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venerdì 27 giugno 2014

Lo Scandalo Dei Black Sox: World Series 1919 (MLB)

Le World Series del 1919 tra i Chicago White Sox (campioni della American League) e i Cincinnati Reds (della National League) passarono alla storia per lo scandalo che coinvolse otto giocatori di Chicago, sospesi a vita dopo che un tribunale stabilì che si erano messi d'accordo con due giocatori d'azzardo per perdere intenzionalmente la finale(dietro compenso ovviamente).
La storia della corruzione dei giocatori e del loro processo venne definita Scandalo dei Black Sox, dal nome della franchigia, per il fatto che i "calzini bianchi" (White Sox) divennero neri per aver perso la loro purezza.
Purezza in realtà persa prima dello scandalo per altri motivi, anche se meno umilianti di questi.
Infatti il proprietario Comiskey non voleva lavare le divise da gioco per risparmiare i soldi in lavanderia, per questo vennero chiamati Black Sox.


LA COMBINE
E' il 31enne prima base dei White Sox Chick Gandil che ebbe per primo l'idea di accordarsi sulla sconfitta nelle World Series, e si rivolse ad uno dei più importanti scommettitori del paese: Sullivan.
Gli riferì che era in grado di convincere anche altri giocatori della sua squadra, in quanto molti di essi erano in rotta con il presidente Charles Cominskey a causa dei bassi stipendi ricevuti negli ultimi anni.
Il primo ad essere contattato fu il lanciatore Eddie Cicotte, il quale si trovava in difficoltà economiche a seguito dell'acquisto di una fattoria nel Michigan; dopo qualche esitazione accettò la proposta chiedendo in cambio 10.000 dollari.
Gandil continuò così a reclutare altri giocatori: Risberg e McMullin accettarono subito, ma quello che serviva di più era un altro lanciatore partente, che trovò in Williams.
Quindi si assicurò anche i tre migliori battitori della squadra, Jackson, Weaver e Felsch.
Il 21 settembre 1919 all'Ausonia Hotel di New York, si svolse la riunione decisiva nella stanza di Gandil, una riunione che segnerà per sempre le carriere di questi otto giocatori.
L'accordo venne fatto sulla base di 80.000 dollari complessivi, ma quando Gandil informò l'allibratore Sullivan questi rimase perplesso per la cifra così alta e per giunta in contanti.
Dopo aver contattato un altro scommettitore, Arnold Rothstein, Gandil incontra di nuovo i giocatori il 29 settembre, il giorno prima della partenza per Cincinnati in vista di gara uno delle WS (al meglio delle nove partite).
Ai giocatori offrì subito 40.000 dollari, con gli altri 40.000 da pagare al termine della serie. Sullivan però consegnò a Gandil solo 10.000 dollari, non potendo resistere alla tentazione di giocarsi gli altri 30.000 sulla vittoria degli sfavoriti Reds.
Gandil prese in consegna i 10.000 e li girò a Cicotte, lanciatore partente di gara 1.
Gli altri sette giocatori erano però furiosi in quanto si aspettavano la loro parte da subito ed in un incontro tenutosi al Sinton Hotel di Cincinnati il giorno prima della partita, si accordarono mal volentieri per 20.000 dollari a sconfitta da dividersi in parti uguali.


GARA 1(REDS-WHITE SOX 1-0)
Il primo ottobre, in una giornata calda ed assolata, si svolse la prima partita: il segnale che i giocatori avevano realmente accettato la combine era che Cicotte(il partente) colpisse il primo battitore dei Reds Maurice Rath; il primo lancio fu però uno strike, mentre il secondo colpì Rath sulla schiena, era fatta!
I Reds vinsero gara 1 con il punteggio di 9-1.


GARA 2(REDS-WHITE SOX 2-0)
In gara 2 Williams, famoso per il suo controllo sul monte di lancio, concesse tre basi ball consecutive nel quarto inning e tutti e tre i corridori arrivarono a casa base: punteggio finale Cincinnati 4, Chicago 2.
Dopo gara due i giocatori ricevettero altri 10.000 dollari, ma erano nervosi ed arrabbiati perché non avevano ancora ricevuto la cifra pattuita.


GARA 3(REDS-WHITE SOX 2-1)
Nonostante non avessero ancora deciso come comportarsi in gara 3, Gandil confidò per dispetto a Sullivan che avrebbero perso anche quella, mentendo.
Sullivan andò sicuro a scommettere sulla vittoria dei Reds, ma la gara la vinsero i White Sox 3-0, con lo stesso Gandil protagonista con due punti battuti a casa.


GARA 4(REDS-WHITE SOX 3-1)
All'indomani di gara 4 Gandil disse a Sullivan che se non avesse avuto altri 20.000 dollari la combine sarebbe finita, li ottenne ed i Reds vinsero grazie a due clamorosi errori di Cicotte.
Nel frattempo il terza base Weaver si tirò fuori, evitando di prendere più soldi.


GARA 5(REDS-WHITE SOX 4-1)
Gara 5 andò ancora ai Reds, che ora conducevano la serie per 4-1, suscitando le prime velenose reazioni di stampa e tifosi.


GARA 6(REDS-WHITE SOX 4-2)
Ma quando Sullivan non consegnò i 20.000 dollari dovuti per la sconfitta in gara 5, i giocatori decisero di iniziare a giocare come sapevano, vincendo gara 6 con il punteggio di 5-4 al decimo inning dopo essere stati sotto 0-4.


GARA 7(REDS-WHITE SOX 4-3)
Vittoria White Sox anche in gara 7, con lo stesso Cicotte autore di una grande prestazione sul monte di lancio, in cui subì solo sette valide e portando così la serie sul 4-3 per i Reds.


GARA 8(REDS-WHITE SOX 5-3)
Rothstein e Sullivan cominciarono però a preoccuparsi poiché avevano scommesso troppi soldi sui Reds per rischiare di non vederli vincere, e passarono all'attacco contattando direttamente il lanciatore partente di gara 8, Lefty Williams.
L'offerta fu molto vantaggiosa e Williams si accordò affinché la partita fosse decisa già al primo inning: subì quattro valide e tre punti, eliminando un solo battitore ed effettuando solo 15 lanci prima di essere sostituito dall'allenatore.
I Reds vinsero la gara 10-5 e conseguentemente le World Series.


