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sabato 30 maggio 2020

La Maledizione Del Liverpool In Premier League (1990-2020)

Bill Shankly: "Se sei il primo, sei primo. Se sei il secondo, non sei niente"

Nel 1988/89 si ricorda l'incredibile titolo vinto all'ultima giornata dall'Arsenal che interruppe un digiuno di 18 anni per i Gunners; titolo vinto ad Anfield per differenza reti a seguito dello 0-2 (con lo 0-1 avrebbe vinto il Liverpool).
L'ultimo titolo del Liverpool risale alll'anno successivo 1989/90, il 18esimo. Nel 1990 al secondo posto (come titoli complessivi) c'era l'Arsenal con 10.
Poi a seguire Everton con 9, Aston Villa e Manchester Utd con 7. L'ultimo titolo della vecchia first division andò al Leeds (il terzo della sua storia) nel 1992.


LA NASCITA DELLA PREMIER LEAGUE
Poi la nascita della Premier League (e l'avvento di Alex Ferguson e dei magnati russi ed arabi) ha cambiato tutto: il Manchester Utd ha vinto ben 13 titoli (arrivando a 20), 5 il Chelsea (6 in totale), 4 il Manchester City (6 in totale), 3 l'Arsenal (13) ed 1 Blackburn e Leicester.
Il Liverpool è rimasto a 18.
Quello del 1990 era l'ottavo titolo in 13 stagioni per Alan Hansen del Liverpool. In quegli anni (dal 1985) e per 5 stagioni tutte le squadre inglesi erano state escluse dalle coppe europee per la tragedia dell'Heysel dove durante la finale Liverpool-Juventus persero la vita 39 tifosi della Juventus.

Gillispie: "Se mi avessero detto che non avremmo altri titoli da qui al 2020 avrei detto 'Sei fuori di testa!' "

Alex Ferguson: "L'obiettivo era far scendere giù il Liverpool dal suo cazzo di trespolo"

Un mese dopo la strage di Hillsborough (96 vittime), il Liverpool perderà il campionato ad Anfield perdendo 0-2 contro l’Arsenal.
Nel trentennio fra il 1960 e il 1990 i Reds hanno vinto 41 trofei; in quello successivo, che si concluderà nel 2020, solo 16. Certo, sono arrivate 2 Champions League (2005 e 2019) e diverse finali perse (2007 e 2018) ma i titoli sono rimasti 18, dal 1990.
In questi trent’anni, i Reds sono arrivati 4 volte secondi e in alcune di queste occasioni il titolo è sfuggito per pochissimo.
Nel 1994, venne abbattuta la vecchia Spion Kop fatta di mattoni e legno e capace di ospitare fino a 28mila spettatori. Come dimenticare poi la magica annata 2000/01 con 5 trofei nell'arco della stessa stagione sportiva ma senza titolo.


LA MALEDIZIONE DELLA VETTA A NATALE (SOLO PER IL LIVERPOOL)
Alla fine del 2008, il Liverpool di Benitez era in vetta alla classifica a Natale ma alla fine del campionato si classificava secondo a 4 lunghezze dal Manchester United, primo, a 90 punti. Poi è nata una tradizione che si è radicata nel decennio successivo: chi è primo a Natale è primo tutto l’anno. Un tradizione finora rotta solo dal Liverpool (per ben 2 volte).
L'altra annata è il 2013/14 sotto Brendan Rodgers ma di questa stagione parleremo nel prossimo paragrafo.


LA SCIVOLATA DI GERRARD E LA RIMONTA DEL CRYSTAL PALACE (2014)
Come detto il Liverpool chiude il girone di andata in vetta alla classifica e sembra che questa volta il trend che vuole la capolista del girone di andata...poi campione d'Inghilterra venga rispettato.
Tuttavia balziamo al 24 aprile del 2014 con il Liverpool primo in classifica che affronta il Chelsea terzo.
Alla fine del primo tempo, però, il risultato è ancora sullo 0-0 e sarebbe stato quello il risultato finale se Gerrard non fosse scivolato allo scadere facendo involare Demba Ba, per la rete decisiva (in realtà ne esce fuori un tiraccio con Mignolet non perfetto).
Il Chelsea vincerà quella la partita e il Liverpool in seguito verrà beffato dal Crystal Palace a Selhurst Park: con il punteggio sul 3-0, la squadra di Rodgers prova disperatamente a segnare altri gol per accorciare la differenza reti nei confronti del City di Pellegrini (le 2 erano appaiate in testa alla classifica), così si sbilancia e subisce invece 3 reti negli ultimi 10 minuti. In quello che diventerà una parodia (invertita) della notte di Istanbul (dove il Liverpool recupera 3 reti al Milan andando a vincere la Champions).
La partita verrà ribattezzata "Crystanbul".
L’errore di Gerrard, il più forte della squadra, significò il fallimento del Liverpool: il suo capitano e giocatore simbolo che scivola letteralmente sul terreno di gioco.In Inghilterra ormai quella situazione è ricordata come "The Slip" (Gerrard si ritirerà la stagione successiva).
Ovviamente Gerrard fu vittima di terribili derisioni, scherni e prese in giro ma ovviamente ciò non ne sminuisce la grandissima carriera (a livello di assist e goal molto meglio di un Pirlo, per dire).
Considerando solo le partite giocate in Premier League:



SECONDO POSTO CON 97 PUNTI (2019)
Jurgen Klopp arrivato a Liverpool era considerato un perdente: aveva vinto 2 campionati ma perse 3 finali: 1 di Champions e 2 di Coppa di Germania.
Arrivato ad Anfield, Klopp e il Liverpool hanno continuato a perdere: dopo la finale persa contro il Siviglia nell’Europa League del 2016, poi un’altra finale di Champions League nel 2018 contro il Real Madrid (con le clamorose papere di Karius).
Poi è arrivato il campionato 2018/19, la migliore stagione di una squadra che non ha alzato il titolo. La squadra di Klopp metterà insieme 97 punti, mai nessuna ne ha totalizzati tanti senza poi vincere il titolo, in nessuno dei maggiori cinque campionati europei.
Il City chiuderà con 1 punto in più: 98 (e si ricorda nello scontro diretto il clamoroso salvataggio sulla linea di Stones, altri 3 cm e sarebbe stato gol).
Questa stagione verrà comunque ricordata per la vittoria in Champions League nella finale tutta inglese con il Tottenham, dopo che i Reds avevano travolto per 4-0 il Barcellona ad Anfield.


IL CORONAVIRUS (2020)
Dopo la vittoria in Champions e i 97 punti in campionato, era opinione comune che il Liverpool fosse "una squadra da Champions" o comunque da coppe. Infatti i Reds nel 2019/20 vincono la Supercoppa Europea contro il Chelsea e poi il mondiale per club.
Tuttavia è evidente che il Liverpool abbia la testa solo sulla Premier League, dominata in lungo e largo sino al 7 marzo, giorno in cui c'è stata la sospensione dei campionati (e di tutti gli sport) a causa del Coronavirus.
Anche quest'anno i Reds erano primi a Natale e prima della sospensione con 25 punti di vantaggio sul Manchester City, secondo. Il 7 marzo, battendo il Norwich, la squadra di Jurgen Klopp totalizzò 22 vittorie consecutive: poi il calcio si è fermato per la già citata pandemia.
Oggi sembra probabile che la Premier League riprenda a metà giugno o che il titolo venga assegnato ugualmente ai Reds ma la frase che riassume tutta questa è situazione è di Gary Neville:

"Negli annali ci sarà sempre un asterisco accanto a questo titolo, una piccola nota 'Il Liverpool ha vinto il campionato ma...' "


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lunedì 19 agosto 2019

Le Tragedie Che Hanno Colpito I Los Angeles Angels: Da Dick Wantz a Tyler Skaggs

La scioccante morte del lanciatore dei Los Angeles Angels, Tyler Skaggs, avvenuta il primo luglio 2019 a soli 27 anni ha riportato alla mente i tanti giocatori persi in tragedie durante i 58 anni della storia della franchigia californiana.
Skaggs è stato dichiarato morto il lunedì, dopo essere stato trovato nella sua stanza d'albergo in un sobborgo di Southlake a Dallas, in vista della partita contro i Texas Rangers.
Nessuna causa di morte è stata resa pubblica e le autorità hanno escluso sia un eventuale omicidio che suicidio.
Skaggs aveva appena lanciato 2 giorni prima, il sabato precedente, concedendo due Run in 4.1 inning in una sconfitta per 4-0 contro gli Oakland Athletics.
Draftato nel 2009 dagli Angels e venduto agli Arizona Diamondbacks, dove il nativo californiano aveva giocato due stagioni prima di tornare a Los Angeles nel 2014.
Il venerdi seguente tutta la squadra ha vestito la divisa numero 45 in suo onore.
Poche ore prima del suo compleanno (13 luglio), Taylor Cole e Felix Peña hanno completato una no-hitter.
Gli Angels hanno realizzato 7 punti nel primo inning e in totale 13 Run.
13/7 è la data del compleanno di Skaggs.
Mike Trout ha battuto un Home Run al primo lancio. La palla ha viaggiato per 454 piedi (se si leggono le prime due cifre o le ultime due da destra verso sinistra...fuoriesce il numero 45!).
Questa è stata l'11esima No Hitter nella storia della franchigia (numero 11 che Skaggs indossava al liceo!).


