Molte volte ci sentiamo domandare: “ma qual è stata la partita più lunga della storia della MLB?”
"E del Baseball in generale?"
MLB
La sfida più lunga in fatto di inning giocati risale al 1° Maggio 1920 quando Brooklyn Robins-Boston Braves fu interrotta al 26° inning per oscurità sul punteggio di 1-1(dopo poco meno di 4 ore di gioco).
Al 2° posto un St.Louis Cardinals-New York Mets dell’11 Settembre 1974 vinta dai Cardinals 4-3 dopo 25 inning.
Ma se invece parliamo di durata temporale dobbiamo andare al 9 Maggio 1984 con un Chicago White Sox-Milwaukee Brewers chiusosi sul 7-6 al 25° inning dopo 8 ore e 06 minuti di gioco.
Furono ben 14 i lanciatori impiegati, 6 per Milwaukee e 8 per Chicago, per un match che regalò 43 valide (23 a 20 per i White Sox) e “solo” 4 errori difensivi.
Curiosa la situazione che si presentò al 21° inning.
Sul 3-3 Oglivie dei Brewers picchiò un fuoricampo da 3 punti apparentemente decisivo.
Ed invece nella seconda parte della ripresa Chicago raddrizzò le sorti del match riuscendo a pareggiare il conto.
Da quel momento tabellone in bianco fino al 25° quando un solo homer di Baines scrisse la parola fine sull’interminabile partita.
BASEBALL IN GENERALE
1981, la partita infinita dei 33 inning tra Pawtucket Red Sox-Rochester Red Wings.
Dunque l'incontro più lungo della storia del Baseball si giocò a Pawtuckt, Rhode Island quando andò in scena l'incontro di minor League fra i Red Sox e i Red Wings.
Ci vollero 33 inning per determinare un vincitore, fu disputato nell'arco di 2 mesi e durò 11 ore e 25 minuti di tempo effettivo di gioc.
Giocato alla vigilia di Pasqua il match fu interrotto alle 4.07 del mattino del giorno pasquale dal commissioner della Minor League sul 32 pari.
Il match si concluse due mesi dopo con la vittoria dei Red Wings grazie a Dave Koza.
Unica ed epica allo stesso tempo.
Perché se è vero che alcuni di quei giocatori sarebbero riusciti in seguito ad approdare in Major League (Pawtucket appartiene alla franchigia dei Boston Red Sox e Rochester a quella dei Baltimore Orioles), la maggior parte di loro verranno ricordati soprattutto per quella partita.
Perché in quel momento giocatori come Drungo Hazewood, il gigantesco esterno destro dei Red Wings che sarebbe stato in seguito scartato dagli Orioles perché non "vedeva" le curve (0/4 quella sera), o come Wade Boggs, il terza base di Pawtucket allenato da suo padre sin da bambino per farlo diventare ambidestro (4/12 per lui), valevano quanto Cal Ripken Jr., il terza base di Rochester, futura star degli Orioles ma che allora batté solo 2 valide su 13 turni, o quanto Bruce Hurst, il pitcher mormone atteso da una fulgida carriera a Boston e che quella notte lanciò per Pawtucket dal 28esimo al 32esimo inning ottenendo 7 K e concedendo 3 BB e 2 hits.
Insomma tutti insieme in una notte fredda e ventosa: giovani prospetti e vecchie glorie declassate in Minor League, atleti ambiziosi e giocatori ormai senza più speranze di fare il grande salto, uomini con fidanzate, moglie e figli che in inverno lavorano come camionisti o muratori pur di poter continuare a inseguire in primavera il sogno del baseball professionistico.
E la partita scivola via sulle pagine di Barry, fra piccoli e grandi episodi: il tradizionale stretch del settimo inning, quando gli spettatori si alzano quasi all'unisono per sgranchirsi le gambe come ad obbedire a un ordine misterioso, il punteggio sull'1 a 1 al nono inning, il vento che rende complicatissimo giocare.
Sta accadendo qualcosa di magico.
È come se il tempo si fosse arrestato, come se il Destino avesse rapito quegli uomini, intrappolandoli nel recinto del campo e condannandoli a giocare per sempre.
Al 16esimo inning i manager delle due squadre chiedono la sospensione della partita: c'è una regola dell'International League che dice che nessun inning può iniziare dopo le 0.50 di notte.