LE REAZIONI
Quello che successe dopo fu un interminabile serie di polemiche, e la voce di una combine cominciò pian piano a circolare, costringendo il presidente Charles Cominskey ad assumere un detective privato per controllare i movimenti finanziari dei suoi giocatori.
Il primo a parlare ufficialmente dell'accordo fu il giornalista Hugh Fullerton con un articolo pubblicato sul New York Evening World del 15 dicembre 1919: "venti minuti prima dell'inizio di gara 8 a Chicago, fui preso in disparte da uno scommettitore che mi consigliò di puntare forte sulla vittoria dei Reds; rimasi perplesso e gli chiesi se sapeva qualcosa riguardo cosa sarebbe successo oggi, mi rispose che avrei visto il più grande primo inning della mia vita".


I PROCESSI
Soltanto nell'agosto del 1920 però cominciarono ad uscire le prime prove e testimonianze contro i giocatori dei White Sox: Gandil, Cicotte, Williams, Risberg, Felsch, McMullin, Weaver e Jackson furono chiamati in tribunale.
Cominskey sospese gli otto giocatori sotto inchiesta ed i Sox non riuscirono più a raggiungere le finali del 1920.
Dopo mille rivelazioni, polemiche, confessioni poi ritratte, si arrivò al processo il 29 luglio 1921: l'accusa chiese cinque anni di carcere e 2000 dollari di multa per tutti i giocatori incriminati; la difesa sostenne che i giocatori avevano si preso quei soldi, ma non vi erano prove sul loro scarso impegno sul diamante.
Dopo solo due ore la giuria emise il verdetto: tutti assolti!


LE SQUALIFICHE A VITA
I giocatori furono portati in trionfo fuori dal tribunale dalla folla festante ma la sorpresa per loro arrivò il giorno dopo, con la squalifica a vita.

"Senza tener conto del verdetto dei giudici, nessun giocatore che trucca una partita, nessun giocatore che si industria o promette di truccare una partita, nessun giocatore che siede a colloquio con un gruppo di disonesti e scommettitori dove si sta discutendo di truccare una partita e non informa immediatamente il proprio club, giocherà mai più a baseball".

Con questa dichiarazione resa alla stampa il giorno dopo il verdetto di assoluzione, il neo Commissioner della MLB giudice Kenesaw Mountain Landis squalificò a vita gli otto giocatori dei Chicago White Sox (soprannominati in seguito Black Sox), rei di aver venduto a degli scommettitori le World Series del 1919 contro i Cincinnati Reds.
I lanciatori Eddie Cicotte e Claude Williams, il 1B Chick Gandil, l'interbase Swede Risberg, il 3B Buck Weaver, l'interno Fred McMullin, l'esterno sinistro Joe Jackson e l'esterno centro Oscar Felsch videro così miseramente finire le loro carriere in una delle pagine più buie del baseball e di tutto lo sport professionistico americano.

Se v'interessa l'argomento vi consiglio anche questo articolo: Scandalo Scommesse: Pete Rose(1989)


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Lo Scandalo Delle Taglie Dei New Orleans Saints: Bountygate (NFL)


Lo scandalo delle taglie dei New Orleans Saints(Bounty Program o Bountygate), fu un incidente che coinvolse diversi giocatori difensivi dei New Orleans Saints della NFL, scoperti ad aver costruito un sistema che assegnava bonus, o "taglie," per prestazioni vietate dal regolamento NFL.
Il sistema prese il via nel 2009 (l'anno in cui i Saints vinsero il Super Bowl XLIV) e terminò nel 2011. Tra le altre cose, i giocatori furono scoperti ad incassare bonus per infortunare deliberatamente gli avversari.
In pratica l'idea di Gregg Williams(coordinatore difensivo) era quella di premiare con somme di denaro i giocatori che riuscivano a infortunare gli avversari, se poi il danno era così grave da non consentire il rientro in campo del giocatore colpito il premio saliva. Si parla di cifre attorno ai 5000 dollari ad infortunio con maggiorazione nelle partite di play off.


LE TAGLIE
La NFL iniziò ad investigare sui Saints nel 2010 in risposta alle denunce di aver tentato di infortunate volontariamente i giocatori avversari durante i playoff 2009/10 ma l'indagine rimase in stallo fino alla stagione 2011.
Il 2 marzo 2012, la NFL annunciò di aver le prove che "una ventina di giocatori dei Saints", oltre all'ex coordinatore difensivo Gregg Williams, pagarono di tasca propria dei bonus legati alle prestazioni.
Dunque dal 2009 al 2012 i Saints avrebbero stimolato i giocatori della difesa a colpire duramente gli avversari con l’obiettivo dichiarato di  provocare infortuni.Il "programma" gestito da Williams, e non   sconosciuto all’head coach Sean Payton, avrebbe coinvolto almeno 22 atleti.
I giocatori alimentavano il montepremi e, in caso di  prestazioni all’altezza, passavano a riscuotere.
Note anche le "taglie": 1000 dollari di ricompensa se l’avversario usciva in barella  e 1500 se il "bersaglio" non riusciva a tornare in campo.
I premi venivano raddoppiati durante la post-season.
Nella post-season 2009, coronata dal trionfo dei Saints al Super Bowl, la difesa di New Orleans avrebbe dedicato attenzioni particolari a Kurt Warner, quarterback degli Arizona Cardinals, e a Brett Favre, quarterback dei Minnesota Vikings sconfitti nella finale della National Football Conference. L’inchiesta, condotta dal Security Department della lega, si è sviluppata attraverso l’esame di 18.000 documenti e oltre 50.000 pagine.
Da allora, Williams fu accusato di aver messo in piedi operazioni simili durante le sue permanenze come coordinatore difensivo dei Tennessee Oilers e dei Washington Redskins e come capo-allenatore dei Buffalo Bills.


SANZIONI
Il commissioner della NFL Roger Goodell rispose con alcune delle più severe sanzioni dei 92 anni di storia della lega e tra le più severe per gli incidenti in campo della storia dello sport professionistico nord-americano.
Williams fu sospeso a tempo indefinito, Payton fu sospeso per l'intera stagione 2012 e Loomis sospeso per le prime 8 gare della stagione 2012.
L'assistente capo-allenatore Joe Vitt fu sospeso per le prime 6 gare della stagione 2012.
Payton è stato il primo capo-allenatore della storia della NFL a venire sospeso.
L'organizzazione dei Saints fu multata di 500.000 dollari e privata delle scelte del secondo giro del Draft NFL 2012 e 2013.
Giocatori: Jonathan Vilma fu sospeso per l'intera annata 2012 senza aver diritto allo stipendio, Will Smith e Anthony Hargrove (quest'ultimo trasferitosi prima ai Seattle Seahawks e successivamente ai Green Bay Packers), rispettivamente per quattro e otto giornate e il linebacker Scott Fujita (da due stagioni ai Cleveland Browns) con tre giornate di stop.
Il 7 settembre 2012, la commissione a cui si era rivolta in appello l'Associazione Giocatori sospese unanimemente le pene dei quattro atleti coinvolti, permettendo loro di essere schierabili nell'imminente prima giornata della stagione 2012.