LE ALTRE TRAGEDIE ANGELS
Per molti, la morte del nativo di Santa Monica ha immediatamente ricordato la perdita di Nick Adenhart, un altro lanciatore degli Angels morto nel 2009 .
Nick ai tempi 22enne e due amici furono uccisi quando la loro auto fu colpita da un guidatore ubriaco che sfrecciava ad alta velocità, senza aver rispettato il semaforo rosso.
Non ci si può poi dimenticare di Luis Valbuena, giocatore che ha giocato due stagioni con gli Angels nel 2017 e nel 2018. Valbuena, 33 anni, è stato ucciso in un incidente automobilistico nel suo nativo Venezuela a dicembre.
Luis Rodriguez a The Athletic: "Quando ho sentito per la prima volta la notizia, pensavo fosse falsa. Prima Adenhart, poi (Luis) Valbuena e ora Tyler? C'è una maledizione? Qualcosa non va?"

La storia delle tragiche perdite per gli Angels risale alle origini della franchigia negli anni '60, quando il debuttante Dick Wantz morì per un tumore al cervello nel 1965.
L'outfielder Minnie Rojas rimase paralizzato in un incidente d'auto nel 1968, l'interno Chico Ruiz morì quattro anni dopo in un incidente automobilistico a San Diego.
Nel 1974, il pitcher Bruce Heinbechner morì in un altro incidente stradale durante lo spring training. Fu un altro incidente automobilistico a reclamare la vita della scelta numero uno al Draft degli Angels: Mike Miley, tre anni dopo.
A questo, fa seguito la morte nel 1978 di Lyman Bostock, che stava disputando una stagione All-Star. Fu sparato e ucciso a Gary, nell'Indiana, prima di una partita contro i Chicago White Sox.
Nel 1989, a lasciarci le penne fu il rilievo Donnie Moore, che sparò alla moglie ferendola quasi a morte, prima di suicidarsi.



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lunedì 13 marzo 2017

La Maledizione Del Motherwell e La Scottish Cup Del 1991

Per molti la sfortuna o gli eventi negativi non esistono ma forse il Motherwell non è dello stesso avviso: infatti non deve aver portato benissimo la splendida vittoria degli Steelmen nella Scottish Cup del 1991 (la seconda della loro storia dopo quella del 1952), ai danni del Dundee Utd a seguito di uno spettacolare 4-3.
Infatti dopo quello splendido successo ci furono ben 4 morti improvvise per altrettanti giocatori di quella generazione fenomenale che aveva portato sul "trono" di Scozia questo piccolo club del Nord Lanarkshire.


QUATTRO GIOCATORI MORTI IN GIOVANE ETA'
Nel 1995 toccò all'ala sinistra Davie Cooper che morì all'età di 39 anni per via di un'emorragia celebrale.
Lo si ricorda anche come giocatore dei Glasgow Rangers con i quali vinse 3 campionati scozzesi, 8 Coppe di Lega e 3 Scottish Cup (4 in totale comprendendo la citata con il Motherwell).
Nel 2007 al capitano Phil O'Donnell (35 anni) morto addirittura in campo.
O'Donnell aveva cominciato a giocare per gli Steelmen a 17 anni ed era considerato una leggenda del club.
A 18 anni segnò proprio in finale contro il Dundee Utd.
Sembrava in rampa di lancio per una grande carriera ma il trasferimento al Celtic non gli giova più di tanto (con i quali però vincerà un'altra Scottish Cup nel 1995 e un campionato nel 1998).
Dopo una brevissima apparizione in Inghilterra con lo Sheffield Wednesday, torna a casa.
Anche con il Motherwell le cose non vanno benissimo per via dei tantissimi infortuni, ad ogni modo diventa una bandiera del club ed è amato da tutti.
Nel 2006 ormai 34enne si dice certo di riuscire a giocare alti 4-5 anni.
Viene chiamato da tutti "Uncle Phil" (infatti David Clarkson era sua suo nipote).
Per ironia della sorte morirà come detto nel 2007, dopo aver segnato una rete e sempre contro il Dundee Utd (stavolta finirà 5-3).
L'ex CT della Scozia Craig Brown paragonò lo stile di gioco di O'Donnell a Steven Gerrard.
Nel 2008 toccherà a Jamie Dolan (39 anni) per via di un attacco di cuore mentre faceva jogging (soffriva di ischemia cardiaca, malattia ereditata dal padre, morto a 44 anni).
Totalizzò quasi 200 presenze con Motherwell.
Giocò anche per il Dundee United, Dunfermline Athletic, Livingston, Forfar Athletic e Partick Thistle.
L'ultimo a morire fu Paul Mcgrillen (37 anni) nato e cresciuto a Fir Park.
Mcgrillen, una settimana prima di morire, aveva disputato un'amichevole proprio contro il Motherwell (ai tempi giocava nelle file del Bathgate Thistle).
Fu un giocatore molto impegnato nel sociale e disputò diverse partite per beneficenza.
Oltre che nel Motherwell (1990-1995) giocò per diverso tempo anche nel Falkirk (1995-1998).
Il corpo di McGrillen venne trovato senza vita nella sua casa di Hamilton, il 29 giugno 2009.
Per la polizia nessuna anomalia o sospetto: si trattò di suicidio (venne trovato impiccato).

Motherwell: "Siamo profondamente addolorati di annunciare la morte del nostro ex attaccante Paul McGrillen. Egli fece parte della truppa di Fir Park ed emerse nella famosa squadra del 1991 che vinse la Coppa di Scozia"


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lunedì 21 marzo 2016

Curt Schilling e La Calza Insaguinata Contro Gli Yankees (ALCS 2004)

Il 2004, a Boston e non solo, viene visto come annata storica, dato che vede tornare alla vittoria i Boston Red Sox dopo 86 anni di miti, maledizioni e leggende.
La vittoria dei bostoniani al di là  di qualsiasi riferimento a presagi e maledizioni, non è stata un'assoluta sorpresa dato che comunque gli Yankees di A-Rod (soffiato all'ultimo proprio ai Red Sox), se erano più forti, lo erano non di molto.
Red Sox che in quella stagione grazie all'ingaggio di Curt Schilling e a quello di Keith Foulke avevano rinforzato sia la rotazione che il bullpen, tornato finalmente ad una normale amministrazione dopo gli esperimenti di gestione del 2003.
I Boston Red Sox hanno iniziato a far parlare di se già all'inizio stagione soprattutto per la loro attitudine informale, subito messa in contrasto con l'immagine seria dei rivali del Bronx.
Questo modo di affrontare la stagione e la competizione in generale è stata la chiave vincente delle 4 partite consecutive che i Red Sox hanno vinto contro New York nella finale per il titolo dell'American League.
Sullo 0-3 a sfavore contro una squadra come gli Yankees chiunque avrebbe abbandonato ogni speranza, loro invece ci hanno sempre creduto sino a ribaltare completamente la serie.
World Series che saranno poi portate a casa: battuti 4-0 i St.Louis Cardinals.


