Il talento dei giocatori era ben noto a tutti, in particolare a John McGraw dei New York Giants della NL, che cerco' in tutti i modi di ingaggiare due fuoriclasse come Jose' Mendez e Ruby Foster, fallendo purtroppo nel suo intento: a causa di un Gentlements Agreement era impossibile entrare nelle Majors per i giocatori di colore, i quali ben presto si rassegnarono alla segregazione.


LE SFIDE TRA BIANCHI E NERI
Tra le citta' piu' importanti del baseball di colore possiamo ricordare New York, ma soprattutto Chicago, in cui il razzismo era molto forte: ad ogni modo nella Windy City esisteva la Chicago League, organizzazione cui erano iscritte squadre formate da neri, ma anche compagini bianche, in cui erano presenti alcuni atleti dei White Sox e dei Cubs.
Nel 1908 si verificarono le prime sfide multirazziali tra Chicago Cubs e i Chicago American Giants, con i primi vincenti, anche se a fatica, in tutti i tre gli scontri e tra Philadelphia Athletics e Cuban X Giants, con gli ultimi sconfitti 5-2.
Nell'autunno di quell'anno i Cincinnati Reds si recarono a Cuba per sfidare formazioni locali rinforzate da statunitensi di colore: nonostante i resoconti non ben curati, è risaputo che i Reds rimediarono delle sonore batoste, soprattutto da Jose' Mendez che non concesse punti in 25 inning di gioco.
In seguito anche i Tigers raggiunsero i Caraibi e si racconta come il mitico Ty Cobb, grandissimo ladro di base, fosse colto rubando per ben quattro volte consecutive dai bravissimi giocatori cubani: la serie si chiuse con Detroit perdente in otto dei dodici incontri disputati.
In tutta la prima meta' del secolo si disputarono oltre 500 partite bianchi contro neri e il bilancio finale (anche se ufficioso) premia nettamente i secondi.
I principali atleti dei primi vent'anni del secolo furono: John Henry Lloyd, ottimo shortstop e pericolosissimo battitore, Rube Foster, lanciatore resosi famoso per aver sconfitto Rube Waddell.
Jose Mendez, pitcher cubano, noto come The Black Matty.
Oscar Charleston, uno dei migliori esterni del tempo, velocissimo era dotato anche di un potente e preciso braccio.
In battuta era temuto sia per la potenza, ma anche per le altissime medie che sapeva ottenere.


LA NASCITA DELLE NEGRO LEAGUE
Nonostante queste emozionanti sfide, la segregazione non termino' e sebbene Rube Foster, proprietario manager dei Chicago American Giants, avesse proposto un piano di integrazione razziale, il commissioner K. M.Landis lo rifiuto'; nel 1920 Foster e i maggiori proprietari di colore si riunirono a Kansas City e formarono la Negro National League che inizialmente comprendeva le seguenti squadre: Chicago American Giants, Chicago Giants, Cincinnati Cuban Stars, Dayton Marcos, Detroit Stars, Indianapolis ABCs, Kansas City Monarchs, St.Louis Giants.
A queste si aggiunsero in seguito gli Atlantic City Bacharas e una compagine di Hilldale (Philadelphia).
La NNL, il cui motto era We are the Ship, All Else is the Sea, ebbe buoni risultati soprattutto a Chicago, ma con la nascita a New York della Eastern Colored League il baseball di colore spicco' il salto di qualita'.
Alla nuova ECL si iscrissero i seguenti team: Atlantic City Bacharach Giants, Baltimore Black Sox, Brooklyn Royal Giants, Hilldale Club (Darby, Pennsylvania), New York Cuban Stars, New York Lincoln Giants. Queste due leghe (in particolare la seconda) dimostrarono la volonta' da parte degli afro-americani di giocare a baseball e di formare un universo parallelo alla AL e alla NL, anche se la stabilita' non era paragonabile. Soprattutto nella NNL si riscontrarono i maggiori problemi con i giocatori che cambiavano continuamente squadre e in cui le franchigie piu' ricche dominavano sulle altre.
Nel 1924 si disputarono le prime Colored World Series con lo scontro tra i Kansas City Monarchs, vincenti 5-4 con un pareggio, e i Philadelphia Hilldales.
Le CWS mostrarono pero' ottimo baseball capace di accontentare anche i palati piu' fini: nel 1925 gli Hilldales sconfissero i Monarchs per 5-1, mentre l'anno successivo a trionfare furono i Chicago American Giants per 5-3 sugli Atlantic City Bacharach Giants.
La stessa sfida si ripresento' anche nel 1927 e gli American Giants vinsero ancora per 5-3, grazie al lanciatore Willie Foster.
Nacquero inoltre altre organizzazioni, tra cui la Southern Negro League e la American Negro League, ma tutte ebbero vita breve e in poco tempo fallirono.
Nonostante cio' il black baseball non mori', anzi prosegui' il suo successo, sebbene si dovesse aspettare il 1933 per la riorganizzazione della NNL e il 1937 per la nascita della Negro American League.
Tra le varie novita' di sicuro successo delle Negro Leagues ricordiamo le partite in notturna (proposte ben prima delle Majors) e la sfida East-West che comparve nel 1933 e che mise sullo stesso campo i migliori talenti della nazione, portando sugli spalti migliaia di tifosi.
All'inizio della decade fu fondata una nuova formazione, gli Homestead Grays, che tra le proprie file poteva schierare due autentici fuoriclasse: Buck Leonard e il leggendario Josh Gibson.
Il primo era un ottimo prima base ed un preciso battitore, come dimostrano le sue statistiche (.341 in diciassette anni), il secondo divento' famoso come The Black Babe Ruth.
Dotato di braccia fortissime, era il giocatore piu' temuto delle intere Negro Leagues: per dieci anni oltre ad essere il migliore fuoricampista (pare che in una stagione ne abbia messi a segno ben 84), compilo' delle medie notevoli.
Inoltre Gibson era un battitore difficile da eliminare al piatto.
Le sue performance, in un certo senso paragonabili a quelle di Ruth, lo fecero diventare una leggenda e coinvolsero i tifosi che riempivano gli stadi un'ora e mezza prima dell'inizio delle partite: tra le imprese di Gibson va ricordato l'incredibile HR messo a segno con un braccio solo!
In carriera ne mise a segno ben 670 (dato non ufficiale) e pare anche che riusci' a spedire una pallina al di fuori dello Yankee Stadium, impresa non riuscita neanche a Ruth e a Mantle.
Oltre a Gibson si distinse un altro giocatore: Leroy Satchel Paige, lanciatore che disputo' gran parte della sua carriera con i Kansas City Monarchs.
Originario dell'Alabama, appena diciannovenne (anche se la sua data di nascita non e' sicura) debutto' nelle Negro Leagues dove rimase per oltre vent'anni, portando alla vittoria numerose squadre.
Tra le altre sue specialita' era famoso l'hesitation pitch, un movimento, poi divenuto illegale, con cui ingannava i battitori avversari.
La leggenda afferma che Paige vincesse dalle trenta alle quaranta partite stagionali, totalizzandone a fine carriera ben 800 con addirittura 29 No-Hitter.
Paige a volte concedeva volontariamente tre basi su ball consecutive con nessun eliminato o chiedeva ai suoi interni di sedersi, per poi annunciare (e ottenere) tre strikeout di fila.
Nel 1930 Satchel in un'esibizione mise K ben 22 giocatori delle Majors, mentre nel 1933 con la maglia dei Pittsburgh Crawfords riusci' a completare una striscia di 62 inning consecutivi senza subire punti.
Nel 1934 i Monarchs giocarono una serie di sei partite contro una squadra All-Star capitanata dal grande lanciatore Dizzy Dean: Paige risulto' vincente in quattro di quelle sfide.
Ma oltre a Gibson e a Paige ci furono numerosi giocatori che si misero in luce e la cui unica sfortuna fu di "nascere troppo presto".
Tra questi ricordiamo Ray Dandridge (definito da Tom Lasorda il miglior terza base di sempre), Martin Dihigo (lanciatore ed esterno di origine cubana) e James Cool Papa Bell (dotato di velocita' bruciante, si afferma che in una stagione di 200 partite avesse rubato 175 basi).