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giovedì 26 giugno 2014

Differenza Tra No Hitter e Perfect Game (Baseball)

Nel Baseball i punti (Run) si realizzando conquistando basi (ball o per errori del pitcher/catcher/difesa) e realizzando valide (Hit). Un pitcher lancia una "Quality Start", quando in almeno 6 inning lanciati subisce al massimo 3 Run. Si parla di "Dominant Start" quando il pitcher in almeno 7 inning lanciati subisce al massimo 2 Run. Infine si realizza uno "Shutout" (imbiancata o cappotto), se non concede alcun punto. Essa quindi è una statistica accreditata al lanciatore che riesce a non far segnare alcun punto agli avversari in tutta la partita. Nelle statistiche viene abbreviato in SHO. Se più lanciatori si alternano al lancio, si realizza uno Shutout Combinato.


NO HITTER
La parola No-Hitter letteralmente vuol dire "nessuna valida", essa designa una partita di almeno 9 inning in cui una delle due squadre non riesce a realizzare nemmeno una battuta valida. Una battuta, cioè, che termina in territorio valido e che consenta al corridore di raggiungere la prima base salvo (quindi prima della palla, scampando dall'eliminazione). Esso designa nello specifico la prestazione di un solo lanciatore ed è uno dei momenti attraverso il quale si raggiunge il Perfect Game.
Se conoscete il gioco del Baseball, nonostante sia molto difficile da realizzare, un No-Hitter non è garanzia di vittoria, in quanto i battitori avversari potrebbero raggiungere la prima base attraverso errori dello stesso lanciatore o della difesa. O ancora su base ball, grazie cioè a quattro lanci che terminano fuori della zona di strike. Da lì, un Wild Pitch, una base rubata o altri errori potrebbero garantire il punto agli avversari malgrado gli stessi non battano nessuna valida.
Poi ovviamente per esser sconfitti dovrebbe capitare che la squadra che lancia il No Hitter sia poco produttiva in attacco.


PERFECT GAME
Infine il Perfect Game. Innanzitutto, la partita perfetta inizia con una vittoria (W) del pitcher e della sua squadra. Quando il lanciatore che ottiene la vittoria è l'unico a scendere in campo per la propria squadra, senza bisogno quindi di lanciatori di rilievo che lo sostituiscano, allo stesso viene attribuita anche una "partita completa" (complete game). Mentre tutte le partite garantiscono un vincitore, il numero di complete game è già molto inferiore. Una partita completa in cui la squadra avversaria non realizza neanche un punto fa raggiungere al lanciatore la tappa successiva verso la perfezione, lo Shutout (di cui abbiamo parlato prima). Altra tappa fondamentale per raggiungere la partita perfetta è il No-Hitter quindi una partita di almeno 9 inning in cui una delle due squadre in campo non realizza neanche una battuta valida. In oltre 178.000 partite disputate dal 1900 al 2014 nelle Major Leagues, si sono avuti solo 243 No-Hitter: per definizione, solo in queste poteva essere realizzato un Perfect Game. Nella partita perfetta, infatti, devono essere eliminati anche i più piccoli errori di un No-Hitter: quindi, nessuna valida, nessuna base ball, nessun errore che garantisca una base a un avversario, né da parte del lanciatore, né tantomeno dai suoi compagni della difesa. Secondo questi termini, solo 21 partite nella storia del baseball moderno possono essere definite Perfect Game: si tratta all'incirca di una partita 8 otto anni. Il Perfect Game ha premiato in maniera più o meno uguale campioni immortali ed illustri sconosciuti, ed ha arricchito il proprio mito anche grazie a prestazioni straordinarie che per un piccolo difetto non riuscirono a raggiungere la perfezione.
Ovviamente per qualsiasi di questa impresa (No Hitter e soprattutto Perfect Game) molto importante, oltre che la giornata di grazia del lanciatore (e della difesa), anche la prestazione in battuta non eccezionale degli avversari.



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giovedì 8 maggio 2014

La Storia Del Wimbledon FC (Crazy Gang)

Diciamo che quando si sente parlare di Wimbledon, i primi concetti che vengono in mente sono magari quelli legati al famoso torneo di tennis o al quartiere di Londra.
Solo in seguito viene in mente il nome della squadra.
A Wimbledon, sobborgo della periferia sud-occidentale di Londra, ha avuto sede una delle squadre più particolari della storia.
Una squadra che forse i concetti di tradizione, rispetto ed eleganza non avrebbe saputo trovarli nemmeno sul dizionario.


LA STORIA
Il Wimbledon Football Club nasce nel 1889 a opera di un gruppo di studenti.
Per decenni la sua dimensione è quella delle serie dilettantistiche, dove si distingue come una delle migliori squadre di tutta l’Inghilterra.
Nel 1964 avviene il primo passo verso il professionismo.
La squadra va bene, coglie qualche promozione e nel 1986 riesce ad arrivare in massima serie.


LA FOLLIA DELLA CRAZY GANG
In questa salita dai bassifondi alla cima del calcio inglese bisogna citare alcuni nomi.
Il primo è Dave Bassett, l’allenatore della squadra dal 1981 al 1987.
La sua idea di calcio è semplice: corsa, determinazione, grinta ai limiti della cattiveria e ed aggressività.
Il centrocampo è formato da mastini pronti a mordere, i piedi buoni non servono.
Il gioco parte sempre da lanci lunghi della difesa a cercare il centravanti.
Poi si spera in un’invenzione, un rimpallo, una sponda.
Se va male entrano in azione i mastini di cui prima che, potendo scegliere, passano sempre alle cattive senza mai farsi venire voglia di provare le buone.
Chiunque sia l’avversario, l’approccio è sempre quello, rozzo e rustico.
Gary Lineker, storico goleador della nazionale inglese, arriva a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo».
La squadra non attira molte simpatie e a questo contribuisce anche la maniera molto poco british con cui i giocatori interpretano la partita.
Si va dalle intimidazioni, verbali e non, agli insulti urlati in faccia agli avversari nel tunnel d’ingresso al campo. Se poi si gioca in casa è pronto un cerimoniale di benvenuto che comprende bagni dello spogliatoio ospite intasati e senza carta igienica, zucchero scambiato col sale e radio portata al massimo volume.
Nessuno voleva incontrare il Wimbledon, tutte le squadre d’Inghilterra dalla più grande alla più piccola erano terrorizzate all’idea di dover condividere il rettangolo di gioco con quegli 11 pazzi, e la speranza ad inizio partita non era di uscire dal campo vincitori ma tutti d’un pezzo.


