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mercoledì 18 luglio 2018

I Minnesota Viking e La Ferocia Dei "Purple People Eaters" (NFL)

"Meet at the quarterback"

Storicamente i Minnesota Vikings, in NFL, sono sempre stati una franchigia che ha puntato tutto sulla fase difensiva.
Questa nomea risale agli anni 70, in particolare nel 1969 i Vikings seppero riprendersi da una sconfitta esterna per un solo punto, all’esordio contro i Giants, vincendo le 12 gare successive, e finendo per aggiudicarsi il secondo titolo divisionale di fila con un eccellente 12-2.
A trascinare la squadra fu un pacchetto difensivo assolutamente feroce ed aggressivo, soprannominato “The Purple People Eaters”, che concesse agli attacchi avversari la miseria di 133 punti in stagione.
Il tutto era dovuto alla particolare abilità dei difensori nel placcare gli avversari (in particolar modo erano specializzati nel mettere a segno sack sui quarterback): si trattava di veri e propri "cacciatori di sack".


THE PURPLE PEOPLE EATERS
Si trattava del leader (e MVP 1971) Alan Page (defensive tackle), Carl Eller (defensive end), Jim Marshall (defensive end) e Gary Larsen (defensive tackle).
Quest'ultimo poi a metà anni 70 fu sostituito da Doug Southerland.
Unico front four di una defensive line con tutti i suoi 4 membri ad esser convocati in una singola edizione del Pro Bowl (1969).
Primo front four a guidare le classifiche NFL in yard concesse su corsa, su passaggio e totali in una singola stagione, stabilito nel 1975.
447.5 sack messi a segno in totale.
Nel 1968 in un match contro i Green Bay Packers, con temperatura prossima allo zero e neve ai bordi del campo, a dominare è Carl Eller.
Il defensive end infatti blocca un tentativo di field goal da 25 yard da parte di Mike Mercer quando mancavano 10'42" al termine del match, recupera un fumble e mette a segno ben 3 sack sul quarterback dei Packers, Bart Starr.
In un match del Giorno del ringraziamento nel 1969 contro i Detroit Lions, Jim Marshall ed Alan Page diedero vita ad una delle giocate più memorabili nella storia della NFL.
Il match sta volgendo al termine ed i Vikings, sotto una tempesta di neve, conducono nel quarto quarto per 17-0, Marshall effettua l'unico suo intercetto in carriera e corre per 30 yard, quando poi a causa di un tackle si vede costretto ad effettuare, senza neanche guardare, un passaggio laterale verso Page che corre a sua volta per ulteriori 15 yard prima di mettere a segno il touchdown del temporaneo 23-0 (la partita terminerà infine 27-0 per i Vikings).
Nel primo incontro dei playoff 1969, i padroni di casa si trovavano sotto per 17-7 contro i Los Angeles Rams all’intervallo.
Ad inizio partita, il quarterback dei Rams, Roman Gabriel, viene intercettato da Eller che si invola verso la end zone correndo per 40 yard ma il gioco viene fermato per un controverso fuorigioco fischiato ad Alan Page.
Più tardi nel quarto quarto, la difesa dei Vikings si trova nella condizione di difendere a tutti i costi l'esiguo vantaggio di un punto sui Rams ma Eller si rende di nuovo protagonista sul quarterback dei Rams, quando a 7'49" dal termine del match effettua un tackle su Gabriel dietro la goal line mettendo a segno un safety che consente ai Vikings di incrementare il vantaggio a 3 punti sui californiani.
La partita è chiusa da Page che intercetta un passaggio di Gabriel.
Finirà 23-20.
Una settimana più tardi, nell’ultima finalissima NFL prima della fusione con la AFL, i Vikings dominarono in lungo e in largo contro i Cleveland Browns, concedendo loro un solo ed ormai inutile TD nell’ultimo quarto, finendo per imporsi per 27-7.
Nonostante li avesse condotti al Super Bowl, i Vikings cedettero il loro QB Joe Kapp prima dell’inizio della stagione 1970.
Il suo sostituto, Gary Cuozzo, lanciò soli 7 TD passes.
Tuttavia, la difesa fu ancora dominante: concedendo soli 143 punti agli avversari, permise ai Vikings di aggiudicarsi il titolo della NFC Central, grazie ad un impressionante 12-2.
Si ricordi ad esempio la partita stagionale contro i Kansas City Chiefs in trasferta al Metropolitan.
La difesa concede solo 63 yard corse agli avversari, un solo touchdown in tutta la partita ed è protagonista della più bella giocata del match.
Nel secondo quarto, Jim Marshall recupera un fumble e non appena subisce un tackle effettua un passaggio laterale per il linebacker Roy Winston, che con una corsa da 38 yard mette a segno il primo touchdown della partita.
La stagione comunque finì con una sconfitta per 17-10 rimediata per mano dei San Francisco 49ers.
Nel 1971, i “Purple People Eaters” continuarono a mangiare gli attacchi avversari, concedendo loro soli 139 punti; i Vikings si assicurarono così il quarto titolo divisionale consecutivo, con un record di 11-3.
Ad esempio l' 11 dicembre 1971, i Lions sono in trasferta al Metropolitan dove è in programma la settimana 13.
Page, nel primo quarto effettua un sack sul quarterback di Detroit, Greg Landry, nel secondo mette a segno un tackle sul runningback Altie Taylor, infine, quando mancano ancora 13'11" da giocare e la partita è oramai entrata nel quarto quarto, porta il punteggio sul 19-10 bloccando un punt fuori dalla end zone e mettendo così a segno un safety.
La difesa anche quella stagione quindi dovette fare gli straordinari, dato che l’attacco, guidato da Gary Cuozzo, si mostrò ancora una volta poco incisivo, realizzando la miseria di 245 punti.
Fu in seguito alla sconfitta interna per 20-12 contro i Dallas Cowboys nel Divisional Playoffs che i Vikings decisero di riprendersi Fran Tarkenton dai New York Giants, scambiandolo con un paio di scelte al draft.
La stagione 1972, nonostante le 2.651 yard lanciate da Tarkenton, vide i Vikings chiudere con un deludente 7-7.
Nel 1973, con l’arrivo del RB Chuck Foreman l’attacco dei Vikings finalmente si svegliò; i Vikings si ripresero dalla pessima annata precedente vincendo le prime 9 gare, e finendo poi per aggiudicarsi il titolo divisionale con un record di 12-2 .
Nel Divisional Playoff, i Vikings piegarono per 27-20 i Washington Redskins in una sfida davvero emozionante al Metropolitan Stadium.
Nel Championship NFC, disputatosi a Dallas contro i Cowboys, la difesa dei Vikings non lasciò scampo ai padroni di casa, battuti per 27-10.
Con questa vittoria, i Vikings staccarono il biglietto per il Super Bowl VII.
La finalissima, giocatasi a Houston, vide di fronte i Vikings affrontare i campioni uscenti: i Miami Dolphins.
Non ci sarà comunque storia: i floridiani vinceranno 24-7.
L'anno successivo va in scena la finale NFC tra Vikings e Rams.
Quando la partita è sul quarto quarto ed ancora in bilico sul 14-10, i Rams sono all'attacco con il loro quarterback James Harris che li porta sulla linea delle 45 yard dei Vikings.
A quel punto i Vikings schierano un blocco di 5 uomini per mettergli maggior pressione: la mossa si rivelerà azzeccata in quanto Harris subisce due sack per una perdita totale di 28 yard ed in uno di essi Alan Page, Jim Marshall e Bob Lurtsema sono coautori di un episodio singolare, venendo accreditati di 1/3 di sack a testa.
Sino al 1977, benché diversi giocatori cominciassero a mostrare i segni del tempo, i Vichinghi riuscirono comunque a conquistare il nono titolo divisionale in 10 anni, il quinto consecutivo, con un record di 9-5.
Ad ogni modo l'unico Super Bowl della storia di Minnesota rimarrà quello vinto nel 1969.



