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mercoledì 13 agosto 2014

La Storia Di Rory Delap e Le Sue Incredibili Rimesse Laterali (Stoke City)

Rory Delap nasce il 6 luglio 1976 a Sutton Coldfield nei pressi di Birmingham da genitori irlandesi. Nasce terzino ma quando diverrà famoso per la sua specialità (rimessa laterale) venne schierato esterno di centrocampo, a seconda delle esigenze.

"L'unico calciatore che verrá ricordato non per come giocava con i piedi, ma per come usava le mani giocando a calcio"


STORIA
Comunque dopo 6 mesi si trasferisce con i genitori a Carlisle e sarà proprio con le giovanili della squadra locale che muoverà i primi passi da calciatore e debutterà nel calcio che conta. Nel 98 lo preleva il Derby County che gli garantisce il debutto nella massima serie inglese. Con i bianconeri trascorre tre stagioni per poi trasferirsi nel 2001 al Southampton dove colleziona 132 presenze in 5 esaltanti stagioni condite da 5 reti. Si trasferisce nel 2006 al Sunderland nel quale fatica ad ambientarsi e poco dopo si trasferisce allo Stoke che lo preleva in prestito per poi riscattarlo a fine stagione. Nello Stoke City dal 2007 ad ora ha collezionato 179 presenze e 8 goal. Dopo lo Stoke, passa al Barnsley, infine al Burton Albion.


RIMESSE LATERALI
Ma veniamo alla dote che lo contraddistingue dagli altri giocatori, la rimessa laterale. Durante gli anni della scuola Rory non emergeva esclusivamente nel calcio, ma aveva un indiscutibile talento nel giavellotto. Talento non solo per la potenza ma anche per la tecnica del lancio, che gli ha permesso di avere un grande futuro da assistman del calcio. La potenza e la precisione dei suoi lanci non sono passati inosservati nei suoi primi anni da professionista e hanno ripetutamente valso un'arma in più alla squadra che arruolava l'irlandese tra le sue fila. In particolare è a Stoke che Pulis ne intravede il suo grande potenziale e gli fa battere tutte le rimesse.
Addirittura quando Delap stava in panchina e lo Stoke sotto nel punteggio poteva capitare che prima di una rimessa laterale veniva messo in campo. Rimesse di 40 metri e palle spioventi in area con velocità superiori ai 60 km/h! In particolare nella stagione 2008/2009 (in cui lo Stoke era neopromosso) ha favorito, con questa sua specialità, 7 delle prime 13 reti dei “Potters”.
Il campo dello Stoke, agli angoli del campo, era sempre disseminato di asciugamani. Infatti i giovani raccattapalle della squadra biancorossa al Britannia Stadium erano sempre muniti di un asciugamano ciascuno in modo tale da permettere a Rory di asciugare il pallone e far partire i propri bolidi da qualsiasi posizione del campo. La maggior parte delle rimesse nella metà campo offensiva rappresentavano occasioni pari se non superiori agli angoli e i tifosi dello Stoke vivevano ogni rimessa come una possibilità concreta di fare centro.

Tra le vittime illustri di “Rory The Throw” (Rory il lancio), come è stato soprannominato Delap, ci sono l'Arsenal (a più riprese trafitto da conclusioni nate da rimesse del giocatore dello Stoke), Aston Villa, Sunderland e il Chelsea.

Wenger dirà: "E' difficile preparare queste situazioni in allenamento. La traiettoria della palla è talmente tesa...Ci sono così tante persone in area durante la partita che rende il tutto più difficile anche al portiere.  Se vedi cosa è successo a Shay Given mercoledì: i suoi difensori sono diventati un problema, perchè quando gli attaccanti li hanno spinti leggermente indietro, lui non può più uscire. 
Non arriva sulla palla perchè i suoi difensori sono nel mezzo. Allunghi la mano, ma non arrivi a toccare il pallone".

David Moyes, ai tempi allenatore dell' Everton, ha ribattezzato Delap “la fionda umana”, dopo che i “Toffies” furono anch'essi vittime di un incredibile assist dell'esterno dello Stoke, mentre il boss dei “Potters” Tony Pullis sostiene che Delap sia anche un giocatore molto prezioso anche per le sue doti di centrocampista difensivo. Ad ogni modo la qualità “speciale” di Rory Delap fu sotto gli occhi di tutti, tanto che la federazione di Atletica dell'Irlanda avrebbe voluto portarlo come giavellottista addirittura alle Olimpiadi di Londra 2012. Delap, dai tempi di Dave Challinoir del Tranmere, fu indubbiamente lo specialista principale di questa particolare arte.



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Tutti I Giant Killings Più Clamorosi Della Storia (FA Cup)

Il Giant-Killing è una prerogativa della FA Cup, quella vera.
Ora, purtroppo, la competizione calcistica più antica al mondo ha perso un po' di fascino e i Giant-Killing son diventati sempre più una cosa rara e nonostante ciò fanno anche meno scalpore proprio perchè la globalizzazione e i tanti stranieri che gioca in Premier League hanno un po' modificato le credenze comuni.
"Tanto siamo ancora in Champions League".


GIANT KILLING
Nella storia se ne contano a centinaia, quindi scegliere i più clamorosi è particolarmente difficile, soprattutto perchè è difficile stabilire il criterio di selezione.
C’è il giant-killing casalingo, per esempio, in cui il pubblico di casa, gente abituata a vedere il loro team giocare in non-league o nei bassifondi delle serie inferiori, si trova di fronte la squadra di massima divisione di turno.
In questo caso la bellezza sta nello stadio, classico impianto da non-league, pieno, nell’entusiasmo con tanto d’invasione di campo finale che accompagna l’impresa.
E c’è il giant-killing esterno, in cui i tifosi della squadra di First/Premier rimangono ammutoliti e qualche migliaio, o meno, di tifosi ospiti, che si son fatti la trasferta senza grosse speranze, esultano come invasati, con la consapevolezza di portarsi a casa lo scalpo del nemico perdipiù conquistato nel territorio avversario. I
l massimo, poi, è il giant-killing su due partite, con pareggio nella prima e vittoria nella seconda.


NEWCASTLE UTD VS CRYSTAL PALACE 0-1(ST.JAMES PARK, FIRST ROUND 12 GENNAIO 1907)
1907, il Crystal Palace era nato da soli due anni e giocava in Southern League, mentre il Newcastle viaggiava al secondo posto della First Division della Football League, che aveva vinto nel 1905.
Ok, il sistema era ancora poco chiaro ma la differenza tra le due leghe era evidente, se si pensa al fatto che solo una squadra di Southern League è riuscita a vincere la FA Cup (il Tottenham nel 1901).
Quindi il Palace si presentava nel nord del Paese con poche speranze di superare l’ostacolo rappresentato dai Magpies, che schieravano dieci nazionali in campo (l’unico non nazionale era, curiosamente, il capitano Alec Gardner) a fronte di un undici del Palace formato in gran parte da “emigranti calcistici”, curiosamente partiti proprio dal Tyne & Wear e dal Teeside per provare a sfondare a Londra.
Per molti era dunque una sorta di ritorno a casa.
Che culminò con un’impresa impensabile, a maggior ragione se si pensa che al secondo turno i Glaziers (non erano ancora Eagles) eliminaro il Fulham e, al terzo, il Brentford, giungendo ai quarti di finale nei quali vennero eliminati dall’Everton.


WALSALL VS ARSENAL 2-0(FELLOWS PARK, THIRD ROUND 14 GENNAIO 1933)
Il grande Arsenal di Herbert Chapman si presentò nelle Midlands destando nei tifosi di casa più che timore, ammirazione.
L'Arsenal di Chapman , al pari dell’Ajax di Michels, ha segnato un’epoca, ha fatto scuola, ha cambiato il modo di intendere il calcio.
In 25.000 affollarono Fellows Park.
L’Arsenal si presentò in divisa bianca (e calzoncini neri), quando solitamente all’epoca era la squadra di casa a cambiare tenuta da gioco in casa di possibile confusione fra colori, e infatti il Walsall si presentò in campo con un completo bianco-azzurro d’urgenza acquistato dal Coventry per l’occasione.
Pronti via e i difensori del Walsall cominciarono la caccia all’uomo, con i poveri attaccanti dei Gunners sempre a terra e l’arbitro con il fischietto sempre in bocca.
Ma era l’unico modo per limitare quello squadrone.
I minuti passavano, l’Arsenal non segnava, e così nella testa dei padroni di casa nacque l’idea del colpaccio, che si tramutò in realtà grazie a Gilbert Alsop e Bill Sheppard.
Il resto è storia, sia perchè rimane uno degli upset più famosi e celebrati, sia perchè per il Walsall (all’epoca Third Division North) rimane The Day, tant’è vero che per i 75 anni dalla partita un box dello stadio (non più Fellows Park) è stato dedicato alla memoria di Alsop.
Rimane invece famosa sponda Gunners per la sfuriata di Chapman verso Thomas Black, autore di una prestazione evidentemente orribile, al quale intimò di non mettere mai più piede ad Highbury: nel giro di una settimana venne ceduto al Plymouth.


YEOVIL VS SUNDERLAND 2-1(HUISH PARK, FOURTH ROUND 29 GENNAIO 1949)
Lo Yeovil ai tempi militava in Southern League e mentre la nebbia scendeva su Huish Park fu ingrado di buttare fuori il Sunderland, guidato dal grande Len Shackleton.
Condizioni atmosferiche probabilmente hanno giocato un ruolo predominante con la scarsa visibilità che rende più difficile per gli ospiti (più tecnici) adattarsi al terreno di gioco.
Alla fine fu Alex Stock che aprì le marcature, prima del pareggio di Jackie Robinson al 62esimo che portò il match ai supplementari con la seria possibilità della sospensione del match.
Ma al 105esimo Eric Bryant trovò la rete del vantaggio per i padroni di casa, prima della fine del match ci fu un'invasione di campo con i tifosi di casa che credevano che l'arbitro avesse decrato la fine dell'ostilità.
La partita in seguito riprese e venne finalmente completata tramandando lo Yeovil nella storia.