GLI STADI
Forse lo stadio migliore dove assistere a questo tipo di partite era il Paterson Stadium, situato nel New Jersey.
Nel 1930 il Paterson Stadium, situato dove oggi sorge l’Hinchliffe Stadium, fu costruito in soli 34 giorni.
Come detto in precedenza pare che Gibson sia l’unico giocatore, bianco o nero, ad aver battuto una palla sopra il terzo livello del vecchio Yankee Stadium, addirittura fuori dallo stadio.
Si racconta anche, che a Menessen, nella Pennsylvania, batté un fuori campo di circa 176 metri.
Il mito vuole ancora che Gibson battesse un fuori campo vincente a Pittsburgh e che la palla viaggiò tanto lontano da raggiungere la città di Washington D.C. (390 km!), arrivando il giorno dopo, giusto in tempo per il primo lancio della partita.
La palla fu presa al volo da un esterno di Washington e l’arbitro, rivolgendosi alla panchina di Pittsburgh urlò: “Gibson, sei eliminato! Se fosse stato ieri in Pittsburgh!”


BARNSTORMING
Negli anni 30 esplose il fenomeno del Barnstorming , vale a dire di quei tour organizzati che portavano le squadre da un capo all'altro del paese ed affrontare altre compagini.
Ogni formazione giocava un numero relativamente limitato di partite all'interno della propria lega (circa il 33%), perche' la maggior parte di incontri era effettuata on the road, con il calendario stilato da ogni squadra.
Nel 1931 gli Homestead Grays disputarono 144 partite contro team provenienti da tutta America, perdendone solo sei.
I Grays erano famosi per la potenza in attacco.
Assieme agli Homestead Grays e ai Newark Eagles, un'altra squadra divento' il simbolo delle Negro Leagues, i Kansas City Monarchs: dal 1931 al 1937 i Monarchs resteranno indipendenti da ogni organizzazione, giocando oltre 200 partite l'anno, a volte anche tre al giorno.
Nel 1937 Kansas City rientro' nella Negro American League, vincendo il titolo sette volte in quattordici stagioni.


LE DIFFICOLTA' NEGLI STATI DEL SUD
La vita dei giocatori era tutt'altro che facile: gli spostamenti, effettuati con autobus prossimi alla rottamazione, duravano parecchie ore, mentre gli alloggi erano previsti presso alberghi di bassa categoria, essendo i migliori riservati ai bianchi.
Particolarmente duri erano i tour nel sud degli Stati Uniti, in cui i giocatori dovevano subire soprusi razzisti di ogni genere; sovente, non trovando alloggi negli hotel, gli atleti dormivano sugli automezzi e, per procurarsi del cibo, quelli di pelle leggermente piu' chiara si recavano presso drogherie e compravano grandi quantita' di pane, burro ed acqua. I ritmi di gioco erano impressionanti e molto spesso i giocatori disputavano tranquillamente due o tre partite ogni giorno, sapendo che quella era una fonte sicura di guadagno.