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venerdì 13 luglio 2018

Tutti I Record Dei Club Inglesi In Champions League



Striscia di imbattibilità in UEFA Champions League (casa e trasferta)
25 partite (Manchester United 19/09/2007–05/05/2009)
19 partite (Ajax 14/09/1994–20/03/1996), (Bayern Monaco 14/03/2001–02/04/2002)
16 partite (Manchester United 04/03/1998–29/09/1999 e 23/10/2001–23/10/2002), (Barcelona 08/03/2011–03/04/2012)


Striscia di imbattibilità esterna in UEFA Champions League
16 partite (Manchester United 19/09/2007–16/02/2010)
14 partite (Ajax 28/09/1994–19/03/1997)
11 partite (Barcellona 01/10/2008–31/03/2010), (Real Madrid 28/09/2010–27/03/2012)


Minor numero di reti subite in UEFA Champions League
L'Aston Villa nell'edizione 1981/82 ed il Milan nell'edizione 1993/94 sono le squadre vincitrici con il minor numero di reti subite in tutto il torneo (2).


Maggior numero di partite senza subire gol in UEFA Champions League
L'Arsenal nel 2006 ha stabilito il record per il maggior numero di partite consecutive senza subire gol: 10.


Maggior numero di trofei consecutivi vinti in UEFA Champions League
L'Inghilterra è la nazione che ha vinto il trofeo il maggior numero di volte consecutive (6) dal 1976/77 al 1981/82 (3 vittorie del Liverpool, 2 del Nottingham Forest, 1 dell'Aston Villa).


Unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati
Il Nottingham Forest, vincitore di 2 Coppe Campioni (1978/79 e 1979/80), è l'unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati (solo 1: nel 1979).
Rimanendo agli altri club inglesi:
Liverpool 5 Coppe Campioni (con 18 Campionati)
Manchester United 3 Coppe Campioni (con 20 Campionati)
Aston Villa 1 Coppa Campioni (con 7 Campionati)
Chelsea 1 Coppa Campioni (con 6 Campionati)


ALTRE STATISTICHE
Strisce di imbattibilità casalinga in UEFA Champions League
29 partite (Bayern Monaco 04/03/1998–02/04/2002)
24 partite (Arsenal 14/09/2004–15/04/2009)
23 partite (Manchester United 27/09/2005–03/11/2009)
22 partite (Barcellona 18/09/2013–12/09/2017)
21 partite (Chelsea 12/09/2006 –08/12/2009)


Record di vittorie consecutive in UEFA Champions League
10 partite (Bayern Monaco 02/04/2013–27/11/2013), (Real Madrid 23/04/2014–18/02/2015)
9 partite (Barcellona 18/09/2002–18/02/2003 e 21/10/2014–06/05/2015)
8 partite (Borussia Dortmund 04/12/1996–01/10/1997)


Record di vittorie interne consecutive in UEFA Champions League
16 partite (Bayern Monaco 17/09/2014–15/02/2017)
15 partite (Barcellona 17/09/2014–08/03/2017)
12 partite (Manchester United 13/09/2006–29/04/2008)


Record di vittorie esterne consecutive in UEFA Champions League
7 partite (Ajax 22/11/1995–19/03/1997), (Bayern Monaco 19/02/2013–19/02/2014)
6 partite (Barcellona 12/04/2011–14/02/2012), (Manchester United 15/04/2009–16/02/2010)
5 partite (Chelsea 16/09/2003– 06/04/2004), (Real Madrid 29/04/2014–18/02/2015)


Maggior numero di apparizioni agli ottavi in UEFA Champions League dal 2003/04 (quando cambiò la formula): club
16 Real Madrid
15 Barcellona e Bayern Monaco
14 Arsenal
13 Chelsea
11 Manchester Utd, Porto
10 Juventus, Lione, Milan
8 Inter
7 Liverpool, PSG, Roma