I PROTAGONISTI DELLA CRAZY GANG
I protagonisti principali di questa squadra erano Wally Downes, Dave Beasant, Eric Young, John Fashanu, Dennis Wise, Lowry Sanchez e Vinnie Jones.
Questi sei giocatori con la loro cattiveria ed una fantastica propensione all’intimidazione rappresentavano al meglio lo stile di gioco del Wimbledon.
Downes: centrocampista, prodotto delle giovanili, un pazzo.
Gli storici sono concordi nel dire che l’allegro spirito che pervade la squadra abbia in lui il suo padre putativo.
Per anni nello spogliatoio si può assistere a una serie di tagliuzzamenti di vestiti e di incendi a borse e effetti personali vari, soprattutto dei nuovi arrivati.
Beasant era il capitano e il portiere, i suoi supporters lo soprannominarono Lerch per via della sua stazza imponente e della sua somiglianza al maggiordomo della famiglia Adams.
Young, era il leader difensivo, ed è ricordato con il soprannome di Ninja per via delle sue entrate spettacolari e della fascia di lana che portava sempre in testa.
Poi c’era Fashanu, il granitico attaccante della crazy gang.
Fisico da bersagliere e origini nigeriane, la cosa curiosa sul suo conto è che solitamente sono gli attaccanti a lamentarsi della durezza dei difensori avversari, nel suo caso questo non avveniva, era molto più spesso lui che si rendeva protagonista di entrate al limite del processo penale pur di recuperare il pallone e cercare di fare gol.
Wise era il giocatore di maggior talento di quella squadra e la sua carriera ne testimonia le ottime qualità di centrocampista di rottura ma anche in grado di inserirsi e segnare con grande continuità.
Tra gli highlights della sua carriera troviamo un morso a Marcelino Elena del Maiorca in una partita di Coppa delle Coppe (quando è già al Chelsea), la rottura della mascella di un suo compagno durante un ritiro con il Leicester e una condanna a tre mesi di prigione per aver aggredito un tassista.
Per un contorno, una lunga serie di giornate di squalifica per delicatezze varie e un rapporto con gli arbitri che fa sempre un pò fatica a decollare.
Una frase molto significativa su Wise la disse Sir Alex: “Wise potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota!”.
Lawrie Sanchez, figlio di padre ecuadoregno e madre dell’Irlanda del Nord, potrebbe giocare per entrambe le nazionali, ma sceglie i britannici perchè sono più vicini.
Si ritiene che nel 1982 sia stato uno dei primi giocatori al mondo ad essere stato espulso per aver deliberatamente evitato un gol con una mano.
Infine arriva Vinnie Jones, se Fashanu aveva un fisico da bersagliere lui ne possedeva uno da gladiatore. Era alto, forte e con la tipica faccia del “bad boy” britannico.
Insieme a Wise componeva una coppia di centrocampisti che terrorizzavano gli avversari.
Per Jones giocare a calcio era come scendere in un arena di guerra, la palla era come il Santo Graal e per cercare di conquistarla ogni mezzo era lecito.
Le sue imprese divennero presto leggenda (12 cartellini rossi in carriera, secondo solo a Keane, detentore del record per il cartellino rosso più rapido della storia, arrivato dopo soli 3 secondi dal fischio d’inizio) e vennero raccolte in una serie di VHS chiamati Soccer’s Hard Man, in cui Jones (produttore dei video) commentava le entrate più cattive di cui lui e i suoi colleghi si erano resi protagonisti.
La promozione di questa collana gli costò la squalifica da parte del FA e la condanna da parte del chairman della federazione inglese che definì la sua capacità intellettuale uguale a quella di un insetto.
Durante la prima trasferta del Wimbledon a Liverpool passa, come tutti, sotto il cartello che domina la scalinata d’accesso al campo.
“This is Anfield”, questo è Anfield.
Serve ad intimorire gli avversari, a scoraggiarli.
Lui per tutta risposta ci attacca sopra un foglio con scritto “bothered”.
Più o meno traducibile con “e chissene”.
Nel 1987 diviene immortale un tentativo di provocazione ai danni di Paul Gascoigne.
Durante una partita contro il Newcastle lo bracca per tutto il campo e ad un certo punto ricorre all’ultima ratio.
Allunga una mano e gli strizza i testicoli.
E fuori dal campo? Fuori dal campo le cose non vanno tanto meglio.
Per la cronaca, qualche denuncia per aggressione, tra cui una per aver preso a schiaffi un passeggero e aver minacciato di morte l’equipaggio di un aereo su cui sta viaggiando. Ubriaco.
Non che il proprietario del club, Sam Hammam fosse meno pazzo.
Egli infatti rappresentava bene lo spirito dei suoi giocatori.
Presidente vulcanico, era conosciuto per i suoi metodi non proprio ortodossi. Infatti, era solito minacciare i suoi giocatori con visite al museo in caso di sconfitta, durante una partita contro il West Ham venne trovato a scrivere oscenità nel bagno dello stadio.
Inoltre, in un occasione per convincere un giocatore a firmare con la sua squadra lo chiuse nel suo ufficio fino alla fatidica firma, giunta più che per la voglia di sbarcare al Wimbledon per il desiderio del malcapitato di tornare a casa dai suoi cari.


