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sabato 22 agosto 2020

Gli Sfizi e Le Spese Folli Degli Sportivi: Dal Calcio Agli Sport Americani


JR Dallas: "Se chiedi quanto costa, non te lo puoi permettere"

Si sa che gli sportivi sono spesso protagonisti di vere e proprie spese folli (vizi), vediamone i principali. 
Il patron del Chelsea, Roman Abramovich, solca il Mediterraneo con Eclipse: un leviatano di 162 metri con 2 piscine, un sistema di difesa missilistico e uno scudo laser anti-scoop (pagando 80.000 euro al giorno di gestione). Il proprietario del Tottenham Hotspurs, Joe Lewis, vive invece sul panfilo Aviva III che ospita una mostra d'arte (Picasso, Moore, Bacon, etc) dal valore di 1 miliardo di euro.
Ronaldo invece è ricordato per aver affittato l'Africa I: uno yacht lungo circa 45 m con 3 moto d'acqua, uno scivolo retrattile, per oltre 200.000 euro a settimana. Michael Jordan possiede uno yacht di 70 metri (8 cabine) con cinema, palestra ed un campo da Basket.
Dijbril Cissè invece colleziona macchine: ben 18 (tra cui una Dodge Van, Cadillac con interni con la pelle di un serpente e una Chrysler).
Eto'o e Benzema hanno una Bugatti Veyron, invece Floyd Mayweather 4 (più uno dei due esemplari della Koenigsegg CCXR Trevita. Lo stesso possiede anche l'orologio Billionaire di Jacob & Co d'oro puro e 260 carati di diamanti dal valore di 18 milioni di euro, spende 6.000 dollari di mutande all'anno perchè ne usa di nuove ogni giorno ed ha una custodia fatta in gemme per lo smartphone dal valore di 100.000 dollari).
Chad Johnson (ex NFL dei Cincinnati Bengals) ha un vero e proprio camion (lo stesso si è fatto costruire un acquario tropicale alle spalle del suo letto per simulare l'oceano), invece JR Smith (NBA, Los Angelese Lakers) un blindato chiamato Gurkha F5 (da 400 cavalli). Darius Miles (NBA, ex Los Angeles Clippers) una Pontiac del 1979 con un'immagine di Benjamin Franklin che fuma una canna.
Gilbert Arenas (NBA, ex Washington Wizard) si fece costruire una vasca da 4.000 dollari al mese per accudire uno squalo. 
Anche Thierry Henry, ex Arsenal, si fece costruire un acquario alto quanto la sua villa: circa 12 metri. 
Tiger Woods per la sua villa spese 50 milioni di dollari (all'interno troviamo piscine ed un campo da Golf).
Darnell Dockett (NFL, ex Arizona Cardinals) ha un paio di alligatori in casa, Dwight Howard (NBA, Los Angeles Lakers) 25 serpenti, Carmelo Anthony (NBA, Portland Trail Blazers) un cammello, invece Anthony Davis una scimmia.
Mike Tyson è un patito di tigri del Bengala (lo si ricorda anche in una "Notte da Leoni"): ne aveva 3 (ognuna dal costo di 5.000 euro al mese per mantenerla).
Marquis Daniels (NBA, Boston Celtics) gira al collo con una riproduzione della sua testa (oro 14 carati).
Ma le follie non finiscono qui: Leo Messi si comprò la villa dei vicini perchè erano troppo rumorosi, Vince Young (NFL, ex Tennessee Titans) prenotò tutti e 120 i biglietti di un volo aereo Nashville-Houston per viaggiare da solo, Al Jefferson (NBA, ex Charlotte Hornets) si è fatto fare un letto di 30 metri quadrati da 20.000 dollari.
Danny Granger (NBA, Boston Celtics) ha costruito in casa la batcaverna, Rollie Fingers (MLB, ex Oakland Athletics) amava così tanto il pistacchio che si comprò un'intera fattoria, Joe Johnson (NBA, Detroit Pistons) colleziona scarpe (1.500), DeShawn Stevenson (NBA, ex Atlanta Hawks) ha addirittura fatto montare un bancomat nel suo salotto (per gli ospiti).


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martedì 11 agosto 2020

Loghi Dedicati Ai Nativi Americani? I Casi Redskins, Indians, Braves, Blackhawks e Chiefs

Le polemiche sul nome dei Washington Redskins sono ormai roba vecchia. Del resto già dai primi anni 90, la franchigia di NFL era stata esortata mediante cause, richieste e petizioni a cambiare nome.
Sostanzialmente quel nome che avrebbe dovuto esaltare le doti guerriere dei nativi americani (indiani) secondo molti aveva connotazioni razziste. Da luglio 2020, dopo oltre 30 anni di lotte, quel nome non esiste più (logo compreso) e Washington si chiamerà Football Team.
Ora sotto la luce dei riflettori (grossomodo per gli stessi motivi), troviamo i Cleveland Indians (MLB), gli Atlanta Braves (MLB), i Chicago Blackhawks (NHL) e i campioni del Super Bowl Kansas City Chiefs. I problemi sarebbero anche gli sponsori stessi.
Per alcuni, è giunto dunque il momento di cambiamenti nei nickname, nelle mascotte e nei simboli.

