Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta Omicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Omicidio. Mostra tutti i post

sabato 7 febbraio 2026

La Storia Di Ron Williamson: L’Ingiusta Condanna Che Sconvolse l’America (MLB)

La storia di Ron Williamson, ex giocatore degli Oaklans Athletics, fu molto particolare perchè venne accusato ingiustamente dell'omicidio di Debbie Carter e salvato 5 giorni prima dell'esecuzione (iniezione letale) grazie al DNA e alla saliva che apparteneva ad uno dei suoi accusatori.
La vittima si chiamava Debbie Carter. Quando morì, la notte del 7 dicembre 1982, aveva 21 anni. Abitava nella cittadina di Ada, in Oklahoma. Lavorava come cameriera in un albergo (il Coachlight). A trovare Debbie fu un’amica, la mattina dopo l’omicidio. Quando la polizia locale entrò nell’appartamento di Debbie Carter, la giovane era già senza vita. Le prime analisi stabilirono che era stata picchiata, violentata e strangolata. La tragedia scosse la cittadina di Ada. A pochi passi da casa sua viveva Ron Williamson, ex promessa del Baseball ormai precipitato in un vortice di alcol, droghe e instabilità mentale. Un tempo Ron sognava la Major League: era stato persino ingaggiato dagli Oakland A’s. Ma un infortunio alla spalla aveva mandato in frantumi i suoi sogni. Da potenziale campione, si era ritrovato a vagare senza meta, tra ricoveri psichiatrici e periodi di vagabondaggio. Il suo profilo, fragile e irregolare, bastò a trasformarlo nel sospettato.


LE ACCUSE VERSO WILLIAMSON
Nel dicembre 1982, Williamson e il suo amico Dennis Fritz vennero accusati di aver ucciso Debbie Carter. Nonostante l’alibi fornito dalla madre di Ron, che lo aveva visto a casa la notte dell’omicidio, gli investigatori giudicarono la testimonianza poco credibile. A pesare, più che le prove, furono la reputazione dei due uomini e vecchie accuse di violenza, dalle quali Ron era già stato scagionato ma che continuarono a perseguitarlo. Alcuni frequentatori dei locali notturni della zona raccontarono che nelle settimane precedenti Ron si era comportato in modo strano, importunando donne e manifestando chiari segni di instabilità. Era stato definito sociopatico, schizofrenico, paranoico. Tutto contribuì a un quadro che sembrava portare dritto a lui. Durante un interrogatorio, ubriaco, rilasciò quella che gli inquirenti definirono una "confessione onirica". A casa sua venne trovato anche "Dreams Of Ada", un libro di cronaca nera che descriveva un omicidio sorprendentemente simile a quello di Debbie. Per gli investigatori fu la conferma della colpevolezza: Ron, a loro giudizio, aveva emulato il delitto descritto nel libro.


ACCUSE DI ALTRI DETENUTI
La situazione dei due imputati degenerò ulteriormente quando diversi detenuti sostennero di aver ricevuto confidenze sull’omicidio. In cambio, ottennero benefici di pena. Ma la testimonianza più pesante fu quella di Glen Gore, assiduo frequentatore del locale dove Debbie lavorava, che affermò di aver visto la ragazza in compagnia di Ron la sera del delitto. Nel 1988, sei anni dopo il fatto, Williamson fu condannato a morte. A Fritz toccò l’ergastolo. Ron trascorse più di un decennio nel braccio della morte, ad un passo dall’iniezione letale. 


CASO RIAPERTO E CONDANNA DI GLEN GORE
Nel 1994, cinque giorni dall’esecuzione, la Corte Federale sospese la sentenza per riesaminare il caso. L’avvocato Mark Barrett, convinto della sua innocenza, ottenne nuovi test scientifici. Le analisi del DNA raccontarono un’altra storia: nessuna traccia biologica presente sulla scena del crimine apparteneva a Williamson o a Fritz. Neppure il famoso capello "compatibile", considerato a lungo la prova regina. Nel 1999, diciassette anni dopo il delitto, i due uomini furono dichiarati innocenti. Il DNA trovato sul corpo di Debbie Carter apparteneva proprio a Glen Gore, il testimone chiave dell’accusa. Gore tentò la fuga, ma venne catturato e condannato. 


LA MORTE DI WILLIAMSON
Dopo essere uscito di prigione aveva ottenuto un risarcimento di cinque milioni di dollari e cambiato casa diciassette volte in cinque anni. Diceva di aver trovato la fede, ma non riuscì mai a liberarsi dall’alcol, il demone che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Nei rari momenti di sobrietà andava a trovare Mark Barrett, l’avvocato che gli aveva salvato la vita. Seduti insieme nel suo studio, suonavano la chitarra, senza mai nominare quella lunga e dolorosa battaglia contro un’ingiustizia che aveva segnato entrambi. La vicenda colpì lo scrittore John Grisham, che la raccontò nel libro "Innocente – Una storia vera", pubblicato nel 2006. Ma Ron non poté mai leggerlo. Morì un anno e mezzo prima dell’uscita, consumato dalla cirrosi epatica, a soli 51 anni.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

giovedì 25 febbraio 2021

La Storia Di Rubin Carter: Arrestato Ingiustamente Per Triplice Omicidio (Boxe)

La storia di Rubin Carter "Hurricane" è del tutto particolare.
Nato il 6 maggio 1937 a Paterson, New Jersey, in una famiglia con sei fratelli, ebbe i primi problemi con la legge appena compiuti i 14 anni (per aggressione e furto).
Nel 1954 scappa e si arruola nell'esercito.
Superato l'addestramento a Fort Jackson, Carolina del Sud, viene trasferito in Germania, dove inizia a fare Boxe. Non è però un buon soldato e per quattro volte in 21 mesi finisce davanti alla Corte Marziale per insubordinazione: lo giudicano non idoneo al servizio e lo congedano nel 1956.
Al ritorno in New Jersey lo arrestano e lo condannano per una fuga dal riformatorio.
Sconta la pena ma incorre subito in un altro incidente di percorso: aggredisce e rapina una donna di mezza età e ritrova subito il carcere del New Jersey, che lo ospita questa volta sino al settembre 1961. Continua poi a boxare e pare possa diventare un campione.
Nonostante la piccola statura (170 cm), Carter combatte da peso medio e gli avversari temono lo sguardo e la testa rasata li intimidisce.
Nasce il nomignolo "Hurricane" ("Uragano"), che lo accompagnerò per tutta la sua breve ma emozionante carriera.
Rubin batte avversari di valore: Holley Mims, Gomeo Brennan e George Bentos sono le sue credenziali del 1963, tanto che nel luglio di quell’anno la rivista Ring Magazine lo inserisce nella sua "Top 10".
Diventa sfidante al titolo mondiale dei medi, allora detenuto da Joey Giardello.
Il match si disputa a Philadelphia, Carter è in vantaggio ai punti, ma i giudici all'unanimità ribaltano il verdetto: a bordo ring si scatena un vero e proprio putiferio, ma Carter non inoltra alcun reclamo.
Sempre nel 1964, Carter prende posizioni radicali durante i violenti disordini razziali scoppiati a luglio nel ghetto di Harlem dopo che un poliziotto aveva ucciso un ragazzo nero di 15 anni.
Un atteggiamento ribelle (per i tempi ma forse anche per oggi) per il quale è controllato attentamente dalla polizia di Paterson.

