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sabato 5 dicembre 2015

Stephen Lee e Lo Scandalo Scommesse (Snooker)

Stephen Lee nasce a Trowbridge nel 1974. Diventa professionista di Snooker nel 1992 e raggiunge come ranking più alto il N.5 del mondo. Vince 4 tornei tra il 1998 e il 2006 (Grand Prix nel 1998, LG Cup nel 2001, Scottish Open nel 2002 e il Welsh Open nel 2006), raggiungendo anche le semifinali del World Championship nel 2003 e la finale del Masters nel 2008.


L'ARRESTO PER GIOCO D'AZZARDO NEL 2010
Nel 2010 Lee viene arrestato con l'accusa di gioco d'azzardo (quando era N.25 del mondo).
Questa la dichiarazione della WPBSA (Polizia) in seguito all'arresto del N.25 del mondo:
"Siamo al corrente delle indagini riguardanti la collusione nei match e aspettiamo ulteriori chiarimenti.
Nel caso in cui la Commissione per il gioco d'azzardo inizi un'investigazione su una partita, la WPBSA lavorerà insieme ad essa per assisterla nelle indagini e manterrà la propria investigazione aperta fino alle conclusioni generali. Comunque, né la Commissione né la WPBSA rilasceranno informazioni che vertono sulle scommesse mentre sono in corso le indagini".
Paul Mount dello staff manageriale di Lee, pochi giorni dopo disse: "Stephen ha cooperato totalmente con l'inchiesta della polizia ed è stato rilasciato senza accuse. Non si aspetta che gli venga indirizzata alcuna accusa e nega ogni coinvolgimento in materia di irregolarità mediante frodi o scommesse.
Adesso Stephen è concentrato ad allenarsi duramente per qualificarsi al Mondiale e per portare a termine tutti gli ingaggi delle esibizioni".


SQUALIFICA E SOSPENSIONE
Viene comunque sospeso nel 2012 prima della sentenza definitiva che arriva nel 2013.
Il tutto partì dall' incontro più che sospetto contro Higgins in Premier League (conduceva 2-1 e finì per perdere 2-4. Ci furono ingenti puntate).
Si tratta di partite risalenti al 2008 e 2009.
Secondo l’inchiesta, Lee avrebbe violato l’articolo 2.9 ovvero avrebbe “concordato e/o accettato e/o ricevuto un pagamento o altro tornaconto in relazione a influenzare l’esito o la condotta di almeno un incontro”. I match in cui si è riscontrato tale comportamento sono sette, tutti precedenti al 2010, e sono riportati qui sotto insieme all’accusa:

Malta Cup 2008, Lee v Neil Robertson 1 – 5 (Scommessa sul risultato esatto)
Malta Cup 2008, Lee v Ken Doherty 2 – 4 (Scommessa sulla vittoria di Doherty)
Malta Cup 2008, Lee v Marco Fu 1 – 5 (Scommessa sulla vittoria di Fu)
UK Championships 2008, Lee v Stephen Hendry 9 – 7  con primo frame vinto da Hendry (Scommessa sulla vittoria primo frame di Hendry)
UK Championships 2008, Lee v Mark King 9 – 5 con primo frame vinto da King (Scommessa sulla vittoria primo frame di King)
China Open 2009, Lee v Mark Selby 1 – 5 (Scommessa sul risultato esatto 0-5 o 1-5)
Campionato del mondo, Lee v Ryan Day 4 – 10 (Scommessa sul risultato esatto 4-10 o 5-10)

Sono decadute le accuse su un ulteriore incontro di Malta Cup 2008 contro Joe Swail, vinto da Lee, su cui si sono comunque si erano concentrate forte puntate su Lee vincente.
Non c’è invece traccia del match di Premier League che ha aperto lo scandalo.
Lee non ha portato prove per controbattere sull’analisi delle tipologie di scommessa o delle tempistiche delle comunicazione telematiche tra lui e gli scommettitori.
Il giocatore non ha portato nessun documento a sua discolpa.
Importanti sarebbero stati i documenti sul conto della moglie e su un contratto di sponsorizzazione: la mancata presentazione è segno che questi sarebbero certamente andati contro le sue tesi.


GIRO DI SCOMMESSE
Tre le figure di spicco tra gli scommettitori che hanno beneficiato delle informazioni di Lee: un consulente finanziario per la società Prosperity (indicata da Lee, senza prove a supporto, come suo sponsor), il manager del giocatore e un conoscente dello stesso Lee.
La WPBSA ha portato le prove che le scommesse associate a queste persone negli incontri incriminati erano di entità straordinaria, anche in relazione al mercato globale degli scommettitori e che molto spesso arrivavano nei minuti successivi a comunicazioni con il giocatore.
I diversi gruppi di scommettitori hanno investito oltre 100.000 sterline solo sui siti di scommesse.
Altre scommesse, molto probabilmente di maggiore entità, erano piazzate nei locali.


LA SQUALIFICA DI 12 ANNI
A fine 2013 viene squalificato per 12 anni dalla Gambling Commission inglese.
Si tratta di “un segnale forte per i giocatori sportivi professionisti che truccano le partite”.
Lee nel giugno 2014 viene estromesso dal ranking e condannato a pagare 40.000 sterline (oltre 47.000 euro). Nick Tofiluk, Direttore della Commissione Operazioni di Regolamentazione, ha affermato: “Accogliamo con favore il lavoro della WPBSA nel vedere questo caso e nello stabilire un deterrente per coloro che truccano le partite impostando chiare regole sportive sostenute da dure sanzioni e dalla buona educazione del giocatore.
Ciò mostra il valore della Gambling Commission e degli organi sportivi governativi che lavorano a stretto contatto. Il caso di Stephen Lee manda anche un severo avvertimento ai giocatori di tutti gli sport con sede nel Regno Unito. Se si cerca di beneficiare di partite truccate ci si dovrebbe aspettare di pagare un prezzo molto alto”.
“Non si è comportato in modo cinico” ha affermato il giudice “ha agito invece come un uomo debole con problemi finanziari, cedendo alla tentazione di trarre vantaggi impropri che sarebbe stato in grado di giustificare a se stesso, dal momento che il risultato finale dell’incontro, la vittoria o la sconfitta, sarebbe stato lo stesso” Lee, nel caso, tornerà il 12 Ottobre del 2024 a 50 anni.