OXFORD UTD VS BLACKBURN ROVERS 3-1(MANOR GROUND, FIFTH ROUND 15 FEBBRAIO 1964)
L’Oxford United, all’epoca modesta squadra di Division Four ospitava il Blackburn Rovers, secondo in Division One.
La differenza era abissale: da una parte, Maurice Kyle, Tony Jones e Ron Atkinson, dall’altra i nazionali inglesi Ronnie Clayton e Bryan Douglas, Mike England, Fred Pickering etc , insomma una squadra per l’appunto seconda nella massima serie.
Peraltro Pickering e McEvoy, suo partner d’attacco, ne avevano appena rifilati 8 al West Ham United.
21.504 oxfordiani si presentarono al Manor Ground per vedere dal vivo i campioni del Blackburn, senza grosse speranze di passaggio del turno, ma visto che Match of the Day sarebbe arrivato solo sei mesi dopo, lo stadio era l’unico modo, specie per una squadra di Division Four, per vedere dal vivo dei giocatori internazionali.
Longbottom e Jones portarono sul 2-0 lo United, e tutto diventò d’un tratto possibile.
Quando il Blackburn accorciò le distanze, i crampi allo stomaco dei tifosi di casa si fecero via via più forti, così come la pressione dei Rovers verso la porta dell’Oxford…ma invece che il pareggio, dal nulla scaturì, nel più classico dei contrattacchi, il 3-1 di Bill Calder.
L’Oxford divenne in quel momento la prima squadra di Division Four a raggiungere il sesto round, dove vennero eliminati dal Preston North End.


COLCHESTER UTD VS LEEDS UTD 3-2(LAYER ROAD, FIFTH ROUND 13 FEBBRAIO 1971)
Fourth Division Vs First Division e il Leeds era squadra tra le migliori della massima serie, che avevano vinto nel 1968/69 e che rivinceranno nel 1973/74.
In panchina Don Revie e in campo una serie di star.
La differenza era abissale ma le cose andarono un filino diversamente, soprattutto per merito di Ray Crawford, un nome che quel giorno finì sulla bocca di tutti per la doppietta che rifilò al grande Leeds di Revie.
Lo United, quello “minore” che quel giorno faceva gli onori di padrone di casa, si portò così sul 3-0.
Il disperato tentativo di rimonta del Leeds risulterà vano, nonostante gli uomini di Revie riusciranno ad accorciare le distanze fino a portarsi a un solo goal di distanza.
L’eroica e strenua resistenza del Colchester regalerà ai 16.000 presenti una gioia indimenticabile.


HEREFORD VS NEWCASTLE 2-1(EDGAR STREET, THIRD ROUND REPLAY 5 FEBBRAIO 1972)
Il Newcastle, ovviamente, arrivò alla sfida contro l’Hereford, squadra di Southern League (che con il sistema attuale equivarrebbe alla Conference), da favoritissimo; e i Magpies d’altronde potevano schierare ben sei nazionali.
Due volte rinviata per pioggia, la partita si giocò finalmente il 24 Gennaio a St James Park: 5.000 tifosi dell’Hereford viaggiarono verso nord per accompagnare il loro team.
17 secondi e l’Hereford passò in vantaggio con un goal di Brian Owen.
Malcolm Macdonald e John Tudor, nel giro di 13 minuti, ribaltarono tuttavia il risultato, come da premesse; ma le premesse non tennero conto di Colin Addison, player/manager, che con un tiro dalla distanza fece 2-2: tutti a Hereford per il replay.
Un replay destinato a entrare nella leggenda.
La capacità di Edgar Street era, ufficialmente, di 14.313 spettatori, ma quella sera ce n’erano sicuramente di più, molti dei quali letteralmente appollaiati sulle strutture portanti delle luci e sugli alberi intorno all’impianto (si stima che fossero in 16.000); e a completare la cornice le telecamere della BBC, che mandò nell’Herefordshire un telecronista in prova, tal John Motson che diventerà Motty e la cui voce sarà la voce del calcio per anni.
Insomma, tutti ingredienti per rendere magica una partita.
Il Newcastle passò in vantaggio all’82esimo; sembrava chiusa, ma tre minuti dopo Ronnie Radford!
Poi nei supplementari il goal di Ricky George diede l'incredibil vittoria all'Hereford.
Le scene di giubilo del pubblico a ogni goal e al fischio finale, con le invasioni di campo e le sciarpe bianco-nere al collo rimangono tre le più belle che si possano ricordare.


BRIGHTON & HOVE ALBION VS WALTON AND HERSHAM 0-4(WITHDEAN STADIUM, FIRST ROUND 28 NOVEMBRE 1973)
Brighton era allora in terza divisione ma il breve soggiorno di Brian Clough da allenatore assicurò l'interesse nazionale dei media.
Il modo in cui la squadra della South Coast venne accolta(percossa) senza troppi complimenti dai loro modesti avversari di Isthmian League(0-4).
Brian Clough dirà "Non riesco a ricordare un risultato peggiore della mia carriera."


BURNLEY VS WIMBLEDON 0-1(TURF MOOR, THIRD ROUND 4 GENNAIO 1975)
Quel giorno una nuova squadra, destinata a scrivere una romantica storia nel calcio inglese, fece capolino tra i grandi: il Wimbledon.
Quella stagione i Dons giocavano ancora in Southern League, che vinceranno  per altri due anni prima dell’elezione, finalmente, in Football League, avvenuta al termine della stagione 1977.
Il sistema infatti era semi-chiuso, e tutelava in modo esagerato i club che terminavano ultimi in Football League col sistema della ri-elezione per numero di voti ricevuti.
I Dons erano ospiti di una squadra, il Burnley, che terminerà la stagione decima in First Division, e a Turf Moor l’aria era tranquilla: un pomeriggio festoso dedicato alla competizione più antica e affascinante.
Che verrà ricordato però per il goal di Mick Mahon e per le parate di Dicky Guy, che quel giorno si trasformò in Gordon Banks ammutolendo spettatori e, metaforicamente, gli attaccanti in claret & blue.
Il Wimbledon si presentò così al grande pubblico, una favola che culminerà un pomeriggio del 1988 a Wembley, con un goal di Lawrie Sanchez che tutti abbiamo impresso nella mente.


BOURNEMOUTH VS MANCHESTER UTD 2-0(DEAN COURT, THIRD ROUND 8 GENNAIO 1984)
Da una parte i Red Devils, detentori del trofeo, di Ron Atkinson, che abbiamo già incontrato come giocatore dell’Oxford United, dall’altra il Bournemouth guidato da un ex giocatore del West Ham, Harry Redknapp, che terminerà diciassettesimo in Division Three.
Eppure quel giorno non ci fu storia, uno United mollo e distratto venne sconfitto senza grosse possibilità d’appello.
Milton Graham e Ian Thompson, nel secondo tempo, portarono il risultato sul 2-0.
L’unico sussulto per lo United venne dai propri fans, che a pochi istanti dal termine invasero il campo e crearono qualche tafferurglio sedato nel giro di 5 minuti dalla polizia del Dorset.
Rimane forse il risultato più importante della storia del Bournemouth, mentre lo United da lì a due anni avrebbe chiamato uno scozzese di nome Alex Ferguson, che nel 1989 si trovò nuovamente di fronte il Bournemouth, sconfiggendolo al replay.
Per quanto riguarda Harry Redknapp, alzerà la coppa come manager del Portsmouth.


SUTTON UTD VS COVENTRY CITY 2-1(GANDER GREEN LANE, THIRD ROUND 7 GENNAIO 1989)
Il Coventry City, che due anni prima alzò il trofeo in faccia a una delle versioni migliori del Tottenham Hotspur (Allen, Hoddle, Waddle e compagnia), si presentava nel sud londinese forte delle quattro categorie di differenza e di quel prestigioso alloro.
Dall’altra parte i padroni di casa, che militavano senza infamia e senza lode in Conference (termineranno dodicesimi quell’anno) e per i quali quella partita rappresentava l’apice della stagione, che si fosse vinto o perso.
Certo, la vittoria avrebbe dato a quell’edizione del Sutton United i crismi dell’immortalità, ma nessuno la pretendeva. 8.000 south londoners affollarono l’impianto ed andarono in visibilio quando Rains portò lo United in vantaggio dopo 42 minuti primi.
Sette minuti dopo l’intervallo, Phillips pareggiò ma sette minuti dopo, nuovamente, Matthew Hanlan timbrò il 2-1 che significò vittoria, visto che i tentativi del Coventry di pareggiare risultarono vani, compreso una doppia carambola traversa-palo clamorosa.
Il calcio è uno sport magnificamente imprevedibile quando vuole e quel giorno il Sutton lo dimostrò.


WREXHAM VS ARSENAL 2-1(THE RACECOURSE GROUND, THIRD ROUND 4 GENNAIO 1992)
Wrexham-Arsenal è uno degli upset più famosi di sempre: una differenza abnorme tra le due squadre, e basta andare a vedere la formazione dell’Arsenal di quel giorno: Seaman, Dixon, Winterburn, Hillier, O’Leary, Adams, Rocastle, Campbell, Smith, Merson, Carter.
Dall’altra parte il Wrexham, che era rimasto in Football League solo perchè questa venne allargata.
13.343 spettatori assisteranno all’impresa dei propri beniamini.
L’Arsenal passò in vantaggio con Adams al 44′, e la partita sembrava incanalarsi su questi binari, almeno fino all’82’...quando i due minuti tra i più importanti nella storia del club gallese cambiarono le carte in tavola. Mickey Thomas e Steve Watkin, i due autori della favola made in Wales.
Nel turno successivo, il Wrexham uscì al replay per mano del West Ham, ma quella partita rimane indelebile.