IL TRIPLICE OMICIDIO NEL LAFAYETTE BAR
Poco dopo comunque, arriva il dramma che ne chiude la carriera: il 17 giugno 1966, presso il Lafayette Bar di Paterson, New Jersey, intorno alle 2,30 del mattino due uomini di colore entrano nel locale e sparano all'impazzata.
Due morti, un'altra donna muore un mese dopo per le ferite riportate, il solo sopravvissuto perde un occhio.
Il criminale Alfred Bello è presente e avverte la polizia. Gli assassini sono a suo dire due uomini di colore che sono scesi da un’auto bianca. E la macchina di Rubin Carter coincide con quella vista dai testimoni: anche il suo amico, John Artis, viene fermato dalla polizia, che li porta sul luogo della strage. Nessuno prende le impronte digitali dei due né li sottopone alla prova del guanto di paraffina per capire se avessero sparato di recente. Vengono quindi lasciati andare, ma in seguito la polizia trova nella macchina di Carter una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, gli stessi usati nell'omicidio al bar.
Alfred Bello supera l’esame della macchina della verità e viene considerato attendibile, contribuendo così alla condanna di Carter (allora 30enne) e Artis.
Oltre a ciò, sulla sentenza probabilmente influiscono i suoi piccoli precedenti ed anche la giuria interamente bianca che di fatto interrompe una carriera che vantava, fino a quel momento, 27 vittorie, 12 sconfitte e un pareggio in 40 incontri, con 8 KO e 11 KO tecnici.
In seguito Bello ritratta la testimonianza e Carter e Artis chiedono un nuovo processo, che viene però negato dal giudice.
Nel 1975 Bob Dylan dedica la canzone "Hurricane" (dell'album "Desire") proprio a Carter e spinge anche per la riapertura del caso, l’anno successivo la Corte Suprema degli Stati Uniti concede un nuovo procedimento, durante il quale Bello cambia nuovamente versione e torna a sostenere la colpevolezza dei due: Carter e Artis vengono nuovamente condannati all'ergastolo (stavolta anche due afroamericani nella giuria), ma dopo tre anni i loro avvocati si appellano alla Corte Federale.
Bob Dylan e la casa discografico vengono anche denunciati per diffamazione (per i versi della canzone).
Si arriva così al 1988, quando i procuratori del New Jersey archiviano gli atti d'accusa originali, facendo quindi cadere l'intero procedimento.
Nel mentre però i due si erano fatti ben 19 anni, per un triplice omicidio mai commesso.
A 48 anni Carter torna libero ed entra a far parte di un'associazione che si batte per le vittime incolpevoli e ingiustamente carcerate.
Hurricane è morto nel 2014 (a 76 anni), per un tumore alla prostata.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

domenica 10 aprile 2016

Il Caso O.J. Simpson: L'Omicidio, Il Processo Del Secolo e La Condanna Di 33 Anni

O.J. Simpson, classe 1947, nato a San Francisco, è stato uno dei giocatori più forti della storia della NFL.
Sicuramente non una carriera continua ma gli anni di massimo splendore (1972 e 1973 addirittura MVP) lo fecero balzare agli onore delle cronache.
Giocava Running Back per i Buffalo Bills, poi, a carriera quasi finita corona il suo sogno: quello di giocare per i San Francisco 49ers.
Ma ormai la sua carriera sportiva era gli sgoccioli.
Alternava comunque il Football Americano con il cinema, dopo la sua carriera NFL lo ricordiamo in tanti film di successo (ad esempio "La Pallottola Spuntata").
Una volta attore trattasi di uno degli afroamericani più popolari degli anni 70 e 80, anche se tendenzialmente un comprimario, più che un protagonista.
Lo si vede anche in “Radici”, “Capricorn One”, “Inferno di Cristallo”, “Cassandra Crossing”, etc


IL MATRIMONIO, LE VIOLENZE DOMESTICHE E IL DIVORZIO
In seconde nozze sposa una ragazza californiana nel 1985, la poco più che adolescente Nicole Brown.
Nascono due bambini, il quadretto è idilliaco.
Almeno così pare.
Nicole inizia a lamentare violenze domestiche (ci sono anche registrazioni), partono denunce ed esistono anche fotografie del suo viso tumefatto.
OJ è sotto accusa.
Lei chiede e ottiene la separazione (1992) e si concede brillanti serate californiane, in giro per feste e locali.


IL PRESUNTO OMICIDIO DELLA MOGLIE E DI RONALD GOLDMAN (12 GIUGNO 1994)
Un giorno l'ex moglie Nicole va al ristorante con il suo parrucchiere/amico Ronald Goldman.
Secondo altri invece, lui è un cameriere e la raggiunge a casa in un secondo tempo, per restituirle gli occhiali dimenticati al tavolo; comunque egli viene indicato come amante, quando, più probabilmente, era un amico.
I due spariscono nella notte e vengono ritrovati davanti a casa di lei (a Brentwood), nel vialetto, accoltellati a morte (lei colpita alla gola, lui colpito con 17 pugnalate).
I figli di Nicole dormono in casa, nessun testimone assistette all'omicidio.

“Ricordo di aver pensato subito: mio Dio, devo stare attento a non finire in questo lago di vernice rossa. Poi capii che era invece sangue umano. C’erano 2 cadaveri, una donna e un uomo. La donna aveva la testa quasi recisa dal collo. L’uomo era pieno di ferite di coltello. 
Ne contai almeno 10, ma poi scoprimmo che erano 17. Non avevo mai visto un massacro simile”

Così il detective della polizia di Los Angeles, Fuhrman, descrisse la scena del crimine come gli si presentò la notte del 12 giugno 1994, quando le autorità accorsero alla telefonata allarmata di un residente della zona che aveva notato una sagoma stesa a terra sul viale d’ingresso di una delle abitazioni vicine.
Scoperti i due corpi, la polizia di Los Angeles è comunque prudente quando i sospetti assassini sono celebrità, ma deve pur sempre interrogare l’ex marito: si era tra la notte del 12 giugno e il 13.
L'arma del delitto era scomparsa ma venne ritrovato un guanto con tracce di sangue (probabilmente l'assassino si era ferito quindi le tracce di sangue avrebbero potuto permettere l'individuazione del killer tramite DNA).
Il Dipartimento di polizia di Los Angeles cercò di contattare Simpson: venne a sapere che aveva preso un aereo diretto da Los Angeles a Chicago alle 23:45.
Dopo essere stato informato della morte della ex moglie, Simpson tornò a Los Angeles nel primo pomeriggio del 13 giugno, fu subito ammanettato dalla polizia e portato in questura per essere interrogato: lo rilasciarono poche ore dopo, e lui, il giorno dopo, assunse un avvocato, Robert Shapiro.
Col passare delle ore, in seguito al ritrovamento in giardino di alcune macchie di sangue compatibili con quello di Simpson, i sospetti continuarono ad aumentare e l’attenzione della polizia di Los Angeles si concentrò su di lui, che intanto aveva anche preso parte ai funerali della ex moglie.