GLI ANNI 40 E JACKIE ROBINSON
Nel 1942 ricomparvero le CWS che misero di fronte le migliori squadre della NNL e della NAL, con spettacoli di livello assoluto.
La prima sfida mise di fronte i Monarchs e i Grays, guidati rispettivamente dai grandissimi Paige e Gibson; a sorpresa Kansas City si aggiudico' il titolo in sole quattro partite, con Paige vincente in tre incontri.
Ma il momento piu' esaltante accadde in gara 2: al nono inning i Monarchs conducevano per 8-4 e, nonostante un uomo in terza base per i Grays, due facili out da parte di Paige tolsero interesse alla partita; ma Satchel voleva stupire il mondo intero e, dopo aver lanciato volontariamente quattro ball ai due battitori successivi, era pronto a sfidare a basi piene Gibson.
Un eventuale fuoricampo avrebbe di conseguenza pareggiato la sfida, ciononostante Paige era conscio del proprio immenso talento e con tre palle veloci alle ginocchia elimino' l'amico rivale, restato fermo e immobile. Homestead si rifece nei due anni successivi, ma si fecero sorprendere dai Cleveland Buckeyes 4-0 nel 1945; nel 1946 si assistette, forse, alle piu' spettacolari CWS della storia tra i KC Monarchs e i Newark Eagles di Larry Doby, Monte Irvin, Leon Day e Max Manning. A trionfare furono gli Eagles, e i vari giornalisti si resero conto che il loro livello era nettamente superiore a quello dei St. Louis Cardinals, freschi vincitori delle WS bianche.
Nonostante l'eccellente livello, riconosciuto anche dai migliori giocatori bianchi, i proprietari delle Majors rimasero sempre contrari all'integrazione razziale, almeno fino al 1942, quando Branch Rickey divento' il general manager dei Brooklyn Dodgers: vedendo il talento degli atleti di colore e rendendosi conto del numeroso pubblico che li seguiva, Rickey decise che era venuto il momento di agire e rompere le barriere.
Il suo giocatore ideale, colui che avrebbe dovuto debuttare, non doveva semplicemente essere un fuoriclasse assoluto sul campo, ma anche una persona matura in grado di sopportare soprusi e insulti d'ogni genere.
Il suo uomo fu Jackie Robinson che, pur non essendo il miglior giocatore disponibile, era perfetto per il grande salto, avendo la maturita' necessaria (28 anni) e la solidita' psicologica adatta per resistere a tutte le ingiustizie che sarebbero state compiute nei suoi confronti.
Il 18 aprile 1946 Robinson debutto' con la maglia di Montreal, mostrando il suo valore con un'incredibile partita inaugurale e totalizzando a fine anno una media di .349.
Jackie era pronto per entrare nella storia e nel 1947 divento' il primo giocatore nero delle Majors: concluse la stagione con delle ottime statistiche e vinse il premio come rookie dell'anno, dimostrando il valore di tutti i giocatori di colore.
Gli inizi tuttavia furono tutt'altro che semplici per lui, facile bersaglio di una moltitudine di tifosi razzisti ma, resistendo, Robinson spiano' la strada ai vari Roy Campanella, Monte Irvin, Don Newcombe, Willie Mays e Hank Aaron.
Nel 1948 Larry Doby divento' il primo giocatore di colore della AL nei Cleveland Indians, assieme a Satchel Paige, il quale ad oltre quarant'anni divento' il giocatore piu' vecchio a ricevere il premio come rookie dell'anno: dopo un paio di stagioni nell'Ohio e in seguito nei St.Louis Browns, Paige gioco' con i Miami Marlins nell'International League e in seguito con una squadra semi-professionistica.


LA FINE DELLE NEGRO LEAGUES (1958-1966)
La rottura delle barriere razziali segno' la fine delle Negro Leagues, sebbene la NAL continuò fino al 1960.
La chiusura ufficiale risale al 1958 ma incontri all stars continuarono sino al 1966.
Inizialmente non tutti i giocatori di colore ebbero fortuna, rimanendo nelle minors, pur avendo miglior talento rispetto ad alcuni atleti bianchi, ma le imprese di Jackie Robinson e compagni segnarono profondamente la storia americana: un anno dopo il presidente Truman termino' la segregazione degli Afro-americani nell'esercito, nel 1954 la Corte Suprema fece lo stesso con le scuole pubbliche, negli anni 60 il Congresso concesse ai neri il diritto al voto.


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domenica 7 dicembre 2014

Polemiche Sul Nome Dei Washington Redskins (NFL)

E’ una storia infinita quella che riguarda i Washington Redskins e chi vorrebbe che il nome della squadra di football americano della capitale statunitense cambiasse.
Il club trasse spunto dall’allenatore William "Lone Star" Dietz che vantava origini Sioux.
Fu in suo onore che nel 1933 i Boston Braves assunsero il nome di Redskins, che fu mantenuto anche quando la squadra si trasferì a Washington.
Una prima causa, per cambiare nome alla squadra, fu intentata nel 1992 e si chiuse senza risultato nel 2009.
Negli anni successivi varie organizzazioni e gruppi, tra cui l’American Indian Movement organizzarono massicce proteste, per lo più in occasione di partite della compagine, come avvenuto nel 1994 durante il match contro i Buffalo Bills.
Proteste che sono proseguite fino ad oggi, intensificandosi nell’ultime stagioni, in cui dei comitati di rappresentanza dei nativi americani si sono presentati ad ogni appuntamento sportivo della squadra.
La più importante a Minneapolis, nello scorso novembre, che ricevette l’approvazione dell’allora sindaco della città R.T. Rybak.
Ma in realtà le prime polemiche risalgono già agli anni 70.
I Redskins sono sempre stati oggetto di una “venerazione quasi religiosa”, scrive Rich Lowry sul New York Post, che ricorda che da 70 anni c’e un inno di “guerra”,  “Hail the Redskins”, con tanto di banda e di “Redskinnettes”, le cheerleaders, o ragazze in maschera che sfilano prima delle partite.