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venerdì 4 dicembre 2015

Il Mistero Sulla Morte Di Jim Clark (Formula 1)

Jim Clark nacque nel Fife (Scozia) il 4 marzo del 1936.
Cresce in una famiglia di agricoltori e forse per questo il suo carattere rimarrà sempre umile e semplice. Persino all’apice della fama, Jim continuerà a schernirsi e a preferire le sue contee e la vecchia amata fattoria per correre e vivere in tranquillità.
Si affaccia in Formula 1 nel 1960 dove, senza troppi giri di parole, disse: «Sgommare e andare a tutta birra per me è la cosa più naturale che ci sia; non c’è niente che mi renda più felice…».
Parliamo di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, sia in riferimento alla Formula 1 sia per le competizioni motoristiche in generale.
Un campione completo, dallo stile geniale e da una pulizia di guida innata.
Un pilota capace di migliorarsi anno dopo anno fino a raggiungere la perfezione.
A quelli che gli chiedevano da dove nascesse tanta passione Jim Clark amava dire:

«Spesso mi sento come un poeta: il mio ruolo non è quello di stare ai margini, defilato o estraniato dalla vita. Quando mi danno una macchina e accendo il motore mi sento un leone. Ho poco tempo per guardare e per pensare; devo correre, scappare e arrivare primo al traguardo. E devo stare attento a non sbagliare mai. Il mio ruolo dipende da come sei e dal coraggio che hai…».


LA CARRIERA IN FORMULA 1 CON LA LOTUS
Nel 1960 nasce uno dei binomi più affiatati e vincenti, quello fra lo stesso Clark e la storica scuderia Lotus di Colin Chapman.
Quest’ultimo lo ha scoperto giusto un anno prima, nel 1959, quando lo sconosciutissimo Jim guidava vetture di secondo piano, come le Jaguar D Type.
La combinazione micidiale Clark-Lotus segna l’intera carriera dello scozzese:  una miscela fra potenza della macchina e abilità tecnica del pilota, la coppia prende il volo e arriva per la prima volta al successo nel circuito di Spa-Francorchamps il 17 giugno del 1962 nel Gran Premio del Belgio.


I DUE TITOLI MONDIALI: 1963 E 1965
Arriva poi l’ormai celebre 1963 e il grande Jim mette dietro i principali avversari facendo letteralmente saltare il banco.
La Lotus 25 dello “Scozzese Volante” si aggiudica ben sette delle dieci gare previste dal calendario di Formula 1.
Vince di conseguenza il titolo mondiale grazie ai 54 punti in classifica.
Staccati nettamente tutti i suoi principali avversari, a cominciare dall’ex iridato Graham Hill e da Richie Ginther: sia il britannico che lo statunitense si fermano appaiati a 29 punti, dimostrando coi numeri l’enorme divario accumulato in pista.
L’altra stagione da mettere in cornice è quella del 1965, con il secondo titolo mondiale (sei vittorie: Sud Africa, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania) che porta con sé delle particolari coincidenze: anche stavolta al secondo posto della classifica finale c’è il rivale Hill (al terzo posto si piazza Jackie Stewart, un altro britannico che presto diventerà famoso) e, curiosamente, i punti finali dell’inossidabile Jim sono ancora 54, proprio come due anni prima.
Nello stesso anno vince la 500 Miglia di Indianapolis.
Nel 1966 la Lotus è per nulla competitiva, anche a causa del nuovo regolamento che impone un motore da tremila centimetri cubici di cilindrata.
Jim Clark, cosa che accadrà pure negli anni successivi, usa nel corso di una stagione diversi tipi di vetture e di motore: nel 1967 parte ad esempio col Coventry Climax da due litri, per poi passare nelle ultime gare a un complicato motore BRM H16.
Nel 1967 il titolo mondiale finisce nelle mani di Denny Hulme ma Clark (terzo nella classifica finale) resta sempre il punto di riferimento principale sia per classe che per carisma.
Qui viene ricordato per la leggendaria vittoria in Messico, quando arriva sul traguardo (vincendo) con 3 ruote, avendone persa una nell'ultimo giro.


L'INCIDENTE MORTALE IN GERMANIA: 1968
Il 1968 inizia alla grande con una vittoria nel primo Gran Premio in programma, disputatosi a Kyalami, in Sud Africa.
Dopo una corsa disputata in Spagna, agli inizi di aprile il pilota britannico vola quindi in Germania, ad Hockenheim, da dove non sarebbe più tornato vivo.
All’inizio del quinto giro avviene infatti la tragedia: Jim perde improvvisamente il controllo della sua Lotus quasi al termine del rettilineo del traguardo, mentre sta impostando la prima curva a destra.
Dopo un paio di disperati tentativi di recuperare il giusto assetto, alla fine il pilota scozzese non riesce più a controllare la sua auto che si dirige a circa 240 Km/h verso l’esterno della curva, in direzione di alcuni alberi non coperti da protezioni.
L’impatto è violentissimo e la scocca della vettura si spezza in due.
Per Clark, che dopo un tremendo volo sbatte col casco in un ramo a circa cinque metri di altezza da terra, non c’è niente da fare.
Quando arrivano i soccorsi il cuore batte ancora ma Clark è clinicamente morto.
A causare l’incidente la probabile foratura della gomma posteriore destra.
È il 7 aprile 1968.
La sua morte è un colpo durissimo da digerire per tutto lo sport.
Jim Clark, infatti, era un vero fuoriclasse: ancora oggi sono in tanti a considerarlo il miglior pilota di sempre.
In 72 Gran Premi disputati vanta infatti cifre importantissime: oltre ai due titoli mondiali, ci sono le 25 vittorie in Formula 1 (sesto nella classifica di tutti i tempi), 32 podi, 33 pole position (terzo di sempre) e 28 giri più veloci (quinto nella storia).