LA FUGA E L'INSEGUIMENTO DELLA POLIZIA
Nella notte tra il 16 e il 17 giugno, quando cioè le indagini portarono alla formulazione dell’accusa per duplice omicidio di primo grado (reato per cui avrebbe anche potuto essere condannato a morte), Simpson si trovava a casa di Robert Kardashian, che abitava nella San Fernando Valley, sud della California.
La polizia telefonò all’avvocato Shapiro intorno alle 8 e 30 del mattino, e gli disse che Simpson era accusato dell’omicidio e che avrebbe dovuto consegnarsi spontaneamente alla polizia di Los Angeles entro le 11, dopodiché se non lo avesse fatto sarebbe stato considerato un latitante.
Alle 10:45 Shapiro che intanto era corso a casa di Kardashian, dove Simpson aveva passato la notte ricevette dalla polizia un’altra telefonata in cui gli veniva esplicitamente richiesto di riferirgli il posto in cui si trovava il suo assistito.
Shapiro comunicò il luogo alla polizia e disse che il ritardo era dovuto ad alcune visite mediche a cui Simpson si stava sottoponendo (nei giorni precedenti, a Simpson era stata diagnosticata una forte depressione, come più volte sostenuto dal suo avvocato).
Una macchina della polizia arrivò a casa di Kardashian alle 11, gli agenti entrarono e trovarono Shapiro, Kardashian e diversi medici, ma non Simpson e Cowlings, che intanto erano scappati da una porta sul retro con una Ford Bronco bianca.
A quel punto l’avvocato Shapiro tenne una conferenza stampa in cui annunciò che Simpson era in fuga ed era molto turbato, al punto di poter commettere un suicidio; parlò anche Kardashian, che lesse una lettera scritta da Simpson in cui si dichiarava innocente, e che somigliava alla lettera di un suicida.
Intorno alle 2 del pomeriggio il comandante David Gascon della polizia di Los Angeles annunciò ai media, piuttosto alterato, che Simpson era ricercato per duplice omicidio.
In quei giorni la polizia era già stata criticata da una parte dell’opinione pubblica per aver temporeggiato troppo tempo prima di procedere all’accusa e all’arresto di Simpson.
Martedì 17 giugno 1994, l’emittente televisiva statunitense NBC interruppe la partita dei playoff di basket NBA tra New York Knicks e Houston Rockets per trasmettere in diretta come già stavano facendo CBS, ABC e CNN, e tutti i principali canali televisivi americani...l’inseguimento del popolare ex giocatore di football e attore statunitense O.J. Simpson da parte delle macchine della polizia lungo l’autostrada Interstate 405 di Los Angeles.
Una ventina di elicotteri riprese tutto l’inseguimento.
Su NBC la trasmissione della partita delle finali NBA che negli Stati Uniti è uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno fu mantenuta in un piccolo riquadro in basso a destra.
A bordo della Ford  bianca inseguita dalla polizia c’erano come detto O.J. Simpson sul sedile posteriore (armato di una pistola) e Al Cowlings, suo ex compagno di squadra nei Buffalo Bills, che guidava la macchina.
Il detective Fred Lange, che stava seguendo il caso, telefonò a Cowlings sul cellulare, e lui rispose dicendo che Simpson si trovava sul sedile posteriore e che gli stava tenendo un pistola puntato alla testa.
La polizia continuò a inseguire la Bronco fino a casa di Simpson a Brentwood, dove arrivarono intorno alle 19:45.
Cowlings parcheggiò la Bronco nel vialetto, gli agenti di polizia circondarono la casa, e Cowlings scese dalla macchina gridando il suo nome con le mani in alto, ed entrò in casa.
Simpson rimase nella macchina per circa un’ora, minacciando di uccidersi: alla fine, dopo circa un’ora, scese dalla macchina e si arrese.
La polizia gli confiscò la pistola (una 357 Magnum), dei baffi e un pizzetto falsi e una foto di famiglia che aveva tenuto con sé durante l’inseguimento.
Gli permisero comunque di entrare in casa, usare il bagno e telefonare alla madre, dopodiché fu trasportato al dipartimento di polizia.
Le accuse furono: omicidio, sequestro di persona, tentata fuga e resistenza a pubblico ufficiale.
Ricapitolando c’è una fuga, un guanto sporco di sangue sul luogo del delitto, ci sono impronte sul viale, sembra tutto chiaro.


IL PROCESSO DEL SECOLO (24 GENNAIO 1995)
Nessuno dubbio che sarebbe stato dichiarato colpevole, in quello che verrà definito "il processo del secolo".
Senza nascondere il timore di non essere creduto, O.J. va al processo con un pool di avvocati chiamato “dream team”.
Una volta consegnatosi, furono trovate: tracce del sangue della vittima all'interno della sua macchina, impronte delle sue particolarissime scarpe sul luogo del delitto, e, sempre nelle vicinanze del cadavere, un guanto di pelle il cui paio giaceva solitario in fondo a un cassetto di casa sua.
Ce n'era abbastanza per mandarlo direttamente all'ergastolo.
Il "dreamteam" di avvocati difensori, guidati da Bob Shapiro e Johnny Cochran, iniziò così un sistematico gioco al massacro contro ogni singola prova presentata dal pubblico ministero: O.J. era scappato? Si perchè sapeva che la polizia di Los Angeles, notoriamente razzista, cercava di incastrarlo.
Le impronte delle scarpe? Per quanto particolarissime, potevano essere appartenute anche ad altri.
Il test del DNA? Il sangue trovato nella macchina di Simpson non aveva seguito l'iter raccomandato dai manuali, e quindi c'era la remota possibilità che il test fosse stato manipolato.
Il guanto ritrovato sul luogo del delitto? Con una mossa a sorpresa, il guanto fu fatto provare a Simpson in aula, in diretta TV, e risultò troppo stretto per lui da calzare.
Nessuno fece troppo caso al fatto che Simpson indossasse già un sottile guanto di gomma (teoricamente "per non inquinare" la prova), che evidentemente non facilitava l'operazione, nè venne in mente ad alcuno di domandarsi, a quel punto, che cosa ci facesse Simpson con l'altro guanto, identico a quello, visto che gli stavano piccoli.
In particolare la prova del DNA, scalda il cuore degli americani afro, sostenitori  a spada tratta dell’innocenza dell'uomo.
Qualcuno gli diede un farmaco per ritenere i liquidi, un altro per gonfiarlo, gli ordinò di non urinare, così la sua mano ingigantita non sarebbe entrata nel guanto ormai secco e rimpicciolito, che la difesa si era dimenticata per mesi al caldo.
Ma forse non serviva, perchè la giuria (8 donne nere su 12) dopo nove mesi ci mise appena tre ore a dire: not guilty.
Infatti dopo 253 giorni di udienze, 126 testimoni...il giudice, Lance Hito, incredibilmente lo assolve: l'assassino più innocente del mondo?
L'agente Fuhrman viene inoltre accusato di aver inquinato le prove: secondo la difesa lui odiava i bianchi.
O.J. tira un sospiro di sollievo.
I ghetti festeggiano, la famiglia di Ron si dispera, la sorella di Nicole promette di non dimenticare e fa causa.