POLEMICHE
Nello scorso febbraio(2013) Robert Holden, vice direttore del National Congress Of American Indians, commentò duramente per l’ennesima volta: “Non vogliamo questi onori”. 
I Redskins si sono sempre opposti a scegliere una nuova denominazione e un sondaggio del 2002 fra i nativi americani ha riscontrato che la maggioranza non si sente insultata dal nome della squadra.
La traduzione italiana di Redskins è pellerossa, e questo termine, secondo chi ha spedito la missiva, rappresenta una sorta di insulto razzista per i nativi americani.
Ad Agosto 2013, David Plotz su Slate, spiegava che quello sarebbe stato l’ultimo articolo scritto da lui con il nome dei Washington Redskins ancora completo.
”Cambiate nome, non dovete offendere i nativi americani”.
E’ il senso della lettera che 10 membri del Congresso degli Stati Uniti inviarono lo scorso anno ai Washington Redskins.
La lettera è stata spedita a Daniel Snyder, presidente della squadra, allo sponsor principale del team, al presidente della NFL Roger Goodell e alle altre 31 franchigie della lega.
Recentemente, in un’intervista a Usa Today, Snyder ha chiarito che non ha nessuna intenzione di modificare il nome del club: "Non lo cambieremo mai, è semplice. MAI. Potete scriverlo tutto a lettere maiuscole".
La dirigenza della franchigia non vuole affatto privarsi di quel nome perchè dietro c’è una storia secolare, iniziata nel 1933 a Boston, città da cui poi la squadra sarebbe migrata a Washington quattro anni dopo. All’epoca si chiamavano "Braves", i coraggiosi, ma il proprietario George Preston Marshall propose di passare appunto al termine "Redskins" per rifarsi al coraggio e allo spirito fiero dei nativi americani. L’intento, ovviamente, non era insultare quelle popolazioni, bensì esaltarne le virtù guerriere.
Quel nome, poi, rappresentava anche un omaggio a William Dietz, che di lì a poco sarebbe diventato head coach della squadra: ex giocatore, Dietz rivendicava orgogliosamente le sue origini Sioux (anche se secondo qualcuno era un bianco che si fingeva indiano).


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giovedì 4 dicembre 2014

La Storia Di Jackie Robinson e La Segregazione Razziale (MLB)

Jackie Robinson nacque in Georgia(USA) nel 1919.
Fu il primo giocatore di colore a giocare in MLB.
Quando Robinson scese in campo per i Brooklyn Dodgers il 15 aprile 1947, si concludevano più di 60 anni di segregazione razziale nella MLB.
È stato il primo giocatore nero riconosciuto ad esibirsi nelle Major Leagues nel ventesimo secolo e continuò a essere il primo a vincere un titolo di battuta, il primo a vincere il premio Most Valuable Player e il primo ad essere inserito nella Hall Of Fame.
Fu tra l'altro il stato il giocatore di baseball, nero o bianco, ad essere raffigurato su un francobollo degli Stati Uniti.
Anche se non era un giocatore difensivamente eccelso, aveva mani sicure, copriva una vasta zona e possedeva buona attitudine.
Per compensare il suo braccio medio usava bene i piedi nei doppi giochi e si sbarazzava della palla rapidamente.
Robinson dimostrò anche la sua versatilità giocando regolarmente in prima base, in terza, e nel campo a sinistra quando le esigenze della squadra lo esigevano.
Sulla corsa sulle basi, però, la stella di Robinson brillò più luminosa.
Era velocissimo, intelligente, audace, furbo.


IL PERIODO STORICO
Era da poco finita la seconda guerra mondiale e gli atleti erano tornati a casa dal fronte.
Non tutti avevano espletato il servizio di leva allo stesso modo: Joe Dimaggio nel 1943 aveva chiesto di essere mandato in combattimento, ma la sua richiesta era stata respinta(era un po' ingrassato).
Fu respinta anche quella di Han Greenberg, prima base dei Detroit Tigers, la prima stella ebrea dello sport.
Una delle poche richieste accettate fu quella di Bob Feller, lanciatore dei Cleveland Indians.
Non appena tolgono l’uniforme da lavoro, tutti rimettono la divisa della squadra.
Il baseball vive il suo momento di gloria: è uno sport molto popolare anche tra gli afroamericani.


ESERCITO, AUTOBUS, NEGRO LEAGUE
Jackie Robinson invece una divisa non l’aveva.
Fu cacciato dall’esercito, dove si era appuntato per guadagnare qualche soldo, confinato al Battaglione 758 in attesa del verdetto della Corte Marziale: era un ufficiale ma aveva rifiutato di obbedire ad un superiore.
Il conducente gli aveva intimato di andare in fondo all’autobus dell’esercito: «Sei nexxo, davanti non ci puoi stare» (ai tempi funzionava così in America, per la verità ciò valeva negli autobus dei civili, non in quelli militari).
Neanche l'arrivo degli ufficiali superiori lo convinsero a lasciare il posto visto che Robinson si oppose con veemenza e venne arrestato.
La Corte Marziale però darà ragione a Jackie che verrà congedato.
Gli Stati Uniti rimasero un Paese profondamente diviso tra “colored” e “white” e, soprattutto, con l’indegno cartello “white only”, “solo per bianchi”, appeso sui muri e sull’eredità culturale dei cittadini.
Non solo: i neri non potevano alloggiare negli hotel con i bianchi, potevano usare la piscina comunale un solo giorno a settimana e via così.
E il baseball professionale, da quando nel 1890 aveva adottato le disposizioni delle leggi di Jim Crow era, per l’appunto, “white only”, malgrado nessuna insegna leggibile lo etichettasse.
Robinson, in quanto non bianco, non poteva stare sul campo, non poteva allenarsi negli stessi impianti utilizzati dai bianchi.
Nel 1945 lo chiamano come giocatore professionista nei Monarchs, squadra della Negro League(lega con solo atleti Afroamericani), con un contratto da 400 dollari al mese(ottimo contratto per i tempi).
Anche se gioca bene, è frustrato dall’esperienza: la disorganizzazione della Negro League, la connivenza con il mondo delle scommesse, il febbrile programma delle trasferte che lo allontana dalla fidanzata Rachel, con cui riesce a comunicare solo per lettera, diventano un peso.
Ma per lui, in realtà, c'erano altri programmi.
Rickey Branch, presidente e manager dei Brooklyn Dodgers, sta inseguendo una sfida che non sarà solo personale. «Il baseball è bianco. Gli spettatori sono neri. I soldi sono verdi».