LEICESTER CITY VS WYCOMBE WANDERS 1-2(FILBERT STREET, FIFTH ROUND 10 MARZO 2001)
Non l'impresa più clamorosa visto che il Wycombe militava in seconda serie ma la cito lo stesso perchè fu incredibile quello che successe.
I Wycombe Wanderers devono affrontare in trasferta il Leicester City, squadra di Premiership che l’anno prima aveva vinto la Coppa di Lega.
Il pronostico è tutto per il Leicester, sebbene in panchina non ci sia più Martin O’Neill, passato ai Celtic Glasgow.
I Foxes senza il manager nordirlandese videro calare bruscamente il proprio rendimento, ma il Wycombe è l’avversario ideale, anche perché ulteriormente indebolito da una serie di infortuni impressionante: privato di tutti gli attaccanti della rosa, il tecnico Lawrie Sanchez è costretto a mettere un annuncio sul sito web del club alla ricerca di candidature al ruolo di centravanti.
La notizia viene ripresa sul televideo di Itv e qui letta dall’agente di Roy Essandoh, nato a Belfast e che a 26 anni ha già giocato, senza impressionare, in Scozia, Finlandia e Inghilterra.
Non avendo nulla da perdere Roy avanza la sua candidatura.
Non avendo nulla in alternativa Sanchez gli offre un contratto per poche partite.
Il 10 marzo 2001 a Filbert Street il Wycombe affronta la sfida col Leicester col solito 4-4-2 ma il duo d’attacco è formato dal centrocampista incontrista Keith Ryan e da George Clegg, giocatore in prestito.
Sul punteggio di 1-1 Sanchez sostituisce Ryan con Essandoh e l’ex punta del VPS Vassa ripaga la fiducia siglando il gol vittoria con una splendida girata di testa su cross di Bates.
Con lo stesso punteggio il Wycombe verrà poi eliminato in semifinale, dopo aver retto per 78 minuti, dal Liverpool di Michael Owen, Emile Heskey e Robbie Fowler, che nel giro di tre mesi vincerà Coppa di Lega, Coppa Uefa e Coppa d’Inghilterra.
A fine stagione i Wanderers liberano Essandoh, che inizierà da Barnet il suo girovagare nelle serie minori del calcio inglese che lo porterà a brevi permanenze con Cambridge, Billeicay Town, Grays Athletic, Gravesend & Northfleet sino a fermarsi cinque stagioni coi Bishop’s Strotford, dove segna 62 gol in 149 partite.


LIVERPOOL VS BARNSLEY 1-2 (ANFIELD ROAD, FIFTH ROUND 16 FEBBRAIO 2008)
Uno dei più drammatici giant-killings della storia recente porta la firma del Barnsley.
Il Liverpool venne eliminato da un volenterosissimo Barnsley in un match spettacolare.
Fu una grande delusione per i Reds, nettamente staccati dalla vetta in campionato e che puntavano molto sulla coppa nazionale.
Il Liverpool passa in vantaggio al 32', quando una buona azione di Babel sulla sinistra regala a Kuyt un pallone da controllare e piazzare in rete dall'interno dell'area piccola.
Il Barnsley però reagisce e un colpo di testa del difensore Steve Foster batte l'incerto Itandje (inguardabile in tutti i 90 minuti) riportando la gara in parità al minuto numero 57.
A quel punto il Liverpool prende d'assalto la porta di Luke Steele, ma i Reds non riescono mai a segnare per sfortuna (traversa di Kewell) ma anche per imprecisione, pure quando la chance sembra impossibile da sbagliare (Crouch in mischia a porta vuota).
Tutto sembra prefigurare un replay ma al 93' il capitano Bryan Howard trova un buon pallone in area, viene agganciato da un avversario prima del tiro e reclama un rigore che appare evidente per tutti ma non per l'arbitro Atkinson.
Il Barnsley è furioso ma l'azione continua, la palla finisce proprio per lo stesso Howard che scarica la propria rabbia nel rasoterra molto angolato e i Tykes all'ultimo minuto strappano una bellissima qualificazione ai quarti di finale, eliminando il Liverpool nella propria tana e inguaiando ulteriormente Rafa Benitez.


MANCHESTER UTD VS LEEDS UTD 0-1(ELLAND ROAD, THIRD ROUND 3 GENNAIO 2010)
Leeds sembrava essere in risalita dai tempi duri che avevano visto la loro discesa nelle divisioni inferiori, con Simon Grayson che li condusse nella parte superiore della classifica di League One(terza serie) ma ovviamente di fronte c'era il grande Manchester Utd di sir Alex Ferguson.
LA FA Cup però ancora una volta dimostrò che i valori in campo contano relativamente e l'attaccante Jermaine Beckford ricevendo una palla profonda da Jonny Howson trafisse Tomasz Kuszczak di fronte ad una scioccata Stretford End.


NORWICH CITY VS LUTON TOWN 0-1(CARROW ROAD, FOURTH ROUND 26 GENNAIO 2013)
Partita storica, oltre al giant-killings in sè, il fatto che da Sutton Utd-Coventry non accadeva che una squadra di non-league ne eliminasse una di First/Premier League.
Il goal di Rendell che ha spedito gli Hatters al quinto turno merita quantomeno di essere menzionato, così come il fatto che, nel turno precedente, il Luton ha eliminato il Wolverhampton Wanderers, ai tempi in Championship ma pure sempre squadra di grande tradizione.


ALTRI GIANT KILLINGS
Ovviamente sarebbe impossibile citarli tutti.
Da ricordare anche questi: Shrewsbury-Everton 2-1 del 2003 e Stevenage-Newcastle Utd 3-1 del 2011.
Il più vecchio di tutti risale al 1900, quando il Millwall (all’epoca ancora Millwall Athletic) vinse 3-1 sul campo del più quotato Aston Villa, la squadra principale di inizio secolo.



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giovedì 7 agosto 2014

Tutti I Tipi Di Lanci Del Baseball (Sinker, Fastball, Slider, Knuckle Ball, etc )

Nolan Ryan: "Non uso particolari trucchi o strane tecniche per aumentare la mia concentrazione. Metto solo tutte le altre cose da parte e mi focalizzo completamente sull’eliminare i battitori. Mantenere la concentrazione dipende da quello che chiamo “tunnel vision”: non esiste nient’altro al mondo che la zona di strike, il battitore e il mio lancio"


Four-Seam Fastball
Questo è il lancio più comune nel baseball e quello che raggiunge le massime velocità (oltre 90 miglia orarie). La palla ruota con “backspin” e non ha nessun tipo di movimento laterale.
Modificando la distanza tra l’indice e il dito medio o la posizione del pollice a volte si riesce ad imprimere un movimento laterale alla palla. La palla come detto parte carica di backspin e arriva nel guantone del catcher più o meno dritta. Durante il volo, il backspin crea una certa pressione al di sopra e al di sotto della pallina, contrastando parzialmente la forza di gravità; le cuciture contribuiscono a stabilizzare la pallina che compie quindi una traiettoria piuttosto costante e dritta. Per un battitore colpire una fastball è complicato, perché per via della velocità deve anticipare il timing del proprio swing.


Two-Seam Fastball 
La “2-seamer” è una dritta impugnata in modo leggermente diverso dalla 4-cuciture.
Questo lancio solitamente si muove lateralmente dal lato del braccio del lanciatore e verso il basso.
Questo movimento è il risultato delle cuciture che attraversano l’aria in modo differente, facendo sì che la palla venga spinta lateralmente e verso il basso. In media questo lancio è 1-3 mph più lento che una “4-seamer”. In generale la pallina tende a deviare in prossimità del piatto, rendendo difficile il contatto, che, qualora avvenga, di solito si trasforma in una battuta debole facilmente preda degli interni/esterni. Quando il movimento verso il basso è notevole si parla di “sinker”.


Sinker
Il sinker è semplicemente una dritta leggermente più lenta e con un notevole movimento verso il basso.
Da non confondere con il Change-Up (Cambio di Velocità).
Il sinker oltre al diverso tipo di grip, necessita di un movimento del braccio leggermente diverso da quello della dritta. Infatti per tirare un buon sinker c’è bisogno di una notevole pronazione dell’avambraccio nella fase di rilascio. Un sinker lanciato dalle ginocchia in giù può risultare un ottimo lancio, ma se lasciato alto nella zona dello strike risulta un lancio molto facile da battere.
Insomma se eseguito bene, “affonda” al momento di arrivare sul piatto, ingannando il battitore, che nella migliore delle ipotesi riesce a ottenere una innocua ground-ball.
Basta però sbagliare di qualche decina di centimetri il lancio e sono dolori.


Change-Up/Palmball(Cambio di Velocità)
Il Cambio di velocità è caratterizzato da uno spin molto simile a quello della dritta (avendo lo stesso spin sia per la dritta che per il cambio, un battitore non è in grado di fare gli aggiustamenti necessari per colpire la palla al meglio).
In media 8-15 mph più lento della dritta (e questo che manda in tilt il battitore che pensa sia partita una Fastball. La velocità viene percepita a metà tragitto ma ormai è troppo tardi, arriverà un "swing and miss"). Alcuni pitcher hanno un cambio che si affida di più sul movimento, simile a quello di un sinker ma molto più lento, piuttosto che alla differenza di velocità rispetto alla dritta.
L’ideale sarebbe avere una grande differenza di velocità tra dritta e cambio e un buon movimento sulla palla. Per il cambio, come per molti altri lanci, non esiste un’impugnatura giusta o sbagliata.
Ci sono diversi tipi di grip. Per trovare l’impugnatura giusta bisogna provare in allenamento, e capire quale grip fa al caso nostro.


Circle Change-Up
Una delle più famose varianti del cambio è il "Circle Change-Up", dal cerchietto che si crea tra pollice e indice quando si impugna la pallina. Questo grip produce una traiettoria per molti versi simile a una breaking ball, perché tende a “spezzare” sia in orizzontale che in verticale.


Cut Fastball/Cutter
La “Cut Fastball” fa sempre parte della famiglia delle dritte, ma si muove in direzione opposta alla 2-seam fastball. Appena rilasciato sembra una dritta (Fastball) ma durante il suo tragitto verso il piatto continua a spostarsi verso la parte del guanto del ricevitore.
È difficile da individuare per un battitore perchè sembra in tutto e per tutto una dritta ma si sposta lateralmente alla zona di strike. In media ha una velocità più elevata dello Slider ma minore della dritta (4-5 mph in meno). Questo tipo di lancio è molto difficile da eseguire correttamente, perché se ci si sbaglia e viene lanciato con uno spin sbagliato o in mezzo al piatto diventa il tipico “cement mixer”.