MA FU VERAMENTE INNOCENTE?
«Abbiamo fatto la cosa giusta» disse la giurata di 24 anni che non riusciva a trovare lavoro, mentre quella di 37 anni al quale la polizia aveva arrestato ingiustamente un figlio solo perché aveva la stessa data di nascita e nome di un sospetto, annuiva.
Nonostante la bravura del team difensivo, ovviamente, ben pochi si convinsero dell'innocenza di Simpson, ma il "trucco" stava proprio qui: attaccando ogni singolo indizio separatamente, la difesa aveva offerto alla giuria la possibilità "tecnica" di dichiarare che non esistessero elementi per condannare Simpson "oltre ogni ragionevole dubbio".
Tanto bastò per farlo assolvere, senza nemmeno la possibilità che finisse nuovamente sotto processo (in base  al principio costituzionale detto "double jeopardy").
Talmente sorpreso fu lo stesso Simpson alla lettura del verdetto, che si dimenticò completamente di esultare con il classico "giustizia è fatta" (che ci si aspetta di solito da un vero innocente), e rivolse invece un silenzioso "thank you" con le labbra alla giuria che lo guardava compiaciuta.
Naturalmente Simpson, una volta libero, si dimenticò anche di dare la caccia al vero assassino della madre dei suoi figli.


IL PROCESSO CIVILE (1997)
In modo strabiliante però, nel processo civile che seguirà (1997), i giudici stabiliranno che O.J. deve un sacco di soldi ai parenti delle vittime: perché mai, se è innocente?
E’ la legge americana, anzi californiana, che introduce cavilli un po’ astrusi per distinguere i livelli di responsabilità, e forse vuol favorire i risarcimenti e sgombrare le aule da processi lunghi e imbarazzanti.
Simpson come detto perse poi la causa civile, perse i soldi, perse tutto.
Il risarcimento lo dissanguò: 8,5 milioni di dollari.
Il Dream Team, lo staff dei suoi legali, gli succhiò il resto.


INTERCETTAZIONI E DICHIARAZIONI
«Se non avesse aperto la porta con quel coltello in mano, forse ora sarebbe ancora viva».
Con queste parole O.J.Simpson avrebbe confessato a un amico, o presunto tale, l’omicidio dell’ex moglie.
La verità nascosta su una delle vicende processuali più controverse della storia americana è contenuta in un libro dal titolo «Come ho aiutato O.J. a evitare la condanna per omicidio».
L’autore è Mike Gilbert, un commerciante di articoli sportivi che sostiene di avere ascoltato la confessione dallo stesso ex campione di Football Americano, pochi mesi dopo la sua assoluzione.
Un momento di debolezza in cui Simpson, sotto l’effetto di marijuana, sedativi e alcol, rivelò cosa accadde veramente la notte del 12 giugno 1994.
Si era recato a casa della moglie senza portare con sé alcun coltello o altre armi da taglio.
Fu invece la moglie, Nicole Brown Simpson, che si presentò alla porta con una lama lunga diversi centimetri.
«Se non l’avesse impugnata probabilmente sarebbe ancora viva», avrebbe confidato l’ex campione di football a Gilbert.
«Non c’è nulla da aggiungere O.J. ha confessato, non ci sono dubbi al riguardo».
Nicole e il suo presunto amante, Ronald Goldman, furono uccisi con diverse fendenti, ma l’arma del delitto non fu mai ritrovata.
Sembra inoltre che sia stato proprio Gilbert a suggerire all’amico come farsi venire un gonfiore alle mani assumendo alcuni medicinali per dimostrare che i famosi guanti sporchi di sangue indossati dall’omicida non erano i suoi.
Per Yale Galanter, il legale dell’ex giocatore, sono accuse prive di fondamento: «Farneticazioni di una persona che ha problemi di tossicodipendenza, ha bisogno disperato di denaro e ha conti in sospeso con il fisco».
Gilbert, che ammette di aver avuto problemi con il fisco americano ma respinge le accuse di tossicodipendenza: «Sono pronto a sottopormi agli esami clinici, non so se Simpson sarebbe disposto a farlo».
Inoltre nel 2005 uno dei legali del campione, Lee Bailey, dichiarò pubblicamente che Simpson, al tempo del processo, aveva fallito il test della macchina della verità e che i risultati erano stati nascosti per non aggravare la sua posizione.
Simpson non si scompose: "Io sono sereno in ogni caso. Se anche i cadaveri uscissero dalle tombe e mi accusassero di essere l’assassino, non si può essere processati 2 volte per lo stesso crimine. Sono stato assolto. Questa è la verità e l’America e il mondo devono accettarla".