L'attivista Frances Danger: "Ora che abbiamo ottenuto ciò di cui avevamo bisogno sul lato Redskins, inizieremo a lavorare su tutti gli altri. Non ci arrenderemo"

Qualche settimana fa, Washington ha annunciato che stava cambiando il suo nome che era in vigore dal 1933 ed era diventato una cicatrice imbarazzante per il franchise della NFL. La squadra ha ceduto sotto la pressione finanziaria degli sponsor tra cui FedEx, il colosso delle spedizioni e il titolare dei diritti sul nome dello stadio.
Il manager degli Indians Terry Francona ha riconosciuto di avere "emozioni contrastanti" sulla situazione dei Redskins (a suo dire comunque guidato da motivi economici/finanziari).
Mentre il dibattito sul soprannome dei Redskins è stato condotto per anni, il drastico cambiamento è arrivato solo due settimane dopo che il proprietario Dan Snyder, che una volta disse che non avrebbe mai cambiato il soprannome del team, ribadì che il franchise avrebbe subito una "revisione approfondita".
La situazione dei Cleveland Indians è diversa da quella di Washington su diversi fronti.
Primo, gli Indians non sentono il calore di nessuno sponsor aziendale. Almeno non pubblicamente.
Gli Indians non hanno promesso di cambiare il loro soprannome. Ma sarebbe difficile immaginarli vederli rimanere con un soprannome che i gruppi di nativi americani hanno condannato per anni come degradante e razzista.
Cleveland ha mostrato la volontà di volersi rinnovare quando hanno eliminato il logo del capo Wahoo dalle sue maglie e dai cappellini da gioco. Mentre la caricatura dei denti e la faccia rossa rimane presente su alcuni prodotti della squadra, il suo status ridotto e la rimozione dal diamante e dalla segnaletica intorno a Progressive Field sono stati applauditi come un passo positivo.
Anche se gli Indiani decideranno di abbandonare il proprio soprannome, ci sono numerosi altri livelli (contratti di marchio, nuovi loghi, etc) da attuare prima che il cambiamento possa entrare in vigore.
Pare invece che gli Atlanta Braves rimarranno sui loro passi.
Non hanno in programma di cambiare il loro nick, dicendo agli abbonati in una lettera della scorsa settimana che "saremo sempre gli Atlanta Braves". Parte dell'insistenza di Atlanta a mantenere quel soprannome che il franchise ha portato da Milwaukee nel 1966 è dovuta al "rapporto di lavoro culturale" della squadra con la banda orientale degli indiani Cherokee nella Carolina del Nord e altri capi tribali con cui collabora regolarmente.
Tuttavia, il team ha detto eliminerà il canto "tomahawk chop".
Anche i Chicago Blackhawks non hanno in programma cambiamenti, affermando che il loro nome onora il leader dei nativi americani, Sac & Fox Nation di Black Hawk dell'Illinois. Il team NHL ha dichiarato di voler lavorare di più per sensibilizzare Black Hawk e "gli importanti contributi di tutti i nativi americani".
"Stiamo cercando di onorare il logo ed essere rispettosi", ha dichiarato il direttore generale Stan Bowman. "C'è sicuramente una linea sottile tra rispetto e mancanza di rispetto, e penso che vogliamo fare un lavoro ancora migliore. Penso che la cosa più importante sia chiarire che vogliamo aiutare a educare. Penso che abbiamo fatto un buon lavoro, ma vogliamo fare un lavoro migliore"
Ma mentre le squadre cercano di apportare cambiamenti, Danger e altri attivisti continueranno a spingerli ad abbandonare qualsiasi connessione con i nativi americani, che sono stati rappresentati come mascotte per generazioni.
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Il problema invece per i Kansas City Chiefs (sempre NFL, come i Redskins) sarebbe, oltre al nome, anche la mascotte e alcuni travestimenti da parte dei fans. Questo fu l'ultimo team americano ad aver utilizzato un nome o logo con riferimento ai nativi americani. Anche a Kansas si usa il canto "tomahawk chop".


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lunedì 3 agosto 2020

Tifosi e Cori Virtuali In Premier League, NBA e MLB

Il Post-Covid ha negato (per il momento) ai tifosi la possibilità di andare allo stadio. Eppure guardando tra giugno e luglio alcuni eventi che sono re-iniziati si può notare la presenza di pubblico e cori. Peccato che sia tutto virtuale. Visto che gli inglesi sono sempre avanti, qualcosa di simile (ma più vera) si era vista nel 2016 durante Manchester Utd v Liverpool. I Red Devils, in partnership con Google, presentarono "Front Row", un'iniziativa davvero interessante per tutti gli appassionati di calcio che vorrebbero essere in prima fila allo stadio ma si trovano in altre parti nel mondo.
Un gruppo selezionato di fan del Manchester United ebbe infatti la possibilità di tifare per la squadra, apparendo in diretta tramite Google+ Hangout sui cartelloni digitali a bordo campo dell'Old Trafford. Per tutta la partita, i tifosi coinvolti in "Front Row" hanno avuto l'impressione di essere a Old Trafford, unendosi ai 75.000 tifosi presenti.
Ogni partecipante ricevette "fotografie professionali" della propria apparizione "virtuale" allo stadio.
Citazione negativa invece per il Tottenham che, abbandonato White Hart Lane, pare che anche prima del Covid usasse cori falsi. Più che altro basi registrate che amplificassero i canti dei tifosi nel "freddissimo" Tottenham Hotspur Stadium.
La polemica partì da un tifoso dell’Arsenal che accusò il club rivale di utilizzare dei finti cori precedentemente registrati e diffusi tramite altoparlanti, per rendere l’atmosfera al Tottenham Hotspur Stadium più avvolgente e ricca, in grado di aumentare le energie dei padroni di casa.
A supporto della polemica, un video del tifoso diffuso su Twitter, che, in uno stadio completamente vuoto, registra l’audio del coro: "Come on you Spurs", con sotto la scritta "Sapevo che i fan non potevano essere così rumorosi".
Una questione che, come riporta Marca, è stata riportata anche da un tifoso del West Ham.
Il web, aggiunge sempre il portale sportivo, ha ricordato di come sia già presente un precedente simile: il club inglese, infatti, nel periodo in cui si è trasferito a Wembley, era già stato accusato di creare un’atmosfera artificiale con un battito di tamburi.