Maggior numero di apparizioni agli ottavi in UEFA Champions League dal 2003/04 (quando cambiò la formula): totali nazione
55 Inghilterra
50 Spagna
38 Italia
37 Germania
25 Francia



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venerdì 6 luglio 2018

Under ed Over a Wrigley Field? L'Influenza Del Vento (Chicago Cubs)

I bookmakers fanno sempre attenzione quando devono assegnare le quote di Under/Over nelle partite di Wrigley Field (ballpark dei Chicago Cubs). Anzi alcuni bookmakers per evitare problemi non quotano proprio la giocata. Qual è il motivo? Ovviamente il vento.
Del resto Chicago è anche conosciuta come la "Windy City" (città ventosa). A Wrigley, dal 2005 al 2016 si segnano poco più che 8.50 R a partita in condizioni normali. Tutto cambia quando c'è vento favorevole. La differenza tra vento che soffia a favore ("wind blowing out") e contro ("wing blowing in") porta la bellezza di 3 R a partita di differenza.
Il vento a favore trasforma le fly balls in HR ma se a favore gli homers diventano long outs.
Come si può vedere, a seconda delle raffiche di vento (velocità) le Runs realizzate sono molto diverse (con addirittura anche 4 Runs di media di differenza tra vento contro e a favore con la stessa velocità).


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giovedì 28 giugno 2018

Il Burnley Di Sean Dyche: Tattica, Kick & Run ed Aggressività

In Inghilterra (e non solo) ci si è sempre chiesti se il gioco del Burnley e le competenze tattiche di Dyche non siano all’altezza anche di squadre di caratura superiore.
Fra le righe dei tabloids, si intuisce come momentaneamente Dyche sia uno dei profili più ambiti dalle dirigenze di molti altri club inglesi.
Un allenatore che parla la lingua del calcio britannico, cioè un tipico sistema all’inglese aggressivo che sfrutta la profondità verticale, senza troppi passaggetti orizzontali.
Fondato nel 1882, il Burnley FC è uno dei club più antichi d'Inghilterra.
I Clarets hanno alle spalle un passato più o meno glorioso: nel palmares figurano infatti anche 2 titoli di campione d'Inghilterra nel 1920/21 e nel 1959/60, 1 FA Cup nel 1913/14 e 2 Charity Shield , oltre a tante stagioni nella Prima divisione, dove la squadra era quasi sempre di casa fino a metà degli anni '70.
Poi un periodo buio di declino dopo la retrocessione in Second Division nel 1975/76, che vede la squadra rischiare addirittura la retrocessione nella Conference e poi una lenta risalita, culminata nel 2008/09 con la prima promozione in Premier League.
Qui ci resta un solo anno, e la stessa cosa accade nel 2014/15 dopo la seconda promozione.
L'anno successivo arriva la terza promozione in Premier in 9 anni e stavolta i Clarets, che con il Preston North End e il Wolverhampton Wanderers sono una delle 3 squadre ad aver vinto almeno una volta tutte le prime quattro maggiori divisioni calcistiche professionistiche inglesi, in Premier League ci rimangono.
Nel 2016/17 conquistano infatti la salvezza, trampolino per affrontare la nuova stagione con rinnovate ambizioni.


LA CITTA'
Burnley è il classico ritratto della provincia inglese grigia e dismessa, dove la disoccupazione giovanile è sopra la media nazionale e sulla Brexit non hanno avuto dubbi: il 67% ha votato favorevolmente, registrando assieme a Blackpool i valori più alti in tutta la contea del Lancashire.
La città è piena di cartelli con su scritto: "To Let. All enquiries call us".
Si vende, ma nessuno compra.
Negozi in disuso, vetrine vuote, discreta criminalità.
Hammerton Street è il corso principale, ecco altri annunci di agenzie immobiliari: "For Sale. Prime retail unit".
Una via di fuga dal grigiore diffuso è rappresentata proprio dal Burnley Football Club,


TURF MOOR, TIFOSI E VECCHIE ABITUDINI
Lo stadio è il Turf Moor (22.700 spettatori), uno dei più antichi d'Inghilterra e roccaforte della squadra di Dyche. 
Basti dire che anche se l'impianto di oggi ha subito un grande restyling negli anni rispetto alle origini, è uno dei pochi rimasti nel Paese ad avere il tunnel e gli spogliatoi dietro ad una delle porte.
I Clarets ci giocano ininterrottamente dal 1883, ovvero da ben 135 anni. 
La Tribuna Nord, un tempo Longside, oggi dedicata a James Hargreaves, ospitava una delle frange in assoluto più violente del tifo inglese, la "Suicide Squad".
Il gruppo criminale di Hooligans del Burnley, composto per la maggior parte da giovani di ideologia neonazista, è stato ufficialmente sciolto dopo i gravi fatti di violenza del 28 ottobre 2009 contro i tifosi rivali del Blackburn. 
Allo Station Pub di Preston Old Road si scatenò l'inferno: armi, bombe carta, molotov, spranghe, pale, cric, pezzi di staccionata, mazze ferrate, in quella che fu definita dalle autorità "un'esaltazione della violenza pura".
I capi, tra cui Andrew Porter (storico criminale del gruppo), furono arrestati, e il club sta cercando disperatamente di lasciarsi alle spalle il triste passato.


IL BURNLEY DI SEAN DYCHE
I risultati ottenuti nella corrente Premier League sono frutto di cinque stagioni seduto sulla panchina di Turf Moor, un quinquennio in cui spicca la vittoria della Championship nella stagione 2015/16 nonchè il forte legame creato con l’ambiente.