L'APPRODO NELLE MINOR LEAGUE CON I MONTREAL ROYALS
Nel 1946 nella Major League Baseball giocano 400 atleti, tutti bianchi.
Per l’anno successivo, Branch pianifica di interrompere codesta segregazione.
E Robinson è il candidato più adatto ad essere inserito nel rooster della sua squadra bianca.
Servono eccezionali doti atletiche, certo.
Ma occorre soprattutto un carattere d’acciaio, che contrapponga agli inevitabili insulti del pubblico il silenzio del fuoriclasse.
Almeno, affinché il valore e la legittimità di quel giocatore nero in campo non fossero riconosciuti.
Non sarà quindi Josh Gibson, il migliore della Negro League, ad essere il prescelto.
O Roy Campanella.
Ma Jackie Robinson: 26 anni, al momento impegnato nei Kansan City Monarchs, media di .350 in battuta e, in più, ufficiale dell’esercito americano (anche se comparì alla Corte Marziale).
Nella celebre riunione di tre ore del 28 agosto 1945 avvenuta fra Rickey e Jackie, a un certo punto il presidente chiede a Robinson se sarebbe stato in grado di affrontare gli animi razzisti senza reagire in modo violento.
«Stai forse cercando un giocatore nero che ha paura di reagire?».
«No» risponde Branch «sto cercando un giocatore nero con abbastanza coraggio da non reagire».
Firmano per 600 dollari al mese più un bonus di 3500 dollari, sapendo entrambi d’innescare continue polemiche, in cui Robinson non potrà che porgere l’altra guancia.
Quando Robinson arriva a Daytona Beach, in Florida, per l’allenamento con i Montreal Royals, la squadra della Minor League dei Dodgers, trova Wendell(un giornalista) ad aspettarlo.
È la luna di miele dei Robinson.
Jackie ha fatto la proposta all’indomani del contratto, il reverendo amico li ha sposati a Los Angeles, ma la compagnia aerea si rifiuta di far prendere loro un volo “white only”, devono ripiegare su un autobus. Robinson non può dormire in albergo con il resto della squadra, viene portato a casa di un politico locale ma a causa del colore della sua pelle tutto il team è soggetto a ripercussioni e boicottaggi.
Clay Hopper, manager dei Royals, originario del Mississippi, chiede a Rickey di assegnare Robinson a qualsiasi altra squadra affiliata con i Dodgers, ma Rickey si rifiuta.
Quella linea di segregazione che vigeva nel baseball sarebbe stata molto dura da abbattere.
Molto più di quanto Rickey avesse immaginato.
Intanto Robinson nella sua prima partita con i Montreal Royals mette a segno tre singoli e tre home run.
Nella partita dei Montreal contro Indianapolis, Robinson è costretto da un poliziotto a lasciare il campo. Robinson è davvero solo, anche se il baseball è un gioco di squadra.
Tra gli spettatori, con la macchina da scrivere in grembo, il giornalista Wendell Smith segue e scrive: non gli è permesso sedere nella tribuna della stampa, riservata ai bianchi.
Nella Minor League con i Montreal ruba 40 basi, segna 113 punti, ha una media battuta di .349.
È pronto per i Dodgers, ma loro non sono pronti per lui.


LA PETIZIONE DEI COMPAGNI DI SQUADRA PER ESCLUDERLO
La squadra, che quell’anno si allena all’Havana, firma una petizione per escluderlo.
L’allenatore Leo Durocher, che sta già attraversando una tempesta personale su istigazione di Branch mette in chiaro che Jackie è un compagno di squadra.
La squadra si deve comportare come tale.
«Non m’importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una cazzo di zebra.
Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca. Inoltre, c’è dell’altro: questo ragazzo ci può rendere tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi».
A due settimane dalla prima di campionato, Durocher viene sospeso per un anno per un giro di scommesse. Il debutto di Robinson nei Dodgers sembra incontrare solo ostacoli.
Ma avviene.