LA CALZA INSANGUINATA: GARA 6 ALCS 2004 (BLOODY SOCK)
Tornando alle ALCS contro gli Yankees la cosa che rimarrà impressa nella mente di tutti è la calza insanguinata di Curt Schilling in gara 6.
Il lanciatore soffriva di un problema alla gamba.
Lo stesso infortunio che aveva portato Schilling a lanciare in modo disastroso in Gara 1.
Infatti per permettere a Schilling, lanciatore dei Red Sox, di giocare al 100% i medici si erano inventati un nuovo tipo di intervento (provato prima su un cadavere).
L’intervento è consistito in tre punti di sutura applicati alla caviglia, con cui legare pelle e muscoli sottostanti per creare una sorta di muro che tenesse al suo posto il tendine ballerino del giocatore.
Pare che, a parte un po’ di sangue e siero che hanno bagnato la calza di Schilling durante la partita, l’intervento abbia funzionato perfettamente.
Secondo i "maligni" (e poco romantici) invece, Schilling non soffrì di nessuno infortunio.
Il tutto fu messo in scena dallo stesso Curt e dal suo staff, di modo tale che se avesse lanciato bene sarebbe diventato un eroe, altrimenti avrebbe avuto una scusa.
Cos'era quindi? Vernice o semplice ketchup.
Infatti il 27 aprile del 2007, il giornalista Gary Thorne disse di aver sentito dire dal catcher Doug Mirabelli dei Red Sox che il sangue sul calzino usato da Schilling era stato in realtà dipinto.
Mirabelli accusò Thorne di aver mentito e poco dopo aver parlato con lo stesso, Thorne fece marcia indietro dicendo di aver male interpretato quello che era stato inteso come uno scherzo.
Schilling ha risposto nel suo blog dicendo quanto segue:
Al di là di com'è la storia, quella stessa calza è stata venduta all'asta per 92mila dollari.


LITIGI E CRITICHE
Conoscendo Schilling comunque, ciò sarebbe una sorpresa sino ad un certo punto: infatti tante sono le controversie che lo riguardano.
Ad esempio nel 1993 con i Phillies ebbe alcuni conflitti con i compagni di squadra Mitch Williams, Larry Andersen e Danny Jackson per via della sua condotta durante le World Series del 1993.
Ogni volta che Mitch Williams saliva sul monte di lancio, telecamere CBS inquadravano Schilling che in panchina si nascondeva il viso con un asciugamano.
Venne accusato dai compagni di protagonismo: ovvero essere inquadrato più tempo in TV.
Sempre in questo periodo litiga con il front office dei Phillies etichettandoli come "incompetenti".
Durante una partita con Diamondbacks nel 2003, ha danneggiato una macchina fotografica QuesTec con una mazza dopo che stava litigando con l'arbitro.
Ciò portò Schilling ad una multa e ad uno scambio d'insulti con il capo esecutivo della Major League Sandy Alderson.
Sempre in questo periodo duri sono i conflitti con ESPN e in particolare con il giornalista Pedro Gomez che lo etichettò più volte come un "manipolatore che cercava solo di ripulire la sua immagine" e disse che l'amicizia tra lui e il compagno di squadra Randy Johnson era fittizia.
Le repliche di Schilling non si fanno attendere: "c'è un sacco di gente cattiva nel settore giornalistico: Pedro Gomez, Joel Heyman, solo per citarne alcuni. Le persone con così poca abilità nella loro professione hanno bisogno di speculare e di scrivere cose insensate e quindi interessanti da stampare. Ciò che li rende persone cattive? Forse la gelosia, l'amarezza, la necessità di essere diversi.
Nel corso di un programma radiofonico l' 8 maggio 2007 Schilling ha criticato Barry Bonds, affermando: "Ha ammesso che tradisce la moglie, non paga le tasse ed ha pure barato nel Baseball".
Poco dopo, Schilling ha pubblicamente chiesto scusa per simili affermazioni.


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lunedì 15 giugno 2015

Le Città Maledette Negli Sport Americani: Digiuno Da Titoli e Misery Score (MLB, NFL, NBA, NHL)

Considerando le vittorie di titoli nei principali sport americani (MLB, NFL, NBA, NHL) dal 1965 in poi (insomma gli ultimi 50 anni) fuoriesce una classifica curiosa.
O, come meglio dire, una classifica che mette in evidenza le più lunghe astinenze da titolo per ogni città americana.
Nel conteggio sono state prese in considerazione solo le città con almeno 2 squadre, quelle con 1 solo team (come Orlando e Sacramento) o quelle recenti (Nashville o Charlotte) non sono state prese in considerazione (molte non hanno mai vinto 1 titolo).
Nel conteggio Los Angeles Angels ed Anaheim Ducks fanno parte di Los Angeles, invece i Green Bay Packers di Milwaukee e i Golden State Warriors sia di Oakland che di San Francisco(Bay Area).

1) Cleveland=147 Stagioni Senza Titoli (0 Vittorie dal 1965)
2) Buffalo=101 Stagioni Senza Titoli (% migliori rispetto alle altre, potendo contare solo su 2 squadre: Sabres e Bills. Ultimo titolo quello NFL dei Bills nel 1965)
3) Minneapolis=87 Stagioni Senza Titoli
4) Washington=79 Stagioni Senza Titoli
5) Atlanta=70 Stagioni Senza Titoli  (Unico Titolo: le World Series dei Braves nel 1995)
6) Oakland=69 Stagioni Senza Titoli (ma Golden State è vicino ad interrompere la striscia)
7) Kansas City=57 Stagioni Senza Titoli
8) Houston=55 Stagioni Senza Titoli
9) Phoenix=55 Stagioni Senza Titoli
10) Cincinnati=48 Stagioni Senza Titoli
11) Philadelphia=27 Stagioni Senza Titoli (interrotta una striscia lunghissima d'insuccessi, grazie ai Phillies di MLB)



MISERY SCORE
E' una particolare classifica che misura la "sofferenza" dei fan di sport americani, provocati dal digiuno di vittorie.
Essa assegna un certo punteggio a ciascuna franchigia americana, in base a determinati fattori.
Una squadra ottiene un punto di demerito per ogni anno a partire:
1) Dall'ultimo Playoff svolto
2) Dall'ultima serie di Playoff vinta
3) Ultimo titolo vinto

A ciò è aggiunto 30, perché è l'età media dei fans che seguono i principali sport americani (una via di mezzo tra i 42/43 anni e i 12/13 di quando uno comincia veramente a seguire lo sport in questione).
Questi punti si sommano e per ogni squadra si otterrà un punteggio che varia da 0 (se la squadra ha vinto un campionato la scorsa stagione) a 90 (se la squadra non ha fatto i playoff negli ultimi 30 anni).

Infine, per ogni città, è presa una media tra i vari punteggi totalizzati da ogni squadra.
Ci sono inoltre 4 categorie: verde (0-15), giallo (15-30), arancione (30-45) e il rosso (45).
Verde significa che avete bisogno di guardare indietro, in media, di circa 5 anni per vedere un successo (Boston).
Giallo indietro di circa 10 anni (St.Louis), arancione indietro di 15 anni (Atlanta) e rosso oltre 15 anni (Cleveland, Toronto, etc).

1) Cleveland=53.3 (ultimo titolo: titolo NFL per i Browns nel 1964)
2) Toronto=50.4 (ultimo titolo: World Series dei Blue Jays nel 1993)
3) New York City(Mets, Jets, Islanders)=49.6 (ultimo titolo: World Series dei Mets nel 1986)
4) Houston=39.3 (ultimo titolo: titolo NBA dei Rockets nel 1995)
5) Minnesota=37.5 (ultimo titolo: World Series dei Twins nel 1991)



RAPPORTO STAGIONI/TITOLI
Tenendo conto anche delle franchigie scomparse e di quelle che hanno traslocato da una città all'altra (considerando ad esempio per San Diego, non solo Padres e Chargers ma anche Rockets e Clippers trasferitesi rispettivamente ad Houston e Los Angeles), abbiamo questa classifica:

1) Atlanta=162 Stagioni Per Titolo
2) San Diego=109 Stagioni Per Titolo (1 solo Titolo in 109 Stagioni: quello dei Chargers del 1963)
3) Phoenix=107 Stagioni Per Titolo (1 solo Titolo in 107 Stagioni: quello dei Diamondbacks nel 2001)
4) Buffalo=53 Stagioni Per Titolo (le squadra considerate: Bills, Sabres e Braves)
5) Kansas City=42 Stagioni Per Titolo (3 Titoli in 127 Stagioni)
6) Denver=37 Stagioni Per Titolo (vittorie non solo Broncos ma anche degli Avalanche nella NHL)
7) Houston=36 Stagioni Per Titolo
8) Cleveland=33 Stagioni Per Titolo (7 Titoli in 230 Stagioni)


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martedì 30 dicembre 2014

La Maledizione Di Billy Penn (Philadelphia: 1987-2008)

La "Curse Of Billy Penn" è una maledizione usata per spiegare il fallimento delle maggiori squadre sportive professioniste, con sede a Philadelphia, nel vincere i campionati dopo la costruzione del grattacielo One Liberty Place avvenuta nel marzo del 1987 che ha superato l'altezza della statua di William Penn posizionata sopra il Philadelphia City Hall.
Sopra la City Hall di Philadelphia si trova la statua di William Penn, il fondatore della città e titolare originario dell'allora colonia britannica della Pennsylvania.
Per anni, un "gentlemen's agreement" aveva stabilito che la Philadelphia Art Commission non avrebbe approvato nessun edificio della città che oltrepassasse questa statua.
Questo tacito accordo finì nel marzo del 1987, quando fu eretto un moderno grattacielo di acciaio e vetro, One Liberty Place, a tre isolati di distanza.
One Liberty Place è più alto della City Hall di 121 m, misura 288 m con una differenza di altezza rispetto al cappello della statua di Penn di 167 m.
Un secondo grattacielo dello stesso architetto, il Two Liberty Place, venne costruito nel 1990.