Rachel Brown-Finnis (ex portiere della nazionale inglese femminile): "Non accetta che qualcuno possa allenarsi male. Esige disciplina, non solo tra i giocatori ma tra tutti i membri dello staff. L’anno scorso un giocatore andava spesso a lamentarsi da uno dei massaggiatori perché giocava poco. Dyche ha scelto di parlare col giocatore ma ha subito licenziato il massaggiatore: un gruppo forte si costruisce anche sulla fiducia"

Un suo ex compagno di squadra ai tempi del Bristol City, Soren Andersen, aveva dichiarato alla stampa che la ragione per cui la voce di Dyche era così rauca, era dovuta al fatto che in allenamento si mangiasse i vermi dei campi da gioco.
"I vermi? No solo un po’ di ghiaia a colazione" rispose Dyche, spiegando poi che si divertiva a prendere in giro Sorensen fingendo di «sgranocchiare» dei lombrichi e sputandoli senza farsi vedere.
Nel 2017, mentre il Burnley lottava per la salvezza e Guardiola attraversava il momento peggiore della sua esperienza inglese, il City riuscì in qualche modo a strappare un 1-2 al Turf Moor.
Al termine della partita, Guardiola nervosissimo, trovò un attimo di lucidità dicendo a Dyche: "Sei il primo allenatore contro cui non sapevo come giocare, ci avete aggredito, avete questo gioco lungo, molto rapido...ho dovuto cambiare sistema di gioco due/tre volte durante la partita, ci avete messo molto in difficoltà"

Il gioco del Burnley non c’entra nulla con il "passing football" di Guardiola ma con le grandi squadre della Premier condivide la forte identità tattica, e il rendimento superiore alla media e alle aspettative. In Premier League la squadra di Dyche è tra le ultime per % di possesso palla, per precisione dei passaggi, per passaggi corti a partita.
Tra le prime per passaggi lunghi e come conseguenza dello stile diretto anche per fuorigioco fischiati, per palloni spazzati, per duelli aerei vinti, precisione nei cross.
È tra le squadre che concede più tiri del campionato ma tra le prime nella classifica dei tiri contrastati dai difensori (la gran parte dei tiri viene da fuori area).
Cioè si tratta di una squadra che rifiuta la moderna evoluzione del gioco, abbracciando il kick & run.

"Non seguiamo una fede cieca, abbiamo un ottimismo autentico"

"Il club adesso è forte sia come strutture, sia come rosa, tanto da potermi permettere di variare tra il 4-4-2 di base e il 4-1-4-1 o il 4-5-1: una cosa del genere era impensabile durante l’ultima avventura in Premier. Rispetto a tante rivali non abbiamo grandi risorse economiche, nulla è scontato, ma gradualmente puntiamo a crescere per provare a restare in alto. Che, non lo nego, garantisce grandi profitti, specie grazie agli accordi televisivi"
Difensivamente parlando, ci sono sempre almeno due uomini pronti a coprire lo specchio della porta e a respingere la conclusione.
Sempre nella media del campionato inglese, le conclusioni tentate dalle zone esterne dell’area di rigore trovano l’opposizione di cinque o più uomini nel 4.37% dei casi, perché l’angolazione molto stretta rende difficile scalare in direzione della porta e occupare quella porzione ridotta di campo: nel Burnley, questa cifra si alza al 16.67%. Il che significa che non c’è tiro diretto verso la porta dei Clarets che non debba passare attraverso un mucchio selvaggio di gambe.
Da quando sono saliti in Premier, il Burnley rappresenta l’eccellenza difensiva del campionato sotto qualunque lente statistica, difficilmente si può parlare di coincidenza.
L’efficacia nel chiudere tutti gli spazi in area di rigore è soprattutto merito del grande sacrificio in copertura delle ali, che permettono ai terzini di restare strettissimi in fase di difesa posizionale.
Quando gli avversari si portano a ridosso della trequarti, trovano una linea di cinque/sei uomini a schermare tutta l’area di rigore in ampiezza, e devono anche aggirare la pressione di due o tre centrocampisti che attaccano il portatore di palla.
Gli attacchi cedono per frustrazione, e finiscono per prendersi molti tiri da posizioni proibitive, poco efficienti, cioè da fuori area oppure nelle zone esterne dell’area di rigore.
A questo sistema fondato sulla tenacia, sulla fiducia reciproca, sul livello altissimo di concentrazione e sul rispetto geometrico delle distanze tra i giocatori e tra i reparti, Dyche ha aggiunto un paio di intuizioni che ne riflettono l’animo innovatore e meticoloso: il gran numero di uomini a copertura dell’area di rigore permette ai due difensori centrali di interpretare una zona purissima.
Non è raro vedere i centrali (soprattutto Tarkowski) lasciare completamente libero il diretto avversario e muoversi rispettivamente in direzione dei due pali, seguendo l’angolo di tiro del tiratore.
Appena parte il cross, Tarkowski è libero da marcature e corre a coprire il palo.
Il baricentro del Burnley è bassissimo.
Dyche ci tiene a distaccarsi dalla figura dell’allenatore britannico, a cui viene associato per via delle caratteristiche peculiari del suo calcio: il 4-4-2, il baricentro basso, la solidità, l’attaccante grosso e forte di testa.

"Noi ci chiediamo: quali cose possiamo fare per affrontare la sfida? Non esiste dire: forza ragazzi! Possiamo farcela! Se ci crediamo, vinceremo! No, non funziona affatto così"

Contro squadre di caratura superiore, il Burnley gioca spesso partite coraggiose, riuscendo a mettere in crisi la costruzione bassa degli avversari con marcature a uomo a tutto campo.

