La storia di Ron Williamson, ex giocatore degli Oaklans Athletics, fu molto particolare perchè venne accusato ingiustamente dell'omicidio di Debbie Carter e salvato 5 giorni prima dell'esecuzione (iniezione letale) grazie al DNA e alla saliva che apparteneva ad uno dei suoi accusatori.
La vittima si chiamava Debbie Carter. Quando morì, la notte del 7 dicembre 1982, aveva 21 anni. Abitava nella cittadina di Ada, in Oklahoma. Lavorava come cameriera in un albergo (il Coachlight). A trovare Debbie fu un’amica, la mattina dopo l’omicidio. Quando la polizia locale entrò nell’appartamento di Debbie Carter, la giovane era già senza vita. Le prime analisi stabilirono che era stata picchiata, violentata e strangolata. La tragedia scosse la cittadina di Ada. A pochi passi da casa sua viveva Ron Williamson, ex promessa del Baseball ormai precipitato in un vortice di alcol, droghe e instabilità mentale. Un tempo Ron sognava la Major League: era stato persino ingaggiato dagli Oakland A’s. Ma un infortunio alla spalla aveva mandato in frantumi i suoi sogni. Da potenziale campione, si era ritrovato a vagare senza meta, tra ricoveri psichiatrici e periodi di vagabondaggio. Il suo profilo, fragile e irregolare, bastò a trasformarlo nel sospettato.
LE ACCUSE VERSO WILLIAMSON
Nel dicembre 1982, Williamson e il suo amico Dennis Fritz vennero accusati di aver ucciso Debbie Carter. Nonostante l’alibi fornito dalla madre di Ron, che lo aveva visto a casa la notte dell’omicidio, gli investigatori giudicarono la testimonianza poco credibile. A pesare, più che le prove, furono la reputazione dei due uomini e vecchie accuse di violenza, dalle quali Ron era già stato scagionato ma che continuarono a perseguitarlo. Alcuni frequentatori dei locali notturni della zona raccontarono che nelle settimane precedenti Ron si era comportato in modo strano, importunando donne e manifestando chiari segni di instabilità. Era stato definito sociopatico, schizofrenico, paranoico. Tutto contribuì a un quadro che sembrava portare dritto a lui. Durante un interrogatorio, ubriaco, rilasciò quella che gli inquirenti definirono una "confessione onirica". A casa sua venne trovato anche "Dreams Of Ada", un libro di cronaca nera che descriveva un omicidio sorprendentemente simile a quello di Debbie. Per gli investigatori fu la conferma della colpevolezza: Ron, a loro giudizio, aveva emulato il delitto descritto nel libro.
ACCUSE DI ALTRI DETENUTI
La situazione dei due imputati degenerò ulteriormente quando diversi detenuti sostennero di aver ricevuto confidenze sull’omicidio. In cambio, ottennero benefici di pena. Ma la testimonianza più pesante fu quella di Glen Gore, assiduo frequentatore del locale dove Debbie lavorava, che affermò di aver visto la ragazza in compagnia di Ron la sera del delitto. Nel 1988, sei anni dopo il fatto, Williamson fu condannato a morte. A Fritz toccò l’ergastolo. Ron trascorse più di un decennio nel braccio della morte, ad un passo dall’iniezione letale.
CASO RIAPERTO E CONDANNA DI GLEN GORE
Nel 1994, cinque giorni dall’esecuzione, la Corte Federale sospese la sentenza per riesaminare il caso. L’avvocato Mark Barrett, convinto della sua innocenza, ottenne nuovi test scientifici. Le analisi del DNA raccontarono un’altra storia: nessuna traccia biologica presente sulla scena del crimine apparteneva a Williamson o a Fritz. Neppure il famoso capello "compatibile", considerato a lungo la prova regina. Nel 1999, diciassette anni dopo il delitto, i due uomini furono dichiarati innocenti. Il DNA trovato sul corpo di Debbie Carter apparteneva proprio a Glen Gore, il testimone chiave dell’accusa. Gore tentò la fuga, ma venne catturato e condannato.
LA MORTE DI WILLIAMSON
Dopo essere uscito di prigione aveva ottenuto un risarcimento di cinque milioni di dollari e cambiato casa diciassette volte in cinque anni. Diceva di aver trovato la fede, ma non riuscì mai a liberarsi dall’alcol, il demone che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Nei rari momenti di sobrietà andava a trovare Mark Barrett, l’avvocato che gli aveva salvato la vita. Seduti insieme nel suo studio, suonavano la chitarra, senza mai nominare quella lunga e dolorosa battaglia contro un’ingiustizia che aveva segnato entrambi. La vicenda colpì lo scrittore John Grisham, che la raccontò nel libro "Innocente – Una storia vera", pubblicato nel 2006. Ma Ron non poté mai leggerlo. Morì un anno e mezzo prima dell’uscita, consumato dalla cirrosi epatica, a soli 51 anni.