L'INCREDIBILE VITTORIA IN FA CUP
Bisogna partire dall’estate del 1987.
In quei mesi Bassett lascia la panchina e viene sostituito da Bobby Gould.
Il nuovo allenatore si guarda bene dal rivoluzionare lo stile di gioco e continua a riproporre la ricetta del predecessore.
In campionato le cose vanno abbastanza bene.
A fine stagione si chiude al settimo posto.
Posizione onorevole.
La gloria arriva da un’altra parte.
È la F.A. Cup la grande occasione.
In successione vengono eliminate West Bromwich Albion, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton Town.
La finalissima si gioca, come sempre, nel vecchio Wembley, il 14 maggio del 1988. L’avversario è di un certo pregio. È il Liverpool che, per blasone, tradizione e reali mezzi tecnici (quell’anno i Reds vincono senza problemi il campionato), non può non essere il favorito.
Il Liverpool gioca bene, ma non riesce a sfondare.
Al minuto 36 l’arbitro assegna un calcio di punizione laterale per il Wimbledon.
Wise mette al centro, Sanchez anticipa tutti e segna.
I Reds provano in tutti i modi a pareggiare. Invano.
Al ’61 avrebbero la grande occasione. John Aldridge si guadagna un calcio di rigore.
Lo batte lui stesso, ma la traiettoria del tiro, forte e angolata, viene intercettata da Beasant.
Finisce 1 a 0.
Al triplice fischio, John Motson, il commentatore della BBC che sta seguendo la partita, pronuncia una frase che rimane storica: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!».
Quel modo di dire, Crazy Gang, entra a far parte del linguaggio sportivo comune e diventa il soprannome con cui quella squadra viene ancora oggi ricordata.
Dopo quell’inatteso trionfo, il Wimbledon resiste in massima serie per altri dodici anni, senza però ripetere certi successi.
Al termine della stagione 1999-2000 retrocede.
Rimane qualche anno in seconda serie.
Nel giugno del 2002 viene reso nota l’intenzione della dirigenza di spostare la squadra in un’altra cittadina.
Ci si trasferisce a Milton Keynes, a 90 kilometri da Wimbledon.
I tifosi la prendono malissimo e alcuni di loro fondano un nuovo Wimbledon.
Ora il Milton Keynes Dons F.C. (il diretto erede del vecchio Wimbledon) gioca in League One, terzo livello del calcio inglese, mentre l’AFC Wimbledon (la squadra creata dai tifosi), partendo dai dilettanti, negli anni è arrivato in League Two, una serie più in basso.
Ci vorrebbe poco affinchè nei prossimi anni le due squadre si ritrovino l’una contro l’altra in campionato. Sarebbe una partita strana.
Un derby particolare.
Pazzo, ovviamente.
Beh, trattandosi di Wimbledon tutto normale, no?


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mercoledì 7 maggio 2014

La Storia Di Joey Barton (Aneddoti, Risse, Arresti)


“Per 32 anni ho cercato di capire me stesso, questo mi ha portato anche in carcere. Se fossi stato una persona equilibrata non sarei mai diventato un calciatore di alto livello, l’energia oscura che mi porto dentro è stata fondamentale”


Joey Barton nasce a Liverpool nel 1982, ad oggi(maggio 2014) gioca nel QPR, dopo essere finito in prestito al Marsiglia in Francia.
Inizia la sua carriera nelle giovanili dell'Everton, poi passa al Manchester City dove gioca dal 2002 al 2007, poi si trasferisce a Newcastle dove gioca sino al 2011.
Infine a Londra, a Loftus Road, nel Queens Park Rangers.
Poi finisce in prestito appunto al Marsiglia, per poi ritornare nel 2013/14 al QPR.
Centrocampista dai piedi educati e molto tecnico che purtroppo nel corso della sua carriera si è contraddistinto più per le bravate fuori(e dentro) dal campo che per la sua indubbia bravura.
Irriverente, maleducato, sarcastico, violento, fiero, criminale, orgoglioso, fuori luogo.
Il baronetto, attualmente in forza al QPR, è tutto e il contrario di tutto.
Ripercorriamo anno per anno, tutte le sue bravate.


GLI INIZI
A 14 anni i genitori si separano e Barton si trasferisce con il padre, costruttore di tetti, a casa della nonna materna.
Quest’ultima convince il nipote a studiare non seguendo la strada caratteristica del quartiere poco raccomandabile nel quale vivevano, dove però i ragazzi dell’età di Joey facevano della droga l’unico passatempo.
Barton grazie a lei non cade nel tunnel della dipendenza da stupefacenti ma le sue frequentazioni sicuramente non erano ciò che di meglio ci si potesse aspettare.


LA RISSA CONTRO IL DONCASTER e LA SIGARETTA NELL'OCCHIO DI TANDY(2004)
Il 25 luglio 2004 quando giocava per il Manchester City scatena una megarissa in una partita amichevole contro il Doncaster Rovers venendo espulso ma è al party natalizio del team che comincia la vera escalation delle follie del ragazzo di Liverpool: Jamie Tandy, un giocatore del settore giovanile, in preda ai fumi dell’alcol, tenta di dare fuoco alla camicia di Barton che per tutta risposta gli spegne una sigaretta nell’occhio beccandosi 60.000 sterline di multa dalla società.


ARRESTATO IL FRATELLO MICHAEL BARTON PER OMICIDIO(2005)
Ovviamente ciò, non è direttamente collegato a Joey.
Stavolta protagonista non è Joey ma il fratello Michael, ai tempi 19enne, uno dei due ragazzi che la polizia ritenne abbia avuto a che fare con l' omicidio a sfondo razziale di Anthony Walker, diciottenne ucciso a Huyton, vicino a Liverpool, con un colpo d'ascia alla testa.
Una sfilza di insulti perché Anthony era con una ragazza bianca (la sua fidanzata Louise), il tutto si chiuse con un colpo così violento da aprirgli il cranio.
Dalla sera del delitto Michael risultò introvabile.
Assieme a lui scomparve anche Paul Taylor, ai tempi 20enne, buttafuori occasionale, cugino di Michael e compagno inseparabile di giornate vissute fra una birra al pub e una partita a pallone nel parco di McGoldrick, dove Anthony venne ammazzato.
La «gang» di quelle giornate contava altri ragazzi di Huyton.
Per esempio Karl, diciassettenne e fratello di Paul Taylor, arrestato subito dopo l' omicidio e rilasciato ieri su cauzione.
E' tornato in libertà su cauzione anche l' altro arrestato, 18 anni, del quale non si conosce il nome, mentre restano in carcere gli altri due indagati, di 26 e 29 anni.
La «gang dei disoccupati», come la chiamano a Huyton, viveva con poche sterline in tasca ma sognava gloria.
La stessa che Michael aveva imparato a conoscere dal fratello calciatore.
Come i cugini Karl (espulso da scuola per aver aggredito l' insegnante) e Paul (uscito da poco di prigione) anche Michael non è mai stato uno studente modello e ha già avuto qualche guaio giudiziario.
La giustizia inglese chiuse così il triste caso di cronaca: Anthony Walker, descritto come ragazzo modello, impegnato presso la Grace Family Church, stava raggiungendo la fermata dell'autobus della fidanzata per recarsi al culto.
Michael Barton, fratellastro di Joey, ha incominciato a insultarlo.
Walker lo ha ignorato, ma Barton pochi minuti dopo è tornato armato di uno scalpello, insieme al cugino Paul Taylor, colpendo alla testa Walker che poche ore dopo è spirato all'ospedale.
I due sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio aggravato dalla motivazione razzista, dovranno scontare in carcere rispettivamente un minimo di 17 anni e 8 mesi e 23 anni e 8 mesi.