Breaking Ball
Il lanciatore “rompe” il suo polso durante la fase di rilascio consentendo alla pallina di acquistare una particolare rotazione il cui effetto è quello di generare dei movimenti laterali o discendenti.
Ma il significato è anche riconducibile alla “rottura” quasi innaturale della traiettoria durante il volo. La differenza con le Fastball sta in sostanza nella minore velocità della pallina (circa 10 miglia orarie in meno). Questo tipo di lanci presuppone un’ottima intesa tra pitcher e catcher, il quale deve essere pronto a reagire immediatamente agli eventuali rimbalzi delle palline che toccano terra, ma anche a quelle che si spostano troppo lontane dall’area di strike.
La meccanica innaturale di lancio presuppone un’abilità che si acquisisce con il tempo.
La fisica che sta dietro al volo è dovuta alla rotazione in topspin che crea pressione solo sulla parte superiore della pallina, aggiungendo un’ulteriore spinta a quella della forza di gravità e causando la repentina e improvvisa caduta della pallina. Tra le più belle breaking ball che si possono ammirare: la Slider e la Curveball.


Slider
Questo lancio si muove dal braccio di rilascio verso il braccio del guanto del ricevitore.
In media è 7-9 mph più lento della dritta 4-cuciture. Quando è lanciato correttamente, il battitore è in grado di vedere un “puntino rosso” formato dalla convergenza delle cuciture durante la rotazione.
Simile ad una Cut Fastball ma con meno velocità e con la tendenza ad affossarsi verso terra.
Per i destri va da destra verso sinistra, andando verso il basso.


Curveball (Curva)
Più lenta rispetto ad uno slider, la curva ha diverse varianti e tutti solitamente "spezzano" molto.
Quella più comune ha una caduta definita 12-6 (come le lancette dell’orologio), altre varianti hanno cadute 1-7. Quando viene rilasciata dal lanciatore la palla assume un “topspin” e sembra formare una gobba, data dal tipo di rotazione particolare (opposta a quella della dritta).
Se eseguito bene è un lancio difficilmente contrastabile (la traiettoria è molto difficile da leggere, è come se la palla creasse un'illusione).


Slurve
Una via di mezzo tra lo slider e la curva. Non esiste un’impugnatura specifica per la slurve.
Solitamente è più vicina alla velocità della curva che dello slider. La maggior parte dei lanci che vengono definiti “curve” in realtà sono delle slurve.


Split Finger
Può essere lanciato forte o piano (con lo stesso scopo del cambio). Nonostante il cambio di velocità, l’azione del lancio è la medesima. La palla semplicemente cade prima di arrivare al piatto.
Questo lancio inizia la sua traiettoria nella zona di strike per poi cadere a terra, rendendo quasi impossibile il contatto. Questo tipo di lancio è raramente lanciato per strike, e viene utilizzato principalmente dal lanciatore per ottenere lo strike out. Se lanciato con troppa frequenza può provocare gravi danni al gomito. Quindi consiglio di lanciarlo solamente se si è coscienti di quello che si fa.


Knuckle Ball
La Knuckle Ball è un lancio molto lento (60/70 miglia orarie), quasi privo di rotazione, che rimane in balia delle turbolenze generate dall’aria (vento, acqua nel caso, umidità, forza di gravità). Un lanciatore di Knuckle Ball ha nel repertorio quasi esclusivamente questo lancio. Si tratta di un lancio estremamente difficile da lanciare e soprattutto da controllare. La difficoltà nel battere questo lancio è che non avendo rotazione è impossibile prevedere la traiettoria, inoltre, la sua lentezza è una trappola per i battitori impazienti. Se comunque non avviene il cambio della direzione (per via dell'intemperie) è un lancio facilmente battibile. Un detto americano sulla Knuckle Ball dice: "if its high, let it fly, if its low, let it go" (se non arriva nell'aria di strike, lasciala andare). Un altro di Richie Hebner dice: "battere una Knuckle Ball è  come mangiare una minestra con la forchetta"


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Partita Di Baseball Più Lunga Della Storia

Molte volte ci sentiamo domandare: “ma qual è stata la partita più lunga della storia della MLB?”
"E del Baseball in generale?"


MLB
La sfida più lunga in fatto di inning giocati risale al 1° Maggio 1920 quando Brooklyn Robins-Boston Braves fu interrotta al 26° inning per oscurità sul punteggio di 1-1(dopo poco meno di 4 ore di gioco).
Al 2° posto un St.Louis Cardinals-New York Mets dell’11 Settembre 1974 vinta dai Cardinals 4-3 dopo 25 inning.
Ma se invece parliamo di durata temporale dobbiamo andare al 9 Maggio 1984 con un Chicago White Sox-Milwaukee Brewers chiusosi sul 7-6 al 25° inning dopo 8 ore e 06 minuti di gioco.
Furono ben 14 i lanciatori impiegati, 6 per Milwaukee e 8 per Chicago, per un match che regalò 43 valide (23 a 20 per i White Sox) e “solo” 4 errori difensivi.
Curiosa la situazione che si presentò al 21° inning.
Sul 3-3 Oglivie dei Brewers picchiò un fuoricampo da 3 punti apparentemente decisivo.
Ed invece nella seconda parte della ripresa Chicago raddrizzò le sorti del match riuscendo a pareggiare il conto.
Da quel momento tabellone in bianco fino al 25° quando un solo homer di Baines scrisse la parola fine sull’interminabile partita.


BASEBALL IN GENERALE
1981, la partita infinita dei 33 inning tra Pawtucket Red Sox-Rochester Red Wings.
Dunque l'incontro più lungo della storia del Baseball si giocò a Pawtuckt, Rhode Island quando andò in scena l'incontro di minor League fra i Red Sox e i Red Wings.
Ci vollero 33 inning per determinare un vincitore, fu disputato nell'arco di 2 mesi e durò 11 ore e 25 minuti di tempo effettivo di gioc.
Giocato alla vigilia di Pasqua il match fu interrotto alle 4.07 del mattino del giorno pasquale dal commissioner della Minor League sul 32 pari.
Il match si concluse due mesi dopo con la vittoria dei Red Wings grazie a Dave Koza.
Unica ed epica allo stesso tempo.
Perché se è vero che alcuni di quei giocatori sarebbero riusciti in seguito ad approdare in Major League (Pawtucket appartiene alla franchigia dei Boston Red Sox e Rochester a quella dei Baltimore Orioles), la maggior parte di loro verranno ricordati soprattutto per quella partita.
Perché in quel momento giocatori come Drungo Hazewood, il gigantesco esterno destro dei Red Wings che sarebbe stato in seguito scartato dagli Orioles perché non "vedeva" le curve (0/4 quella sera), o come Wade Boggs, il terza base di Pawtucket allenato da suo padre sin da bambino per farlo diventare ambidestro (4/12 per lui), valevano quanto Cal Ripken Jr., il terza base di Rochester, futura star degli Orioles ma che allora batté solo 2 valide su 13 turni, o quanto Bruce Hurst, il pitcher mormone atteso da una fulgida carriera a Boston e che quella notte lanciò per Pawtucket dal 28esimo al 32esimo inning ottenendo 7 K e concedendo 3 BB e 2 hits.
Insomma tutti insieme in una notte fredda e ventosa: giovani prospetti e vecchie glorie declassate in Minor League, atleti ambiziosi e giocatori ormai senza più speranze di fare il grande salto, uomini con fidanzate, moglie e figli che in inverno lavorano come camionisti o muratori pur di poter continuare a inseguire in primavera il sogno del baseball professionistico.
E la partita scivola via sulle pagine di Barry, fra piccoli e grandi episodi: il tradizionale stretch del settimo inning, quando gli spettatori si alzano quasi all'unisono per sgranchirsi le gambe come ad obbedire a un ordine misterioso, il punteggio sull'1 a 1 al nono inning, il vento che rende complicatissimo giocare.
Sta accadendo qualcosa di magico.
È come se il tempo si fosse arrestato, come se il Destino avesse rapito quegli uomini, intrappolandoli nel recinto del campo e condannandoli a giocare per sempre.
Al 16esimo inning i manager delle due squadre chiedono la sospensione della partita: c'è una regola dell'International League che dice che nessun inning può iniziare dopo le 0.50 di notte.
Ma l'arbitro capo Jack Lietz consulta il prontuario del campionato e quella regola non appare da nessuna parte: per quanto possa sembrare incredibile, per una svista il paragrafo contenente la regola non è stato stampato nell'edizione del 1981, e allora Lietz ordina: "Signori, si continua a oltranza", senza sapere che di lì a poco sua moglie avrebbe telefonato alla polizia preoccupata perché suo marito non tornava a casa.
Al 21esimo inning Rochester segna il punto del 2-1 ma Pawtucket pareggia immediatamente.
Al 24esimo arriva la notizia: abbiamo appena battuto il record della partita più lunga della storia.
E si va avanti, mentre i radiocronisti Bob Drew e Pete Torrez continuano a trasmettere domandandosi chi sarà mai in ascolto a quell'ora, e i giocatori si riscaldano accendendo nel dugout un fuoco con le mazze spezzate, e la madre di Billy Broadbent, il batboy quattordicenne, si presenta sconvolta al campo per riprendersi suo figlio (ma il ragazzino rifiuta di venir via), e il pubblico abbandona poco a poco gli spalti (alla fine rimarranno in 19).
Si va avanti di strike o ball, fair o foul, out o save.
E allora il risultato di questa partita non può essere un pareggio, ci deve essere un vincitore.
Al 32esimo inning arriva la telefonata di Harold Cooper, il presidente dell'International League: "Fermate immediatamente questa pazzia!".
Sono da poco passate le 4 di mattina e fra poco spunterà l'alba del 19 aprile, domenica di Pasqua.
Si riprende a giocare  il 23 giugno, 65 giorni dopo l'interruzione, stavolta davanti a 5.746 emozionati spettatori attratti dalla possibilità di assistere al finale della più lunga partita mai giocata.
Ma il 33esimo inning durerà solo 18 minuti: nella parte bassa della ripresa Pawtucket carica le basi e Dave Koza piazza un singolo dietro la terza base che porta a casa il punto del 3-2 finale.
E in quel 33esimo inning sul monte per Rochester c'era Steve Grilli, il pitcher perdente dell'incontro, padre di Jason Grilli, il closer italiano che gioca in MLB.