Tim Quelch: "Mentre il Barcellona veniva acclamato per le fitte trame di passaggi, era soprattutto la fase di pressing a impressionarlo maggiormente"
Il Burnley alterna sapientemente un approccio più aggressivo a un approccio più attendista nel corso della partita, ma appena alza la soglia dell’intensità, il pressing si rivela efficacissimo.
Anche la fase di possesso, a dispetto delle statistiche, è notevolmente organizzata, soprattutto nella lettura delle situazioni di gioco, e capace di interpretare spartiti diversi.
È raro vedere il Burnley ricorrere al lancio lungo contro squadre che aspettano nella propria metà campo, con il baricentro basso.
I difensori centrali, soprattutto Tarkowski, con grande fiducia conducono la palla proprio per invitare la pressione avversaria e liberare spazi in avanti.
Uno degli uomini chiave è Cork.
Acquistato in estate per 10 milioni di sterline dallo Swansea, il centrocampista, che ha giocato in tutte le categorie giovanili con la nazionale inglese, sembrava la classica promessa non mantenuta.
Dyche lo ha piazzato davanti ai quattro della difesa, e Cork è diventato tra i pilastri della squadra e tra i giocatori che hanno corso di più e intercettato più palloni di tutta la Premier League.
Così Gareth Southgate lo ha prontamente convocato per le amichevoli di novembre 2017 contro Germania e Brasile e ai Mondiali di Russia i giocatori del Burnley nella rosa dei Three Lions potrebbero essere più di uno.
Successivamente diventano fondamentali le letture da regista offensivo di Defour, e soprattutto il supporto costante in ampiezza delle ali: l’islandese Gudmundsson e l’irlandese Brady.
La palla si muove sempre in diagonale, da un lato all’altro del campo.
Questo rende più agevoli le ricezioni, e di conseguenza gli scambi rapidi. Contro le squadre che invece alzano il baricentro e aggrediscono il possesso, Dyche adotta il pionieristico kick & run.
Il lancio lungo consente di aggirare il pressing alto e sbloccare rapidamente una potenziale transizione in attacco, potendo contare sulle proprie arieti davanti (Wood, Walters, Barnes e lo scorso anno anche Vokes).
Altri uomini chiave sono Jeff Hendricks (centrocampista di equilibrio) e il portiere Nick Pope (convocato da Southgate nella nazionale inglese per Russia 2018).
Il Burnley è una squadra che in attacco vive ogni calcio piazzato, dalle rimesse laterali alle punizioni da metà campo, come un’occasione irripetibile per trovare la via del gol, e che in difesa nasconde l’area di rigore agli avversari e gioca a spazzare la palla il più lontano possibile, con un piano preciso per creare superiorità nella zona in cui cade il lancio (quindi non lanci a caso).
Dyche è stato allevato nel Nottingham Forest di Brian Clough.
Pur essendo una delle società più antiche di Inghilterra, i Clarets non hanno mai avuto la possibilità di permettersi grossi investimenti. Quando Dyche ha conquistato per la prima volta la promozione in massima serie, nel 2014, per il Burnley è stata soltanto la seconda apparizione nella moderna Premier League.
In quel momento, la società si trovava in grosse difficoltà economiche.
A differenza delle altre neopromosse, condusse una campagna acquisti mediocre, limitandosi a pescare sei giocatori dalla Championship per una spesa complessiva intorno ai 13 milioni di euro.
Del resto, soltanto un anno prima, come ricorda con orgoglio Dyche, il Burnley era stato costretto a vendere Charlie Austin "per essere sicuri che non ci staccassero l’elettricità nello stadio"
Nel frattempo, però, la dirigenza ha dirottato i suoi investimenti sulla costruzione di un nuovo centro sportivo nell’area di Gawthorpe, su quelle colline dove alla fine degli anni 80, il giardiniere del club si recava a raccogliere del terriccio per riempire i buchi disseminati sul prato del Turf Moor.
Il Burnley nonostante un finale di stagione difficile, nel 2017/18 riesce a qualificarsi in Europa League, chiudendo al settimo posto in campionato: 36 gol fatti (15esimo attacco) e 39 gol subiti (sesta miglior difesa).


PUB INTITOLATO A DYCHE
Avendo scritto con il suo Burnley un piccolo miracolo sportivo in Premier League, a Dyche gli è stato dedicato un pub.
Il locale, tra i più noti, frequentati e vicini alla casa del Turf Moor, si chiamava The Princess Royal, ma dopo l’impresa Burnley il nome è cambiato in The Royal Dyche.
Tutto iniziò quasi per scherzo, racconta al Sun la proprietaria Justine Lorriman: "Mettemmo a inizio anno un cartello fuori dal pub (quelli classici dove solitamente c’è il menù e le offerte del giorno), scrivendo che se ci avesse tenuti in Premier League evitando la retrocessione avrebbe potuto bere gratis da noi".
Ma poi le cose sono andate ancora meglio, quando a dicembre la squadra si è ritrovata per un istante addirittura al quarto posto della Premier.
Quindi il resto è storia, l’Europa raggiunta e un pub che ha ormai cambiato nome.
Dyche: "Molti amici mi hanno mandato le foto su Whatsapp, non sapevo cosa pensare, ma quando ho saputo che avrei potuto bere gratis sono rimasto sorpreso"


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domenica 24 giugno 2018

La Storia Di Shohei Ohtani: Il Lanciatore-Battitore (MLB)

Quest'anno la pre-season MLB è stata abbastanza movimentata sia per motivi tecnici che di marketing, in particolare per la caccia a Shohei Ohtani: infatti il lanciatore/battitore giapponese aveva comunicato la sua intenzione di andare negli Stati Uniti.
Nel 2018 quindi sarà sicuramente un caso sportivo, mediatico, economico, di costume che alimenterà le cronache primaverili ed estive.