MA COSA SUCCESSE ESATTAMENTE?
Come detto le cause dell'incidente di Clark furono storicamente attribuite a una foratura lenta alla gomma posteriore destra al 4° giro che avrebbe provocato il cedimento improvviso dello pneumatico la tornata successiva rendendo così inguidabile la sua monoposto in uno dei punti più veloci del circuito di Hockenheim.
Nessun testimone assistette alla scena, nessuno che potesse avvalorare una tale ipotesi, Colin Chapman ne uscì devastato e simulò più volte le conseguenze di una foratura lenta in una pista come quella di Hockenheim, per darsene una ragione, ma un altro interessante punto di vista emerge da una dichiarazione di Derk Bell.
Il pilota inglese nella sua biografia afferma che le cause dell'incidente potrebbero essere state legate ad un malfunzionamento del motore della sua Lotus evidenziatosi anche nelle prove e di cui sentì parlare Clark con la propria squadra, il quale dava segni di spegnimento improvviso senza nessun preavviso.
Secondo Bell l'umidità e la pioggia avrebbero accentuato il difetto all'accensione o cos'altro e il povero Jim si sarebbe trovato nei curvoni superveloci del tracciato tedesco di punto in bianco con una macchina senza trazione e su asfalto fradicio.
Una condizione limite a cui nemmeno il suo immenso talento avrebbe potuto rimediare.

"Era davanti a me" raccontò Chris Amon "settimo o ottavo posto. Non guadagnava terreno, sebbene io andassi piano."
"Era ottavo, dopo quattro giri" confermò Eric Dymock, il giornalista suo amico.
"Sul bagnato le Firestone da pioggia erano inutili" disse Amon che le usava quel giorno.
"Entrò nella successiva curva a destra, forse un po’ troppo veloce" raccontò un commissario.
"…circa 200 Km/h" racconta Heinz Pruller, il giornalista tedesco che era presente.
"…almeno 220 Km/h" afferma David Tremayne, un altro giornalista, irlandese.
"…oltre 250 Km/h" ribatte ancora Eric Dymock, che sarebbe diventato il suo biografo.
La difficile valutazione della verità da parte della stampa.

"Quella curva era lunga e sulla destra, piuttosto dolce e larga, la si poteva percorrere appaiati a 240 Km/h, anche sulla pioggia" è il parere di Derek Bell, 5 volte vincitore a Le Mans e quel giorno quarto nella prima manche guidando per Frank Williams.
Una curva facile.
"I grandi piloti muoiono nelle curve facili".
"C’erano pozze dappertutto" racconta Chris Amon.
"Al via della prima manche non pioveva. Era piovuto prima, sarebbe ricominciato a piovere dopo, ma al via della prima manche no, non pioveva" questo dichiarò dopo la gara l’inglese Piers Courage, terzo assoluto e quinto in quella prima fatale manche.
"Alla prima curva non si vedeva nulla, assolutamente. C’era ‘water-spray’ ovunque, si vedevano solo, in alto, le cime degli alberi e l’unica cosa che si poteva fare era curvare seguendole, senza vedere dove mettevi le ruote. Rallentai molto, ma sorprendentemente nessuno mi sorpassò" è il ricordo di Max Mosley.
"La visibilità era sufficiente, abbiamo corso in condizioni molto peggiori" ancora Courage.
"Davanti si vedeva abbastanza, ma dietro non doveva essere facile" Henri Pescarolo, secondo.
"Un muro d’acqua, c’era un muro d’acqua. Impossibile vedere qualcosa" Chris Irwin, settimo.
Difficile ricostruire l’incidente e ipotizzarne la causa.

"L’auto si mise di traverso, non cambiò mai direzione, sfondò la recinzione a bordo pista e si schiantò contro un albero dividendosi in due all’altezza dell’abitacolo".
"Tutto accadde all’improvviso, in una frazione di secondo. La macchina rossa e oro sembrò cambiare direzione, puntandomi addosso. Mi veniva diritta addosso. Scivolando sfondò la recinzione a meno di dieci metri da dove mi trovavo, poi urtò contro l’albero con un rumore che non dimenticherò mai più. Sembrò finire in mille pezzi" raccontò un commissario di gara, unico testimone oculare dal bordo della pista.
"La carcassa della Lotus era ridotta così male che non era possibile nessuna valutazione oggettiva sulle cause dell’incidente" ricorda Nick Georgano, storico dell’automobile.
Chapman sostenne da subito la tesi del cedimento di uno pneumatico.
"Un’improvviso afflosciamento della gomma posteriore destra, gli fece perdere il controllo" afferma David Sims il meccanico di Jim Clark.
"La causa più plausibile per spiegare l’incidente è la foratura della ruota posteriore sinistra…" scrisse Tony Dodgins sul Daily Telegraph.
"…la più probabile spiegazione di questo inspiegabile incidente, è l’esplosione di una gomma…" è la certezza di Eric Dymock.
"… una foratura provocò il progressivo afflosciamento di uno pneumatico, che in curva uscì dal cerchione bloccando la ruota e rendendo impossibile controllare la macchina…" Tremayne se lo è spiegato così.
"La causa dell’incidente in cui perse la vita Jim Clark fu la rottura della sospensione posteriore destra. Alla Lotus era un problema comune, per lo stesso problema era morto sei anni prima Ricardo Rodriguez. La Firestone accettò di prendere la colpa per fare un favore alla Lotus e a Colin Chapman" avrebbe dichiarato molti anni dopo Fred Gamble, all’epoca Direttore del settore sportivo della Goodyear.
Goodyear, la casa rivale della Firestone.
Gomma destra, forse sinistra, velocità 200 Km/h, no 250 Km/h, esplosione, rottura di una sospensione, ma altri parlarono di un bambino che sfuggito ai genitori aveva attraversato la pista, di un colpo di vento laterale, di un cervo che si sarebbe parato davanti e che nessun altro avrebbe visto.
Dopo cinquant'anni d’ipotesi e di misteri, nessuna certezza.


