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sabato 6 settembre 2014

La Storia Di Stuart Pearce (Psycho)


Stuart Pearce, nasce a Londra nel 1962, conosciuto anche con il soprannome Psycho.
Uno che in campo aveva sempre un’espressione da guerriero, con quegli occhi che sembravano essere sempre sul punto di decollare fuori dalle orbite.
Un’espressione che gli è costata appunto il soprannome di Psycho.

"Farò tutto quello che è necessario, per vincere una partita di calcio". 

Una sorta di machiavellico fine che giustifica i mezzi.
E già, perchè per un difensore, tutto sommato, c’è solo una cosa che conta: proteggere la propria porta. Anche a costo di fare qualcosa di cui non si andrà poi molto fieri.
Pearce ha rappresentato il prototipo del difensore da Premier League, icona di un calcio fisico, al limite del regolamento.
Interventi sempre al limite del fallo, se non oltre.
Ma dentro di sè la consapevolezza di star facendo null’altro che il proprio dovere.
Icona anche di una squadra, bandiera di quel Nottingham Forest che tanto ha fatto per la storia del calcio britannico ma che oggi non se la passa poi tanto bene.
Per il Nottingham Forest, Stuart ha giocato sempre con il cuore, sempre col suo caratteristico temperamento sanguigno.
D’altronde, se nasci come allievo del leggendario Brian Clough in persona, non puoi fare diversamente.
Chiuderà la carriera tra Newcastle, West Ham e Manchester City, ma il suo nome resta indissolubilmente legato a quello del Forest.
Stuart Pearce era un personaggio del tutto unico ed inimitabile.
Ad incontrarlo fuori dal campo è schivo, timido, riservato.
Poi, come succede a tanti di noi ogni weekend che mettiamo le scarpe con i tacchetti, in campo si trasforma.
Un agonista come pochi se ne sono visti sulla faccia della terra.

Terminata la sua carriera da giocatore diventa selezionatore della nazionale inglese Under 21, in seguito va ad allenare il suo grande amore: il Nottingham Forest.


NAZIONALE INGLESE
Il17 Novembre 1993, Psycho entrò nella storia del calcio dalla parte sbagliata.
Siamo a Bologna, si gioca San Marino-Inghilterra, gara valevole per le qualificazioni ai Mondiali del 1994.
Calcio d’inizio, San Marino perde immediatamente palla.
Stuart Pearce ne entra in possesso, retropassaggio verso Seaman.
Troppo corto, si inserisce Davide Gualtieri, all’epoca 22enne puntero della nazionale di San Marino, che insacca in rete.
1-0 per San Marino, sono trascorsi 8 secondi e 33 centesimi, è il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali.
E a Stuart Pearce la cosa non è mai andata giù.
Anche perchè, nonostante la vittoria per 7-1 in quella partita, la nazionale dei Tre Leoni ai Mondiali non si qualificò.
Nel 1996(Europei) Inghilterra e Spagna arrivarono ai calci di rigore e sul dischetto si presenta Stuart Pearce.
Wembley, il tempio del calcio, un santuario per qualsiasi suddito di sua Maestà, trattiene il fiato, a lungo.
Sui giocatori inglesi c’è il peso di una nazione intera, sulle spalle di Pearce pesa anche il rigore sbagliato nella semifinale di Italia ’90, contro la solita maledettissima Germania.
Con tutti questi pensieri in testa, Psycho si presenta sul dischetto e insacca il pallone alle spalle di Zubizarreta.
Un sinistro forte, all’angolino, uno di quei rigori senza fronzoli, da difensori.
Imparabile.
Stuart si ferma un attimo, si guarda intorno, e poi si lascia andare ad un’esultanza che sarà immortalata appunto in una fotografia simbolo del calcio inglese anni 90.
Un urlo liberatorio, a tutta voce.
Un “come oooooon” che sembra infinito, disperato, senza fine.
Almeno quanto il successivo “fuuuuuuck!”.
Pearce diventa violaceo in faccia, si gonfiano le vene, gli occhi spiritati.
Psycho, in una foto, è questo qui.



LE ACCUSE DI RAZZISMO
Un carisma che a volta andava però anche oltre i limiti: come quel famoso pomeriggio del 1994, contro lo United, quando dalla sua bocca partì la famosa “race storm”, una sequela interminabile di insulti razzisti verso il centrocampista del Manchester Paul Ince.
Un comportamento per il quale Stuart chiese poi scusa, ma che resta a imperitura memoria a far capire cosa possa passare per la testa di un giocatore in quei 90 minuti.
Quando si chiude la vena e scende in campo la parte più irrazionale di noi, forse, sotto sotto, quella più vera.

In giro, i primi anni di carriera di Pearce vengono descritti con una semplice quanto intraducibile espressione inglese: full blooded days.
Giorni pieni di sangue, insomma.
Giorni in cui tirare indietro la gamba era difficile.
Anzi, impossibile.


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