Ma l'arbitro capo Jack Lietz consulta il prontuario del campionato e quella regola non appare da nessuna parte: per quanto possa sembrare incredibile, per una svista il paragrafo contenente la regola non è stato stampato nell'edizione del 1981, e allora Lietz ordina: "Signori, si continua a oltranza", senza sapere che di lì a poco sua moglie avrebbe telefonato alla polizia preoccupata perché suo marito non tornava a casa.
Al 21esimo inning Rochester segna il punto del 2-1 ma Pawtucket pareggia immediatamente.
Al 24esimo arriva la notizia: abbiamo appena battuto il record della partita più lunga della storia.
E si va avanti, mentre i radiocronisti Bob Drew e Pete Torrez continuano a trasmettere domandandosi chi sarà mai in ascolto a quell'ora, e i giocatori si riscaldano accendendo nel dugout un fuoco con le mazze spezzate, e la madre di Billy Broadbent, il batboy quattordicenne, si presenta sconvolta al campo per riprendersi suo figlio (ma il ragazzino rifiuta di venir via), e il pubblico abbandona poco a poco gli spalti (alla fine rimarranno in 19).
Si va avanti di strike o ball, fair o foul, out o save.
E allora il risultato di questa partita non può essere un pareggio, ci deve essere un vincitore.
Al 32esimo inning arriva la telefonata di Harold Cooper, il presidente dell'International League: "Fermate immediatamente questa pazzia!".
Sono da poco passate le 4 di mattina e fra poco spunterà l'alba del 19 aprile, domenica di Pasqua.
Si riprende a giocare il 23 giugno, 65 giorni dopo l'interruzione, stavolta davanti a 5.746 emozionati spettatori attratti dalla possibilità di assistere al finale della più lunga partita mai giocata.
Ma il 33esimo inning durerà solo 18 minuti: nella parte bassa della ripresa Pawtucket carica le basi e Dave Koza piazza un singolo dietro la terza base che porta a casa il punto del 3-2 finale.
E in quel 33esimo inning sul monte per Rochester c'era Steve Grilli, il pitcher perdente dell'incontro, padre di Jason Grilli, il closer italiano che gioca in MLB.
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giovedì 7 agosto 2014
Pantani: Ammazzato o Morto Suicida?
Pantani “capro espiatorio” di una realtà che invece tutti conosciamo, purtroppo.
E cioè la realtà di un ciclismo all’epoca stradopato che ha tradito la passione degli spettatori propinando uno “spettacolo” al di fuori e al di sopra di ogni umana credibilità.
La dignità a Pantani la si restituisce non invocando assurdi e presunti complotti, ma spiegando come la vita possa mettere trappole mortali anche sulla strada degli uomini di più grande successo.
Insegnando a diffidare della notorietà, della gloria effimera (un giorno sugli altari, il giorno dopo nella polvere), ad essere guardinghi e mai esagerati.
MADONNA DI CAMPIGLIO 1999
Pantani è stato un eccellente ciclista.
Un eccellente scalatore che, doping o meno, probabilmente avrebbe incantato ugualmente le folle con le sue gesta in salita, con il suo carattere e la sua personalità.
Ma quel “così fan (hanno fatto) tutti” rimane una ben magra consolazione.
E lo scorso anno, dopo l’indagine del Senato francese sul Tour 1998, è addirittura comprovato al di là di ogni sospetto.
Cosa successe a Madonna di Campiglio? Nient’altro che quello che è successo a decine di altri corridori. Uno stop (di soli 15 giorni, neppure una squalifica…) per essere fuori dalle regole stabilite in quel momento.
Il sistema che in qualche modo lo ha messo in un angolo, continua a succhiarne la linfa. Come?
Raccontando la favola dell’eroe tragico.
Della vittima predestinata.
Del campione che suscita invidia e viene eliminato.
Sul piano umano è tutto più che comprensibile, dopo la grande tragedia.
Ma se vogliamo dare un esempio ai giovani non possiamo continuare a proporre tesi senza fondamento.
Complotto? E chi mai avrebbe avuto interesse a complottare contro il Pirata? Sponsor? Armstrong?(che nel Giro 1999 non esisteva ancora e nessuno avrebbe saputo che da lì a poco avrebbe vinto il suo primo Tour De France).
E come si sarebbe realizzato il complotto? Corrompendo i medici?
Qualcuno ha tirato fuori perfino la provetta del prelievo ematico a Campiglio che sarebbe stata scaldata per alzare l’ematocrito.
Ma in realtà scaldando il sangue si scalda e aumenta di volume anche la parte liquida non solo quella corpuscolare e il rapporto in percentuale dell’ematocrito resta inalterato.