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lunedì 23 novembre 2015

La Storia Di Wilt Chamberlain: Donne, Eccessi e Record


Dolph Schayes: "La più grande macchina da distruzione nella storia della pallacanestro"

Wilt Chamberlain nacque nel 1936 a Filadelfia. Già a 10 anni era alto 1.80, arrivò a 2 metri e 16.
Grazie alle sue straordinarie doti fisiche riusciva ad ottenere risultati incredibili in discipline atletiche quali salto in alto, lancio del peso e 400 metri piani, ma scelse la pallacanestro (anche se per la verità, in giovane età, era uno sport che non gli diceva molto). Da ragazzo ha frequentato per tre anni la Kansas University, non potendo però disputare il campionato nazionale.
Ha concluso il successivo biennio con medie pazzesche, 29.9 punti e 18.3 rimbalzi a partita, perdendo nel 1957 la finale NCAA contro North Carolina dopo tre tempi supplementari.
Si allenava poco perchè aveva poca voglia, per il resto era un giocatore molto completo (liberi a parte).
Non potendo ancora approdare in NBA, si trasferì a New York dove intraprese la carriera di Harlem Globetrotter. Lì aprì anche un locale chiamato "Big Wilt Small's Paradise" frequentato da gente quale Malcom X e Ray Charles.
Era un periodo particolare, l’America stava per cambiare e gli afro-americani stavano prendendo la rivincita dopo anni di schiavismo.
Edgar Hoover capo dell’FBI, lo controllava perchè il suo modo di viver poteva cambiare l’opinione pubblica della gente afro-americana.


L'APPRODO IN NBA
La carriera NBA iniziò con i Philadelphia Warriors.
Ai tempi, oltre al draft, si potevano scegliere giocatori che avevano giocato nello stato di appartenenza, il fatto è che Wilt giocava per Kansas quindi in teoria non era un prodotto locale.
Ma Kansas non avendo una franchigia NBA, il proprietario dei Warriors fece una richiesta alla NBA che dopo un lungo tira e molla diede il bene placido dato che Wilt era comunque cresciuto a Philadelphia.
Era come si può capire una NBA diversa come regole e come seguito di pubblico, ma Wilt dal suo arrivo la cambierà radicalmente (tipo la regola dei 3 secondi in area).
Inoltre lui nei primi anni non schiacciava: si vergognava. Una volta disse che non era un bel gesto.
Preferiva depositare la palla nel cesto con stile.
Wilt sfruttava le proprie doti atletiche sia in fase di attacco che di difesa, riuscendo anche a stabilire un record invidiabile: in 14 stagioni nella lega professionistica statunitense, non raggiunse mai il limite dei 6 falli, nonostante fosse il pilastro della difesa della sua squadra.
In tutta la storia del Basket non esiste un altro giocatore che abbia superato i 4mila punti in una sola stagione (la mitica 1962, ricordata da tutti), con la media impressionante di 50 punti a partita.
Se consideriamo poi l’intera carriera, Wilt Chamberlain è secondo solo a Michael Jordan in quanto a media punti (30,07 contro i 30,12 di Jordan).
Quasi 24mila rimbalzi.
Nel 1960 un suo allenatore disse che sarebbe morto d' infarto entro il 1964. Non si capì su cosa basava quell' affermazione.