I SUCCESSI PRIMA DELLA COSTRUZIONE DEL GRATTACIELO
Le squadre sportive di Philadelphia avevano goduto di una striscia di successi.
I Phillies della MLB avevano vinto le World Series nel 1980 e il pennant della National League nel 1983.
I Flyers della NHL vinsero la Stanley Cup nel 1974 e 1975, ed andarono in finale nel 1976, 1980, 1985 e 1987.
Gli Eagles della NFL apparvero nel XV Super Bowl, dopo la stagione 1980, perdendo contro gli Oakland Raiders.
I 76ers della NBA vinsero le finali NBA nel 1983, oltre a partecipare alle finali nel 1977, 1980 e 1982. Prima del 1980, i Phillies erano apparsi in sole due altre World Series, nel 1915 e nel 1950, e gli Eagles avevano vinto due campionati di conference NFC dal 1966 in cui fu creato il Super Bowl, mentre i 76ers avevano vinto titoli NBA come Philadelphia e nella loro precedente incarnazione come Syracuse Nationals. La costruzione dello One Liberty Place iniziò nel 1985, due anni dopo l'ultimo titolo a Filadelfia.
Nella stagione 1980, tutte e quattro le squadre raggiunsero la vittoria nelle loro rispettive League.
Alla fine, solo i Phillies avrebbero vinto il titolo quell'anno.


L'INIZIO DELLA MALEDIZIONE
Dopo che l'One Liberty Place fu costruito, le franchige di Philadelphia incorsero in una serie di fallimenti nella corsa al titolo.
I Flyers persero la finale della Stanley Cup due volte, nel 1987 con gli Edmonton Oilers in sette partite, dopo due mesi che l'One Liberty Place era stato inaugurato e nel 1997, in una sweep di quattro partite dai Detroit Red Wings.
I Phillies persero le World Series del 1993 in sei partite con i Toronto Blue Jays, con la serie che si concluse con il walkoff homerun da tre punti di Joe Carter.
I 76ers persero le Finali NBA del 2001 con i Los Angeles Lakers in cinque partite.
Gli Eagles persero tre partite di fila della NFC Championship nelle stagioni dal 2001 al 2003, prima di raggiungere il XXXIX Super Bowl dopo la stagione 2004, solo per essere sconfitti dai New England Patriots di tre punti.

Inoltre, le sconfitte nei turni di semifinale si verificarono otto volte dopo l'apertura dello One Liberty Place, incluse cinque dei Flyers, nel 1989, 1995, 2000, 2004 e 2008.
La squadra del 2000 fu ad una vittoria dall'approdare alla finale della Stanley Cup, dopo aver dominato i campioni finali dei New Jersey Devils per 3-1 prima di perdere tre partite consecutive (tra cui partita 5 e 7 in casa), nel 2004 la squadra perse gara 7 della Eastern Conference Finals con i campioni finali dei Tampa Bay Lightning, e nel 2008 persero con i Pittsburgh Pinguins, loro rivali di sempre, in cinque partite.
Gli Eagles rappresentano le altre tre sconfitte di finale di Conference: persero la NFC Championship (il vincitore si scontra con il vincitore dell'altra league, la AFC, nel Super Bowl) per tre anni di fila dal 2001 al 2003, diventando così la prima squadra della NFL a fare questo in entrambe le Conference(dai Dallas Cowboys del 1980-1982), perdendo le ultime due in casa dopo aver registrato il miglior record della NFC. Nessun'altra squadra nella storia della NFL aveva perso back-to-back le partite per il titolo della Conference in casa propria da quando la NFL iniziò la sua pratica nel 1975 di assegnare il vantaggio del fattore campo nella post season  in base al record nella regular season.
Anche se la maledizione non è stata generalmente considerata come un'estensione allo sport universitario, due squadre di basket di college, di base a Philadelphia, i St.Joseph Hawks e i Villanova Wildcats, che ebbero delle stagioni di successo, rispettivamente nel 2004 e 2006, non riuscirono a raggiungere la Final Four della NCAA Basketball Tournament.
Entrambe furono eliminate nella quarta fase della Elite Eight, con St.Joe's, prima nella East Regional, che perse in un match stretto con Oklahoma State e Villanova, prima nella Minneapolis Regional, che perse con Florida, i campione finali della NCAA.
Villanova aveva vinto il campionato nazionale nel 1985, due anni prima dell'inaugurazione dell'One Liberty Place, e mai più da allora.
Una terza squadra di Philadelphia, i Temple Owls, persero cinque volte nella Elite Eight (1988, 1991, 1993, 1999, 2001).


LA FINE DELLA MALEDIZIONE(2008)
Il 18 giugno del 2007, gli operai della Local Union 401 con la rituale cerimonia del "topping-off" posero l'ultima trave sopra la costruzione del Comcast Center tra la 17th Street e il John F. Kennedy Boulevard, nel centro di Philadelphia.
Il Comcast Center è attualmente l'edificio più alto della città pari a 297,2 m
Nel tentativo di porre fine alla maledizione, i lavoratori John Joyce e Dan Ginion attaccarono una piccola statuetta di William Penn alla trave, insieme con la bandiera americana e il tradizionali piccolo albero sempreverde.
Dopo che la prima statuetta di William Penn fu rubata, venne sostituita con una più piccola di 4 pollici.
La maledizione si concluse il 29 ottobre 2008, quando i Philadelphia Phillies vinsero le World Series battendo i Tampa Bay Rays, un anno e quattro mesi dopo che una statuetta di William Penn fu installata, il 18 giugno 2007, durante la rituale cerimonia del "topping-off" sull’ultima trave sopra il Comcast Center, l'edificio più alto della città.
Durante la copertura televisiva della sfilata che ebbe luogo due giorni dopo, Comcast diffuse un annuncio congratulandosi con i Phillies e ricordando che la piccola statuetta di William Penn stava in cima alla torre del Comcast Center.


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mercoledì 17 settembre 2014

La Maledizione Di Cleveland (NBA, MLB, NFL)

Come tutti saprete alcune città nascono sotto una cattiva stella.
Magari per un po’ la fortuna sembra girare, ma quando si fanno i conti, il bilancio è sempre, inesorabilmente, in passivo.
Siamo a Cleveland, Ohio.
Sede della più devastante, pervasiva e totalizzante maledizione dello sport professionistico americano.
Tutto iniziò con il generale Moses Cleveland, che diede il nome alla città ed in seguito andò via tornandosene nel Connecticut.
La storia di Cleveland è popolata appunto di abbandoni.
Posta strategicamente vicina alla regione dei Grandi Laghi, Cleveland giace sulle rive del lago Erie, ed è stata a lungo una città prospera.
Negli anni ’20 era la quinta città d’America per popolazione.
Oggi, è la 45esima, una di quelle città placidamente dormienti, spesso descritte dalla narrativa e dalla cinematografia come città tomba di ogni aspirazione, come la St.Louis di Franzen o la Baltimora di The Wire.
Negli anni settanta, quando iniziò la fuga nei sobborghi tipica di tutte le città americane, Cleveland cambiò in peggio.
Nel 1978 la città andò in default, nove anni dopo l’incendio sul fiume Cuyahoga, ultimo di una lunga serie, che gettò discredito sulla città.
Il fiume cittadino era così inquinato da essere completamente privo di pesci nel tratto tra Akron e Cleveland; piuttosto che di acqua, sembrava fatto di melassa, una specie di melma di colore indistinto che scorreva lenta.