Sports Illustrated: "Ohtani sta per cambiare il volto del Baseball"

E lo farà grazie alla qualità più unica che rara per un giocatore: essere un fuoriclasse completo, fenomeno sia sul monte di lancio che nel box di battuta.
Uno che in Giappone riceveva 1000 dollari al mese dai genitori, viveva nel dormitorio della squadra e per andare al campo prendeva il pulmino collettivo.
Gli Hokkaido Nippon-Ham Fighters decisero di sceglierlo come primo assoluto nel draft 2012.
Dopo un mese di trattative, Ōtani annunciò che avrebbe firmato con i Fighters, trascorrendo qualche anno nella NPB prima di un eventuale passaggio nella MLB.
Gli venne assegnata la maglia numero 11, precedentemente indossata da Yū Darvish.
Debuttò nella NPB il 29 marzo 2013 nel ruolo di esterno destro.
Con i Fighters vinse il campionato nel 2016, anno in cui è stato premiato come miglior giocatore della Pacific League ed è stato convocato per quattro All-Star Game consecutivi dal 2013 al 2016. Oltre a giocare come lanciatore, Ohtani ha giocato come battitore designato e nel 2016 è diventato il primo giocatore della storia a vincere il Best Nine Award sia nel ruolo di lanciatore che in quello di battitore


MLB
Abbandonata la lega giapponese, per Ohtani si sono spalancate le porte della MLB.
Alla fine sono stati i Los Angeles Angels a metterlo sotto contratto, costato una “sciocchezza” grazie a una clausola che prevede che i giocatori stranieri under 25 che arrivano nel campionato americano entrino col minimo salariale.
Poco più di 500mila dollari all'anno più un bonus una tantum di un paio di milioni abbondanti.
Una buona scelta comunque in quanto i californiani, seppur franchigia ambiziosa (quindi potenzialmente prosperosa), non venivano da anni eccelsi (malgrado Mike Trout).
Ma come detto in apertura, Ohtani è un lanciatore/battitore quindi quale lega scegliere?
Ovviamente l'American (che prevede la regola del battitore designato. Nella National invece Ohtani avrebbe dovuto battere a prescindere) che è una scelta a doppio taglio.
Se il giocatore avesse sfondato in ambo i ruoli la ribalta mediatica sarebbe stata ovviamente incredibile (proprio per la regola dell'American in cui, come detto, è possibile sostituire il pitcher al turno di battuta), dall'altro lato però nella National avendo dovuto battere a prescindere non avrebbe avuto nessun tipo di problema (anche se le cose fossero andate male) continuando magari ad impratichirsi (avendo però la concorrenza di un osso durissimo alla battuta quale Madison Bumgarner, almeno per quanto riguarda gli HR, ben 17 in carriera per il pitcher dei San Francisco Giants).
Lo spring training aveva portato qualche nube oscura sul giapponese classe 1994, in entrambi i settori: sul monte di lancio aveva concesso 9 punti in soli 2.2 inning lanciati, mentre in battuta aveva collezionato 4 singoli in 32 apparizioni al piatto, a fronte di 10 strikeout.
Però quando il gioco si è fatto duro, il giapponese ha risposto presente.
Come lanciatore: il primo aprile ha esordito nella MLB con 6 inning in quel di Oakland: 3 valide e 3 punti concessi, 1 base su ball e 6 strikeout.
Dopo 7 giorni, di nuovo con gli A’s ma questa volta ad Anaheim: 6 inning di perfect game, prima di concedere un singolo e una base su ball, che sono anche stati il misero bottino totale degli ospiti, a fronte di ben 12 strikeout subiti.
Prima dell'infortunio: 3.10 di ERA stagionale (49.1 IP con 61 K) ed una WHIP di 1.14.
5 Quality Starts.
E se parliamo del box di battuta (come battitore designato ed esterno), i numeri sono ancora più straordinari: pur non giocando tutte le partite (chiaramente non va a battere nei giorni in cui lancia e nel giorno precedente), ha già all’attivo un'ottima AVG e diversi HR.
Ad oggi: 6 HR, .372 .OBP, 20 RBI e 17 R.
Ed anche una base rubata (malgrado i 193 cm e i quasi 100 KG di peso).
Il tuttofare del Sol Levante sta dimostrando di essere un fattore importante in questo primo periodo di adattamento, e allo stesso modo tutta la squadra sta viaggiando forte.
Un asso che negli USA non si vedeva dai tempi di Babe Ruth.

"Sono onorato di essere paragonato a lui e spero in futuro di avvicinarmi a quello che ha fatto"

Ecco, stiamo parlando di un personaggio di quella portata, di uno che potrebbe per i prossimi anni entrare in pianta stabile nella mitologia e nello show business.


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lunedì 18 giugno 2018

La Storia Della Big Red Machine (Cincinnati Reds)

I Cincinnati Reds negli anni 70 vennero etichettati come "The Big Red Machine", per via di record impressionanti, mai più ripetuti.
Tanto per intenderci una media di 100 vittorie a stagione dal 1972 al 1976.
95 vittorie dal 1970 al 1979 (953 vittorie e 657 sconfitte).
La "Big Red Machine" prese il suo nome, nell'estate del 1969.
Pete Rose aveva un vecchio camion pick-up del 1934, di colore rosso.

"Questo camion è la piccola macchina rossa. Questa squadra è la grande macchina rossa"

Bob Hunter, un giornalista sportivo di Los Angeles, è accreditato come la prima persona ad usare il termine, dopo che i Reds sconfissero i Phillies 19-17 in una slugfest nell'estate del '69.
L'ex fumettista dell'Enquirer, Jerry Dowling, stava disegnando pure lui il cartoon di "Big Red Machine" nell'estate del '69.
Fin dall'inizio, la franchigia dei Reds promosse fortemente la squadra come "The Big Red Machine".
Come vedremo vinsero 2 World Series: nel 1975 e nel 1976 (delle 5 vinte in totale, le altre nel 1919, 1940 e 1990).