L'ESORDIO IN MLB
Jackie Robinson esordisce nella Major League del Baseball il 15 aprile 1947 all’Ebbets Field di Brooklyn davanti a ventitremila spettatori.
«Nei primi mesi Jackie tornava dalle partite e dagli allenamenti distrutto, tutti lo attaccavano. Lo sport che lui amava così tanto lo respingeva e gli ricordava in ogni momento che non c’ era posto per lui. I tifosi, i compagni di squadra, gli avversari e persino la polizia. Allora noi chiudevamo la nostra porta e lasciavamo quel mondo fuori, ci facevamo coraggio» ricorda la moglie Rachel al Los Angeles Times nel 2013.
«Per fortuna io di quei momenti ricordo solo i baci e la calma della nostra casa» aggiunge.
Emblematica la scena in cui Jackie, in piedi sul diamante, fissa lo sguardo sul nulla mentre attorno a lui gli spettatori urlano e sputano insulti e saliva.
Raccapricciante anche la ricostruzione in cui Ben Chapman, uomo del sud, coach dei Philadelphia Phillies, il 22 aprile 1947 offende Jackie tutto il tempo dell’incontro.
Sarà troppo tardi riconciliarsi nella partita di ritorno.
Faranno un sorriso alla stampa, stringendo la mazza da baseball come a siglare il segno di pace, ma Chapman, che in passato era stato un buon giocatore degli Yankees nel periodo di Ruth e Gehrig, verrà licenziato, non lavorerà più e sarà consegnato alla storia come l’allenatore razzista che al primo anno di Jackie Robinson nella Major League, mise duramente alla prova i nervi dell’atleta.
«Torna tra i campi di cotone. Non sei degno di portare un numero sulla maglia».
E invece ne sarà talmente degno che nel 1972 il numero 42 verrà ritirato in suo onore da tutte le divise del baseball.
Poterono mantenere quel numero soltanto coloro che già lo indossavano.
Il problema non furono solo i Phillies ma anche le trasferte a Cincinnati(dove ricevette numerose minacce di morte) o quando i St.Louis Cardinals minacciarono di scioperare non presentandosi in campo contro i Dodgers.
Le prestazioni in campo al termine della prima stagione di Robinson rispecchiano le aspettative: suo è il punto decisivo contro i Pirates Pittsburgh, chiude l’annata avendo giocato 151 partite, una media di battute di .297, con 175 valide, 12 home run, 48 punti battuti a casa, 125 punti segnati, 29 basi rubate.
Primatista della National League, con questi numeri in crescendo riceve il premio Rookie Of The Year.
Nel 1948, a seguito della cessione di Eddy Stanky ai Boston Braves, Robinson passa a giocare come seconda base.
Le porte del baseball professionale sono aperte ad altri atleti neri, tra cui Don Newcombe, Roy Campanella, Monte Irvin, Willie Mays e Hank Aaron.
Robinson gioca fino al 1957, sempre con i Dodgers.
Ha 38 anni, ha giocato per sei volte le World Series vincendole nel 1955.
Nel 1949 è il miglior giocatore della National League e dal 1949 al 1955 è selezionato per ben sei volte per l’All Star Game.
Nel 1962 è eletto con il 77.5% di preferenze nella Baseball Hall of Fame.
Si ritira dallo sport, ma non si adagia sugli allori: fino al 1964 ricopre l’incarico di vicepresidente per la “Chock Full o’Nuts”, primo nero a raggiungere tale ruolo in un’azienda americana.
Continua, assieme alla moglie, a combattere per i diritti civili.
Pochi anno dopo il suo ritiro dal baseball, Jackie ammette di soffrire di diabete.
Quando, nel 1972, muore stroncato da un infarto a 53 anni, la moglie crea la Jackie Robinson Foundation che si occupa di scolarizzazione giovanile.


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venerdì 31 ottobre 2014

La Rivalità Tra Maccabi ed Hapoel Tel Aviv (Basket Israeliano)

Per anni Hapoel Tel Aviv e Maccabi Tel Aviv sono stati considerati i primi due club di pallacanestro israeliana.
I derby tra le due squadre sono stati sempre considerati come match prestigiosi, spesso però accompagnati da un clima di odio tra le due tifoserie che si traducono in atti di violenza reciproca e teppismo.
La tensione tra i due club ha raggiunto il suo apice nella decade 1980.
Durante questo periodo si sono incontrati più volte in finale play-off di campionato e coppa.
Probabilmente l'incontro più celebre fu la finale del League Championship disputata nel mese di aprile del 1985.
Grazie a Mike Largey, l'Hapoel Tel Aviv vinse la prima partita in modo convincente.
Largey giocò sempre bene contro il Maccabi Tel Aviv battendolo 5 volte in 4 anni.
Prima del suo arrivo, Hapoel Tel Aviv non batteva il Maccabi Tel Aviv da 17 partite di fila.
Nella seconda partita ad inizio secondo tempo, dopo che il gioco si era fermato per un fallo, Motti Aroesti del Maccabi infilò la mano in faccia a Largey.
Largey rispose immediatamente gettando Aroesti a terra.
Successivamente, entrambi i giocatori vennero espulsi dalla partita e sospesi automaticamente da gara 3.
Largey era molto importante per l'Hapoel Tel Aviv, infatti dopo di ciò il Maccabi Tel Aviv vinse gara 2 e 3. Ancora oggi, la maggior parte dei tifosi dell' Hapoel Tel Aviv sono convinti che il Maccabi Tel Aviv escogitò questa provocazione di proposito.


ANNI SUCCESSIVI: TANGENTI E POLEMICHE
Nel corso degli anni il Maccabi Tel Aviv rafforzò la sua posizione dominante nel basket israeliano e il suo status di campioni quasi eterni.
I tifosi dell'Hapoel accusarono i rivali di vari illeciti, comprese l'offerta tangenti per gli arbitri, la firma dei contratti con i giocatori rivali durante la stagione regolare e i playoff e la ricezione di tanti fondi dalle televisioni di Stato per i diritti tv.
Queste accuse, tuttavia, non vennero mai dimostrate.
Con il declino dell'Hapoel negli ultimi anni le partite tra le due squadre son diventate un po a senso unico. Questo, naturalmente, ha portato solo al rafforzamento di odio e ripetuti atti di violenza tra i tifosi.


OLOCAUSTO ED INSULTI
Arriviamo agli anni recenti quando i tifosi dell'Hapoel Tel Aviv augurarono a squarciagola un olocausto a quelli del Maccabi(2006).
Passano altri sei anni e le due squadre si ri-affrontano nuovamente.
"Non c'è spazio per cori simili anche all'interno di una rivalità" disse Guy Pnini alla vigilia.
"So qual è il limite tra ciò che è lecito e ciò che non lo è".
Ventiquattr'ore dopo, lo stesso giocatore, capitano del Maccabi e nazionale israeliano, avrebbe usato altre parole sul parquet, etichettando l'avversario come nazista ed augurandogli malattie a lui e alla sua famiglia.
Il destinatario degli insulti era Jonathan Skjoldebrand, israeliano anche lui, ma biondo e di origini svedesi.
La vittima delle offese non reagì al momento: "Pensavo di non aver sentito bene, ma lui ha ripetuto continuamente", poi ha immediatamente riferito l'episodio ai dirigenti del suo team.
Infine sono state le telecamere a fare giustizia e a diffondere in giro per il mondo il virgolettato di Pnini pronunciato a 1'43" dal termine del terzo quarto, quando la sua squadra conduceva ampiamente sui rivali.
Il Maccabi, aprì immediamente un'indagine prendendo provvedimenti: sospensione a tempo indeterminato del giocatore cui è stata tolta la fascia di capitano e multa di circa 26 mila dollari.
Dalla federazione al coach della nazionale, tutti si sono espressi contro Pnini.
Il giocatore, dopo aver inizialmente cercato di giustificarsi asserendo che la sua era stata una reazione a un aggressione fisica e verbale subita da Skjoldebrand durante il match, ha rilasciato un messaggio pubblicato sul sito del Maccabi, dove ha ammesso che il suo è stata un gesto deprecabile: "Mi vergogno. Voglio chiedere scusa a Jonathan, alla sua famiglia e ai tifosi del Maccabi. Chiedo scusa anche alla mia famiglia che è stata vittima dell'Olocausto".