CLEVELAND NEGLI SPORT AMERICANI
Cleveland è stata una città in parte florida dal punto di vista sportivo: negli anni ’50 i leggendari Cleveland Browns dominavano il football e nel 1948 gli Indians vinsero le World Series.
Anche nello sport, non è durata: i Browns andarono a Baltimora, dove diventarono i Ravens.
Oggi c’è una squadra NFL che si chiama Cleveland Browns, ma non sono gli eredi diretti di quella gloriosa tradizione.
Cleveland è una città di premesse alle quali non c’è seguito e le sue squadre rispettano questa maledizione che aleggia su una città che è stata grande ma oggi non ha più identità.
I Browns non vincono niente dagli anni sessanta, gli Indians dal 1948.
I Cavaliers, manco a dirlo, non hanno mai vinto.
In totale, una striscia di 180 stagioni fallimentari.
Più lunga di Boston, dove i Red Sox hanno esorcizzato Babe Ruth dopo 86 anni(ma avevano i Celtics e i Patriots) e di Chicago, dove i Cubs non vincono le World Series dal 1908 (e i White Sox hanno atteso dal 1917 al 2005), ma ci sono stati i Bulls di Michael Jordan.
Combinati con il modo in cui le squadre sono state gestite, gli episodi sfortunati, le circostanze imbarazzanti, gli errori e le goffe figuracce bè forse la città più sfigata d'America, nel suo complesso.
Per quanto promettenti siano le cose o alta la scelta del draft, qualcuno riuscirà comunque a mandare tutto all'aria.


CLEVELAND CAVALIERS(NBA)
The Sbot è quello di Jordan sul la sirena in gara-5, primo turno dei playoff, Eastern Conference, 1989, considerato l'inizio della sua dinastia: a 3" dalla fine i Cavaliere erano avanti 100-99.
The Decision è quella del 2010, quando LeBron annunciò di trasferirsi a Miami, dove ha portato gli Heat a quattro finali consecutive e due titoli.
Sembrava appunto che, con LeBron James, i Cavs potessero invertire la rotta, ma è finita con tante maglie bruciate e l’ennesima delusione.
Dopo quell’addio, tuttavia, anziché scivolare nel consueto sconforto di una città che è stata grande e oggi è condannata a soccombere, il proprietario Dan Gilbert ha deciso di dare battaglia e il pubblico della Quickens Loans Arena lo ha seguito.
Se per la profezia “Cleveland vincerà un titolo prima di LeBron a Miami” non c’è stato nulla da fare, è tuttavia vero che i Cavs non si sono fermati nemmeno un secondo a languire su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, almeno apparentemente, poi come sappiamo tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Forse il simbolo dei nuovi Cavaliers rimane il 112-57 subito sul campo dei Los Angeles Lakers nel 2011.
Una sconfitta record, forse la pagina nera nella storia della franchigia.
Di più, al di là dell'umiliante distacco, anche i 57 segnati dalla squadra di coach Byron Scott sono il minimo di tutti i tempi(il precedente primato negativo risaliva al 25 marzo 1997: 59 punti contro San Antonio).
Già, ma cosa c'entra James nell'umiliazione del suo ex team?
Mr.James ai tempi se ne prese un indiretto merito: "Pazzesco. Il Karma ti becca sempre. Non si augura il male a qualcuno, Dio vede tutto!".
Parole scritte sulla sua pagina Twitter.
Già, perché da mesi ormai era etichettato come "traditore" dai suoi ex tifosi, che lo hanno sonoramente fischiato quando è sceso sul parquet un tempo di casa sua con la maglia degli Heat.
Venne anche attaccato dal presidente di Cleveland, Dan Gilbert.
Tutto questo livore, spiega lui nel messaggio pubblicato online, finisce per avere effetti tragici sulla squadra che visse annate da incubo.
A distanza di 2 anni, i Cavaliers si sono presentati alla preseason 2013 con ambizioni elevate.
Le cose però non andarono secondo i piani.
Facciamo uno sbalzo di 1 anno e parliamo di attualità: 2014.
Dopo i successi di LeBron James a Miami, il prescelto è ritornato a Cleveland.
L'intera città si è precipitata a ricomprare le maglie con il numero 23 dei Cavaliers, bruciate per strada quattro anni fa.


CLEVELAND INDIANS(MLB)
The Catch(la presa) è quella di Willic Mays in Gara I delle World Series 1954: agguantò una palla colpita da Vie Wertz a più di 128 metri, che ovunque sarebbe stato un fuoricampo e avrebbe portato gli Indians in vantaggio 5-2 nell'ottavo inning ma non al Polo Grounds di New York: i Giants vinsero poi la serie a zero e il guanto di Mays è esposto alla Baseball Hall Of Fame.
The Trade invece è quella che nel 1960 mandò Rocky Colavito a Detroit in cambio di Harvey Kuenn: la società voleva liberarsi di uno troppo esoso nelle richieste salariali.
Per 34 anni gli Indians non hanno vinto il titolo dell'American League.
Colavito, esterno, nativo del Bronx, ha giocato per Indians, Tigers, Kansas City Royals, White Sox e New York Yankees (sua squadra del cuore) in 13 anni di carriera nelle Majors (1955-68).
Non ha mai vinto un anello, né un pennant.
E’ stato però per 6 volte all’All Star Game giocando ben 9 volte e nel 1959 è stato il Re dei fuoricampo.
In 1841 incontri e 6503 turni in battuta, Rocky ha battuto 374 fuoricampo e 1159 RBI(punti battuti a casa) per una media battuta di .266, on base percentage di .359 e on base più slugging di .848.
I numeri migliori li ha registrati con gli Indians e i Tigers, motivo per il quale la franchigia di Cleveland lo ha incluso nella Hall Of Fame oltre al fatto che è il più amato di sempre dai tifosi di Cleveland.
Oltre che per i suoi fuoricampo, Colavito è conosciuto per la maledizione che ancora oggi pende sugli Indians.
Nel 1950 firma finalmente con i Cleveland Indians.
Gli Indians lo terranno per ben 5 anni nel proprio farm system facendolo esordire nel 1955.
E’ dal 1956 però che diventerà titolare a tutti gli effetti entrando subito nel cuore dei tifosi di Cleveland grazie ai suoi fuoricampo.
Nel ’58 batte .301 di media battuta, 41 fuoricampo e 113 RBI con una OPS di .620 la più alta per un battitore destro nell’organizzazione di Cleveland.
Nel ’59 batte 42 fuoricampo e viene scelto nell’All Star Game.
L’anno dopo, però, prima dell’opening day il General Manager degli Indians, Frank Lane, accetta uno scambio con i Detroit Tigers che offrono Harvey Kuenn, leader della classifica AVG 1959.
Se i tifosi dei Tigers sono al settimo cielo, esattamente non si può dire lo stesso dei tifosi degli Indians che si vedono privati del proprio idolo e del re dei fuoricampo.
Per difendersi, Lane (soprannominato “trader” dai tifosi vista la sua tendenza a scambiare tutti i migliori giocatori) dirà di aver scambiato un’hamburger per una bistecca.
La maledizione consiste nel fatto che gli Indians non sono stati più capaci di vincere un pennant o una World Series dall’affare Colavito.
L’ultimo pennant, infatti, risale al 1954 mentre l’ultima World Series addirittura al 1948.
Eventi che successero dopo la trade:
-Gli Indians riprendono Colavito 5 anni dopo dai Royals ma sono costretti a lasciare il lanciatore Tommy John e l’esterno Tommie Agee.
Tommy John, che fino a quel momento vinse sole due partite nelle Major, arriverà a 288 in carriera tra Los Angeles Dodgers e New York Yankees raggiungendo spesso e volentieri le World Series. Agee invece sarà il Rookie Of The Year per la stagione 1966 e vincerà con i Mets la World Series 1969.
1) La trade con i Twins che coinvolge Grant per Lee Stange e George Banks.
A 28 anni, infatti, Grant lanciatore era considerato ormai vecchio.
Aveva già vinto 67 partite in carriera ma dopo la trade ne vincerà altre 78 di cui 21 l’anno seguente la trade aiutando i Twins a vincere per la prima volta il titolo dell’American League.
2) I problemi d’alcolismo di Sam McDowell che lo costringeranno a lasciare all’età di 32 anni e i problemi psicologici dell’esterno Tony Horton, un power hitter che non sopportava lo stress di giocare nella Major League ritirandosi nel 1970 a 25 anni.
3) La fretta di far giocare il giovane lanciatore Steve Dunning seconda scelta assoluta nel draft 1970 chiamato nelle majors senza giocare nelle minor.
Lascerà il baseball 7 anni dopo, a 28 anni, con un record di 23 vittorie e 41 sconfitte.
4) La firma di Wayne Garland, partente destro degli Orioles che a 25 anni era già 20 vinte 7 perse. Dopo la firma di 2.3 milioni di dollari per 10 anni si fa male alla spalla nella prima partita dello Spring Training.
Decide di non operarsi e lanciare nonostante il dolore ma si ritirerà 5 anni dopo con un record di 55-65.
5) La trade del lanciatore Sutcliffe ai Cubs per Joe Carter e Mel Hall.
Sutcliffe, oltre a vincere un Cy Award per la NL, aiuterà i Cubs a vincere nel 1984 e 1989 il titolo della divisione est della National League.
Hall fu un buon battitore ma nulla di più mentre Carter fu scambiato con i Padres per Sandy Alomar e Carlos Baerga.
Carter verrà poi girato ai Toronto Blue Jays con i quali vincerà la World Series 1993.
6) Nel 1993, in seguito ad un incidente navale, perderanno la vita due lanciatori di rilievo: Steve Olin e Tim Crews.
Nell’incidente si salverà miracolosamente il partente Bob Ojeda mentre il rilievo Kevin Wickander si ritirerà a metà stagione a causa dell’incidente.
Tuttavia nel 1995 gli Indians, in una stagione catalizzata dallo sciopero, vinceranno 100 partite perdendone 44 con 30 partite avanti ai Royals che chiuderanno secondi.
Battono 3-0 i Red Sox nelle Division Series e successivamente 4-2 i Seattle Mariners per il Pennant dell’American League.
Nelle World Series incontreranno gli Atlanta Braves e nonostante restassero i favoriti, perderanno l’anello in sei partite.
Nel 1997 gli Indians tornano alle World Series questa volta incontrando i Florida Marlins, nati appena 5 anni prima. La serie è altalenante e va a gara 7 la quale verrà ricordata come un classico nella storia delle World Series.
Nel nono inning, con 1 out, gli Indians comandano 2-1 e sono ad un passo dal paradiso.
Josè Mesa però non sarà capace di ottenere gli ultimi due out con i Marlins che pareggiano e vincono nell’11° inning per 3-2.
Gli Indians non torneranno mai più alle World Series.
Nel 98 e 99 vincono la Central Division ma perdono le ALCS contro gli Yankees e le ALDS contro i Red Sox.
Nel 2000 falliscono l’obiettivo della Central Division ma sono ad 1 GB dalla WildCard.
Nell’ultima partita della stagione regolare una vittoria ed una sconfitta dei Mariners porteranno allo spareggio.
Gli Indians vincono ma vincono anche i Mariners che ottengono così la Wild Card.
Gli Indians chiuderanno a 92-72 con 2.5GB dietro gli Yankees vincitori della World Series.
Nel 2007 gli Indians perderanno in gara 7 contro i Red Sox al Fenway Park quando gli Indians condicevano 3-1, dopo gara 4 nelle restanti partite subiranno un totale di 30 punti con solo 5 fatti.
Nel 2009 due ex Indians, CC Sabathia per gli Yankees e Cliff Lee per i Phillies, saranno i partenti di gara 1 alle World Series.
La maledizione di Rocky Colavito quindi attende ancora di essere spezzata.