CANTI E TIFOSI VIRTUALI IN PREMIER LEAGUE
Parlando invece di questo periodo, la Premier League e FIFA 20 (EA Sports) hanno effettuato una partnership per riprodurre gli effetti sonori degli stadi durante le partite del massimo campionato inglese (disputate ovviamente a porte chiuse).
L’idea è stata quella di migliorare lo spettacolo televisivo delle partite senza tifosi (i cori sono su misura per ogni singola squadra).
I finti cori dei tifosi sarebbero stati facoltativi per gli spettatori nel Regno Unito, che potrebbero comunque decidere se attivare o meno l’audio alternativo.
A questi si sono aggiunti i tifosi virtuali in alcuni stadi per rappresentare i club coinvolti nelle partite, replay a 360° e una nuova camera tattica gestita dal fornitore di analisi della Premier League, Second Spectrum.
In realtà per quanto riguarda i tifosi virtuali si è visto un po' di tutto: da manichini a quelli cartonati, passando per i tifosi reali presenti in videoconferenza collegati su Zoom (vediamo sotto quelli presenti nella sfida Manchester City v Arsenal).
Il pubblico virtuale viene invece creato tramite la computer grafica e consiste nel coprire una certa area di schermo (in questo caso quella in genere occupata dai tifosi) con una serie di immagini, fisse o in movimento.


NBA
Nella NBA per ovviare alla mancanza di tifosi si sono affidati alla realtà aumentata di Microsoft per creare un avatar delle persone in modo da riempire gli stadi con un falso pubblico.
La NBA avrebbe dovuto ricominciare la stagione 2019-2020, interrotta per la pandemia globale, il 30 luglio a Orlando senza pubblico presente, privando il basket di una componente importante per la sua riuscita. Così Microsoft, in collaborazione con l'NBA, ha studiato un modo per garantire la presenza di un pubblico virtuale negli stadi e rendere le partite coinvolgenti per tutti.
Grazie alla nuova funzionalità di Microsoft Teams, chiamata Together mode, sarà possibile avere un pubblico di avatar negli stadi:

"La modalità Together utilizza la tecnologia di segmentazione AI per riunire le persone in uno sfondo condiviso come una sala conferenze, una caffetteria o un'arena. Utilizzando i principi scientifici della cognizione e della percezione sociale, la modalità Insieme è più di uno sfondo virtuale che fa sentire virtualmente tutti più vicini"
Per poter utilizzare la nuova modalità Together di Microsoft Teams, l'NBA ha installato degli schermi a LED alti circa 5 metri lungo tre lati di ogni campo da gioco. Dal 30 luglio questi schermi sono stati riempiti con oltre 300 fan che partecipano dal vivo al gioco collegandosi alla funzione Teams di Microsoft. Lanciata durante il lockdown, questa modalità era stata ideata per creare migliori interazioni durante le riunioni di lavoro attraverso un proprio avatar e quello dei colleghi realizzato grazie all'intelligenza artificiale che segmenta viso e spalle e colloca le persone in uno spazio virtuale. La nuova modalità Together di Microsoft Teams è stata potenziata ed estesa anche allo sport per permettere ai fan di mantenere un senso di comunità mentre guardano le partite di basket. Microsoft, dà ai fan quindi la sensazione di sedersi uno accanto all'altro in una partita dal vivo senza lasciare il comfort e la sicurezza delle loro case. I giocatori, nel frattempo, sperimenteranno il loro supporto e vedranno la reazione in tempo reale dei fan. E gli spettatori che si sintonizzano sulla partita sentiranno l'energia della folla e vedranno gli stand virtuali pieni di fan.


MLB
Tutte le 30 squadre della MLB hanno già annunciato che adotteranno un falso rumore dei fan preso dai giochi "MLB: The Show di Sony", invece Fox Sports trasmetterà le partite con un pubblico virtuale.

Brad Zeger (produttore esecutivo e di Fox Sports): "Crediamo che la folla e vedere le persone sedute facciano parte di una trasmissione di sport di alto livello nelle principali leghe. Quindi volevamo trovare una soluzione per questo"
Per creare un pubblico virtuale nelle partite di baseball della Major League, Fox Sports userà una combinazione di tecnologie già precedentemente usato per il Super Bowl: in primis il software di realtà aumentata Pixotope, che sfrutta la grafica di Silver Spoon Animation in Unreal Engine di Epic, già in uso nei videogiochi e sui set per gli spettacoli. Unreal si differenzia dalla solita grafica cinematografica perché non usa la post-produzione ma il rendering in tempo reale, che risulta dunque adatto alle necessità della televisione, specialmente durante la diretta delle partite. Per completare la resa credibile di un pubblico virtuale SportsMedia Technology (SMT), società che gestisce la maggior parte degli overlay sportivi come i tabelloni segnapunti o altro, lavorerà per inserire la grafica nei feed live della videocamera. Saranno quattro le telecamere che permetteranno di vedere i fan virtuali. I tifosi potranno indossare le maglie della propria squadra, saranno di numero e densità variabile. In realtà, squadre, dogout e bullpen a parte, i ballpark della MLB sono desolatamente vuote. Mascotte della squadra di casa esclusa.