LOCALI, DONNE, ECCESSI E I 100 PUNTI
Una volta, dopo una vittoria contro i Chicago Packers, realizzando 61 punti, ma sbagliando l'impossibile dalla lunetta, Wilt festeggió a New York in un locale jamaicano chiamato Dorothy ubriacandosi fino alla chiusura e portandosi 4 donzelle a casa verso le prime ore della mattina.
A casa sua oltre ad un materasso ad acqua 4 metri per 4, aveva un vero semaforo che stabiliva se aveva voglia di fare qualcosa con la ragazza di turno a seconda
del colore: "rosso" (occupato), "giallo" (in attesa), "verde" (ok).
Perchè un semaforo? Semplice perchè di solito se ne portava a letto più di una.
Tra le tante cose si narra che nella sua vita si sia portato a letto quasi 20 mila donne e che girasse ogni estate da costa a costa con la sua Corvette oltre i 300 km/h (quando il limite era di 120).
Il giorno dopo la gara contro i Packers, peró c'era un' altra partita: i New York.
Wilt, dopo poche ore di sonno e dopo la sbronza si presentó al palazzo, segnando 100 punti(record di tutti i tempi).
Wilt inizia fortissimo, anche dalla lunetta, con un 9 su 9 e 23 punti nel primo tempo.
Le voci sulla sua prestazione, all'esterno, s'intensificarono e così iniziano ad arrivare gente e fotografi e addetti stampa per raccogliere tale impresa.
Siamo a  69 punti e manca ancora un intero quarto da giocare.
Da li si smise di assistere ad una partita di basket, per iniziare la caccia al record dei 100 punti.
New York non ci stava, portava tutti contro il 13 dei Warriors, facendo fallo, ma Wilt quella sera era semplicemente immarcabile, e per di più segnava anche i tiri liberi(suo tallone d'Achille storico).
Il pubblico e lo speaker Dave Zinkoff erano in attesa e scandivano il countdown ad ogni azione e Chamberlain riuscendo ad esaudire la loro richiesta arrivó a 100 punti.
Il segreto di quella notte memorabile è racchiuso in una sfida al tiro a segno giocata due ore prima.
Wilt e i suoi compagni, i Warriors di Philadelphia, erano arrivati con grande anticipo.
Così, con mogli e parenti al seguito, per ammazzare il tempo, finirono in una sala giochi vicina al palazzetto. Le cinque del pomeriggio. La partita coi New York Knickerbockers era alle otto.
Wilt cominciò, come al solito, a sfidare tutti: a flipper, a biliardino, al tiro al bersaglio.
Lo dovettero fermare per manifesta superiorità e per non fare tardi alla partita.
Ma soprattutto perché il titolare del tiro a segno aveva esaurito i pupazzi-premio da regalare.
Allora Wilt disse: «I' m hot». Sono caldo.
Poi andò a giocare la sfida che sarebbe entrata nella leggenda. Quella dei cento punti.

Paul Arizin, giocava ala a fianco di Wilt e di quella sera ha detto: «Non ci siamo resi conto subito di quello che stava accadendo. Eravamo abituati a vedere Wilt segnare: 60, 70 punti. All'inizio del secondo tempo cominciammo a capire. Wilt era in trance. E New York non regalava nulla. Lo marcavano in due, anche tre per volta. Gli facevano fallo continuamente perché andasse in lunetta, dov'era considerato modesto. Invece quella sera segnò 28 volte su 32»

Chamberlain disse molto poco di quella sua impresa: «Ai cento punti non ci pensavo proprio ma quando ho segnato nove tiri liberi di fila, ho immaginato che forse il record dalla lunetta potevo farlo»

Quella notte tornò normalmente a New York, dove viveva e dove possedeva un night club.
I suoi compagni si imbarcarono sul bus per Philadelphia come se nulla fosse.
Pollack(statistico ed autore della famosa foto che ritrae Wilt con il cartello con su scritto sopra "100"), che viaggiava con la squadra, giura che Wilt fosse un fenomeno in tutti i giochi.
Con le carte e persino i quiz a domande di cultura generale che lui stesso organizzava per ammazzare il tempo.
Negli anni successivi passó ai Los Angeles Lakers dove insieme ad un altra leggenda come Jerry West vincerà l’anello, ma quella prestazione senza tiro da tre punti sarà ricordata come una cosa incredibile, proprio come lui. Chamberlain  giocò 14 stagioni nella NBA, girando tra Philadelphia,  Golden State e Los Angeles. E, rispetto a quanto fu  individualmente inarrestabile, vinse poco in carriera.
Due  titoli: nel 1967 con Philadelphia, nel 1972 con Los Angeles.
La  sua disgrazia fu sbattere contro una squadra tra le più  forti d' ogni epoca, i Boston Celtics che dominarono gli anni '  60 e ' 70 vincendo 8 titoli di fila e 11 in 13 annate.
Avevano un  pivot, Bill Russell, che poteva valere Chamberlain, e per  qualcuno lo superò: spesso l' ingrata etichetta di "perdente"  si affibia erroneamente a chi magari ha soltanto la sfortuna di avere compagni meno bravi. Nel 1971 avrebbe dovuto combattere in un match di pugilato contro l'allora Campione del Mondo dei Pesi massimi Muhammad Ali, match che però non fu mai disputato.
Alcuni dicono fosse una semplice trovata pubblicitaria per consolidare ancora di più la fama di due icone e simboli dell'orgoglio afro-americano, per altri invece il match era davvero in programma, ma saltò all'ultimo per un ripensamento del campione dei pesi massimi.
Come detto si parla di 20mila donne con cui Wilt autocertificò d'aver dormito: 1.2 al giorno, se cominciò all'età di 15 anni come da lui affermato nella sua autobiografia.
All'interno della sua abitazione di Los Angeles, furono trovati ammassati dentro un armadio centinaia di "ricordi erotici", reggiseni e quant'altro, ognuno dei quali appartenuto ad una delle sue conquiste.
Negli anni 90 Wilt stava scrivendo una sceneggiatura per un film sulla sua straordinaria vita fuori dal comune. Peccato che un infarto l'abbia portato via nel sonno il 12 Ottobre 1999, all'età di 63 anni.
Di sicuro, che fossero arrivati i  titoli di coda, Wilt probabilmente non l' ha neppure sospettato.