CLEVELAND BROWN(NFL)
Nella NFL i Browns non vincono niente dagli anni 60.
I Browns furono fondati nel 1946 e vinsero il titolo nella loro prima stagione nella NFL, in seguito si ripetono nel 1954, 1955 e 1964.
Dal 1965 al 1995, il club ha raggiunto i playoff 14 volte ma non ha più vinto un titolo né preso parte a un Super Bowl(entrato in vigore dal 1967).
The Drive è quello con cui il gennaio 1987, John Elway portò i Denver Broncos al touch down che pareggiò la partita per il titolo della Afe a 37" dalla fine: 98 yard in 5'2".
I Broncos vinsero nel supplementare con un calcio piazzato.
Il 6 novembre 1995, Art Modell che aveva acquistato i Browns nel 1961, annunciò il trasferimento della squadra a Baltimora, Maryland, alla fine della stagione.
I diritti sulla proprietà intellettuale dei Browns rimasero però a Cleveland per una futura squadra.
Le operazioni dei Browns furono sospese per tre stagioni.
Dal ritorno nel 1999, i Cleveland Browns hanno avuto un successo limitato, con un record di 77–163 fino alla stagione 2013 e due sole stagioni con un record positivo: 9–7 nel 2002 e 10–6 nel 2007, qualificandosi per i playoff nell'ultima occasione nel 2002, come Wild Card.


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La Maledizione Di Bobby Layne: Detroit Lions (NFL)

Bobby Layne fu un grande quarterback che giocò per i Chicago Bears, New York Bulldogs e soprattutto Detroit Lions dal 1950 al 1958.
In seguito venne ceduto e finì la sua carriera ai Pittsburgh Steelers dove si ritirò nel 1962.
Sicuramente non fu tra i primissimi di tutti i tempi ma comunque dopo 15 stagioni nella lega, si ritirò come il titolare dei record NFL per passaggi tentati (3.700), completati (1.814), yard passate (26.768) e touchdown passati (196).
Il pericoloso stile di vita di Layne, che continuò imperterrito, anche dopo la sua stellare carriera NFL, a frequentare postacci maleodoranti e pieni di “donnine” ed alcool, lo portarono ad una prematura morte a soli 60 anni, il 1° Dicembre 1986.


LA MALEDIZIONE DI BOBBY LAYNE E I DETROIT LIONS
Oltre che per i record succitati prima, Layne è noto per una famosa maledizione.
Maledizioni che sappiamo infestano gli sport americani(soprattutto NFL e MLB).
Layne portò Detroit al loro massimo splendore, vincendo 3 titoli NFL, andando al Pro Bowl 5 volte e fu in seguito eletto nella NFL All Team degli anni 50 entrando nel 1967 nella Hall Of Fame.
Bobby Layne e i Detroit Lions erano l'esatto opposto dei loro grandi avversari dell’epoca, i Cleveland Browns di Paul Brown e il fenomenale quarterback Otto Graham.
Tanto disciplinati erano i Browns (grazie al ferreo regime di Paul Brown), quanto indisciplinati, violenti e “scorretti” erano i Lions.
Un uomo di linea dei Lions una volta affermò che durante l’Huddle l’odore dell’alcool emanato dai suoi colleghi era tale da doversi tappare il naso.
I Lions e Browns diedero vita a scontri epici, dominando gli anni 50: Detroit vinse il titolo nel 1952, 1953 e 1957, mentre Cleveland vinse nel 1950, 1954 e 1955.
Successe però che nel 1958 Layne venne ceduto ai Pittsburgh Steelers, senza apparenti motivi.
Forse non credevano più in lui.
Layne non la prese benissimo e disse la seguente frase:” I Lions non vinceranno più nulla per 50 anni!”.
E considerando il fatto che ai tempi si parlava di una delle squadre più forti dell’NFL non era una profezia da poco o banale.
Ovviamente nessuno prese sul serio la frase, ma così fu.
Nei 50 anni successivi i Lions non riuscirono più a fregiarsi del titolo di Campioni NFL, accumularono il peggior record tra tutte le squadre, andarono ai playoff solo 10 volte, la cui unica vittoria risale al lontano 1991 contro i Cowboys e mandarono soltanto 1 quarterback al ProBowl.
Sono una delle sole due franchigie presenti nella NFL dal 1970 a non aver mai disputato un Super Bowl (l'altra sono i Cleveland Browns).
Nell'ultimo anno di questa "maledizione", il 2008, Detroit chiuse la stagione con un record di zero vittorie e 16 sconfitte, l'unica franchigia della storia a chiudere una stagione da 16 gare senza vittorie.
Nel draft dell'anno seguente(2009), i Detroit Lions scelgono con il primo pick assoluto Matthew Stafford, quarterback da Georgia.
Perché Stafford? Forse perché viene dalla stessa High School di Bobby Layne?


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domenica 20 luglio 2014

La Maledizione Di Babe Ruth: Boston Red Sox (MLB)

Sono molti gli ostacoli che si frappongono tra una squadra e il suo obbiettivo finale (ovvero la vittoria), partendo dagli avversari, passando per la condizione fisica, gli infortuni, la sfortuna e così via.
Ad aggiungersi a questi fattori i Boston Red Sox si dovettero scontrare per un periodo lungo più di ottant’anni con una vera e propria maledizione che aveva colpito la squadra dopo l’addio del più grande giocatore di Baseball di tutti i tempi: Babe Ruth.
Il “Bambino” aveva lasciato i Red Sox nel 1919 dopo 5 anni altalenanti.
Prima di diventare la leggenda sportiva che tutti conoscono, Babe aveva incontrato qualche difficoltà a dimostrare tutto il suo talento nel Major League.
Aveva cominciato la sua carriera come pitcher con buoni risultati ma il meglio lo diede da battitore.
Scrisse una serie di record incredibili, fu il primo a segnare 50 fuoricampo in una stagione, stabilendo il suo primato a 60 (battuto solo 34 anni dopo); è stato uno dei primi cinque giocatori ad essere inserito nella Baseball Hall Of Fame.