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domenica 26 luglio 2020

La Storia Di Dennis Wise: Follie In Campo e Fuori

Gianluca Vialli su Dennis Wise: "Potrebbe scatenare una rissa in una stanza vuota"

Dennis Wise, ex grande capitano del Chelsea, nacque a Kensington (Londra) nel 1966.
In carriera chiuderà con 79 gialli e 6 espulsioni (neanche tantissimo per quello che ha provocato dentro e fuori dal campo).
Centrocampista dai buoni mezzi tecnici ma anche tutto grinta e sostanza, la sua prima squadra non poteva che essere la "Crazy Gang" del Wimbledon.
A Plough Lane con i Dons è ricordato per il calciò di punizione che Sanchez trasformò in gol per uno dei più grandi giant-killing della storia della FA Cup: Wimbledon-Liverpool 1-0 (FA Cup 1988). Ai Dons, Wise ci era arrivato partendo dalle giovanili del Southampton (poi rilasciato, infatti i Dons lo presero free).
Al Wimbledon arriva nel 1985 e ci rimane sino al 1990.
Wise divide lo spogliatoio con Dave Beasant "Lurch", Eric Young (detto il "Ninja" per i suoi interventi), John Fashanu (fratello dello sfortunato Justin Fashanu, suicidatosi nel 1998 dopo aver pubblicamente ammesso la sua omosessualità) noto più per le botte che rifilava agli avversari che non per le reti realizzate e il cattivissimo Vinnie Jones ("Ho portato la violenza degli spalti direttamente sul terreno di gioco").
Allenati da Dave Bassett, che lascia l’incarico di manager nel 1987, vengono svezzati da Bobby Gould che porta il Wimbledon a trionfare a Wembley al primo anno in panchina.
Wise si trovò subito bene nell'ambiente del Wimbledon, visto che il moto di quella squadra era non fare prigionieri, incutere timore agli avversari, aggressività oltre ogni limite del regolamento, interventi duri senza cura della salute altrui, da codice penale appunto. Wise non potè che adattarsi a questo modo d'intendere il calcio. Dennis ci gioca come ala o comunque esterno (chiuderà con 27 reti in 135 presenze, non male). Nel 1990 arriva la grande occasione per il piccolo Dennis: il Chelsea.
A Stamford Bridge viene dirottato al centro.

"Il momento più bello col Chelsea fu la conquista della FA Cup del 2000 ma ricordo anche un altro bel momento: il gol a San Siro contro il Milan in Champions League. La cosa che mi inorgoglisce è aver superato Paolo Maldini: lui mi inseguiva ma io ero più veloce. I tifosi ci hanno fatto anche una canzone su quel gol"
I limiti caratteriali di Wise vennero fuori tutti: dopo l’esordio contro il Derby County, Wise si fa espellere 3 giorni dopo contro il Crystal Palace.
Spintoni e risse in campo soprattutto contro l’Arsenal: "Henry, Keown, Smith, Vieira... ci scontravamo sempre, era una sfida sempre molto sentita. Erano giocatori di spessore".
Fu Glenn Hoddle, da allenatore giocatore, nel 1993, a renderlo capitano. Da un lato per via della sua grande grinta, per l'attaccamento alla squadra, alla partita e per il suo ardore mai scelta poteva essere più giusta. Dall'altro lato la grinta irrefrenabile lo portava spesso e volentieri a scatenare risse venendo espulso. Gia nel 1994 perderà la fascia di capitano dopo un’espulsione contro il Newcastle. Ma Hoddle non poté resistere più di qualche mese prima di riconsegnare i gradi di capitano. L’anno successivo si guadagnò 3 mesi di prigione per aver distrutto un taxi in centro a Londra e aver colpito con un pugno l’autista, reo di aver fatto male alla sua compagna. Nel 1999 venne espulso e quindi accusato di aver morso il giocatore del Mallorca Marcelino Elena in Coppa delle Coppe, anche se venne in seguito scagionato dalla UEFA.
Pochi mesi dopo stoppò con un tackle un invasore di campo curdo durante una partita di Champions League contro il Galatasaray. Al Chelsea, Wise vincerà anche la Coppa delle Coppe e Supercoppa Europea (battuto il Real Madrid a Montecarlo) nel 1998, oltre alla già citata FA Cup. Eppure, al suo arrivo, furono momenti difficili. Nel 1999 fa espellere Butt che lo colpisce con una ginocchiata in pancia. Fino a quel giorno del 2001, quando, con Ranieri in panchina, Wise regge la prima stagione e poi fa le valigie andando al Leicester nell’estate del 2001. Con il Chelsea chiude con 53 reti in 332 partite. Al Leicester dura solo una stagione ma bastarono 2 partite per vedersi sventolare il primo rosso da giocatore delle Foxes dopo un diverbio con Patrick Vieira.
Ancora più bizzarre le sue iniziative fuori dal rettangolo di gioco: cena non pagata con annessa fuga pochi giorni dopo l’arrivo in città, discussione con Robbie Savage durante la festa di Natale dopo che Wise decise di regalargli un dildo. Ma è durante il tour estivo in Finlandia che arriva il più grave caso, quando decise di prendere a pugni il compagno di squadra Callum Davidson mentre questi era steso tranquillamente sul letto. Doppia frattura delle mascella per Davidson e licenziamento quasi istantaneo per Dennis.
Nel 2002 passa al Millwall dove resta tre anni prima di chiudere a Coventry. In mezzo, un breve ritorno dove era stato lanciato, a Southampton: 11 partite con 1 rete. In seguito prova una breve esperienza da manager con Millwall, Swindon Town e Leeds prima di diventare direttore sportivo del Newcastle.



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martedì 14 luglio 2020

Il Calcio Aggressivo Di Gareth Ainsworth e Le Promozioni Con Il Wycombe

Gareth Ainsworth è ricordato per una discreta carriera da giocatore soprattutto nelle file del Queens Park Rangers.
Una lunghissima carriera da giocatore terminata a 40 anni tra le file del Wycombe Wanderers.
Dopo una breve apparizione come assistente al QPR, la sua carriera da allenatore inizia nel 2012 proprio al Wycombe a seguito in seguito al licenziamento di Gary Waddock (4 punti in 7 giornate).
Tra 2012 e 2013 fu giocatore/manager del Wycombe.