LA RISSA IN TAILANDIA E LE BOTTE CON UN TIFOSO DELL'EVERTON(2005-2006)
Torniamo a parlare di Joey.
Nel maggio del 2005, Barton rompe la gamba di un pedone 35enne mentre guidava la sua auto nel centro di Liverpool intorno alle 2 di notte.
Nella pre-season 2005/2006 viene rispedito a casa dal ritiro in Thailandia dopo aver preso a botte un quindicenne tifoso dell’Everton che lo stava insultando (120.000 sterline di multa) e dopo aver litigato con il suo compagno di squadra Richard Dunne.
In autunno entra in una scuola per il controllo della rabbia, la clinica Sporting Chance.


LE PROVOCAZIONI AI TIFOSI AVVERSARI(2006)
Sicuramente meno gravi di altri episodi ma son rimasti famosi gli striptease e il sedere mostrato ai tifosi del Blackburn e dell'Everton.
Più altre provocazioni qua e là(come il gesto che mima l'assunzione di sostanze stupefacenti "io mi buco nelle vene").


L'AGGRESSIONE DEL TASSISTA A LIVERPOOL E LE BOTTE CON DABO(2007)
A marzo 2007 viene accusato di aggressione ad un tassista di Liverpool ma la cosa peggiore avviene poco dopo quando al seguito di una lite in allenamento, aggredisce il compagno Ousmane Dabo colpendolo ripetutamente al petto e soprattutto al volto.
Il giocatore francese, rimasto incosciente, venne portato d’urgenza in ospedale con profonde ferite al volto ed un distaccamento della retina dell’occhio sinistro.
Dopo la denuncia e il processo il giocatore è stato condannato a 4 mesi di carcere con pena sospesa, 3.000 sterline di risarcimento a Dabo e spese processuali.
A questa si aggiunge la condanna della federazione per condotta violenta e squalifica per 12 partite con multa di 25.000 sterline.


LE RISSE A NEWCASTLE(2007-2011)
Lasciata Manchester, Barton approda al Newcastle per circa 6 milioni e mezzo di euro ma le premesse non sono delle migliori: squalificato dopo condotta violenta in amichevole contro il Carlisle United, durante la season è protagonista di un intervento folle ai danni di Etuhu del Sunderland.
Dopo aver apertamente criticato dei compagni di squadra il 27 dicembre 2007 viene arrestato dalla polizia in seguito ad un incidente avvenuto alle 5.30 del mattino: Barton si rese protagonista di un’altra aggressione.
Un video di sicurezza lo filma mentre prende a pugni un uomo e fa saltare i denti ad un ragazzo assieme a fratello, cugino e fidanzata del cugino.
Si dichiara colpevole e ammette problemi con l’alcol, viene condannato e trascorre 77 giorni di detenzione (rilasciato il 28 luglio 2008).
Sempre nel 2008, viene squalificato per 6 giornate dopo gli epiteti razzisti rivolti ad Agbonlahor dell’Aston Villa.
Il rientro in campo contro l’Arsenal coincide con una lite con Nasri.
Dopo altre espulsione e comportamenti violenti, litiga con Ian Dowie ed Alan Shearer (che aveva sostituito Sam Allardyce alla guida dei Magpies) e termina la stagione con la retrocessione in Championship.
Il Newcastle lo sospende per via del litigio con Shearer.
Nonostante ciò rimane a Newcastle in Championship e poi torna in Premier.
Nel novembre 2010 Joey, a gioco fermo, sferra un pugno a Pedersen del Blackburn, un mese dopo accuse omofobiche e gestaccio a Fernando Torres.
L'11 dicembre seguente, in una sconfitta 3-1 contro il Liverpool, a gioco fermo, fa un gesto osceno nei confronti di Fernando Torres e lo insulta in modo razzista.
Il 5 febbraio 2011 Barton al 50', sul punteggio di 0-4 per l'Arsenal, provoca l'espulsione del centrocampista avversario Abou Diaby: in seguito a un contrasto violento effettuato da Barton, Diaby reagisce prendendolo per il collo e buttandolo a terra e l'arbitro espelle Diaby.
In superiorità numerica il Newcastle riuscirà a raggiungere l'incredibile 4-4.
Il 1º agosto 2011 il Newcastle inserisce Barton tra i giocatori in vendita e il 13 agosto successivo, nella sfida contro l'Arsenal (0-0), Barton prima scalcia Alexandre Song durante un'azione, provocando la reazione di Song che gli pesta un polpaccio, gesto che costa al Gunners tre giornate di squalifica, poi se la prende anche con Gervinho, riuscendo a farlo espellere alla sua prima partita in Premier, nuovamente per reazione.


I LITIGI CON AGUERO E TEVEZ A LONDRA(2012)
Dopo esser stato allontanato dal Newcastle, viene comprato dal QPR.
Rimangono famosi i colpi sferrati a Tevez (gomitata) e Aguero (ginocchiata) durante l’ultima giornata della stagione 2012/2013 nel giorno in cui il City riesce a conquistare il campionato mentre il Queens Park Rangers si salva grazie al pareggio dello Stoke in casa con il Bolton.
Barton riceverà 12 giornate di squalifica e 75mila sterline di multa.