ANNI RECENTI: LA CONDANNA A 33 ANNI PER FURTO E SEQUESTRO DI PERSONA
Per la cronaca O.J. cederà di nuovo nel vizietto di alzare le mani con un’altra sua compagna.
L'8 marzo 2004 il canale televisivo via cavo DirecTV accusò Simpson davanti ad una Corte Federale di Miami di uso illegale di apparecchiature elettroniche per captare abusivamente il segnale televisivo.
Simpson venne condannato al risarcimento di 25.000$ alla compagnia, oltre a pagare 33.678$ per spese processuali e parcelle agli avvocati.
A settembre 2007 fu arrestato per furto con scasso, accusato, insieme a quattro amici, di aver rubato da una stanza d'albergo a Las Vegas dei cimeli che, a suo dire, gli erano stati a sua volta sottratti tempo prima.
Simpson sostenne di non essere entrato con un'arma da fuoco nella stanza d'albergo, pur ammettendo di aver portato via diversi oggetti che, a suo avviso, gli appartenevano di diritto.
Nel 2008 verranno formalizzate le accuse: rapina a mano armata e sequestro di persona.
Giudicato colpevole di tutti e 12 i capi di imputazione, verrà condannato dal Tribunale di Las Vegas a scontare 33 anni di carcere.
Ci fu poi una registrazione dell'incontro nella quale si sente la voce di Simpson che, all'inizio, dice: «nessuno si muova o si farà male» e alla fine, andandosene, chiede ad uno dei suoi complici: «non l'avrai mica tirata fuori?»
Nonostante il verdetto, Simpson si è sempre difeso sostenendo di non sapere che i suoi complici erano armati.


LA PRESUNTA CONFESSIONE DI UN SERIAL KILLER
Nel 2012 il serial killer Glen Edward Rogers, detenuto nel braccio della morte, avrebbe confessato al fratello Clay e a un criminologo di essere il vero autore del duplice omicidio, affermando quindi l'innocenza di O.J. Simpson, come stabilito all'epoca dal processo.
La rivelazione fa parte di un documentario su Rogers, "My Brother The Serial Killer", in cui l'uomo confessa molti altri delitti, oltre a quelli per cui è stato condannato.
Rogers però ha detto di aver agito per rubare dei gioielli su incarico di Simpson stesso, che gli diede l'incarico da portare a termine ad ogni costo, senza però ordinare esplicitamente l'omicidio.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

domenica 1 novembre 2015

La Storia Di Aaron Hernandez e I Tre Omicidi

Aaron Hernandez nasce il 6 Novembre 1989, figlio di emigranti, Dennis, portoricano e Terry Sanvalentino, origini italiane.
Visse a Bristol, nel Connecticut e, come tanti atleti della NFL, è cresciuto alla dura scuola della strada.
Scontri tra gang, scazzottate e lame ben in evidenza, per farsi rispettare.
Proprio come papà Dennis, che si faceva chiamare The King, il re, e non certo per il suo fare aristocratico.
Era bravo negli sport papà Dennis ma eccelleva soprattutto negli scontri.
Ebbe guai giudiziari, inevitabilmente.
Ma poi Dennis cambiò quando divenne padre: mise la testa a posto.
E ad Aaron cercò di insegnare da subito che bisognava impegnarsi a fondo nella vita per eccellere e uscire fuori dalle sabbie mobili della precarietà, indicandogli proprio la strada dello sport.
Hernandez lo ascoltava e seguiva.
Il resto venne da sé: un talento fisico naturale e i primi successi.
Ma quando ha appena compiuto 16 anni quel punto di riferimento viene a mancare.
Un banale intervento chirurgico, forse un errore del medico, complicazioni serie e Dennis muore.
E' forse qui che Aaron si è definitivamente perso, lasciando spazio a un mostro che cresceva, in silenzio, abilmente nascosto, pronto a saltar fuori quando, invece, tutto sembrava andare per il meglio.


LA CARRIERA IN NFL
Rivelatosi subito un formidabile ricevitore in high school e nel college poi con i Florida Gators, Aaron viene scelto al quarto giro del draft del 2010 dai New England Patriots.
La fama che si porta dietro non è delle migliori: si dice che irrequieto, ha dribblato qualche test sull’uso di narcotici, marijuana in primis, ma nulla comunque che lasci immaginare che razza di mostro si nasconda in lui.
1.85 m per 11 kg di muscoli, forza, agilità, rapidità e ottime mani, Aaron fa bene da subito nel team della super stella Tom Brady.
Primo anno positivo con 45 ricezioni per 563 yard e sei touchdown in 14 partite giocate.
L’anno seguente con New England arriva fino al Super Bowl, sconfitto dai New York Giants.
Hernandez viene convocato per il Pro Bowl.
Il 2012 è segnato da un brutto infortunio a una caviglia.
Resta fuori a lungo e i Patriots si accorgono di quanto sia importante quando non c’è.
Rientra ed è un’altra musica, ma New England questa volta arresta la sua corsa davanti ai rivali di sempre, gli ispiratissimi Baltimore Ravens dell’ultimo Ray Lewis e della rivelazione Joe Flacco.
Hernandez ormai è un campione.
Così i Patriots gli fanno firmare un mega contratto.
E’ il 27 agosto.


I VARI OMICIDI
Quando firmò il ricco contratto, Aaron era già un’anima persa e disperata.
Inquinata dalla violenza e dalla furia omicida. Squarciata dall’odio.
Esattamente due mesi prima, secondo la ricostruzione giudiziaria del procuratore distrettuale, l’altro Hernandez, il mostro che lo abita, ha compiuto un duplice omicidio.
Aaron puntò la sua pistola contro Daniel De Abreu e Safiro Furtado. E li uccise.
Nella città che lo ammirava per l'atletismo e il talento: Boston.
Un anno dopo, infatti, avrebbe ucciso ancora.
Così racconta in una nuova e raggelante ricostruzione il procuratore distrettuale Daniel Conley.
Un giovane giocatore dilettante di football, Odino Lloyd, viene crivellato di colpi.
Qualche settimana dopo la polizia perquisisce la casa del campione.
Per lui è l’inizio della fine.
La cattura, il carcere, lui in manette che nega di aver ucciso Lloyd, il giudice che non gli crede.
Poi le prove, i video, le testimonianze che lo stringono all’angolo.
La NFL che lo molla, come i suoi Patriots, sconcertati e inorriditi di avere condiviso campo e spogliatoi con un mostro travestito da campione.
Lo scorso 25 Febbraio 2014, in carcere, Hernandez si rese protagonista dell’aggressione aggravata nei confronti di un altro detenuto che ha riportato gravi danni fisici.
Dopo esser stato rinchiuso in cella per molti mesi per il delitto del giovane Odino Lloyd, compiuto a pochi passi dalla sua lussuosa casa, venne incriminato anche per quei colpi di pistola che hanno spezzato altre due vite.
De Abreu e Furtado erano fermi davanti a un semaforo rosso quando dice l'accusa sopraggiunse Hernandez, sulla sua grossa auto, un Suv.
Non ci fu scampo per i due.
La calibro 38 del giocatore li centrò in pieno.
Un assassinio premeditato, se è vero che Aaron li aveva seguiti dopo che le vittime avevano lasciato un night club.
La difesa ha cercato di instillare nei giurati il dubbio (ci vuole unanimità di giudizio di tutti e 12 i giudici) che Hernandez fosse stato solo testimone degli avvenimenti e che i veri colpevoli fossero i suoi due amici.
Anche se per la legge del Massachusetts non è necessario provare chi preme il grilletto in circostanze simili. La giuria non ha creduto a questa versione e lo ha condannato con il massimo della pena.
L’arma del delitto è stata recuperata dalle forze dell’ordine presso l’abitazione di un uomo che ha legami con Hernandez ed il Suv collegato alla scena del delitto è stato rinvenuto nell’abitazione di alcuni parenti del giocatore.
Gli uomini assassinati non sembrano avere alcun legame con gang o organizzazioni criminali del luogo e questo rende l’omicidio ancora più crudele.