Ainsworth (nel 2012 presa la squadra in piena zona retrocessione): "Lo spirito è alto. Non sono stati buoni solo i risultati, ma anche le prestazioni. È stato difficile per me continuare a dire ai ragazzi che il risultato sarebbe arrivato senza che fosse effettivamente arrivato. Pensavo che avrebbero smesso di credermi, ma sono contento che non lo abbiano fatto. Continuo a dire che non vinceremo tutte le partite, ma ci proveremo. Giocheremo sempre un calcio offensivo e cercheremo di abbattere i nostri avversari e di resistere.
Questa è la parola che ho portato nel club, si tratta di essere duri e resistenti. Sei un calciatore e dai il massimo per Wycombe Wanderers è quello che voglio ed è quello che mi stanno dando. È fantastico e rende il mio lavoro molto più semplice. Dico sempre ai ragazzi in allenamento che quando sei sulla palla non hai un'altra possibilità su di essa. Devi fare le cose bene la prima volta. È un piacere guidare questa squadra. I fan sono stati fantastici e l'intero club sembra unito. Se manteniamo questo spirito, non vedo nessuno che possa fermarci e intendo davvero questo: non temiamo nessuno in questa lega"

Ainsworth impostò una squadra dal gioco offensivo (4-3-3) e dal pressing alto.
La vittoria sul Fleetwood Town con rete di Andrade salvò il club dalla retrocessione. L'impronta voluta da Ainsworth si vede subito negli acquisti della stagione successive, dove vengono presi: gli attaccanti Jon-Paul Pittman, Steven Craig e Paris Cowan-Hall. Anche in quest'annata il Wycombe scampa miracolosamente dalla retrocessione.
L'anno successivo viene ristrutturata completamente la difesa ed arriva anche l'attaccante Paul Hayes dello Scunthorpe United. Grazie ad una vittoria per 1-0 sull'Hartlepool United il 3 gennaio i Wanderers raggiungono la vetta della classifica. Hayes terminò la stagione come capocannoniere mentre Wycombe chiuse al quarto posto (nella finale play-off al Wembley Stadium, dopo l'1-1 finale, persero ai rigori contro il Southend United).
Ainsworth firmò un nuovo contratto di cinque anni e mezzo nel gennaio 2015 venendo nominato Manager LMA dell'anno.
Nel 2015/16 per gravi problemi finanziari chiusero al 13° posto (nonostante l'Aston Villa club di PL venne portato al replay in FA Cup), l'anno successivo al nono posto (in FA Cup uscirono al quarto round a seguito di una sconfitta per 4-3 contro il Tottenham Hotspur a White Hart Lane).
Nel febbraio 2018, è stato nominato come manager EFL della settimana dopo aver fatto una tripla sostituzione offensiva con la sua squadra in 10 uomini e sotto 2-3 ad Adams Park contro il Carlisle Utd. Le sostituzioni ispirò la sua squadra a cambiare gioco facendo una rimonta straordinaria nei minuti di recupero per il 4-3 finale.

In un'intervista alla fine di quel mese, Ainsworth dichiarò che: "Abbiamo un unico modello, cioè solo quello della prima squadra ma funziona"
Infatti la sua squadra (al secondo posto in classifica) era composta principalmente da giocatori anziani, in quanto erano senza un'academy, senza una squadra riserve e senza un allenatore dei portieri.
I Wanderers terminarono la stagione 2017/18 al terzo posto ottenendo la promozione diretta, portando Ainsworth a dichiarare "Noi e l'Accrington essendo tra le prime 3 in questa stagione, abbiamo invertito le finanze di questa lega"
Il Wycombe chiuse a 9 punti dall'Accrington e a 4 dal Luton Town, realizzando 79 reti e subendone 60. Numeri assolutamente positivi considerando che, come ripetuto più volte, i Wanderers dal punto di vista economico, erano da anni tra le squadre meno attrezzate della League Two.
L'anno successivo conclusero la stagione 2018/19 in League One al 17° posto, a 3 punti dalla zona retrocessione (con 55 reti realizzate e 67 subite). Ainsworth ottenne proposte di contratto dal Sunderland, Barnsley, Notts County, Lincoln e dal Millwall ma decise di rimanere a Wycombe, affermando che gli sarebbe servito "qualcosa di speciale" per andarsene.

Marcus Bean (ex suo compagno al QPR): "La sua filosofia nella scelta dei giocatori riguarda anche il carattere. Non metterà mai sotto contratto un bad boy, quindi farà molte ricerche su come sia quel giocatore. Gareth cerca di creare uno spogliatoio armonioso dove non ci sono uova marce e tutti si stanno muovendo nella giusta direzione. Notevole è anche l'atteggiamento di 'non morire mai, non arrendersi mai' che ha promosso ad Adams Park. Se guardi molti tabellini del Wycombe, hanno spesso rimontato e segnato tante reti negli ultimi minuti. Questo è dovuto a lui, praticamente. Ha un atteggiamento da non arrendersi mai ed è quello che il Wycombe ha fatto per tutta la stagione"