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Pantani: Ammazzato o Morto Suicida?

Pantani “capro espiatorio” di una realtà che invece tutti conosciamo, purtroppo.
E cioè la realtà di un ciclismo all’epoca stradopato che ha tradito la passione degli spettatori propinando uno “spettacolo” al di fuori e al di sopra di ogni umana credibilità.
La dignità  a Pantani la si restituisce non invocando assurdi e presunti complotti, ma spiegando come la vita possa mettere trappole mortali anche sulla strada degli uomini di più grande successo.
Insegnando a diffidare della notorietà, della gloria effimera (un giorno sugli altari, il giorno dopo nella polvere), ad essere guardinghi e mai esagerati.


MADONNA DI CAMPIGLIO 1999
Pantani è stato un eccellente ciclista.
Un eccellente scalatore che, doping o meno, probabilmente avrebbe incantato ugualmente le folle con le sue gesta in salita, con il suo carattere e la sua personalità.
Ma quel “così fan (hanno fatto) tutti” rimane una ben magra consolazione.
E lo scorso anno, dopo l’indagine del Senato francese sul Tour 1998, è addirittura comprovato al di là di ogni sospetto.
Cosa successe a Madonna di Campiglio? Nient’altro che quello che è successo a decine di altri corridori. Uno stop (di soli 15 giorni, neppure una squalifica…) per essere fuori dalle regole stabilite in quel momento.
Il sistema che in qualche modo lo ha messo in un angolo, continua a succhiarne la linfa. Come?
Raccontando la favola dell’eroe tragico.
Della vittima predestinata.
Del campione che suscita invidia e viene eliminato.
Sul piano umano è tutto più che comprensibile, dopo la grande tragedia.
Ma se vogliamo dare un esempio ai giovani non possiamo continuare a proporre tesi senza fondamento.
Complotto? E chi mai avrebbe avuto interesse a complottare contro il Pirata? Sponsor? Armstrong?(che nel Giro 1999 non esisteva ancora e nessuno avrebbe saputo che da lì a poco avrebbe vinto il suo primo Tour De France).
E come si sarebbe realizzato il complotto? Corrompendo i medici?
Qualcuno ha tirato fuori perfino la provetta del prelievo ematico a Campiglio che sarebbe stata scaldata per alzare l’ematocrito.
Ma in realtà scaldando il sangue si scalda e aumenta di volume anche la parte liquida non solo quella corpuscolare e il rapporto in percentuale dell’ematocrito resta inalterato.
Insostenibile scientificamente, eppure c’è chi ne ha fatto un elemento saliente della tesi complottistica.
E poi: chi l’avrebbe scaldata? Il medico? I medici dell’ospedale di Parma che nella serata di quel 5 giugno 1999 hanno ripetuto i test su ordine del pm di Trento Giardina trovando gli stessi valori dei medici UCI?
Su Campiglio ha indagato la Procura di Trento.
Il verdetto è stato univoco: nessuna truffa, nessuna sostituzione di provette (il sangue era di Pantani, come hanno provato i test del DNA), nessun complotto, nessuna manomissione.
Su Pantani si specula.
Come definire altrimenti il sottolineare l’irregolarità della procedura punto centrale in una delle ultime pubblicazioni? La provetta sarebbe stata scelta da uno dei medici prelevatori e non dall’atleta come vuole il regolamento.
Un vizio di forma ininfluente ai fini del test, a meno di non chiamare in causa la stessa ditta produttrice delle provette, che sono sigillate e sottovuoto.
E anche qui senza prove si sfiora la calunnia.
Ma dire, 14 anni dopo, che si sarebbe potuto fare ricorso contro le modalità di quel test, non toglie nulla alla realtà storica: l’ematocrito fuori norma per le regole del tempo.
Controllato otto volte sul sangue del Pirata.
Valori fiori norma.
Non per la prima volta, come del resto provano i dati emersi nel processo Conconi alle cui cure Pantani si era affidato già dal ‘94(database DLAB ed ematocriti del 60% a seguito della caduta nella Milano Torino).
La macchina da analisi (Coulter Act) avrebbe “fornito” un ematocrito alto per via del raggrumarsi delle piastrine? Ma gli esperti sono chiarissimi: “E’ impossibile" sostiene Benedetto Ronci ematologo di fama dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, consulente dei pm nella inchieste doping più clamorose "anche se le piastrine hanno tendenza ad aggregarsi non incidono sul volume corpuscolare; non possono modificare in alcun modo l’ematocrito”.


VALLANZASCA E LE SCOMMESSE?
L'unico punto oscuro è questo ma le indagini fin qui fatte non hanno portato a nulla.
E ad anni di distanza il nome di quell’ “amico” di Vallanzasca che gli avrebbe consigliato di non scommettere su Pantani perché non sarebbe arrivato a Milano nonostante la maglia rosa sulle spalle e la classifica ormai blindata dai risultati, ancora non viene fuori.


MORTE
L’omicidio di Pantani venne escluso fin dalla prima ispezione cadaverica, dai due medici legali intervenuti sul posto: la porta, secondo la testimonianza del portiere, era chiusa dall’interno.
E’ stata questa evidenza e non altro a indirizzare gli investigatori della Squadra mobile verso la pista dell’overdose, confermata poi dall’individuazione degli spacciatori e dalla ricostruzione delle abitudini dell'ultimo periodo del ciclista: la droga (circostanza fino ad allora conosciuta solo dai familiari e dal proprio entourage).
L’indagine non fu frettolosa, né superficiale: mai erano stati messi in campo tanti uomini e mezzi (soprattutto tecnologia telefonica) a Rimini per un caso di overdose.
L’arresto dei responsabili dopo 55 giorni fu semmai una prova di efficienza del tutto.
I responsabili confessarono.
I processi confermarono che l’ultimo spaccio avvenne sulla soglia del residence.

Sembra la risposta ai pur legittimi interrogativi odierni, ma è stata scritta sei anni fa, si legge:
«Non sono poi emersi elementi che possano far ritenere che nell’appartamento si sia svolta una colluttazione e che Pantani sia stato indotto a forza ad assumere cocaina. 
Quest’ipotesi, alla luce di quanto emerso, non è affatto praticabile. 
Giova anzitutto rimarcare come il consulente abbia radicalmente escluso che il decesso possa essere dipeso da una lesività da energia fisica, segnatamente meccanica ed esogena. 
A ciò s’aggiunga: nessuno dei dipendenti della struttura ha riferito d’avere sentito voci, litigi, discussioni provenire dalla camera la mattina del 14 febbraio deduce il giudice dopo aver ascoltato le testimonianze in aula.
Pantani lamentava la presenza di estranei che nessuno ha visto e le cui voci nessuno ha sentito la percezione allucinata rientra del resto, tipicamente, nelle distorsioni sensoriali innescate dall’abuso di cocaina, parimenti, il grave disordine nel quale versava la camera, messa completamente a soqquadro, è del tutto compatibile con l’aggressività, il delirio paranoide, la rabbia estrema provocati dall’uso smodato di cocaina nella sua fase acuta». 


POSIZIONE DEL CORPO
La posizione del corpo rilevata dalla Scientifica non è quella originaria.
Il personale del 118 lo ha spostato per praticare la defibrillazione: si spiegano così le tracce di trascinamento.
Non aveva neppure un segno sulla bocca, sulle labbra, sulle gengive riconducibile ad una somministrazione forzata.
La porta, al momento del ritrovamento del corpo, come detto, era chiusa dall'interno, secondo la testimonianza del portiere ritenuta attendibile (si affidò al passepartout), in una stanza al quinto piano con le finestre serrate.
Dovette spingere perché c’erano degli oggetti.
Pantani si era “barricato” altre volte allo stesso modo, ad esempio nella casa di Saturnia, nascondendosi al mondo per devastarsi con la droga.
Si è parlato delle impronte digitali.
Non vennero rilevate, è vero, ma la stanza è rimasta comunque sotto sequestro per tre settimane.
Se fosse emerso nelle prime ore un dubbio di omicidio si sarebbe proceduto con l’unica tecnica possibile dieci anni fa per una ricerca generalizzata alla ricerca di tracce latenti su ogni tipo di superficie: l’uso dei vapori di cianocrilato (accertamento irripetibile). Inopportuno farlo subito per evitare la cancellazione, ad esempio, di piccoli residui di cocaina, rinvenuti dietro al comodino solo al secondo dei tre sopralluoghi.


SEGNI SUL COLLO
Il cadavere sul collo aveva due piccoli triangoli all’altezza della giugulare, come se qualcuno avesse premuto con le dita proprio in quel punto: erano però soltanto macchie cadaveriche.
Le lesioni erano undici in tutto, superficiali, quasi tutte al volto ( la fuoriuscita di sangue dalla testa è dovuta alla caduta per il malore fatale), attribuite all’agitazione psicomotoria.
Dunque non il frutto di una colluttazione (mancano lesioni da difesa passiva o attiva), ma più probabilmente considerato il fatto che la stanza del residence fosse completamente a soqquadro, dovute a urti accidentali non avvenuti nello stesso momento, tra cui la caduta a terra al momento del collasso.
Nessun trauma o lesione ossea.