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sabato 21 novembre 2015

La Storia Di Lawrence Phillips: Violenze Domestiche, Accuse Di Omicidio e Carcere (NFL)

Lawrence Phillips nacque nel 1975 a Little Rock (Arkansas) giocò a football a Nebraska, vincendo due campionati NCAA.
Negli anni ’90 fu sicuramente uno dei migliori runninback a livello universitario.
Fu scelto come sesto assoluto nel Draft NFL 1996 dai St.Louis Rams, malgrado i problemi fuori dal campo avuti al college.
Tali problemi continuarono ad affliggerlo, tanto che trascorse 23 giorni in prigione durante i suoi due anni a St.Louis.
Nel 1995 ad esempio per aver picchiato la sua ragazza.
Nemmeno sul campo le sue prestazioni convinsero la franchigia, che lo fu costretto a rilasciarlo il 20 novembre 1997.
Passò poi ai Miami Dolphins, dove giocò due partite correndo sole 44 yard.
In seguitò firmò coi San Francisco 49ers, dove non ebbe fortuna, faticando sia in campo che fuori, finendo per essere sospeso dalla squadra per tre partite.
Il 23 novembre 1999 fu svincolato.
Dopo avere fatto parto dei Florida Bobcats della AFL nel 2001 senza mai scendere in campo, nel 2002 firmò con i Montreal Alouettes della CFL.
Realizzò 13 Touchdown e qui fece una stagione tutto sommato positiva.
Svincolato il 1º maggio 2003 per i soliti problemi caratteriali, firmò coi Calgary Stampeders, da cui fu licenziato dopo una discussione con il capo-allenatore dopo una sola stagione.


VIOLENZE DOMESTICH ED ACCUSE DI OMICIDIO
Detto già dei problemi negli anni 90, nel dicembre 2009, Phillips fu condannato a passare 31 anni in una prigione della California per aver assalito la sua ex fidanzata (la seconda dopo il caso nel 1995) e per avere investito volontariamente tre adolescenti con la sua auto nel 2005.
Il 12 aprile 2015, il compagno di cella di Phillips, ovvero Damion Soward, viene trovato morto.
Damion era il cugino dell'ex USC Trojan e ricevitori NFL Jay Soward.
Soward, stava scontando una pena di 82 anni per omicidio, è stato soffocato, ovviamente Phillips è stato considerato come il primo sospettato nel caso.
Il 1° settembre 2015, Phillips è stato accusato di omicidio di primo grado in relazione alla morte di Soward. Il 9 novembre 2015 è emerso che l'omicidio è stato premeditato e secondo il procuratore distrettuale della contea di Kern, Phillips è eleggibile per la pena di morte.


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Lo Scandalo Dei Louisville Cardinals: Escort Nel Campus (NCAA)

Lo scandalo che in questi mesi ha colpito i Louisville Cardinals, squadra di Basket NCAA allenata da Rick Pitino, non è cosa da poco.
Anche perchè la cosa si allarga all'università di Louisville tutta.
Parliamo inoltre di un'università che ha vinto il titolo di basket NCAA tre volte (1980, 1986, 2013) e in totale con oltre il 60% di vittorie.
Il team venne fondato addirittura nel 1911.


ESCORT NEL CAMPUS PER INVOGLIARE GLI STUDENTI A SCEGLIERE L'UNIVERSITA'
Ebbene i Cardinals sono finiti al centro di un grosso scandalo nell'ultimo mese e mezzo.
Un´indagine della NCAA, infatti, avrebbe evidenziato un giro di escort pagate per fare sesso con i giocatori della squadra e anche con i ragazzi che venivano a visitare il campus prima di prendere la decisione definitiva sul proprio futuro.
Questo, secondo l'accusa, serviva ad invogliare gli studenti a scegliere l'università.
Secondo le fonti, l´artefice sarebbe un ex membro dello staff di Louisville, Andre McGee, che avrebbe organizzato degli incontri intimi fra delle escort e i giocatori.
McGee lasciò la squadra nel 2014 per accasarsi nel Missouri con Kansas City.
Le accuse "sarebbero" avvalorate da testimonianze giornalistiche, foto e messaggi e si mormora che il tutto sia partito da una telefonata del dipartimento sportivo dell´università dell´Indiana.
Pitino si è detto sorpreso ed ha cercato lui stesso di condurre delle indagini interne al suo staff: nessuno ha parlato né sapeva alcunché di queste accuse.
Con le indagini tutt'ora in corso l´unico coinvolto sarebbe appunto McGee.
Poi, naturalmente, ne soffrirebbe la reputazione di Louisville e degli uomini di fiducia di Rick Pitino, che per ora non può far altro che rimanere in attesa di ulteriori sviluppi.
I fatti evidenziati dall´indagine sono, essenzialmente, i seguenti: per un periodo di circa quattro anni, una donna di nome Katina Powell portava con sé altre donne all´interno della Billy Minardi Hall, l´area del campus dove vivono i giocatori della squadra di Basket, per intrattenere i giocatori o le reclute dietro pagamento di denaro.
La Powell ha inoltre affermato che alcune delle ragazze, tra le quali c´erano anche le sue figlie, avevano occasionalmente dei rapporti sessuali con i giocatori, dietro il pagamento di un extra, che era trattato dallo stesso McGee, direttore del programma sportivo.
Rick Pitino, coach di Louisville, si è detto devastato da questa notizia: "Dire che sono avvilito o deluso sarebbe altamente riduttivo, sono completamente devastato. Questa storia mi sta spezzando il cuore".
Secondo la Powell però "come faceva Pitino a non sapere che nel campus girassero escort, alcool e si organizzassero feste di questo tipo la sera?".
Sarebbero stati pagati 10.000 dollari per 22 show.