Per usare le parole di Conley:
“Questo caso riguarda due vittime pedinate, assalite e uccise senza alcun senso”

Gli inquirenti si sono messi a questo punto a scavare nel passato ed è emerso un ulteriore episodio risalente al 2007 quando Hernandez era una star della squadra dell’università della Florida.
L’allora studente era stato interrogato per una sparatoria con due feriti.
Ai tempi era già noto come una testa calda per essere stato fermato dalla polizia dopo una rissa in un locale in cui si era rifiutato di pagare il conto.
Il 15 aprile 2015 viene condannato all'ergastolo per omicidio di primo grado dalla Bristol County Superior Court in Massachussets.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

La Storia Di Billy Ray Bates: Droga, Alcool e Rapina Alla Stazione Di Servizio

Billy Ray Bates nacque il 31 Maggio 1956, a Kosciusko nel Mississippi.
Ottavo di nove figli, crebbe raccogliendo cotone, elemento tipico del Sud degli Stati Uniti, e altri prodotti della sua terra.
A sette anni subì la perdita del padre, a causa di perenni problemi con l'alcool.
Bates, nonostante questa questione, si avvicinò sin da piccolo agli alcolici ed ovviamente anche all'altra sua passione: il Basket.
Alla Kentucky State University Billy chiuse le sue ultime due annate con oltre 20 punti di media.
Scelto al terzo giro del Draft 1978 dagli Houston Rockets, nonostante un grande potenziale le porte della NBA gli vennero sbarrate per motivi di contratti.
Fu quindi costretto a ripiegare nella Continental Basketball Association, con la maglia dei Maine Lumberjacks.
Billy vinse il titolo di Rookie dell’anno e la gara delle schiacciate nel relativo All-Star Game, venne infatti soprannominato“Dunk” (ovvero schiacciata), un notevole biglietto da visita che non poteva lasciare indifferenti.
Fu così che i Portland Trail Blazers, nel Febbraio del 1980, lo misero sotto contratto.
Dopo il titolo nel 1977 e perso il faro Bill Walton, la scossa all’ambiente la diede proprio l’ultimo arrivato, Bates.
L’impatto immediato si ebbe sui malcapitati San Diego Clippers, sommersi da 40 punti in 30 minuti.
Nei Playoffs, nonostante la sconfitta al primo round contro Seattle, Billy fu il migliore dei suoi, con 25 punti di media.
Era diventato l’idolo dell’Oregon, per le sue giocate spettacolari ed i canestri come se piovesse.


PROBLEMI DI ALCOOL E DROGA: CACCIATO DA PORTLAND E DALLA NBA
Tuttavia la storia a Portland non dura molto.
Dopo un’altra stagione in doppia cifra, Bates venne scaricato da Portland.
I problemi erano troppo evidenti: alcol e droga, tanto da dover andare in uno specifico centro di recupero.
Il ragazzo che non sapeva cosa fossero i soldi, a testimonianza delle sue origini molto umili, si trovava di nuovo con un pugno di mosche in mano.
Tentò un rientro nell’annata 1982-83 prima con i Washington Bullets e poi con i Los Angeles Lakers campioni in carica, ma durò una ventina di partite.
A 26 anni era fuori dalla Lega ma non si abbatte e finisce nel campionato filippino.
Bates nella PBA divenne uno degli idoli del paese.

Come ebbe a dichiarare lui stesso qualche anno dopo:
"Quelle persone mi amavano. Lì, ero come Michael Jordan. Avrei potuto avere qualsiasi cosa quando avessi voluto. Dovevo solo schioccare le dita. Avevo la mia villa, la mia macchina ed una guardia del corpo armata di Uzi. Dovevo respingere le donne".

Poi andò in Svizzera, di nuovo negli States nella WBL, in Messico e Uruguay.
Dopo aver fatto vedere grandi cose ai quattro angoli del globo, si presentò il “piccolo problema” della vita post-pallacanestro.
L’onore più grande è arrivato, manco a dirlo, dalle Filippine, dove è stato introdotto nella locale Hall Of Fame.
Nell’isola ha provato anche la carriera di allenatore, con scarsi risultati ed un licenziamento precoce.


LA RAPINA ALLA STAZIONE DI SERVIZIO E L'ACCOLTELLAMENTO
Il 17 Gennaio 1998 Bates ha la brillante idea di rapinare una stazione di rifornimento(benzina) del New Jersey.
Rapina, purtroppo per lui, anche di pochi dollari.
Armato di coltello, ferisce all'orecchio anche il gestore della stazione di servizio.
Dopo varie ricerche, viene arrestato dalla polizia e finisce dritto in carcere.
Secondo la versione di Bates entrò in un negozio di liquori e comprò una bottiglia di vodka ed un biglietto della lotteria.
Poi s'imbattè in un gruppo di ragazzi più giovani, che gli dissero che sapevano dove comprare cocaina ma nessuno aveva i soldi.
A Bates suggerì l'idea di rapinare una stazione di servizio Texaco che frequentava di solito.
Attaccò il gestore Phillip Kittel, con un coltello (anche se Bates negò di aver usato l'arma ma a Kittel furono dati 3 punti di sutura).
L'aggressione venne registrata anche dalla videocamere, Bates perse pure il coltello per strada.
Venne in seguito trovato svenuto a pochi isolati da lì con 7 dollari in tasca.
Nel penitenziario si mantiene in forma, giocando sempre a pallacanestro con gli altri detenuti.
In un’intervista nel 2004 diede addirittura appuntamento ai tifosi dei Blazers per un ritorno nella NBA.
A quasi 50 anni.
Dopo la scarcerazione nel 2005, Bates è stato di nuovo pizzicato sotto effetto di stupefacenti, finendo nuovamente in prigione per alcuni mesi qualche anno più tardi.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

mercoledì 28 ottobre 2015

La Storia Di Javaris Crittenton: Pistole, Gangster Crips ed Omicidio

Javaris Crittenton nasce il 31 dicembre 1987 ad Atlanta e vive una gioventù tutto sommato tranquilla.
Si avvicina subito al Basket, infatti a Cleveland Avenue nel Southeast di Atlanta, c’è una scuola Basket che insegna i fondamentali e forma i ragazzi sin dalla giovane età.
Grazie al suo istruttore PJ, comincia così il grande viaggio verso l’NBA, fatto di tanto lavoro e sacrificio.
Nel draft del 2007 c’era molto hype intorno al suo nome e sebbene gli Hawks avessero un buco in guardia dopo la scelta di Al Horford con la tre, chiamarono alla numero 11 Acie Law.
Otto scelte dopo, però, viene proclamato il suo nome accostato ai Los Angeles Lakers.
Nonostante fosse il tipico giocatore da Jackson, ovvero guardia intelligente e con ottime doti difensive, non riusciva a sfondare.
Nonostante ciò la sua vita sembrava comunque andar bene perché il giorno successivo al suo compleanno del 2007 riuscì a ritagliarsi uno spazio e segnare 19 punti in una partita.
Poco dopo però i Lakers lo mandarono ai Memphis Grizzlies assieme a Brown per portarsi a casa Pau Gasol.
La sua apparizione ai Grizzlies fu relativamente fortunata e continuò nel limbo iniziato in quel di L.A.