CIBO CINESE
E il cibo, soprattutto pane, misto a cocaina trovato accanto al cadavere?
Gli investigatori esclusero che fosse stato piazzato lì: era succhiato e presentava segni di masticazione.
Testimoni vicini a Pantani, inoltre, riferirono che oltre a sniffarla e assumerla sotto forma di crack, il Pirata negli ultimi ingeriva direttamente la cocaina.
Costringerlo a farlo di forza senza scatenare una lotta sarebbe stato impossibile.
Una circostanza stupì Fortuni(il medico) al momento del sopralluogo: «Non c’era in stanza una stilla di alcol, un mozzicone di sigaretta: era come se Marco avesse conservato abitudini sane, da atleta tanto da attenersi alle prescrizioni mediche per i farmaci. In quel contesto notai una confezione di cibo take-away, ma non posso dire che fosse cinese o meno. Da questa mia osservazione forse è nato un equivoco: «Aveva consumato da poco un pasto modesto non completamente digerito, frammisto a coca».


STANZA A SOQQUADRO
La stanza a soqquadro, infine, era più il frutto della meticolosa opera di qualcuno alle prese con i suoi fantasmi (lenzuola annodate sul corrimano delle scale, filo dell’antenna tv legato al soppalco, impianto di condizionamento divelto, materasso del divano estratto dalla fodera, i componenti del bagno accatastati sul water) piuttosto che di una lotta con un individuo reale: non c’è una sola sedia capovolta.
Scritte, manipolazioni di oggetti, piccole lesioni danno un quadro abbastanza caratteristico di chi scambia ombre per persone, cerca di liberarsi da inesitenti animaletti.
Allucinazioni visive e tattili che devono aver preceduto il malore e la breve agonia.
Messinscena? Se degli assassini avessero voluto far pensare all’overdose, non avrebbero avuto bisogno di simulare alcun disordine.


RICHIESTA D'AUTO
Un altro aspetto controverso è la richiesta d’aiuto.
L’autopsia colloca la morte tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio 2004, preceduta da un vero e proprio delirio da cocaina, fase in cui i poteri critici superiori della mente si offuscano.
Dalla camera provengono dei rumori.
La cameriera nella tarda mattina prova ad aprire con il passepartout, ma sente la voce del cliente e chiude. E’ in questo contesto che Pantani alza la cornetta (non aveva con sé il telefonino) e si rivolge alla hall, dicendo confusamente che c’è qualcuno che lo disturba, e di chiamare i carabinieri, poi che non c’è bisogno. In caso di pericolo reale, però, avrebbe potuto farlo lui stesso, direttamente dal telefono della camera.
Infine, la droga assunta: un quantitativo abnorme, maggiore dei 30 grammi “confessati” dallo spacciatore.
Questi, però, aveva tutto l’interesse, per non peggiorare la sua posizione, a minimizzare la quantità dell’ultima “fornitura”: era accusato di omicidio colposo come conseguenza non dovuta dello spaccio.


DOPING MIDOLLO OSSEO
Secondo Fortuni:
«Pantani aveva un midollo osseo in condizioni tali che, per quanto riguarda l’ultimo lasso della sua vita non ha assunto sostanze dopanti, per intenderci l’eritropoietina».
Ma cosa significa l’ultimo periodo?
«L’esame non può che far riferimento alle ultime settimane». 
Quando aveva lasciato la bici e l’allenamento, maturando interiormente l’inevitabile ritiro dalle corse.


IL CUORE
Il professor Fortuni si ritrovò poco dopo a doversi “difendere” da una circostanza che lui stesso aveva reso nota: aver portato a casa il cuore del Pirata.
«Al termine della lunga autopsia eseguita a Rimini (16 febbraio 2004), dopo aver evidenziato l’edema polmonare feci i prelievi anatomici necessari per gli esami chimici e microscopici, per stabilire con certezza le cause e le circostanze del decesso: erano “corpi di reato”, sotto la mia custodia in qualità di perito, che ovviamente non potevano andare né persi né distrutti». 
Tallonato da fotoreporter e cronisti, vista l’ora tarda, invece di depositare i prelievi nei laboratori dell’Istituto, privi di custodia notturna, ritenne più prudente conservarli in una speciale valigetta, ma solo fino al mattino seguente e per evitare ogni eventuale contaminazione o manipolazione, negli appositi spazi del proprio studio, collegato all’abitazione.
Poche ore dopo i campioni vennero inviati, con altri particolari accorgimenti, in diversi laboratori per le analisi.
Uno scrupolo in più, divenne l’ennesimo “mistero” per i complottisti più o meno in buonafede.


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martedì 5 agosto 2014

Lo Scandalo BALCO: Barry Bonds e Gli Altri


A fine della stagione 2000, un giocatore professionista di Baseball, Barry Bonds, poteva ritenersi molto soddisfatto: aveva messo a segno ben 49 Home Run, il massimo nella sua carriera.
Ma c’era un problema, Bonds non era più giovanissimo e non poteva contare su molte altre stagioni ad alto livello, e soprattutto c’era un contratto in scadenza con la propria squadra.
Bonds, allora, cominciò a lavorare duramente in palestra per migliorare la sua potenza muscolare insieme ad un suo amico d’infanzia, Greg Anderson.
Dopo qualche mese di duro lavoro, divenne evidente a Bonds e ad Anderson che il lavoro in palestra, per quanto duro, non sarebbe stato sufficiente.
Ad Anderson venne in mente di chiedere aiuto a Victor Conte, una specie di scienziato fai-da-te che era salito alla luci della ribalta negli ultimi tempi come guru della preparazione atletica e della "integrazione" alimentare.
Conte affermava di poter migliorare le prestazioni di qualsiasi atleta, attraverso una serie di analisi del sangue "non convenzionali" che lo indirizzavano su come fornire all’atleta un programma di alimentazione controllata, con particolari integratori, e di potenziamento muscolare.
I risultati si videro nella stagione 2001, quando Bonds, grazie agli aiuti del suo amico Anderson e a quelli di Conte, e a quasi venti chili di muscoli in più, mise a segno la bellezza di 73 Home Run, battendo uno dei records più prestigiosi nella storia della MLB.
Una prestazione del genere convinse i Giants ad accordargli un contratto stratosferico: 90 milioni di dollari per 5 anni.


CHI ERA VICTOR CONTE?
E’ una specie di miscela tra un guru, un manager, un ex-sportivo ed un fan sfegatato.
E’ riuscito a mettere in piedi una struttura con laboratori avveniristici, la BALCO appunto, in grado di fornire supporto agli atleti: da esami clinici a programmi personalizzati di allenamento, a integratori alimentari personalizzati.
Il prodotto più noto della BALCO era lo ZMA, un popolare integratore di zinco e magnesio.
Egli comprese l’importanza della preparazione atletica e del potenziamento muscolare per gli atleti professionisti, e, soprattutto, viste le ampie prospettive di guadagno, si gettò nel campo della integrazione alimentare.
Ma Victor Conte ancora non aveva accesso al "giro grosso", quello delle leghe di professionismo americano, dove girano soldi, tanti soldi.


IL CONTATTO CON GLI SPORT PROFESSIONISTICI AMERICANI: RANDY HUNTINGTON (NFL)
L’occasione arrivò nell’estate del 1996 quando Randy Huntington, ex-allenatore olimpico, ora personal trainer di vari atleti, volle inviargli Bill Romanowski.
Romanowski, ottimo linebacker, aveva giocato dal 1988 al 1993 con i Niners, poi nel 94 e 95 con Philadelphia.
Nell’estate del 1996 era in procinto di andare a Denver da coach Shannahan.
Sentiva, dopo sette stagioni NFL, di aver bisogno di qualcosa di rivitalizzante.
Per Victor Conte quello era il cliente ideale: ottimo atleta, di alto profilo, pronto a esplorare nuovi modi di migliorare le proprie prestazioni. In più gli forniva un ottimo aggancio con il mondo NFL
Stando ai verbali della commissione di inchiesta del 1999, in quel periodo Romanowski ricevette dalla BALCO ben più di analisi e programmi di allenamento, ma ben congegnati preparati di GH (growth hormone o ormone della crescita).
I benefici della sostanza dopante, ai dosaggi somministrati a Romanowski, gli avrebbero fornito una maggiore energia e potenza muscolare.
Essendo, a quei tempi, una sostanza difficile da dosare e con test non perfettamente in grado di distinguere l’ormone normalmente prodotto dall’organismo da quello somministrato, e non essendoci prove inconfutabili contro Romanowski e Conte, il procedimento venne archiviato.
Conte, ovviamente, ha sempre negato di aver fornito qualsivoglia sostanza, se non il famoso ZMA.
Soltanto in seguito si è appreso che la fonte originaria che fornì la testimonianza fondamentale dell’utilizzo della sostanza dopante era la moglie di Romanowski, giustamente preoccupata per la salute del marito.
Attraverso Romanowski, conobbe ed ebbe come clienti giocatori dei Broncos e dei Dolphins.
A proposito di questi ultimi, una ispezione della polizia nel quartier generale della BALCO, scoprì che nell’ufficio di Conte c’era un’intera parete ricoperta da foto, magliette e autografi di quasi tutti i componenti della squadra di Miami.


BARRY BONDS: MLB
Era il 2000 quando Greg Anderson gli presentò il giocatore di Baseball Barry Bonds.
Anderson era un amico di infanzia di Bonds ed aveva sempre sognato di essere un giocatore di Baseball professionista, ma la mancanza di talento lo aveva costretto a scegliere un’altra strada.
Aveva deciso di diventare un esperto nel campo della preparazione atletica e nello sviluppo delle masse muscolari ed era divenuta la sua occupazione e la sua passione.
Aveva aperto una palestra, guarda caso a meno di 100 metri dalla BALCO, iniziando, contemporaneamente, la sua attività di personal trainer.
Anche Anderson fece il suo salto di qualità quando iniziò ad avere tra i suoi clienti Barry Bonds.
Attraveso Bonds, Anderson ebbe accesso ai campi di allenamento dei Giants ed ebbe occasione di conoscere, tra gli altri, Benito Santiago, Bobby Estalella, e Armando Rios.
Bonds condusse Anderson anche in un tour invernale in Giappone dove ebbe modo di instaurare rapporti di lavoro anche con giocatori degli Yankees e di Minnesota.
Come detto in precedenza, Bonds venne presentato a Conte nel 2000.
Il risultato di quell’incontro fu un programma di allenamento e supplementazione alimentare di un anno.
Intervistato dalla rivista Muscle & Fitness, Bonds dichiarò di essere andato alla BALCO per effettuare alcune analisi e per avere un programma di allenamento personalizzato.
Conte in quell’occasione dichiarò che Bonds avrebbe dovuto assumere vari integratori nel corso della giornata, incluse tre compresse di ZMA prima di dormire.
Poi arrivò l’anno del contratto.
Il momento nel quale le belle prestazioni ti portano soldi a palate.
Da quel momento in poi Bonds sarà una valanga di home run, uno più lungo e più devastante dell’altro.
Negli stadi in cui gioca Bonds ci sarà sempre il tutto esaurito, anche quelli in cui si faceva fatica a riempire i posti migliori. E gli spettatori volevano solo lui. Quando, a punteggio acquisito, diventava chiaro che sarebbe stato lasciato a riposo, lo stadio si svuotava.
Tutto a vantaggio del gioco.