Poi prosegue: "È un manager offensivo. È uno di quelli che guardano gli avversari giocare cercando di fermare i loro punti di forza e quindi d'imporre il proprio gioco. Tieniti forte, parti e sali con la palla al piede. E adora attaccare. I suoi punti di forza, per me, risiedono nella gestione degli uomini e nella sua capacità di ottenere il massimo da ogni giocatore. Ha aiutato molti giocatori a risolvere i loro problemi personali nel club ed è molto comprensivo"
Ovviamente non tutti la pensano così, ad esempio Joe Ramage (autore di SR-News), lo vede in bianco e nero al termine della partita contro il Sunderland: "Il gioco ad Adams Park assomigliava più a una rissa da bar che a una partita di calcio, era davvero brutale. Vorrei vederlo allo Stadium Of Light settimana dopo settimana? Assolutamente no. Però analizzandolo con maggiore lucidità, dopo 7 anni, stiamo parlando di uno dei manager più longevi del paese, in tutte e 4 le leghe. Il 46enne ha guidato per 335 partite i Chairboys, vincendone 138, perdendo 119 e pareggiando 84. Ha guidato il Wycombe lontano dalla zona retrocessione della League Two e dalla minaccia di abbandonare completamente la Football League. Inutile dire che questo è stato fatto con pochi soldi.
Ciò che Ainsworth ha fatto è utilizzare free agent e il mercato dei prestiti in modo vantaggioso in quel momento. Nel 2014 ha portato lo sconosciuto Alfie Mawson, dal Brentford, in prestito. La stagione di Mawson ad Adams Park sotto Ainsworth sarebbe stata il trampolino di lancio di quello che alla fine divenne un difensore dal valore di 20 milioni di sterline a Swansea e Fulham.
Mawson non è l'unico giovane con potenziale che Ainsworth ha portato a Wycombe sotto il suo mandato. Nel 2015 Luke O'Nien è stato preso dal Watford e acquisito con un trasferimento gratuito. Come ben sappiamo, c'è stato un utile profitto ottenuto dalla vendita di O'Nien che è diventato probabilmente uno dei migliori giocatori del Sunderland, sicuramente il più versatile e senza dubbio il più simpatico. Jamaal Blackman, il rispettabile portiere del Chelsea, è arrivato in prestito nel 2016 ottenendo 17 clean sheet, mentre il giocatore di spicco del Queens Park Rangers in questa stagione, Eberechi Eze, ottenuto sempre tramite prestiti ha segnato 5 reti in stagione"
A febbraio 2020 ha firmato un altro nuovo contratto che è stato semplicemente descritto come "a lungo termine". La stagione 2019/20 si è conclusa prima a causa della pandemia di COVID-19 mondiale, sebbene il Wycombe dopo 34 giornate figurava incredibilmente al terzo posto qualificandosi quindi per gli spareggi promozione (una squadra sicuramente più accorta difensivamente parlando rispetto agli anni di League Two ma va considerato che il materiale a disposizione è quello che è). Battuto in aggregate 6-3 il Fleetwood in semifinale, lo spareggio per la promozione in Championship vede i Wanderers battere per 1-2 l'Oxford con reti di Stewart e Jacobson. Il Wycombe sale in Championship per la prima volta nella sua storia!



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sabato 11 luglio 2020

La Truffa Degli Studenti Del MIT Nel Blackjack (Conteggio Carte)

Nei giochi di casinò si sa che la fortuna è tutto quello che occorre per vincere.
Fortuna ovviamente da unire all'abilità del giocatore, anche se c'è chi ha cercato di trovare il modo di battere cassa con l'ingegno provando a truffare il banco.
Dopo aver parlato della truffa al casinò Ritz attuata con un laser scanner, tra gli episodi più noti c'è sicuramente quello del gioco del Blackjack, quando negli anni 70 alcuni studenti universitari (MIT) vinsero milioni di dollari giocando nei casino di Las Vegas, utilizzando un sistema di conteggio delle carte, basato su calcoli matematici piuttosto complicati.
In questo gioco, nei casinò reali, è vietato contare le carte (in quelli online invece, i mazzi vengono rimescolati quindi pur volendo non serve a niente il conteggio).


IL GIOCO
Il Blackjack comprende 104 carte (due mazzi francesi).
Nel gioco l'asso può valere 11 o 1, le figure valgono 10, mentre le altre carte valgono il loro valore nominale.
I pali non hanno alcun valore.
La somma dei punti, al fine del calcolo del punteggio, avviene per semplice calcolo aritmetico.
Una volta che i giocatori hanno fatto la loro puntata, il banchiere procedendo da sinistra verso destra assegna a ciascuno una carta scoperta, assegnando l'ultima al banco.
Effettua poi un secondo giro di carte scoperte, senza però attribuirne una a se stesso.
Avvenuta la distribuzione, il mazziere legge in ordine il punteggio di ciascun giocatore invitandoli a fare delle scelte: essi potranno chiedere carta o stare, a loro discrezione.
Se un giocatore supera il 21 perde e il dealer incasserà la puntata.
Una volta che i giocatori hanno definito i loro punteggi il mazziere sviluppa il suo gioco seguendo la "regola del banco": egli deve tirare carta con un punteggio inferiore a 17.
Una volta ottenuto o superato 17 si deve fermare.
Se oltrepassa il 21 il banco deve pagare tutte le puntate rimaste sul tavolo. Una volta definiti tutti i punteggi, il mazziere confronta il proprio con quello degli altri giocatori, paga le combinazioni superiori alla sua, ritira quelle inferiori e lascia quelle in parità.
Il pagamento delle puntate vincenti è alla pari.
Con un Asso (11) e un dieci o una figura, il giocatore forma il cosiddetto "Blackjack", e ha diritto al pagamento di una volta e mezzo la posta scommessa; se il mazziere realizza anche lui il Blackjack la mano è considerata alla pari.
I giocatori se con le prime due carte hanno realizzato da 9 a 11 punti, possono raddoppiare la puntata al momento della chiamata ma possono chiedere una sola carta, e dopo aver ricevuto questa carta, fermarsi.
Se nella prima distribuzione il giocatore riceve due carte dello stesso valore può effettuare lo split: separare le due carte e aggiungere un'uguale puntata sulla seconda, proseguire il gioco come se il giocatore avesse due prime carte oppure aggiungere una carta su ciascuna carta separata.