CONTROVERSIE
Questa trade (di cui si parlerà in seguito) rimarrà impressa nella storia, tuttavia andrebbe sottolineato che Ruth non era uno stinco di santo e secondo l'opinione comune dell'epoca sarebbe durato poco.
Infatti aggredì sulle tribune un tifoso durante una partita di esibizione nel 1920; fu sospeso dal commissario Kenesaw Mountain nel 1922 in quanto prese parte con un gruppo di persone ad un incendio che devastò una fattoria.
Inoltre a causa del suo eccesso nel bere, fu pubblicamente rimproverato dal sindaco di New York James
Walker nel corso di una cena di onorificenza.
Inoltre ebbe anche una causa di paternità presentata contro di lui da una cameriera 19enne di nome
Dolores Dixon.
Nel 1923 si rese protagonista dell’uso di una mazza illegale (riempita di sughero).
Nel 1925 buttò della terra in faccia all’arbitro George Hildbrand dopodiché salì sul dugout invitando un tifoso a fare a pugni.
Infine era noto per aver partecipato a delle orge che possono avergli causato delle malattie che poi gli
sono costate buona parte della stagione 1925.


LA CESSIONE DI RUTH E LA MALEDIZIONE DURATA 84 ANNI
Nell’immediato dopo-guerra il presidente dei Red Sox si trovava in difficili condizioni economiche, così decise di cedere Ruth agli Yankees.
Dopo che il passaggio venne ufficializzato, i Red Sox diventarono da una delle squadre più vincenti (campioni di 5 delle prime 15 World Series), ad una delle più grandi perdenti della storia dello sport.
Al contrario gli Yankees, che fino a quel momento non avevano mai partecipato alle World Series, diventarono la squadra di Major League più presente alle fasi finali del torneo.
Nel periodo che va dal 1919 al 2003 i Sox parteciparono solo a 4 World Series, inanellando una serie di sconfitte che ha del clamoroso.
Negli 84 lunghi anni che si susseguirono, i moltissimi tifosi di Boston si abituarono agli sfottò di qualsivoglia tipo, credendo che nessuno sarebbe mai davvero riuscito a rompere quella maledizione che aveva colpito così duramente la loro squadra.
La maledizione divenne parte dell’iconografia statunitense, venne ripresa in diversi romanzi, canzoni, film, tanto che solo un miracolo avrebbe potuto permettere ai giocatori di Boston di sbarazzarsi di quel macigno che si portavano sulle spalle e soprattutto nella testa.


IL GRANDE ANNO: 2004
Che la stagione 2004 potesse essere quella giusta per rompere il digiuno lungo 84 anni dei Sox ci credevano in molti.
La squadra sembrava forte e attrezzata, in grado in sostanza di arrivare senza troppe difficoltà a giocarsi la post-season.
La regular-season finì con un record di 98-64, permettendo ai Red Sox di ottenere la wild card che significava playoff.
La prima sfida fu contro Anaheim e venne vinta agevolmente dagli uomini guidati da Terry Francona.
Fu proprio al secondo turno che il destino decise di metterci lo zampino; i Sox si trovarono di fronte il loro incubo più grande, gli uomini con la maglia a righe, la squadra più vincente del mondo, coloro che avevano dato vita al loro più grande incubo: i New York Yankees.
La serie cominciò malissimo, i newyorkesi conducevano per 3 a 0 e tutto sembrava dovesse portare ad un 4-0 secco e senza possibilità di recriminazioni.
Questa volta no, questa volta si giocava per la storia, e il destino aveva in mente un finale alternativo.
Per la prima volta nella storia del Baseball professionistico una squadra sotto 3-0 riuscì a ribaltare il risultato e a passare il turno dopo ulteriori 4 estenuanti sfide.
Il primo e più grande ostacolo era stato superato, adesso bisognava combattere contro il destino e per un popolo che non chiedeva altro se non la vittoria.
Alle World Series i Sox si scontrarono contro i St.Louis Cardinal.
I Cardinals avevano il miglior record della lega e potevano vantare due vittorie nelle World Series contro Boston nel 1946 e nel 1967, i favori del pronostico erano tutti per i ragazzi di St.Louis ma i Red Sox avevano un appuntamento con la storia a cui non potevano assolutamente mancare.
Gara 1 rimase nella storia come la partita di finale con il punteggio più alto (11-9), le sfide seguenti furono tutte vinte abbastanza agevolmente dai Sox, che riuscirono a rendere inoffensivo il miglior attacco della lega. Gara 4 venne giocata il 27 ottobre al Busch Stadium di St.Louis, la partita degli uomini di Francona fu perfetta e venne conclusa magicamente grazie ad un battuta dell’uomo di ghiaccio: Edgar Renteria.
Poteva iniziare la festa, poteva esplodere quell’urlo di gioia sopito per 84 anni: i Red Sox hanno vinto la centesima edizione delle World Series!
La gioia di tifosi e giocatori era incredibile, nessuno sembrava crederci, finalmente la maledizione era stata rotta, finalmente la Boston del baseball poteva esultare.
Prima che i giocatori tornassero a casa, dove ad attenderli c’era una folla immensa pronta a celebrare l’impresa, St. Louis li aveva salutati con un’eclissi di luna che aveva colorato solo per loro, eroi immortali, il cielo di rosso.


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venerdì 11 luglio 2014

La Maledizione Dei Chicago Cubs: "The Billy Goat" Sianis (MLB)

Questa è la storia della maledizione di Billy Goat che tutt'ora grava sui Chicago Cubs e che iniziò il 6 ottobre del 1945.
Billy Sianis, un immigrato greco, proprietario di una taverna vicino (l'ormai famosa Billy Goat Tavern) al Wrigley Field(stadio) e fans dei Cubs, ottenne due biglietti del costo di $ 7,20 per Gara 4 delle World Series del 1945 tra i Chicago Cubs e i Detroit Tigers.


SIANIS E LA SUA CAPRA
Sianis decise di portare allo stadio la sua capra Sinovia che aveva raccolto e curato nella taverna, quando la capra era caduta da un camion azzoppandosi e diventandone la mascotte.
La capra indossava una coperta con una scritta che diceva "Abbiamo la capra dei Detroit".
Sianis e la capra furono ammessi nello stadio Wrigley Field e poterono anche sfilare sul campo prima della partita ma subito alcuni addetti intervennero e li condussero fuori dal campo.
Dopo una vivace discussione, sia Sianis che la capra furono autorizzati a rimanere allo stadio occupando le poltrone per le quali avevano i biglietti.
A questo punto, Andy Frain (capo della sicurezza del Wrigley Field), sventolando i biglietti in aria disse: "Se lei mangia i biglietti sarà tutto risolto".
Ma la capra non li mangiò.
Prima che la partita fosse finita, Sianis e la capra furono espulsi definitivamente dallo stadio su ordine del proprietario dei Cubs, Philip Knight Wrigley, a causa degli sgradevoli odori dell’animale.
Sianis si indignò per l'espulsione e lanciò una maledizione sui Cubs che non avrebbero mai più vinto un altro pennant o giocato in una World Series al Wrigley Field perché l’organizzazione dei Cubs aveva insultato la sua capra.
Il giorno successivo lasciò gli Stati Uniti e ritornò in patria.
La quarta partita persa dai Cubs nelle World Series del 1945, indusse Sianis a scrivere a Wrigley dalla Grecia, dicendo: "Chi puzza ora?".


LA MALEDIZIONE
Nel 1946, i Cubs finirono terzi nella NL e per i 20 anni successivi non raggiunsero mai più la seconda posizione.
Questa serie finalmente terminò nel 1968 ma alla maledizione della capra si aggiunse quella del gatto nero.
Nel 1969 accadde che i Cubs in lotta con i Mets per le posizione di testa, a sole 9 partite e 1/2 da questi, durante una serie di gare fondamentali allo Shea Stadium furono colpiti da un nuovo segno del destino.
Nel bel mezzo della partita entrò in campo un gatto nero che girò per tre volte attorno a Ron Santo che si trovava nell'on-deck circle...i Cubs da lì in poi persero un buon vantaggio sulle inseguitrici per la corsa alla division ed addirittura non si qualificarono ai playoff.
Comunque sia i Cubs non vinsero più né un pennant della NL e non arrivarono mai più alle World Series.
La più lunga striscia di mancanza di titoli della storia della Major League.
Sianis morì nel 1970.