THE BIG RED MACHINE
I Reds del 1976 con il lineup composto da Johnny Bench, Tony Pérez, Joe Morgan, il controverso Pete Rose, Dave Concepción, il minaccioso (e feroce, oltre che potentissimo) George Foster, César Geronimo e Ken Griffey dominarono la league, vincendo 102 partite e perdendone solo 60 nel loro cammino verso una post season terminata con la vittoria delle World Series e una sweep sugli Yankees.
Il lineup divenne noto come i "Great Eight", e tutti sono stati introdotti nella Cincinnati Reds Hall Of Fame, ad eccezione di Pete Rose, che rimane ineleggibile a causa dello scandalo scommesse sulle sue partite.
Rose comunque è leader di tutti i tempi in valide, Bench, Morgan e Perez invece HOF.
I "Great Eight", furono titolari insieme solo 88 volte nel corso delle due stagioni, vincendo 69 partite e perdendone solo 19 per un incredibile percentuale di vittorie di .784.
Giocarono al Crosley Field fino al 30 giugno del 1970, e poi i Reds si trasferirono nel Riverfront Stadium, uno stadio con 52000 posti a sedere sulle rive del fiume Ohio.
I Reds iniziarono il 1970 con il botto, vincendo 70 delle loro prime 100 partite.
Johnny Bench, Tony Pérez, Pete Rose, Lee May e Bobby Tolan furono i primi leader offensivi della Red Machine; Gary Nolan, Jim Merritt, Wayne Simpson e Jim McGlothlin i leader a livello di pitchers. I Reds volarono attraverso la stagione 1970, vincendo la NL West e il pennant della NL, spazzando i Pittsburgh Pirates in tre partite.
Alle World Series, tuttavia, furono battuti dai veterani dei Baltimore Orioles in cinque partite.
Dopo la pessima stagione del 1971 Cincinnati effettuò delle trade che si rivelarono vincenti.
I Reds del 1972 vinsero la NL West nel primo sciopero del Baseball che accorciò la stagione, e sconfissero i Pittsburgh Pirates in un’emozionante serie di cinque partite di playoff.
Affrontarono poi gli Oakland Athletics nelle World Series.
Sei delle sette partite furono vinte per un punto.
I Reds vinsero la terza corona della NL West nel 1973, dopo una rimonta drammatica nella seconda metà, che li aveva visti recuperare 10 partite e 1/2 sui Los Angeles Dodgers dopo la pausa per l'All-Star. Tuttavia persero il pennant della NL dai New York Mets in cinque partite.
La serie di New York fu segnata da polemiche per il comportamento dei fans dello Shea Stadium contro Pete Rose, quando lui e Bud Harrelson si picchiarono dopo una dura scivolata di Rose su Harrelson in seconda base nel corso del quinto inning di Gara 3.
Ci fu una maxi rissa tra le due panchine dopo che Harrelson rispose alla mossa aggressiva di Rose per impedirgli di completare un doppio gioco insultandolo.
Questa portò anche ad altri due incidenti in cui fu interrotto il gioco.
I Reds persero 9 a 2 e il manager di New York, Yogi Berra (ex catcher degli Yankees), e il leggendario Willie Mays, su richiesta del presidente della National League, Warren Giles, fecero un appello ai tifosi della zona sinistra del campo di trattenersi.
Il giorno dopo la serie venne allungata ad una quinta partita quando Rose colpì un fuoricampo nel 12 ° inning per pareggiare la serie con due partite a testa.
I Reds nel 1974 vinsero 98 partite, ma finirono secondi dietro ai Los Angeles Dodgers vincitori di 102 gare.
Hank Aaron arrivava nell’opening day con 713 HR, mancandogli un fuoricampo per pareggiare il record di Babe Ruth di 714. Aaron girò il primo lancio della stagione '74 realizzando il fuoricampo del pareggio contro Jack Billingham.
Il giorno dopo i Braves misero in panchina Aaron Braves, sperando di veder realizzare il suo fuoricampo record della storia nell’apertura della stagione in casa loro.
Il Commissioner del Baseball, Bowie Kuhn, ordinò al management dei Braves di far giocare il giorno dopo Aaron, dove mancò di poco lo storico fuoricampo nel quinto inning.
Aaron stabilì poi il record ad Atlanta due notti dopo.


GREAT EIGHT
Con il 1975, il lineup della Big Red Machine si solidificò con la squadra titolare composta da Johnny Bench (c), Tony Perez (1b), Joe Morgan (2b), Dave Concepción (SS), Pete Rose (3b), Ken Griffey (RF), Gerónimo César (CF), e George Foster (LF).
I lanciatori partenti includevano Jack Billingham, Don Gullett, Fred Norman, Gary Nolan,  Pat Darcy e Clay Kirby.
John Vukovich era il terza base titolare.
Si trattava di un difensore superbo ma debole alla battuta.
Sparky Anderson fece una mossa audace, spostando Rose in terza base, una posizione in cui aveva pochissima esperienza, e inserendo Foster all’esterno sinistro. Questa fu la scossa di cui i Reds avevano necessità per spingersi in prima posizione, con Rose che dimostrò di essere affidabile in difesa, mentre l'aggiunta di Foster nel campo esterno diede il valore aggiunto.
I Reds realizzarono due strisce pazzesche: vinsero 41 delle 50 partite in un solo periodo e giocarono un mese senza commettere errori in difesa.