INIZIANO I GUAI: LE PISTOLE A WASHINGTON E LA SOSPENSIONE
Di lì a poco viene scambiato agli Washington Wizards per una scelta ed è proprio in quel momento che la sua vita cambia.
Dopo aver giocato un ottimo finale, per una partita di carte finita male il suo compagno Gilbert Arenas porta in spogliatoio tre armi da fuoco, invitando Javaris a munirsi di almeno una per far fronte all’umoristica richiesta di vendetta.
In realtà possedeva davvero una pistola da quando in quel di Los Angeles gli avevano rubato da sotto gli occhi l’automobile e non se lo fa dire due volte.
Una volta pizzicati dal front office, vengono sospesi con pena esemplare.


LA GANG MANSFIELD GANGSTER CRIPS
L’estate precedente tornando a Los Angeles per qualche tempo, viene in contatto con una gang di Los Angeles chiamata Mansfield Gangster Crips, una banda di delinquenti soprannominata: “l’unica gang con due genitori”.
In questi casi basta poco per prendere la strada sbagliata.
I Crips furono tra le prime band da strada(fondati nel 1971) e sicuramente tra le più famigerate di Los Angeles, i rivali principali sono i Bloods, i Latin Kings e i Chicano.
Si fa attrarre così dal potere e il timore che la gente ha verso la confraternita cominciando a vivere la quotidianità di una gang.
Nel 2010 la polizia fa irruzione nella sua casa in cerca di notizie su due malviventi di nome “Flaco” e “K-Swiss” accusati di omicidio plurimo.
Sebbene li conoscesse bene perché facenti parte dei Crips, declina ogni domanda e nega ogni legame con i due loschi figuri.
Ovviamente la verità viene a galla presto, infatti dopo che Flaco e K-swiss avevano regolato dei conti con un rivale uccidendone la compagna, gli chiedono di acquistar loro un biglietto per Atlanta.
Il giocatore non ricevendo spiegazioni chiare decide comunque di aiutare gli amici e li accontenta venendo poi scoperto dalle forze dell’ordine.
Dopo il misfatto non trova un impiego in NBA e fallendo anche l’occasione che i Bobcats gli avevano proposto, vola in Cina a Hangzouh dove domina la lega con il suo talento.
Ovviamente il campionato cinese è mediocre, ma è anche a migliaia di chilometri dal suo sogno chiamato NBA, così torna negli Stati Uniti e gioca con i Dakota Wizards affiliati con Washington e Memphis, ma non avendo spuntato nemmeno questa volta un contratto torna a Los Angeles.
Un giorno andando dal parrucchiere viene fermato da tale Lil Tic e i suoi due fratelli, che gli puntano addosso una pistola rubandogli, si stima, 55.000 dollari di gioielli.
Era chiaro che, per qualche motivo, conoscesse l’aggressore visto che decide di non sporgere denuncia.
Le forze dell’ordine non riescono a prendere i ladri e nemmeno a estorcere una testimonianza a colui che era stato aggredito.
Per farsi giustizia sommaria decide di chiedere a un amico di sentire Big Boo, probabilmente il mandante della rapina, per riavere la merce.
Ovviamente la conversazione è intercettata dalla polizia, ma lui ne rimane sostanzialmente fuori non essendo diretto protagonista.
Tre mesi dopo, a luglio, i malviventi concedono il bis derubandolo per la seconda volta.
E' dopo di qui che inizierà il punto più basso della sua vita.


L'OMICIDIO e L'ARRESTO
Una chiamata anonima al 911 denuncia una sparatoria nel quartiere dove Javaris era cresciuto ed è proprio lui ad essere incolpato di uno sparo partito dal retro di una Porsche che ha mancato di poco il famoso “Lil Tic”.
Il 19 agosto si va anche oltre.
Lui e il cugino Scooter noleggiano una Black Cheevy Tahoe a Fayetteville e con quella macchina si dirigono ad Altanta per visionare alcune partite del Kings Of Hoops Tournament.
A pochi isolati da lì, a Macon Drive, Julian Jones aka Pee Pie compagna di 22 anni di Lil Tic e madre dei suoi quattro figli, sta sostando tranquillamente nel giardinetto di casa.
Dall’inizio della strada si avvicina un SUV nero con vetri oscurati che arrivato davanti all’abitazione abbassa il vetro posteriore facendo partire una scarica di colpi che non prendono Lil Tic ma centrano per due volte Pee Pie, trafiggendo l’arteria femorale.
Dopo una disperata corsa in ambulanza e ogni tentativo da parte dei medici di fermare l’emorragia, alle 11.34, la donna muore.
Il giorno dopo è un sabato e Javaris si presenta regolarmente al King Of Hoops Tournament con la sua squadra.
Gioca e vince la prima partita, ma non ritornerà nè per la semifinale, né per la finale.
Scooter nel frattempo ha fatto visita al rental car dove era stato noleggiato il giorno prima il SUV e chiede che il nome di suo cugino venga tolto dalla lista assieme a tutti i dati correlati.
Javaris quindi ritorna a Los Angeles, ma ormai il suo nome è legato inscindibilmente all’omicidio e la polizia quando stava per far ritorno ad Atlanta lo arresta.
Dopo un mese lascia la prigione e torna a LA ma ha bisogno di soldi per un avvocato che non può permettersi, così si affida a una persona seguita dalla polizia per un vasto traffico di droga.
Qualche tempo dopo viene estradato ad Atlanta per affrontare il processo, durante il quale si è dichiarato completamente estraneo al fatto.
Viene rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 230.000 dollari.
Il 2 aprile 2013 Crittenton e suo cugino Douglas Gamble sono stati ufficialmente incriminati con 12 capi d'accusa, tra i quali omicidio, aggressione aggravata, falsa testimonianza, tentato omicidio e partecipazione in attività di bande.
Secondo l'assistente procuratore distrettuale Gabe Banks, Crittenton è entrato a far parte dei Crips dopo essere stato ingaggiato dai Lakers e ha probabilmente sparato anche ad un altro uomo, Demontinez Stephens.
Il bersaglio di entrambe le aggressioni era Lil Tic, fratello di Demontinez e membro della R.O.C. Crew, banda affiliata ai Bloods
Il 15 gennaio 2014 la polizia fa nuovamente irruzione nella sua casa trovando un vero e proprio arsenale.
Viene messo definitivamente in isolamento dietro le sbarre, potendo interagire sol con mamma Sonya attraverso un altoparlante.
Il 29 aprile 2015 il giocatore viene condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata dopo il patteggiamento, a seguito della confessione di aver commesso l'omicidio.
Il giocatore tornerà in libertà quando avrà 67 anni.