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sabato 28 giugno 2014

La Storia Di Lleyton Hewitt: Litigi e Controversie

Lleyton Hewitt nato ad Adelaide nel 1981 è conosciuto per la sua aggressività e il suo grande spirito combattivo, le sue qualità migliori sono i colpi dal fondo, tra cui una splendida risposta, i lob e la grande capacità di recupero dettata dalla rapidità dei piedi.


I SUCCESSI E GLI SLAM
Il suo primo torneo del Grand Slam in singolare arrivò nel 2001, agli Us Open, dove sconfisse il quattro volte campione Pete Sampras in 3 set 7-6 6-1 6-1.
Nel 2001 oltre agli Us Open vinse i tornei di Sydney, al Queen’s, Hertogenbosch, Tokyo e la Masters Cup di Shanghai dove batté in finale il francese Grosjean.
Chiuse l'anno con 80 vittorie e 17 sconfitte e come numero 1 del ranking mondiale, il più giovane della storia, a soli 20 anni e 8 mesi.
Nel 2002 Hewitt vinse il suo secondo titolo del Grande Slam aggiudicandosi il torneo di Wimbledon battendo in finale David Nalbandian in 3 set 6-1 6-3 6-2.
La sua vittoria ha rafforzato l'idea riguardo al quale il torneo di Wimbledon non doveva per forza essere dominato da giocatori con servizio e volée, ma poteva anche essere vinto da giocatori che scambiano da fondo campo come Agassi e lo stesso Hewitt.
Nel 2002 vinse inoltre il primo Master Series in carriera ad Indian Wells, il Queen’s per il terzo anno di seguito, San Jose e la Masters Cup di Shanghai per il secondo anno di seguito battendo Juan Carlos Ferrero in finale.
Concludendo la stagione con 61 vittorie e 15 sconfitte, difese per tutto l'anno la posizione di numero 1 del mondo.


MALEDUCAZIONE ED AGGRESSIVITA'
Detto dei successi sembra proprio che "la gloriosa tradizione" dei McEnroe e dei Connors si sia reincarnata nei fatti e nei misfatti di Lleyton Hewitt.
Il tennis rissoso, scorretto e provocatore.
La carica agonistica al limite della correttezza e spesso oltre, dell'ex numero 1 del mondo riesce a tirare fuori il peggio dagli avversari.
Negli anni 2000 è stato sicuramente il tennista più detestato tra i colleghi.
Sfrontato e capriccioso, esagerato nelle vittorie e non in grado di accettare le sconfitte.
Uno dei primi tennisti ad usare il "come on" sugli errori degli avversari ed addirittura sul primo punto del match (unico, in ciò) tanto da far dire al tranquillo giocatore spagnolo Corretja "questo non può esultare cosi dopo il primo 15!".


GLI INSULTI RAZZISTI A JAMES BLAKE E GIUDICE DI SERIE (US OPEN 2001)
All'US Open 2001 insultò un giudice di linea di colore, colpevole di aver fatto una chiamata a favore dell'americano James Blake in nome di una presunta "solidarietà razziale".
Blake, ai tempi l' unico giocatore di colore tra i primi 100 della classifica, era completamente disidratato a metà del quarto set (dopo aver fatto sperare nella clamorosa sorpresa il pubblico americano).
Durante il cambio di campo, il diciannovenne americano era stato anche male di stomaco mentre Hewitt continuava a caricarsi con urla belluine e braccia al cielo.
A quel punto la partita era ormai decisa ma l' australiano testa di serie N.4 aveva dovuto soffrire davvero molto per avere la meglio.
Era tanto nervoso il ventenne di Adelaide che nel momento più critico della partita, quando un giudice afroamericano gli chiamò per due volte il fallo di piede perse la testa.
Rivolgendosi all' arbitro di sedia, lo svizzero Egli, pretese il cambio del giudice:
"Mi è stato chiamato per due volte dalla stessa parte (il fallo di piede)"

E poi aggiunse, indicando prima Blake con la capigliatura afro e poi il giudice di linea di colore:
"Guardali. Dimmi se noti qualche somiglianza"
I due poi ovviamente si re-incontreranno nel corso della loro carriera, inutile dire che si tratterà sempre di sfide tese e al limite della rissa anche se a distanza
Si ricordi soprattutto la loro sfida in Australia con un Blake notevolmente "cresciuto" a livello di atteggiamento, al punto di imitare l'australiano nei festeggiamenti.