IL RECORD DEGLI HOME RUN DI BONDS
"E’ un grande, fa delle cose impensabili per un giocatore di 37 anni" dichiarava, tra lo stupito e l’ammirato, il suo compagno di squadra Shawon Dunston.
Il commento di Dunston avveniva proprio la sera del 70° home run di Bonds.
Un colpo di una rara potenza, che aveva scagliato quella povera palla a quasi 150 metri di distanza.
Tutti commentavano la potenza del colpo, la velocità della palla, il fisico muscoloso di Bonds.
Già, il punto era proprio quello.
Il fisico di Bonds, lo sviluppo muscolare.
Quando, nel 1986, Bonds fece il suo ingresso nella lega professionistica era alto 1 metro e 85 e pesava poco meno di 84 chili.
Alla fine della stagione 2001 era alto 1.89 e pesava quasi 105 chili.
Tutti muscoli.
Un miracolo.
Il 5 ottobre del 2001 fissò il nuovo record di home run battuti in una singola stagione, superando il record di Mark McGwire di tre anni prima.
Davanti ad un tutto esaurito da 42.000 persone Bonds ringraziò il pubblico e tutti i suoi amici, compreso Anderson.
Bonds terminò la stagione con 73 home run e i Giants gli accordarono un rinnovo di contratto di 90 milioni di dollari per 5 anni.
Ben di più dei 22 milioni per tre anni del precedente contratto.
Tre anni prima, quando Mark McGwire battè il record di home run in una singola stagione, il record aveva resistito per quasi 40 anni.
Anche McGwire fu, successivamente, accusato di aver fatto uso di steroidi anabolizzanti.
Ma l’uso di steroidi, già bandito in quasi tutti gli sport professionisti, non era vietato nel baseball.
All’inizio della stagione 2002 in molti si stavano chiedendo cosa avesse fatto o preso Bonds per migliorare le sue prestazioni.
Rispondendo ad una intervista subito dopo un doppio home run nella seconda di campionato Bonds rispose all’intervistatore:
"se hai dei dubbi fammi subito un test così ti metti l’anima in pace. Nel baseball non conta ciò che prendi. Se non hai la coordinazione per colpire la palla, non esiste alcuna sostanza che te la possa creare".
Giusto.
Ma ci sarebbe da aggiungere che se hai quel tipo di coordinazione esistono le sostanze che ti fanno colpire la palla col doppio della forza.
Tre mesi dopo rispondendo ad una intervista a Sport Illustrated, Ken Caminiti (giocatore di Houston e San Diego) ammise di aver fatto uso nel 1996 di anabolizzanti, quando venne eletto miglior giocatore della stagione. Ammise anche di essere a conoscenza che più della metà dei giocatori di baseball era avvezzo all’uso di anabolizzanti.
Successivamente anche Joe Canseco, giocatore di Oakland ammise che anche l’80% dei giocatori di baseball professionisti aveva fatto o faceva uso di steroidi anabolizzanti.
Anche Curt Schilling, pitcher di Arizona, dichiarò al Washington Post: "l’uso di steroidi è molto diffuso e questo è fuori di dubbio.
Negli ultimi tempi il numero di quelli che li usano (gli steroidi) è diventato stratosferico".
In quel momento, differentemente da tutti gli altri sports, non esisteva alcun tipo di test obbligatorio per i giocatori di baseball.
Nel baseball i giocatori hanno uno dei sindacati più forti in assoluto, che aveva sempre opposto resistenza all’introduzione di programmi anti-doping.
Ma, scoppiato il caso, nel 2002 il sindacato dei giocatori dovette accettare una seppur minima introduzione di test obbligatori per i giocatori.
Una mossa solo di facciata.
In realtà, da più parti, i test vennero definti come "giochi per bambini".
Ad ogni modo, il pubblico era rimasto piuttosto scosso dalle voci che dipingevano i più noti campioni del baseball come una massa di "mezze schiappe dopate fino all’inverosimile"
Per un manager del calibro di Conte questo significava, però, che il grosso del mercato era pronto per qualche nuovo preparato, ancor meno identificabile con i test standard.


LO SCANDALO BALCO
Il 3 settembre 2003, più di 20 agenti ed ufficiali della US Food and Drug Administration, della Squadra Narcotici e dell’Agenzia Antidoping fanno irruzione nelle strutture della BALCO con qualcosa in più di qualche semplice sospetto e, soprattutto, con una chiara idea di cosa cercare: il THG.
Negli uffici della BALCO gli agenti trovano numerosi documenti, tra cui il database con i nomi di tutti gli atleti che si rifornivano da Conte.
In più, nel corso della perquisizione, gli agenti si fanno accompagnare dallo stesso Conte presso un capannone fuori città, dove trovano un piccolo laboratorio ed all’interno di esso trovano anche preparati contenenti ormone della crescita umano (GH) e vari steroidi anabolizzanti, incluso il testosterone.
Le prove già sono sufficienti per una incriminazione ufficiale.
Ma gli agenti non si fermano stavolta, fanno le cose per bene e si spingono fino alla fine dell’isolato, alla palestra di Anderson per fare alcune domande. Due giorni dopo si presentano con un mandato di perquisizione alla porta di un appartamento in affitto presso un condominio non lontano dalla palestra dove Anderson abita con la propria compagna.
Nel suo appartamento gli agenti trovano numerosi preparati farmacologici privi di etichetta (si proverà più tardi che sono anabolizzanti) e più di 60.000 dollari in contanti.
Ma non basta.
Gli agenti trovano in bell’ordine, sia sul PC che su materiale cartaceo, tutti i nomi degli atleti che fanno uso di anabolizzanti, il tipo di sostanza utilizzata e i tempi di somministrazione.
A questo punto inizia il vero scandalo.
Cominciano a trapelare alcuni nomi degli atleti coinvolti e lo scandalo si estende in Europa quando compare anche il nome del velocista inglese Dwain Chambers.
Subito dopo iniziano le udienze preliminari, a porte chiuse, presso gli uffici federali di San Francisco e la sfilata di atleti noti e meno noti che si recavano di fronte agli investigatori a testimoniare.
Alcuni fornirono, anche se dopo la promessa dell’impunità, alcuni particolari fondamentali.
Si chiarificano, così, anche alcuni termini che erano comparsi in precedenza nel corso delle indagini.
In particolare a cosa si riferissero ai termini "the clear" e "the cream".
Il primo indicava il THG, che veniva assunto sotto forma di compresse orali di colore chiaro da deglutire con molta acqua.
Il secondo termine si riferiva effettivamente ad una crema, o, meglio, ad una lozione da cospargere su tutto il corpo.
La lozione era a base di testosterone che era stato modificato in laboratorio per aumentarne la penetrazione in circolo attraverso la pelle.
Più si andava avanti con le udienze e più la storia si complicava.
Giunti al 4 dicembre 2003, quando venne ascoltato anche Bonds, a pochi mesi delle Olimpiadi, apparve chiaro che un gran numero di atleti americani non sarebbero neanche potuti partire per Atene.
Ma ancor peggio sarebbe andata alla lega professionista di baseball.
Dal 5 al 7%, alcuni dissero anche il 10%, dei 1200 giocatori iscritti al campionato avrebbe subito una lunga squalifica.
Oltretutto se l’inchiesta fosse andata in tribunale, le udienze sarebbero state pubbliche.
Cioè sarebbe stato come lavare i propri panni sporchi in mezzo al cortile. Un cortile su cui si affacciano tante altre nazioni.


LISTA ATLETI POSITIVI AL THG
-- Barret Robbins, Oakland Raiders center

-- Dwain Chambers, British sprinter

-- Regina Jacobs, U.S. middle-distance runner

-- John McEwen, U.S. hammer thrower

-- Kevin Toth, U.S. shot putter

-- Unidentified U.S. track and field athlete

-- Bill Romanowski, Oakland Raiders linebacker

-- Chris Cooper, Oakland Raiders defensive tackle

-- Dana Stubblefield, Oakland Raiders defensive tackle.


ALTRI IMPLICATI
-- Shane Mosley, super welterweight boxing champion

-- Barry Bonds, San Francisco Giants outfielder

-- Jeremy Giambi, former Oakland A's outfielder, free agent

-- Gary Sheffield, New York Yankees outfielder

-- Bobby Estalella, former Giants catcher, free agent

-- Armando Rios, former Giants outfielder, free agent

-- A.J. Pierzynski, Giants catcher

-- Benito Santiago, former Giants catcher now with Kansas City Royals

-- Alvin Harrison, Salinas sprinter, Olympic medalist

-- Jason Giambi, New York Yankees first baseman

-- Calvin Harrison, Salinas sprinter, Olympic medalist

-- Marion Jones, U.S. sprinter, Olympic medalist

-- Tim Montgomery, U.S. sprinter, world record-holder

-- Kelli White, sprinter from Union City, World Championship gold medalist

-- Chryste Gaines, San Leandro, sprinter, Olympic gold medalist

-- Kevin Toth, U.S. shot putter

-- Regina Jacobs, U.S. middle distance runner, Olympic medalist

-- Michelle Collins, U.S. sprinter

-- Tyrone Wheatley, Raiders running back

-- Amy Van Dyken, Olympic gold medal-winning swimmer, friend of Romanowski

-- Tammy Thomas, U.S. cyclist

-- Bill Romanowski, Raiders linebacker

-- Barret Robbins, Raiders center

-- Dana Stubblefield, Raiders defensive tackle

-- Chris Cooper, Raiders defensive tackle

-- Chris Hetherington, Raiders running back

--Johnnie Morton, Kansas City Chiefs wide receiver.