T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)

martedì 28 aprile 2015

La Storia Di Luke McCormick e Il Duplice Omicidio (Plymouth)

Luke McCormick nasce nel 1983 e nei primi anni del 2000(dal 2004 in poi) è un portiere di belle speranze del Plymouth, eletto miglior giovane del suo club per due anni consecutivi e si mormora di un suo approdo nelle nazionali giovanili inglesi.
McCormick diviene sempre più forte ed iniziano ad adocchiarle diverse squadre (tra le quali il Leicester di Holloway).


L'INCIDENTE STRADALE E IL DUPLICE OMICIDIO
La sua vita però cambia radicalmente il 7 giugno 2008 quando alla guida della sua Range Rover si scontra contro l’auto della famiglia Peak uccidendo i due bambini Arron(dieci anni) e Ben(otto) e ferendo gravemente il padre Phil.
Ad ottobre dello stesso anno arriva la sentenza del tribunale che lo condanna a 7 anni e 4 mesi di carcere.
Il giovane portiere in quel maledetto giorno era stato al matrimonio del suo compagno di squadra David Norris.
Subito dopo i festeggiamenti però aveva deciso di ripartire per la sua città natale, Coventry, per risolvere alcuni problemi coniugali con la sua fidanzata.
Inutili erano stati i tentativi di dissuasione degli amici che lo avevano pregato di fermarsi a riposare.
Luke era partito chiaramente stanco e con una concentrazione di alcool nel sangue doppia del consentito. Mentre era alla guida del suo fuoristrada è stato preso da un colpo di sonno e l’urto con la Toyota della famiglia Peak è stato fatale.
In seguito alla sentenza nel tribunale di Stoke-On-Trent la famiglia Peak si è detta soddisfatta della condanna anche se sicuramente non sarà mai sufficiente a ripagarli del vuoto lasciato dalla morte dei due bambini.
Il signor Peak ancora oggi paga il prezzo di quell’incidente essendo bloccato su una sedia a rotelle e la signora Peak fece notare che tutto sommato McCormick fra tre anni e mezzo sarà fuori con la condizionale mentre i suoi figli non torneranno mai più in vita.


CARRIERA FINITA?
Dopo la sentenza il Plymouth rescisse il contratto il giorno successivo.
La notizia fece molto rumore nel mondo del calcio, basti pensare che Sir Alex Ferguson in persona spedì un messaggio di condoglianze alla famiglia Peak, i due bambini erano infatti accaniti sostenitori del Manchester United e i loro funerali furono seguiti da una massiccia rappresentativa di tifosi dei Red Devils.


LA SCARCERAZIONE(2012)
Nel 2012(dopo 4 anni) la scarcerazione anticipata mise termine alla sua condanna, fissando per giugno 2012 la sua data di ritorno alla libertà.
E lo Swindon Town, club allenato ai tempi da Paolo Di Canio, offrì al giocatore la possibilità di tornare a giocare, accogliendolo in squadra in prova per qualche mese.
Coi Railwaymen (neopromossi in League One) McCormick inizia ad allenarsi già da gennaio, approfittando del regime di semilibertà che gli è stato concesso e prende parte al tour estivo della squadra, in Italia.
Ma la possibilità che il club biancorosso offrì al portiere non piacque alla famiglia Peak: il dolore e la rabbia comprensibile dei due coniugi ha trovato grande risonanza su molti quotidiani, dove ci si chiede se sia giusto riammettere nel mondo del calcio questo giocatore, che in sede processuale si era difeso giurando che non sarebbe più tornato a giocare a calcio.
«Noi siamo la parte lesa», dice il Philip Peak.
«Abbiamo perso i nostri ragazzi perché McCormick guidava ubriaco e lui, invece, non solo torna in libertà dopo meno di quattro anni, ma gli permettono pure di fare il lavoro che vuole».
Anche i tifosi dello Swindon hanno fatto sapere di non gradire l’arrivo dell’ex-numero 1 del Plymouth Argyle.
Le parole di Jeremy Wray, presidente del club, furono chiare:
«Siamo vicini alla famiglia delle due piccole vittime, perché questa tragedia ha distrutto le loro vite, ma il giocatore ha scontato la sua pena e noi vogliamo dargli la possibilità di rifarsi una vita». Perché non offrirgliela? Non ci si può barricare dietro lo strascico emotivo della vicenda (che c’è da credere sia angosciante anche per il giocatore stesso, tra rimorsi e sensi di colpa): espiata la pena, anche lui deve essere lasciato libero di tornare alla normalità. Ugualmente, non si può brandire come deterrente l’inflazionato cliché della vita comoda e rammollita del calciatore, cui è ingiusto che un condannato possa ritornare. Ricordiamoci che i giocatori sono professionisti, e il loro è pur sempre un lavoro. Strapagato, facile quanto tirare due calci ad un pallone… definitelo con tutti gli aggettivi che volete, ma è un mestiere che ha lo stesso status dignitario delle altre professioni: è ciò con cui loro riescono a vivere, l’espressione più alta e creativa del loro talento al servizio della società. 
Perché McCormick non può tornare a farlo?".


LA NUOVA CARRIERA
Tuttavia lo Swindon decide di rilasciarlo ad agosto 2012, senza offrirgli un contratto.
Riparte dal Truro City (Conference South), il club in amministrazione controllata riesce comunque a metterlo sotto contratto, essendo rimasti con solo 1 portiere (infortunato tra l'altro).
Gioca 10 partite e poi ritorna tra i professionisti, firmando per l'Oxford City in League Two.
Gioca 15 match prima di perdere il posto in favore di Max Crocombe e viene rilasciato al termine della stagione.
Il Plymouth, da svincolato, lo riporta all'ovile a maggio 2013.
Gioca una discreta stagione nel 2013/14, ancora migliore quella successiva(2014/15) dove è tra i protagonisti della grande stagione dei Pilgrims.



T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog:  Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)