I LITIGI CON CHELA E NALBANDIAN (AUSTRALIAN OPEN 2005)
Inoltre pare che Hewitt abbia un conto aperto con gli argentini: infatti all' Australian Open al terzo turno litigò prima con Chela, l'argentino esasperato dalle provocazioni di Hewitt, perse la testa e partirono degli sputi al cambio di campo.
Più precisamente Hewitt, come si sa, iniziò ad esultare sugli errori dell'avversario.
Smash che prendono la rete e finiscono fuori o altri errori banali.
Quello che porta allo sputo, è una prima di servizio sbagliata da Chela con seguente "come on" nel quarto set quando si era 0-40 per l'australiano.
Hewitt strappa il servizio ed urla il successivo "come on" all'avversario, al pubblico e al suo angolo.
Va a sedersi e mentre Chela gli passa vicino, sputa verso la sua panchina.
Poi si vede Hewitt, ridere in modo ironico.
E poi nei quarti di finale con l'altro argentino Nalbandian, dove al cambio di campo l'australiano rifilò una spallata a Nalbandian a metà del quinto set (poi finito 10-8 per Hewitt).
L'argentino gli urlò "che hai fatto?".


LA BATTAGLIA CONTRO CORIA E GLI ARGENTINI (COPPA DAVIS 2005)
Nel 2005 poco ci mancò che tutto degenerasse in una maxi rissa nel quarto di finale tra Australia e Argentina in corso a Sydney (per la cronaca Hewitt battè Coria in quattro set).
I due non si fecero mancare nulla, ad accendere la miccia il solito Lleyton: dagli insulti alle minacce sino al più classico "ti aspetto fuori..." e ai colpi bassi durante il cambio di campo.
Nel frattempo ad ogni punto messo a segno arrivava l'esultanza dell'australiano con Coria che s'innervosiva sempre di più e cominciava a rispondere a suon di "vamos".
Hewitt vince i primi due set, Coria il terzo e nel quarto il match si accende ancora di più.
Anche Coria inizia ad esultare sugli errori dell'avversario, Hewitt si carica sempre di più.
Sul 2 pari al quarto Hewitt strappa il servizio a 0 all'avversario: ogni punto è uno show, più quello decisivo dove l'australiano si rende protagonista di una corsa sfrenata verso la sua panchina.
3-2 e servizio per Hewitt.
Coria chiama il medical timeout, l'Australia non la prende benissimo, Coria cerca di convincere tutti che l'infortunio è reale.
Si torna in campo e i due continuano a rispondersi colpo su colpo, "come on" contro "vamos", esultanza su esultanza.
I primi 5 punti del sesto game vanno avanti tutti così.
Sino a che appunto si arriva al 40-30 per Hewitt, Coria riesce a chiamare a rete Hewitt che alza un pallonetto che esce troppo corto.
Coria viene a rete, fa lo smash e spara addosso a Hewitt che all'ultimo riesce a spostarsi per evitare di essere colpito.
L'argentino esulta, Hewitt senza batter ciglio abbassa il capo, sputa a terra e torna indietro, Coria dopo qualche secondo si accorge che forse la cosa sta degenerando e chiede scusa.
Siamo sempre 3-2, 40 pari con Hewitt che batte.
Neanche a dirlo arriva l'ace di Hewitt. Stavolta non arriva nessun "come on", Hewitt alza il braccio e mima una pistola, guarda l'argentino e poi urla "fuck off".
Il game non finisce qui pechè ci sono continui vantaggi e parità ma poi l'australiano tiene il servizio e si porta 4-2.
Nel game successivo, non c'è più storia: l'australiano si porta subito 0-40 e successivo 5-2 (esultando e gridando "come on" sul doppio fallo finale dell'avversario).
Hewitt chiude 6-2 e si inginocchia a terra, malgrado tutto i due si stringono la mano freddamente anche se poi la rissa continua fuori dal campo nelle interviste.
Al termine di ciò Coria dirà:
"Uno che aggredisce, che esulta per gli errori degli avversari, che prende in giro, uno come Hewitt insomma...potrà pure essere il più forte al mondo ma per me rimane l'ultimo degli uomini. Preferirei non vincere un torneo in tutta la mia carriera che essere come lui: mi sentivo quasi di ucciderlo in campo"

Hewitt ribatte: 
"E ' stato molto stupido da parte loro provocarmi. 
Molto raramente ho perso partite quando le persone mi fanno arrabbiare. Coria rimane un perdente"


GLI ANNI RECENTI
Aggressività, cattiveria smodata, scorrettezza oltre ogni limite, questo era Lleyton Hewitt.
Il peggiore, il più cattivo, il più maleducato.
Eppure invecchiando ha guadagnato molti simpatizzanti, in un circuito fatto di bambocci e imberbi lungagnoni, la grinta distillata dell'australiano ha creato un certo numero di fans.
Dimenticando i gestacci insolenti e i lugubri saluti agli avversari (come quando alcuni anni fa augurò a Nalbandian un incidente aereo sull’Atlantico).
Persino a Parigi non lo odiano più.
Figurarsi a Melbourne (per la verità Hewitt non ha mai nascosto di preferire altri tornei all'Open Australiano di casa. Il motivo? L'australiano da grande combattente quale è sempre stato, si è sempre esaltato in arene dove tutto il pubblico gli tifava contro, ciò per forza di cose non poteva avvenire in Australia dove era il beniamino di casa).


SCONTRI DIRETTI (GIOCATORI PRINCIPALI)
Hewitt v Sampras 5-4
Hewitt v Philippoussis 3-1
Hewitt v Agassi 4-4
Hewitt v Henman 9-1
Hewitt v Rusedski 4-3
Hewitt v Roddick 7-7
Hewitt v Haas 7-4
Hewitt v Coria 2-0
Hewitt v Nalbandian 3-3
Hewitt v Federer 9-18
Hewitt v Nadal 4-7
Hewitt v Djokovic 1-6
Hewitt v Murray 0-1
Hewitt v Berdych 0-3
Hewitt v Del Potro 3-2


PALMARES (TORNEI PRINCIPALI: GRANDE SLAM, MASTER 1000 E COPPA DAVIS)
Coppa Davis 1999
US Open (Grande Slam) 2001
Wimbledon (Grande Slam) 2002
Indians Wells (Master 1000) 2002
Indians Wells (Master 1000) 2003
Coppa Davis 2003



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