LA TRUFFA DEL MIT TRAMITE CONTEGGIO DELLE CARTE
L'idea alla base del conteggio delle carte è che, una carta bassa è di solito negativa e una carta alta è di solito positiva. Le carte già viste dopo l'ultima mescolata non possono trovarsi nella parte superiore del mazzo, il contatore sarebbe in grado di determinare le carte alte e le carte basse che sono già state giocate. Così facendo si conosce la probabilità di ottenere maggiormente una carta alta (10, J, Q, K, A) rispetto ad una carta bassa (2, 3, 4, 5, 6).
Il gruppo del MIT si dividevano in vari compiti: tutti entrano nel casinò separatamente fingendo di non conoscersi e si dividevano in due gruppi (gli "esploratori", i quali giocavano sempre al minimo tenendo il conto delle carte, mandando poi segnali ai "puntatori" ogni volta che il tavolo diventava interessante).
In genere tre giocatori erano coinvolti nel sistema: un big player, un controller e uno spotter.
Lo spotter contava le carte e segnalava i mazzi favorevoli.
Il controller puntava poco e in modo costante, verificando il conto dello spotter. A quel punto arrivava al tavolo il big player che puntava forte e vinceva.
In seguito il gruppo crebbe fino a contare 80 giocatori provenienti da Cambridge ma anche da New York, New Jersey, Pennsylvania, California, Illinois e Washington.
Sarah McCord, nel team dal 1983, diventò la responsabile del reclutamento nella West Coast.
In certi momenti c’erano 30 giocatori che giocavano simultaneamente nei casinò di tutto il mondo. Molti membri venivano identificati e bannati, la particolarità era che la gran parte proveniva da Boston e dal MIT.
Il team del Massachusetts reclutava studenti attraverso volantini e passaparola nei campus universitari di tutto il Paese. I nuovi studenti venivano messi alla prova e addestrati gratuitamente.
I giocatori al termine dell’addestramento dovevano sottoporsi ad alcune prove, una serie di otto partite giocate con sei mazzi.
John Chang in un’intervista del 2002 ha spiegato che la squadra usava il conteggio ma anche tecniche avanzate di mescolazione e localizzazione dell’asso. Con il semplice conteggio delle carte si poteva avere un vantaggio del 2%, ma con le altre tecniche si saliva fino al 4%.



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domenica 5 luglio 2020

La Storia Di Alan Smith e Il Leeds Di David O'Leary

Alan Smith (soprannominato "Smudge") nacque nel 1980 a Sud Est di Leeds, precisamente a Rothwell, un paesino di 8,000 abitanti. Il suo primo club non poteva che essere il Leeds Utd, già nel 1996. E sarà quello che lo vedrà splendere ai massimi livelli nella sua carriera. Personaggio irruento, controverso, spigoloso ma che dà sempre il 100% in campo. Smith sin da giovanissimo trova la porta con una facilità disarmante ma ai goal unisce una ferocia impressionante. Gioca in attacco ma in realtà svaria su tutto il campo. Fa a sportellate con chiunque: prende botte e le ridà indietro con gli interessi.
Tant'è vero che diventerà uno dei giocatori più espulsi della Premier League (7 cartellini rossi al pari di Vinnie Jones Roy Keane, preceduto da Duncan Ferguson, Patrick Vieira e Richard Dunne a quota 8). A soli 18 anni Alan è già una stella che protagonista ad Elland Road. Gioca sempre ogni match come se fosse l’ultimo, non si risparmia. Accanto a lui viene messo come spalla prima Jimmy Floyd Hasselbaink e poi il gigantesco Mark Viduka. Insieme formano una coppia assolutamente perfetta per il Leeds dell'epoca e non solo.


LE SEMIFINALI DI CHAMPIONS LEAGUE 2000/01
Non a caso la Champions League 2000/2001 (vinta ai rigori dal Bayern Monaco) è ricordata per la splendida cavalcata del Leeds di David O’Leary. Ovviamente non c'erano solo loro due ma anche Harry Kewell, Jacob Burns, Lucas Radebe, Danny Hay, Gary Kelly, Ian Harte, Robbie Keane (arrivato dall'Inter), Nigel Martyn accompagnato dal giovane Paul Robinson, Rio Ferdinand, Jonathan Woodgate, Michael Duberry, Danny Mills, David Batty, Lee Bowyer, Jason Wilcox, Michael Bridges. La Champions League del Leeds iniziò dal terzo turno preliminare battendo il Monaco 1860 sia in casa che in Germania. La squadra di O’Leary si trovò inserita in un girone di ferro: Milan, Barcellona e Besiktas.
Difatti il debutto fu terrificante. Al Camp Nou finisce 4-0 con la doppietta di Kluivert e le reti di Rivaldo e Frank de Boer. Tre giorni dopo il Leeds perse in casa contro l’Ipswich Town, seconda sconfitta di fila in casa dopo quella contro il modestissimo Manchester City. La partita della verità a Leeds, senza Viduka e Kewell infortunati, contro il Milan che aveva vinto agevolmente la prima in Champions contro il Besiktas. La partita non fu di certo entusiasmante ma verso la fine un tiro della disperazione di Lee Bowyer con Dida che pasticcia s'infila in fondo al sacco. Dopo la partita con i rossoneri, il Leeds inizia a volare e travolge i turchi 6-0. Il Milan si impose 0-2 al Camp Nou e gli inglesi si ritrovano in testa al girone.
Le ultime tre partite finirono tutte con tre pareggi: il pareggiò a Milano consentì il passaggio del turno sia al Milan come primo del girone, sia del Leeds come secondo. Il Barcellona è fuori.
Nella seconda fase dei gironi (prima la Champions non aveva gli ottavi di finale, bensì i doppi gironi che portavano direttamente ai quarti di finale) il Leeds pescò, ancora una volta, nel girone una spagnola e un’italiana: Il Real Madrid campione in carica e la Lazio più forte di sempre. L’Anderlecht completava il girone. Ci risiamo, il Leeds stecca al debutto, sconfitto in casa dal Real Madrid. La seconda partita, all’Olimpico, era già la partita della verità, tutte e due le squadre avevano bisogno di vincere, anche la Lazio aveva perso al debutto contro i belgi.  Partita molto tirata ma ancora una volta  i minuti finali portano bene al Leeds, questa volta grazie ad un gol Alan Smith. Alla vigilia della terza giornata la situazione era questa: Real Madrid a punteggio pieno con 9 punti, Leeds 6 punti, Anderlecht 3 e Lazio a 0 punti. La qualificazione ai quarti arriverà vincendo sul campo dell’Anderlecht e pareggiando in casa contro la Lazio. Il Leeds entra nella storia: ecco quarti di finale della Champions League. La squadra sfidante fu il Deportivo che aveva eliminato, insieme al Galatasaray, il Milan nel girone. L’andata si giocò all’Elland Road. I tifosi del Leeds la definirono la partita perfetta. Ian Harte, Alan Smith e Rio Ferdinand travolgono il Deportivo. Le semifinali sono vicine. Il ritorno finisce 2-0 per gli spagnoli ma non è sufficiente per ribaltare il risultato dell’andata. La semifinale è il capolinea di questa bellissima storia, finita a Valencia con le reti di Mendieta e Juan Sanchez. L’espulsione di Alan Smith fu il simbolo di questa cavalcata.