SQUALIFICA A VITA PER TUTTI?
Il 7 Dicembre 2003, come reazione allo scandalo BALCO, viene adottata una regola che impone la squalifica a vita dell’atleta che viene trovato positivo anche una sola volta agli steroidi anabolizzanti, ancora mai applicata veramente.
L’inchiesta è continuata tra udienze, conferenze stampa, smentite ufficiali e ufficiose, giuramenti di estraneità ai fatti, e così via
Alle varie accuse rivolte a Conte ed Anderson ne venne aggiunta anche un’altra, quella di riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita illecita di sostanze dopanti, che gli avrebbe potuto procurare un lungo soggiorno nelle carceri di stato.


LE DICHIARAZIONI DI VICTOR CONTE
Il 9 di Ottobre 2004 il signore e padrone di BALCO, Victor Conte, affermò, in una conferenza stampa, con il suo atteggiamento viscido, di essere la vittima di un complotto, di una vendetta ordita da alcuni concorrenti desiderosi di impadronirsi della sua fetta di mercato degli integratori alimentari.
Alla domanda su chi fossero questi concorrenti, Conte non diede alcuna risposta.
Da questo momento iniziò un tentativo per discreditare i giornali che avevano riportato le notizie sul caso, indicandoli come semplici cacciatori di scoop a buon mercato
Questo portò, il 16 di Ottobre scorso, a rendere pubblico il contenuto di un nastro audio registrato segretamente. Sul nastro si ascolta distintamente la voce di Anderson che dice: "la cosa funziona. Tutto quello che sto facendo funziona ed è irrintracciabile (nei test antidoping). Questa roba qua, ce l’ho solo io, non puoi né averla né comprarla in un altro posto o da qualcun altro. Ma puoi stare sicuro, la prendi anche il giorno del test, vai lì, pisci e ne esci pulito alla perfezione.
Te lo posso assicurare, è la stessa roba con cui sono andati alle Olimpiadi. (parla di quelle del 2000).
E alle Olimpiadi hanno fatto i test ogni fottuta settimana e nessuno si è accorto di niente"
Inoltre, tanto per confermare l’affermazione che i nuovi test nel baseball erano solo "giochi per bambini", si scopriva un’altra ragione per cui Anderson era in grado di aiutare Bonds ad eludere i controlli: qualcuno lo avvertiva in anticipo delle date dei controlli antidoping.
Nel nastro, infatti, la voce di Anderson continua dicendo al suo non identificato interlocutore: " il prossimo dovrebbe essere tra la fine di Maggio ed i primi di Giugno, al massimo entro il giorno della pausa per l’All-Star.
Ci saranno 100-150 ragazzi presi a caso per i test. Così noi arriviamo all’All-Star puliti, fottutamente puliti".
Quindi è chiaro che Anderson era a conoscenza del momento e delle modalità di selezione degli atleti per i controlli antidoping.
L’avvocato di Anderson, intervistato da alcuni giornalisti ha negato (ovviamente) di riconoscere la voce del proprio assistito, anzi ha querelato i giornali che hanno riportato le trascrizioni del nastro.
Ma in quel nastro di 9 minuti e 19 secondi sembrano comparire anche altre cose interessanti.
In particolare c’è un colloquio con un allenatore che si lamentava della relativa inesperienza dei suoi atleti nell’utilizzo degli anabolizzanti iniettivi (quelli somministrati per via intramuscolare). Accadeva spesso che iniettandosi troppo preparato o troppo spesso nella stessa sede si finisse con creare un bel malloppo nel muscolo che finiva con l’infettarsi.
Una bella cisti infetta che doveva venire incisa e drenata con un intervento chirurgico in anestesia locale in sala operatoria.
Guarda caso in quasi tutte le leghe americane di professionisti ci sono un bel numero di questi interventi.
Anderson rispondeva di conoscere bene i rischi e di sapere altrettanto bene come gestirli, vista i suoi 16 anni di esperienza nel doping.
Qualche giorno dopo, come a rispondere alla querela dell’avvocato di Anderson, è stata resa pubblica una testimonianza rilasciata nel 2003 dal giocatore di Baseball Armando Rios.
Rios, in quella testimonianza, confermò di aver comprato da Anderson ormone della crescita
Il 30 di ottobre iniziano a trapelare i particolari più sordidi, e iniziano ad avere risposta alcuni quesiti insoluti. Ad esempio: come facevano Anderson e Conte ad approvvigionarsi di ormone della crescita (GH), visto che è un ormone umano e non di sintesi, di difficile reperibilità.
Interrogando vari testimoni si era scoperto che riuscivano ad avere l’ormone della crescita da pazienti affetti da AIDS nella zona di San Francisco e dintorni, a cui veniva prescritto dai medici per particolari protocolli terapeutici. I pazienti, invece di seguire la prescrizione preferivano venderlo.
Attualmente la vicenda è tutt’altro che terminata e ci sono notevoli forze che spingono per far sì che non termini mai.
Alcuni dei motivi sono chiari e lampanti: significherebbe ammettere che gran parte dei records e delle prestazioni degli atleti americano sono state falsate dalle sostanze dopanti.
Un danno finanziario di proporzioni inimmaginabili.
Ma uno dei motivi più inquietanti è legato alla comparsa di nomi di allenatori e atleti, mai resi noti, dello sport universitario e di college.
Questo starebbe a significare che anche gli sport a livello non professionistico sono marci e che gli l’america sta facendo crescere le nuove generazioni a base di sostanze dopanti.


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La Storia Di Lou Gehrig e La Sua Morte (MLB)

Lou Gehrig nacque a New York nel 1903 e disputò in totale 2.130 partite consecutive con una media battuta di .340 e 493 fuoricampo.
Gehrig si ammalò di una malattia neurologica chiamata Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta oggi anche come Morbo Di Gehrig.
Morì il 2 giugno 1941 a New York a soli 38 anni.


STORIA
Nel 1903, nasceva a New York uno dei più geniali giocatore di baseball nel ruolo di prima base.
Lou Gehrig, soprannominato "The Iron Horse", militò per tutta la sua carriera nei New York Yankees dal 1923 al 1939. Era mancino con aveva una media battuta di .340, realizzò 493 fuoricampo e vestì la maglia con l'indimenticabile numero 4.
Lou non aveva mai fatto un'assenza, mai un infortunio, una malattia e nessuna squalifica, stabilendo così il record di 2.130 partite consecutive con gli Yankees, superato poi nel 1995 da Cal Ripken Jr., arrivato a 2.632 gare con i Baltimore Orioles.
Vinse la Tripla Corona dei battitori dell'American League nel 1934 e nel 1939, venne poi eletto membro della Hall Of Fame.
Gehrig è uno dei più rispettati e stimati giocatori della Major League, nonchè una leggenda per gli Yankees e forse il più grande giocatori di tutti i tempi.
L'ultimo saluto ai tifosi e compagni di squadra, fu travolgente e ricco di emozioni per tutti, increduli che qualcuno potesse prendere il suo posto, ma la decisione di abbandonare il gioco fu per certi versi forzata dalle sue condizioni di salute che nelle ultime partite lo avevano reso visibilmente debole.
Gehrig dedicò la sua vita al baseball con qualità, talento, devozione e all'amore per la città di New York e agli Yankees stessi, risultando un giocatore che ha sempre saputo comunicare e emozionare con il suo gioco, da rendersi perfetto agli occhi di tutti.
Elegante nei movimenti, preciso, duro, tagliente, veloce, forte da qui il suo soprannome "The Iron Horse".
Negli anni ‘30 divise la scena dei fuoriclasse con Babe Ruth, altra talentuosa stella molto diverso da lui, più irrequieto, litigioso, estroverso e forse per questo motivo Gehrig era preferito da molti, che amavano i suoi modi educati, gentili e riservati.
Come detto morì il 2 giugno 1941 a New York, a soli 38 anni.


DISCORSO D'ADDIO
“Amici, nelle due ultime settimane sarete sicuramente venuti a conoscenza del difficile momento che sto attraversando, ma voglio dirvi che oggi mi sento l’uomo più fortunato della terra.
Sono stato presente sul campo da baseball per diciassette anni e ho sempre ricevuto affetto e incoraggiamenti da voi che siete i miei fan.
Guardate questi grandi uomini. Chi di voi non vorrebbe essere al punto culminante della propria carriera solo per paragonarsi a loro almeno un giorno nella vita? Certo che sono fortunato.
Chi non considererebbe un onore il fatto di aver conosciuto Jacob Ruppert? E anche Ed Barrow, la persona più importante nel baseball? O il fatto di aver trascorso sei indimenticabili anni con Miller Huggins, il mio grande amico?
Oppure di aver trascorso i successivi nove anni con quel fantastico leader, brillante studente di psicologia e miglior manager che il baseball abbia mai avuto, Joe McCarthy? Certo che sono fortunato.
Quando la squadra dei New York Giants, una squadra che per batterla daresti anche il tuo braccio destro, e viceversa, ti fa un regalo, questo è fantastico.
Quando tutti fino agli addetti del campo o quei giovani vestiti di bianco si ricordano di te perché hai vinto tanti premi, questo è fantastico.
Quando avete una suocera meravigliosa che si schiera a vostro favore nei battibecchi con sua figlia, questo è fantastico.
Quando vostro padre o vostra madre lavorano sodo per tutta la vita per darvi un’educazione o per far sì che voi possiate allenarvi in qualche sport, è una benedizione.
Quando al vostro fianco avete una moglie forte che vi sostiene e che dimostra molto più coraggio di quello che abbiate mai potuto immaginarvi, è la cosa più bella che si possa desiderare.
Quindi concludo dicendo che forse sto attraversando un brutto periodo, ma ho tantissimo per cui continuare a vivere”.


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