IL PRESTITO IN FRANCIA E GLI INSULTI A THIAGO SILVA E AI BRASILIANI(2013)
Poi finirà in prestito al Marsiglia, dove avrà modo di litigare con Ibrahimovic nella sfida contro il Psg(insultandolo per il suo naso).
Dai tifosi marsigliesi è stato molto amato e soprattutto divenne uno dei punti di riferimento della squadra segnando anche diverse reti.
Faranno scalpore anche alcuni suoi messaggi su Twitter.
Dopo avere definito Neymar "il Justin Bieber del calcio, buono solo su YouTube", egli sposterà il mirino su un altro giocatore brasiliano scagliandosi contro Thiago Silva con una serie di tweet offensivi.
Il difensore del Psg viene definito da Barton "un altro brasiliano sopravvalutato" e un "ciccione".
In un crescendo di insulti, Joey arriva a mettere in dubbio persino l'identità sessuale dell'ex milanista: "Sei già operato o no?", domanda Barton, che accompagna il suo post con l'hashtag 'transsexual'.
Tutto sembra nascere proprio dalle pesanti critiche rivolte da Barton a Neymar: "Ottimo su Youtube, ma dal vivo è pipì di gatto", è uno dei giudizi al vetriolo da lui espressi sull'ex giocatore del Santos.
Frasi a cui Thiago Silva, compagno di nazionale di Neymar, ha replicato altrettanto duramente in conferenza stampa.
"Un giocatore del Marsiglia, di cui non ricordo il nome, parla male di Neymar, del calcio brasiliano e di Ibrahimovic. Siccome nessuno parla di lui, forse pensa che sbavando dietro ai grandi calciatori ci si accorgerà della sua esistenza. Non riesco a ricordare una partita contro di lui in nazionale", ha affermato Thiago Silva.
Da qui, la nuova invettiva di Barton: "Thiago Silva. La stessa fighetta infortunata per tutta la stagione.
Un altro brasiliano sopravvalutato. Cura i tuoi muscoli, ciccione", si legge in un tweet.
Per finire con un'altra raffica di insulti: "Sei già operato o no?". "Mi sconcerta, da che parte va? E' un uomo che diventa donna o viceversa? E' impossibile uscirne".



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La Storia Di Jovan Belcher: Omicidio e Suicidio (NFL)

Jovan Belcher, nasce il 27 luglio del 1987 e diventa linebacker dei Kansas City Chiefs nel 2010.
Era un inside linebacker, per essere precisi.
E se vogliamo andare ancora più nel particolare era quello che in gergo viene chiamato un “2-down ‘backer”, perché utilizzato solitamente nei primi due down, vista la sua attitudine a stoppare le corse, per essere tolto nelle situazioni di terzo down, quello solitamente dove nella maggior parte dei casi ci si affida al gioco aereo.
Belcher aveva firmato a marzo del 2012 il suo primo contratto: un annuale da 1,927 milioni di dollari.
Jovan non venne scelto al draft dopo i quattro anni di college alla University of Maine, tutt’altro che l’elite del college football.
Firmato come undrafted free-agent dai Chiefs, Belcher era riuscito a ritagliarsi contro pronostico un posto in squadra al termine del training camp come linebacker di riserva e giocatore degli special teams. Sostanzialmente il gradino più basso della scala sociale dell’NFL, ma già un successo per coloro che non vengono selezionati nei 7 rounds del draft.
Poi nei primi 3 anni di carriera Belcher aveva lavorato duro e si era guadagnato i gradi sul campo, diventando uno dei due ILB titolari dei Chiefs e l’annuale da quasi 2 milioni di dollari.
Un discreto giocatore con una carriera, insomma, in costante ascesa sino a dicembre 2012, quando successe il fattaccio.


L'OMICIDIO E IL SUICIDIO
Jovan uccise la propria fidanzata e madre della loro figlia di tre mesi, la 22enne Kasandra Perkins e poi si suicidiò sparandosi un colpo in testa nel parcheggio del proprio stadio, davanti agli occhi del suo allenatore Romeo Crennel, del general manager Scott Pioli e del coach dei linebacker Gary Gibbs.
Una tragedia immane e le cui spiegazioni sono ancora lontane dall’essere trovate, se mai ci saranno e si riuscirà a capirle.
Sembra che comunque tra i due la relazione fosse abbastanza degenerata, comunque non un motivo valido per quello che è successo.


DOPING?
Il problema degli steroidi sicuramente non si pone in NFL, ma la lega sta alzando sempre di più il livello dei controlli.
Alla prima positività per PEDs (performance-enhancing drugs) si viene sospesi 4 partite, senza stipendio. Al secondo test positivo, stop di un anno senza stipendio.
E Belcher non era mai stato sospeso, mentre diversi suo colleghi sono caduti sotto la scure del commissioner Goodell durante la stagione.
E no, Belcher non può nemmeno essersi salvato dalla squalifica perché scampato fortunosamente ai test: il nuovo contratto collettivo prevede che tutti i giocatori NFL siano controllati almeno una volta durante il training camp e/o la pre-season.
Poi, durante la stagione, ogni settimana ne vengono sorteggiati 10 per squadra da testare.
Ergo Belcher è stato sottoposto al controllo almeno una volta quest’anno, se non di più.
Poi sull'effettiva capacità dei test Antidoping di trovarti dopato, si apre un capitolo a parte.
Ma questo vale per qualsiasi sport(calcio compreso).

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venerdì 2 maggio 2014

La Storia Di Latrell Sprewell: La Lunga Squalifica e La Bancorotta (NBA)

Ritenuto da sempre una delle guardie più talentuose dell'intera NBA, Latrell Sprewell nasce a Milwaukee nel 1970.
Arriva nella Lega come ventiquattresima scelta assoluta nel 1992, scelto dai Golden State Warriors.
Alle spalle, una carriera universitaria divisa tra un piccolo ateneo del Missouri e la ben più nota Alabama. Dopo una buona prima stagione da rookie, esplode inaspettatamente agli occhi di tutti nella seguente, in cui è selezionato per l'All-Star Game.
Quell'anno gli infortuni di Tim Hardaway, Marciulionis e Mullin gli permettono di giocare per 43 minuti di media, più di tutti nella Lega.
Ma sono l'atletismo, la velocità, il difendere in maniera asfissiante e le doti realizzative a portarlo alla ribalta. Alla fine di quell'anno, infatti, è nominato nel primo quintetto NBA, occupando il posto di un certo Michael Jordan che lo occupava da otto anni.
Nel 1993 ebbe il primo litigio con un allenatore: Byron Houston.
Nel 1994/95 i problemi nello spogliatoio si accentuano: il suo grande amico Chris Webber è ceduto a Washington ma ciò non gli impedisce di partecipare ad un'altra gara delle stelle, partendo questa volta nello starting-five.
E' anche nel 1995 che si colloca il primo arresto, mentre giocava con i Golden State Warriors.
Dopo essere stato sorpreso a guidare con una patente sospesa e ben oltre i limiti di velocità, minacciò di morte un agente.
Sempre nello stesso anno fece ancora a pugni con il compagno Jerome Kersey, per poi tornare con un pezzo di legno e minacciarlo di tornare nuovamente con una pistola.
Negli anni successivi, Sprewell mantiene sempre alto il suo rendimento, fino ai record di punti segnati (46), assist (13) e rimbalzi catturati (13) in una singola gara, tutti risalenti al 1996/97, collezionando un'altra presenza da All-Star.
Ma altre nubi si addensano sul futuro di Spree: la convivenza con Tim Hardaway diventa impossibile, fino alla cessione di quest'ultimo a Miami.
Come si vede, la vita sportiva non è tutta rose e fiori, anzi.
In lui aumenta la frustrazione per non potersi giocare il titolo: i Warriors, eccetto Spree ed un Webber ancora immaturo, sono sempre stati poca cosa.
Rare le apparizioni ai playoffs, teatro per di più di cocenti delusioni.