GLI ARRESTI DI WOODGATE, BOWYER E HACKWORTH
Il Leeds dell'epoca era una squadra davvero particolare, oltre alle risse in campo e ai falli (spesso cattivi) di Alan Smith venne ricordato per un bruttissimo episodio di cronaca nera. A seguito di una breve indagine furono arrestati per aggressione: Jonathan Woodgate, ai tempi 19enne, nazionale inglese, Lee Bowyer e Tony Hackworth. Venne arrestato anche Michael Duberry non sospettato di avere partecipato all' aggressione ma di avere dato un passaggio ai compagni subito dopo.
Calci e botte mentre era a terra e il sangue che gli copriva la faccia: vittima fu un giovane di origini indiane di 19 anni Sarfraz Najeib, la cui colpa fu quella di essersi trovato nel posto sbagliato, la serata sbagliata e soprattutto col colore della pelle sbagliato. I tre si fermarono solo dopo avergli rotto il setto nasale, fratturato una mandibola, spezzato una gamba, provocato ferite in tutto il corpo e una forte contusione alla testa. L' episodio si verificò nella notte del 12 gennaio 2000 davanti al "Majestyc", discoteca punto di ritrovo della città, la cui insegna al neon azzurro domina il centro di Leeds all' incrocio tra City Square e Wellington Street. Secondo la polizia "Aggressione razzista senza attenuanti". I ragazzi che frequentavano abitualmente il "Majestyc" chiusero l' episodio come un tragico incidente: "Quelli sono "Drughi" da Arancia Meccanica, delinquenti prima di essere razzisti". In realtà l' aggressione di Najeb rappresentò solo l' ultimo caso di violenza a Leeds, da sempre considerata culla del razzismo inglese. Il Leeds ai tempi era secondo in classifica e dire che aveva offerto anche 36 miliardi al Leicester per Emile Heskey. Prima ancora che i due club si sedessero a trattare, Heskey dirà: "Lì non ci vado, non mi interessano i soldi, neanche se offrissero il quadruplo della somma che posso immaginare. Non fa per me, troppo rischioso. Io calcio un pallone, non metto in gioco la vita".


I PROBLEMI FINANZIARI, LA RETROCESSIONE E IL TRADIMENTO DI SMITH
Il Leeds di quegli anni (almeno sino al 2002, anno in cui O'Leary fu licenziato lasciando il posto a Terry Venables) comunque sarà sempre ben ricordato da tutti, anche se nel 2004 a seguito di gravi problemi economici andrà incontro alla retrocessione. In Premier League, Alan metterà a segno 38 gol in 172 presenze.

Una delle frasi che rimarrà nella storia di Smith fu: "Non andrò mai al Manchester Utd, sarò sempre un giocatore del Leeds"

Tra le due squadre, storicamente, c'era stata sempre una grande rivalità. Alan però non riuscirà a sottrarsi dalle lusinghe di Ferguson e finirà proprio all'Old Trafford nel 2004 (e sino al 2007). Va sottolineato comunque che il Leeds aveva più volte affermato di non potergli pagare lo stipendio e che quindi la cessione era inevitabile. Dai tifosi comunque verrà sempre etichettato come "Giuda" (nonostante rinunciò al bonus personale di trasferimento perchè il Leeds era al collasso finanziario).
Non furono begli anni quelli di Manchester, non fosse altro perchè queste stagioni saranno contraddistinte da bruttissimi infortuni (rottura di gamba e caviglia) e dal fatto che Sir Alex vedrà in lui il nuovo Roy Keane (cioè veniva schierato in mezzo al campo e non in attacco). Effettivamente la carriera di Smith finirà proprio con l'uscita dal Leeds, seppur giovanissimo perchè anche negli anni al Newcastle (dal 2007 al 2012) venne reinventato centrocampista centrale, convincendo sino ad un certo punto. Del resto quando tradisci, la vita diventa spesso un luogo ostile da abitare. Saranno poi il Milton Keynes Dons e il Notts County ad accoglierlo nelle serie inferiori, sino al 2018, anno del suo ritiro.



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