Nella stagione 1975, Cincinnati conquistò la NL West con 108 vittorie, poi spazzò i Pittsburgh Pirates in tre partite per vincere il pennant della NL.
Nelle World Series, affrontarono i Boston Red Sox.
Dopo essersi divise le prime quattro gare, i Reds vinsero Gara 5.
I Reds erano avanti 6-3 con 5 out per vincere, quando i Red Sox pareggiarono la partita con un fuoricampo da tre dell'ex Reds Bernie Carbo. Fu Carbo il secondo pinch-hit che colpì un fuoricampo da tre punti delle Series. Dopo un paio di chiamate di closer in entrambe le formazioni, Carlton Fisk colpì un pazzesco fuoricampo al 12° inning sul palo di foul di sinistra (che è considerato uno dei più grandi momenti dello sport in TV di tutti i tempi) per dare ai Red Sox una vittoria per 7 a 6 e imporre una decisiva Gara 7.
Cincinnati prevalse il giorno dopo, quando Morgan battè il singolo RBI che fece vincere gara 7 e diede ai Reds le loro prime World Series dopo 35 anni. I Reds non persero una partita delle World Series dal fuoricampo di Carlton Fisk, in un arco di 9 vittorie consecutive.
Il 1976 vide il ritorno degli stessi otto titolari in campo.
I Reds vinsero la NL West con dieci partite di vantaggio. Rimasero imbattuti nella postseason (ad oggi l'unica squadra a farlo da quando sono stati introdotti i playoff), spazzando i Philadelphia Phillies (vincendo gara 3 nella loro ultima at-bat) per tornare alle World Series. Continuarono a dominare eliminando gli Yankees nel rinnovato Yankee Stadium, le prime World Series dal 1964. Questo è stato il solo secondo sweep di sempre degli Yankees nelle World Series.
Gli anni successivi portarono cambiamenti.
Tony Perez fu scambiato con Montreal dopo la stagione 1976, rompendo il quintetto delle Big Red Machine. Il manager Anderson e il general manager Howsam considerarono poi questa trade l'errore più grande della loro carriera. Il lanciatore partente Don Gullett andò via e nel tentativo di colmare questa lacuna, fu preparata una trade con gli Oakland A's per avere Vida Blue durante la off season del 76/77.
Ma Bowie Kuhn, Commissioner, pose il veto alla trade nello sforzo di mantenere l'equilibrio competitivo nel Baseball.
Il 15 giugno 1977, Tom Seaver lanciatore dei Mets fu ceduto ai Reds per Pat Zachry, Doug Flynn, Steve Henderson, e Dan Norman.
La fine dell'era della Big Red Machine era stata annunciata dalla sostituzione del General Manager Bob Howsam con Dick Wagner.
Tornando a Pete Rose, nell'agosto 1989, tre anni dopo il ritiro da giocatore, Rose fu bandito a vita dal Baseball in seguito alle accuse di avere scommesso sulle partite mentre giocava con i Cincinnati Reds, incluse quelle della sua stessa squadra.
Venne considerato "permanentemente ineleggibile" per l'HOF.
Nel 2004, dopo anni di pubbliche smentite, Rose ammise di avere scommesso sul Baseball e su, ma non contro, i Reds.
Il periodo incriminato però va dal 1984 al 1986.
L'investigazione rese pubblica l'esistenza di registri delle scommesse di Rose sul Baseball.


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venerdì 15 giugno 2018

La Storia Di Frode Andresen e Gli Errori Al Poligono (Biathlon)

Frode Andresen, olandese residente ad Honefoss (Norvegia), nato nel 1973 è stato tra i più forti biatleti almeno per quanto riguarda la velocità sugli sci.
Quello che l'ha frenato in carriera sono stati i tanti errori al poligono di tiro.
Come detto fu uno dei più veloci sciatori sugli sci, ma la sua precisione al tiro è sempre stata molto discutibile, ad esempio le sue statistiche di tiro nella stagione 2003/04 parlano di un 72% disteso e 67% in piedi.
Poco, troppo poco, se consideriamo che i migliori del Biathlon superano in media l'80%.

Katja Haller: "All´inizio della mia carriera ero una tifosa del norvegese Frode Andresen. La sua tecnica sugli sci era perfetta. Lui poi era un tipo riservato, che aveva pochi contatti con gli altri biathleti. Al poligono era incredibile: poteva sbagliare tutti i bersagli oppure rimanere senza errori. Per questo le sue gare sono sempre state molto emozionanti"

Iniziò a gareggiare nel 1985, l'esordio in coppa del mondo è datato 1993, lì riuscirà a vincere 15 gare, di cui tre vittorie ad Holmenkollen con due vittorie sprint (2000, 2001) e un inseguimento (2001).
In tutto Andresen ha ottenuto 47 podi individuali.
Il miglior piazzamento nella coppa del mondo fu il terzo posto nel 2001.
Nel 2002 si ricordi l'incredibile gara di Holmenkollen vinta da Fischer con Andresen secondo nonostante i 5 giri di penalità.
Il 22 gennaio 2006, Frode Andresen vinse la Golden Cup, che è un trofeo assegnato al biathleta con il maggior numero di punti durante i tre eventi mondiali dopo Natale.
Una delle sue imprese più grandi fu la vittoria a Ruhpolding nel 2006 quando praticamente rovinò la festa ai tedeschi già esultanti.
La gara praticamente era stata vinta da Rosch (0 errori al poligono e un buon tempo sugli sci, basti dire che Poirèe con altrettanti 0 errori era staccato di quasi 12 secondi), in quanto i più forti avevano già terminato la gara ed Andresen partiva con un pettorale altissimo.
Secondo posto per l'altro idolo di casa Greis.
Frode commette un solo errore in piedi ed è staccato di 14,5 secondi, impresa ai limiti dell'impossibile, eppure nell'ultima tornata (con la pista già abbastanza rovinata) riesce a recuperare secondi su secondi.
Vincerà Andresen (14esimo successo in carriera) con 3,7 secondi di vantaggio su Rosch.
Invece, sempre nello stesso anno, con la vittoria di Anterselva (la terza in carriera) raggiunse Dratchev e Rotsch al quinto posto dei plurivittoriosi all time.
Quel giorno per Andresen nessun errore al poligono (una delle rare occasioni in cui successe ciò) e quindi l'esito della gara non poteva che essere una netta vittoria sul connazionale Hanevold.
Fu la 15esima ed ultima vittoria in carriera.
Il 14 febbraio 2006, Andresen vinse la medaglia di bronzo nella volata di 10 km delle Olimpiadi invernali del 2006 con un tempo di 26: 31.3 (1 solo errore su 10 tentativi), ovvero 19.7 secondi dietro al vincitore Sven Fischer della Germania.
L'ultima gara di Andresen ai Mondiali è stata la sprint di Hochfilzen il 15 dicembre 2011 nella stagione 2011/12.


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