TENTATIVI D'INVERTIRE LA MALEDIZIONE
Billy Scott, nipote di Sam Sianis, fu portato sul campo con una capra più volte nel tentativo di rompere la maledizione: il giorno di apertura, nel 1984 e nel 1989 (il Cubs vinsero la loro division in entrambi gli anni), nel 1994 per fermare una serie di sconfitte casalinghe, e nel 1998 per la partita decisiva per la wild card (vinta dai Cubs).
Si ricordi il guantone bagnato di Gatorade nel 1984 che fece passare la palla tra le gambe del prima base Leon Durham, facendo vincere il titolo della National ai San Diego Padres.
Un gruppo di tifosi dei Cubs nel 2003 a Houston, tentarono di guadagnare l’ingresso al Minute Maid Park con una capra chiamata "Virgilio Omero".
Gli fu negato l’ingresso e la possibilità di leggere un versetto che diceva "sovvertiamo la maledizione".
Quell’anno gli Houston si fecero superare dai Cubs per una partita, permettendo a Chicago di vincere la Central Division.
I Cubs stavano per strappare l’accesso alle World Series ai Florida Marlins, quando a 5 out dalla fine della sesta partita un fan, Steve Bartman, tentò di prendere un palla foul, interferendo con Moises Alou, che era sul punto di raccoglierla.
I Cubs a seguito di ciò(era l'ottavo inning e conducevano 3-0) persero la partita(3-8) e si andò alla settima.
I Marlins, sconfissero Chicago aggiudicandosi il pennant e le World Series con un secco 4 a 0 agli Yankees.
Si racconta che il 3 ottobre 2007 fu fatta ritrovare una capra macellata e impiccata sulla statua di Harry Caray (famosissimo speaker dei Cubs) all'esterno del Wrigley Field, ma il Sun Times ironico così commentava: "Se questa bravata era destinata a invertire la maledizione di “Billy Goat”, sembra proprio che non abbia funzionato”.
Sam Sianis, nipote di William Sianis, ha spiegato che "la maledizione di Billy Goat può essere curata solo dall'organizzazione dei Chicago Cubs, dimostrando una vera e sincera simpatia per le capre lasciandole entrare nello Wrigley Field, non solo per motivi pubblicitari, ma perchè loro amano i Cubs".


LA MALEDIZIONE DI ALCUNI EX CUBS
Molti "ex Cubs" sembrano aver contagiato con la maledizione altre squadre nelle postseason.
Questa teoria raggiunse il suo apice nel 1990, quando il fattore ex Cubs predisse che gli Oakland Athletics (nel cui roster giocavano alcuni ex players di Chicago) sarebbero stati puniti nelle World Series.
E così accadde.
Gli A's furono letteralmente spazzati dai Cincinnati Reds, in una sconvolgente serie terminata in 4 partite (casualmente poi il manager dei Reds, Lou Pinella, passò anche ai Cubs).
Il prima base Bill Buckner dei Boston Red Sox (ex Cubs) fu accusato della sconfitta nelle World Series del 1986 perdendo una normalissima palla rimbalzante che gli passò in mezzo alle gambe.
Si è recentemente scoperto che al momento della giocata, ma anche in molte altre situazioni, Buckner indossasse un vecchio e consumato guantino da battuta dei Chicago Cubs sotto il guanto.
Un altro ex Cubs, Mitch Williams, mise il segno nelle World Series del 1993, quando concedendo una leggendaria base intenzionale permise a Joe Carter, dei Toronto Blue Jays, di spedire un home run al nono inning di Gara 6 sul punteggio di parità, consegnando le WS ai Toronto Blue Jays.
Williams giocò l’anno dopo per gli Houston Astros che persero la possibilità di vincere il pennant della NL a causa dello sciopero.
La casualità vuole che Carter sia stato anche lui un ex Cubs, ma non negli stessi anni di Williams.



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I Chicago Cubs e Steve Bartman (Storia)

Dieci anni fa, il 14 ottobre del 2003, Steve Bartman stava assistendo a una partita di Baseball fra i Chicago Cubs, la squadra di cui è tifoso e i Florida Marlins allo stadio Wrigley Field, a Chicago.
Sezione 4, fila 8, posto n.113.
Quella che oggi è una sedia fotografatissima, fu teatro il 14 ottobre del 2003 del peggior disastro sportivo che un tifoso possa immaginare: nuocere alla propria squadra del cuore.



BARTMAN E I CUBS
I Cubs avevano vinto la loro divisione e vincendo sarebbero andati alle finali, le World Series.
I Cubs sono famosi per non vincerle da 104 anni (erano 94 allora) e per una nota “maledizione” (La Maledizione Dei Chicago Cubs: The Billy Goat Sianis ).
All’ottavo inning (il penultimo) i Cubs erano avanti per 3-0 e stavano giocando la metà dell’inning in difesa: una battuta dei Marlins uscì dalla zona valida del campo(foul) e si diresse verso la zona dove si trovava Bartman, che si sporse dal suo posto in prima fila per tentare di prendere la palla in gioco.
Bartman e tutti gli spettatori intorno a lui si affollarono per cercare di prendere quella palla, pensandola ormai irrecuperabile.
Ma ovviamente una palla in “foul”, fuori dai limiti laterali del campo, è in realtà ancora giocabile dalla difesa: se viene presa al volo da un giocatore avversario, il battitore verrà comunque eliminato.
E Moises Alou, il giocatore dei Cubs, accorse nello stesso punto e si lanciò saltando verso la palla oltre la recinzione cercando appunto di prenderla nel suo guantone.
Se Alou avesse preso la palla avrebbe eliminato il secondo battitore avversario e la fine dell’inning (che arriva alla terza eliminazione del battitore) sarebbe stata più vicina.
Così la palla scese, Alou saltò, Bartman allungò il braccio e interruppe la traiettoria non riuscendo a però a prenderla: la palla rotolò tra gli spalti e fu raccolta da un altro tifoso che la mostrò trionfante.
Ma intorno, Alou stava agitandosi imprecando e lo stadio entrò in un lungo momento di costernazione, seguito dai cori dei tifosi dei Cubs che cominciarono a insultare Bartman, il quale in seguito fu costretto ad uscire dallo stadio con la scorta.
Infatti al riprendere del gioco Chicago sbanda, subisce otto punti di fila e perde 8-3.
Sarà eliminata in gara sette e grazie a quella vittoria il giorno dopo giocarono e vinsero la finale delle World Series, battendo i New York Yankees.


GLI STRASCICHI DELLA VICENDA
I Cubs non sono più arrivati così vicini a vincere il torneo: non giocano una finale dal 1945 e in generale non vincono le World Series dal 1908.
La storia di Bartman è diventata una specie di leggenda fra gli appassionati di baseball, e anche qualcosa di più: negli anni è stata citata spesso in serie televisive, cartoni animati e programmi comici, una delle grandi storie “letterarie” del baseball. Due anni fa la rete televisiva ESPN realizzò un documentario di quasi due ore sulla storia intitolato Catching Hell: The Steve Bartman Story.
Il giorno successivo alla partita fra Cubs e Marlins, Bartman si scusò con i tifosi, ma da allora non è mai più stato visto in pubblico né ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale.
Nel 2003 i Cubs lo contattarono per spiegargli che restava il benvenuto a Wrigley Field, ma Bartman rifiutò di tornare allo stadio.
La società non ha intenzione di organizzare alcun evento per celebrare il decimo anniversario della partita.
Secondo Murtha negli anni Bartman ha rifiutato importanti offerte economiche per apparire in televisione o rilasciare interviste. Fra i tifosi dei Cubs le opinioni riguardo Bartman sono diverse: nonostante molti lo ricordino con disprezzo, secondo altri fu solamente il capro espiatorio di una partita sfortunata: se anche Bartman fosse rimasto seduto il giocatore da lui ostacolato avrebbe potuto mancare la palla, spiegano, oppure più semplicemente l’eliminazione del secondo battitore avversario non sarebbe stata decisiva e i Marlins sarebbero riusciti lo stesso a rimontare il risultato.
E molti ricordano che quando una palla arriva tra i tifosi, tutti fanno a gara per prenderla.


LA PALLINA VIENE FATTA ESPLODERE
La storia di Bartman è stata inoltre sfruttata commercialmente da Grant DePorter, il capo della catena di ristoranti “Harry Caray”.
DePorter comprò per circa 114 mila dollari la palla usata in quella partita e la fece esplodere in una cerimonia pubblica, al fine di «chiudere sia la storia della palla che quella di Steve».
DePorter fece raccogliere i pezzi della palla, e li fece sciogliere in una particolare salsa per condire gli spaghetti che mise poi in vendita.
Secondo quanto detto al New York Times nel 2004, la salsa prodotta con i pezzi della palla fece aumentare le entrare della società di DePorter del 20 per cento.
DePorter ha detto al Chicago Tribune che all’epoca si era offerto di dividere parte dei soldi con Bartman, che però rifiutò.


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