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venerdì 6 novembre 2015

La Storia Di Eddie "Fast" Johnson: Squalifica A Vita, Rapine e Violenze Sessuali

Eddie "Fast" Johnson nasce il 24 Febbraio 1955 ad Ocala (Florida) non lontano da Orlando.
Prodotto dell' Auburn University, studente modello, venne scelto dagli Atlanta Hawks come 49esima scelta nel terzo turno del Draft NBA 1977. Con una media di 10.5 punti, il rookie ha aiutato Atlanta a tornare ai playoff dopo quattro anni di assenza, una prodezza ripetuta in sei delle otto stagioni giocate da Johnson in Georgia. Nel 1978/79 sfiorò addirittura il titolo NBA perdendo in semifinale di conference contro i Washington Bullets. Per le 4 stagioni successive portò una media superiore ai 16 punti. Nel terzo anno nella lega, i tifosi lo votarono anche  titolare nell'All-Star Game.
Nel 1981 chiuse con 19.1 punti a partita. Con Johnson, Glenn "Doc", Johnny Davis, Rory Sparrow e Anthony "Spud" Webb, Atlanta vantava alcuni tra i migliori difensori di tutta la lega.
Tuttavia già nel 1982 infortuni e problemi di droga cominciarono a rallentare la sua carriera.
Tant'è vero che Johnson venne spedito in Ohio, ai Cleveland Cavaliers, nella stagione 1985/86.
Johnson stava combattendo una dipendenza dalla cocaina da molti anni. Dopo diverse sospensioni, finalmente finì in riabilitazione nel 1986 ma dopo l'ennesima ricaduta fu squalificato a vita nel 1987 (finì la sua carriera con i Seattle Supersonics). In 675 partite NBA, "Fast Eddie" Johnson segnò comunque 10.163 punti, con una media in carriera di 15.1 punti a partita.


DOPO LA SQUALIFCA A VITA: DROGA, RAPINE, VIOLENZE SESSUALI
La squalifica a vita dalla NBA, paradossalmente, fu niente rispetto a quello che combinò negli anni successivi. La fedina penale di "Fast Eddie" arrivò a contare in totale circa 100 arresti.
Nel mese di agosto del 1989, venne arrestato per aver rubato in due case $9130 per comprarsi un po' di crack. Nello stesso anno, è stato protagonista di un'altra rapina, entrando in casa di una donna: bottino di $250.
Nel 2000, Johnson ha colpito un agente più volte nel corso di un arresto per droga.
Nello stesso anno, è stato protagonista di un'altra rapina in un negozio di abbigliamento.
Nel 2006 ennesimo arresto per furto con scasso. Sicuramente però le accuse più gravi sono quelle di pedofilia su una bambina di 8 anni e quelle di violenza sessuale su una ragazza di 25 anni.
Sarebbe entrato nell'appartamento (con il fratello minore che faceva da guardia vicino alla porta) ed avrebbe violentato la bambina di 8 anni, poi 3 giorni dopo si sarebbe ripetuto nei confronti di una ragazza di 25 anni in un albergo.

"Non incolpo nessuno per quello che mi è successo ma solo me stesso. Potrei cercare scuse, ma non ci sono scuse" Johnson dice dietro le sbarre.
"Non è il denaro. Le persone non riescono a capire, quando si è coinvolti con la droga, è il caos che va di pari passo con essa"

Johnson riconosce la sua lunga fedina penale di crimini e persistenti problemi di droga, ma nega di aver mai commesso rapine. Inoltre nega con forza le accuse di pedofilia e di violenza sessuale per cui sta scontando la prigione. Infatti nel 2008, "Fast Eddie" Johnson, giudicato colpevole di pedofilia e di violenza sessuale, è stato condannato all'ergastolo. Attualmente incarcerato a Santa Rosa Correctional Institution.