LO STRANGOLAMENTO DEL COACH
Si arriva così al "fattaccio" che cambia la vita di Latrell: il 3 dicembre del 1997, durante un allenamento che seguiva una delle ormai abituali strisce perdenti di Golden State, l'allenatore PJ Carlesimo dà vita ad una delle sue famose sfuriate, apostrofando pesantemente Sprewell, reo a suo dire di non impegnarsi abbastanza. La reazione è immediata, con il giocatore che prende per il collo il suo coach, sollevandolo da terra.
I due sono divisi  ma Sprewell continua negli spogliatoi, tra minacce di morte e tentativi di una nuova aggressione.
Tutto finisce ovviamente sul tavolo di David Stern e quindi della commissione disciplinare della NBA.
La squalifica arriva presto: un anno di squalifica(68 partite), ovviamente non retribuito.
Subito tutte le aziende che sponsorizzano Spree rescindono i relativi contratti.
Sprewell diventa il nemico pubblico numero uno per il buonista popolo americano, rappresentando tutto ciò che di disprezzabile esiste nello sport.


LA RINASCITA A NEW YORK
Sembra la fine: chi vorrà ancora Sprewell in squadra?
Si parla di Europa ma nel "sottobosco" alcuni team stelle e strisce si interessano ad un possibile ingaggio ed intanto incombe il temuto lockout, che arriva puntuale poco dopo chiudendo per mesi il circo NBA.
I Knicks si fidano di lui precedendo Miami.
La scintilla tra Sprewell ed il suoi nuovi tifosi è già scoccata. Sul Latrell-giocatore di basket, i dubbi non svaniscono subito ma questa volta è la sorte a metterci lo zampino: frattura da stress al tallone destro, dopo soli due incontri della "short season".
Resta fuori per tredici gare e la stagione per i Knicks è a dir poco altalenante, tanto che la qualificazione ai playoffs arriva sul filo di lana con l'ultima posizione disponibile.
I detrattori avanzano ancora dubbi, questa volta sulla non abitudine di Latrell a giocare in partite che contano veramente.
Per tutta risposta, diventa uno degli artefici della cavalcata verso la Finale NBA, persa contro San Antonio. Le ultime nubi sul nuovo Spree si diradano, New York è ai suoi piedi.
La successiva stagione consacra definitivamente Sprewell come "Re del Madison Square Garden".
Patrick Ewing, l'uomo franchigia da più di un decennio, è ormai logoro ed un peso per la velocità del gioco imposto dal trio Houston-Camby-Spree.
I Knicks sono fermati in finale di conference da Indiana, serie giocata stoicamente da Spree con una microfrattura al piede.
Tutte le sconfitte arrivate per mano di Miller e compagni coincidono con la presenza di "Big Pat" in mezzo. Sprewell parla chiaro come al solito e si espone: "Le statistiche non mentono".
Così, più o meno velatamente, scarica il suo centro.
Nell'estate seguente, infatti, Ewing è ceduto: se è possibile, New York diventa ancora più sua.
Gioca prevalentemente da guardia tiratrice, ma il suo talento gli permette di giocare in tre ruoli, non senza pro e contro: da playmaker, dove ha una leggera difficoltà a palleggiare di sinistro e quando può tira immediatamente escludendo forse un pochino i compagni; è comunque un gran passatore ed in attacco può abusare in post basso degli avversari.
La guardia è ovviamente il ruolo più adatto ed in cui ha sempre giocato.
Ma il ruolo nel quale è utilizzato è quello di ala piccola, dove subisce però il peso di avversari più prestanti, ma che bilancia con la sua atleticità e con il dinamismo.
Negli spogliatoi è stato il leader insieme al capitano Larry Johnson ed ha sempre avuto una parola buona od un consiglio per il compagno in difficoltà.
Per quanto l'NBA abbia voluto boicottarlo in nome di una Lega pulita, fatta di bravi ragazzi, Sprewell ha ottenuto, di fatto, la piena assoluzione anche da tutti gli appassionati di basket, che lo hanno votato per altri All-Star Game.
In una realtà vincente come quella dei Knicks probabilmente è uscito il vero Sprewell.
Latrell ha sbagliato, ha pagato, per poi riprendersi la gloria che un campione come lui merita.
Il sogno di ogni tifoso newyorkese era quello di vedere sventolare, un giorno, la canotta numero otto appesa al soffitto del mitico Madison Square Garden.
Un general manager inetto ed una dirigenza miope hanno invece spezzato quel sogno, mandando Spree lontano, in Minnesota, in cambio praticamente di nulla.
Anche qui, l'ipocrisia aveva vinto in nome di facce pulite, ma perdenti.
Nel 2005 il ritiro.


ALTRI PROBLEMI CON LA LEGGE
Era il 2005 e Latrell aveva detto stop dopo 13 stagioni nel campionato di basket più famoso del mondo. Spree ha continuato a vivere, lontano dal parquet, collezionando debiti.
Troppi.
Tanto che nel giro di un mese è stato costretto a vendere il suo yacht perché non riusciva più a permettersi di pagare l'assicurazione e l'appartamento che aveva comprato a Milwaukee nel 1993.
Non basta, perché l'ex T'Wolves deve ancora circa 300mila dollari alle banche.
Una testa che come detto tendeva a scaldarsi: come quando picchiò la sua fidanzata davanti ai figli o quando venne accusato di violenza sessuale nei confronti di una 21enne a bordo del suo yacht, in seguito venduto.
Colpa come detto dei debiti e forse di quel gran rifiuto al prolungamento del contratto.
In seguito l'ex giocatore viene scortato ancora una volta in carcere con l' accusa di disturbo alla quiete pubblica.


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