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giovedì 5 novembre 2015

I Capi Ultras Delle Squadre Italiane

Il calcio italiano è malato da tempo, con capi ultras che fanno il buono e il cattivo tempo dentro e fuori lo stadio: personaggi che non hanno praticamente nulla in comune con il tifoso vero, che fanno della ‘curva’ il loro impero, che hanno legami con la malavita e che spesso hanno una fedina penale che dire sporca è poco. Vicinanza alle cosche, appartenenza a gruppi estremisti, reati e una serie di Daspo che poco o nulla hanno scalfito il loro potere.
Gennaro De Tommaso, detto "A Carogna", non è un tifoso del Napoli come gli altri.
Non solo per quel nomignolo che da solo vale più di qualsiasi biografia.
Ma per la sua famiglia, la cui storia di criminalità di strada si intreccia con due clan di camorra: i Misso del Rione Sanità e i Giugliano di Forcella.
C'è lo zio, Giuseppe de Tommaso, detto "l'assassino".
E c'è il padre di Gennaro, Ciro, detto "Ciccione a Carogna", condannato per associazione camorristica e per fatti di droga, per i quali si è beccato in primo grado 24 anni.
"È stabile fornitore di stupefacenti dei Giugliano", si legge nella sentenza.
Genny cresce in quell'ambiente lì.
Ha un bar nel cuore di Forcella ed ha scalato i Mastiffs, diventandone il capo.
Si guadagna due Daspo, uno nel 2001, un altro nel 2011, poi revocato.
Nel suo passato accuse di rapina e spaccio, ma sulla fedina nessun precedente che lo leghi direttamente alla camorra. "È lui il capo di tutta la curva del Napoli", indicò nel 2008 il pentito Emilio Zapata Misso, disegnando ai magistrati la geografia ultras del San Paolo, con i nomi degli infiltrati mafiosi in curva.
E' lui per intenderci che ha mediato con dirigenti e forze dell'ordine (prima dell'inizio della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina) con la curva partenopea, inizialmente contraria a giocare, che ha dato il suo assenso ma con l'impegno di rimanere in silenzio.
Ex capo ultras del BariAlberto Savarese, per alcuni mesi rimasto in carcere con le pesanti accuse di associazione mafiosa, detenzione illegale di un fucile a pompa e persino di avere partecipato a una sparatoria avvenuta al quartiere Poggiofranco di Bari, nei pressi di una enoteca, nel lontano dicembre 1999.  
Il capo ultras Savarese, era molto conosciuto in città proprio in ragione del suo ruolo di leader al San Nicola.
Ultras dal 1976 e primo barese a ricevere il Daspo.
Finito in manette insieme ad altre 60 persone nell’ottobre 2001 nell’ambito dell’operazione «Singer». 
I clan Diomede e Mercante, allora tra i più agguerriti in città, avevano preso il controllo di tutte le attività commerciali collegate a partite e concerti nei due stadi baresi. 
Savarese venne tirato in ballo da alcuni pentiti che gli attribuivano connivenze mafiose, un tentativo di omicidio, possesso di armi. 
Tutto ruotava attorno ai parcheggi che gli Ultras avevano avuto in gestione dall’As Bari.
Arrestato nel 2011, insieme a Sblendorio e Loiacono, per Calcioscommesse (minacce, intimidazioni e violenze).
Daniele De Santis, detto Gastone, è l’uomo che ha sparato contro i tifosi del Napoli prima della finale di Coppa Italia: romanista, capo della curva all’Olimpico, era già noto alle forze dell’Ordine per aver bloccato il derby di Roma nel 2004, ma alle spalle ha un arresto (con assoluzione) per gli scontri durante Brescia-Roma del 1994 quando il vice questore della Polizia Giovanni Selmin e 16 agenti vennero feriti gravemente a colpi d’ascia.
C’è poi anche l’arresto del 1996 perché, con altri tifosi ed esponenti dell’estrema destra romana, ricattarono l’allora presidente giallorosso Franco Sensi.
Oggi il suo posto è stato preso da Nicola Follo.
Dalla parte opposta, in casa Lazio, c’è Fabrizio Piscitelli della Curva Nord: capo ultras degli Irriducibili, è stato arrestato nel 2013 per traffico di stupefacenti ed ora è in carcere. 
Piscitelli era legato a Michele Senese detto "o pazzo", boss della Camorra che dalla Campania ha esteso il suo dominio nella Capitale.
Nel 2015 è condannato ad altri 4 anni di carcere per traffico di stupefacenti.
Catania il capo ultras è Michele Spampinato: è alla guida della curva nonostante il Daspo e nonostante nel 2008 sia stato accoltellato durante gli scontri prima del match con la Roma.
Il derby col Trapani ad Aprile dell'anno scorso è coinciso col il suo ritorno allo stadio. 
Scontata la diffida, la guida del movimento "A sostegno di una fede" che dagli anni 2000 ha unito parecchi gruppi ultras dietro l’omonimo striscione, ha ripreso in mano il megafono. 
Sei sono stati gli anni d’assenza, dovuti al Daspo comminato riguardo ai fatti di Atalanta-Catania del 2009.
Spostandoci al Nord, Claudio "Bocia" Galimberti è il leader storico della curva dell’Atalanta e ha collezionato una lunga serie di Daspo, ma rimane l’indiscusso leader della tifoseria organizzata.
Dall’ottobre del 2009 fino allo stesso mese del 2014 aveva già scontato un Daspo di cinque anni per la rissa prima di Atalanta-Catania, il 22 settembre del 2009. 
E alla scadenza del divieto non ha comunque potuto acquistare abbonamenti o biglietti per le partite essendo anche sottoposto all’articolo 9 della legge Amato del 2007: nessun tagliando per chi ha riportato condanne, anche solo in primo grado, per reati legati alla tifoseria.
Il 12 aprile 2015 durante Atalanta-Sassuolo, il Bocia aveva raggiunto la zona di prefiltraggio dello stadio di Bergamo portandosi dietro una testa di porchetta, fino ad arrivare a ridosso dei tornelli. 
Una goliardata su cui ridere o un simbolo macabro destinato proprio ai poliziotti?
Gli viene notificato il nono Daspo della sua carriera.
C'è anche chi dalla curva è scappato e oggi fa il latitante in Costa Rica. 
Come Andrea Fantacci, ras storico delle disciolte Brigate Gialloblù dell'Hellas Verona
Oggi la curva veronese si autogestisce, tifo spontaneo "all'inglese": basta gruppi e basta capi. 
Troppo riconoscibili. 
Troppe grane con la giustizia, quando i magistrati mettono sotto torchio le tifoserie turbolente.
Diego Piccinelli, capo del gruppo ultras Brescia 1911, denunciato per l’aggressione a un tifoso del Verona, ha il foglio di via e non può mettere piede in città: il 2 febbraio 2014 aggredì il tifoso, colpevole di aver indossato la felpa del Verona.
A capo dei Viking della Juventus, c’è Loris Grancini: considerato uomo vicino a Cosa Nostra e alla cosca calabrese dei Rappocciolo, amante del poker è noto da tempo alle forze dell’Ordine(per traffico di stupefacenti, beccato con 10 kg di droga in casa nel 2006).
Genoa il capo ultras è Fabrizio Fileni, detto Tombolone: è balzato agli onori della cronaca per aver fatto togliere le maglie ai giocatori rossoblu dopo la sconfitta con il Siena.
Franco Caravita, fondatore dei Boys e a capo della curva dell’Inter, ha una fedina penale con diversi reati da stadio e negli ultimi tempi è stato al centro di indagini per infiltrazioni della malavita nelle curve milanesi, insieme a Giancarlo Lombardi, detto "Sandokan", capo della curva Sud del Milan.
È il capo dei Guerrieri Ultras, il nuovo gruppo della Curva Sud del Milan, quelli che hanno spazzato via con la violenza, in meno di tre anni, i gruppi storici: la Fossa dei Leoni, i Commandos Tigre, le Brigate rossonere.
Sandokan ha alle spalle precedenti per rapina, lesioni, tentato omicidio e tentata estorsione a carico della stessa società rossonera.


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