Insostenibile scientificamente, eppure c’è chi ne ha fatto un elemento saliente della tesi complottistica.
E poi: chi l’avrebbe scaldata? Il medico? I medici dell’ospedale di Parma che nella serata di quel 5 giugno 1999 hanno ripetuto i test su ordine del pm di Trento Giardina trovando gli stessi valori dei medici UCI?
Su Campiglio ha indagato la Procura di Trento.
Il verdetto è stato univoco: nessuna truffa, nessuna sostituzione di provette (il sangue era di Pantani, come hanno provato i test del DNA), nessun complotto, nessuna manomissione.
Su Pantani si specula.
Come definire altrimenti il sottolineare l’irregolarità della procedura punto centrale in una delle ultime pubblicazioni? La provetta sarebbe stata scelta da uno dei medici prelevatori e non dall’atleta come vuole il regolamento.
Un vizio di forma ininfluente ai fini del test, a meno di non chiamare in causa la stessa ditta produttrice delle provette, che sono sigillate e sottovuoto.
E anche qui senza prove si sfiora la calunnia.
Ma dire, 14 anni dopo, che si sarebbe potuto fare ricorso contro le modalità di quel test, non toglie nulla alla realtà storica: l’ematocrito fuori norma per le regole del tempo.
Controllato otto volte sul sangue del Pirata.
Valori fiori norma.
Non per la prima volta, come del resto provano i dati emersi nel processo Conconi alle cui cure Pantani si era affidato già dal ‘94(database DLAB ed ematocriti del 60% a seguito della caduta nella Milano Torino).
La macchina da analisi (Coulter Act) avrebbe “fornito” un ematocrito alto per via del raggrumarsi delle piastrine? Ma gli esperti sono chiarissimi: “E’ impossibile" sostiene Benedetto Ronci ematologo di fama dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, consulente dei pm nella inchieste doping più clamorose "anche se le piastrine hanno tendenza ad aggregarsi non incidono sul volume corpuscolare; non possono modificare in alcun modo l’ematocrito”.
VALLANZASCA E LE SCOMMESSE?
L'unico punto oscuro è questo ma le indagini fin qui fatte non hanno portato a nulla.
E ad anni di distanza il nome di quell’ “amico” di Vallanzasca che gli avrebbe consigliato di non scommettere su Pantani perché non sarebbe arrivato a Milano nonostante la maglia rosa sulle spalle e la classifica ormai blindata dai risultati, ancora non viene fuori.
MORTE
L’omicidio di Pantani venne escluso fin dalla prima ispezione cadaverica, dai due medici legali intervenuti sul posto: la porta, secondo la testimonianza del portiere, era chiusa dall’interno.
E’ stata questa evidenza e non altro a indirizzare gli investigatori della Squadra mobile verso la pista dell’overdose, confermata poi dall’individuazione degli spacciatori e dalla ricostruzione delle abitudini dell'ultimo periodo del ciclista: la droga (circostanza fino ad allora conosciuta solo dai familiari e dal proprio entourage).
L’indagine non fu frettolosa, né superficiale: mai erano stati messi in campo tanti uomini e mezzi (soprattutto tecnologia telefonica) a Rimini per un caso di overdose.
L’arresto dei responsabili dopo 55 giorni fu semmai una prova di efficienza del tutto.
I responsabili confessarono.
I processi confermarono che l’ultimo spaccio avvenne sulla soglia del residence.
Sembra la risposta ai pur legittimi interrogativi odierni, ma è stata scritta sei anni fa, si legge:
«Non sono poi emersi elementi che possano far ritenere che nell’appartamento si sia svolta una colluttazione e che Pantani sia stato indotto a forza ad assumere cocaina.
Quest’ipotesi, alla luce di quanto emerso, non è affatto praticabile.
Giova anzitutto rimarcare come il consulente abbia radicalmente escluso che il decesso possa essere dipeso da una lesività da energia fisica, segnatamente meccanica ed esogena.
A ciò s’aggiunga: nessuno dei dipendenti della struttura ha riferito d’avere sentito voci, litigi, discussioni provenire dalla camera la mattina del 14 febbraio deduce il giudice dopo aver ascoltato le testimonianze in aula.
Pantani lamentava la presenza di estranei che nessuno ha visto e le cui voci nessuno ha sentito la percezione allucinata rientra del resto, tipicamente, nelle distorsioni sensoriali innescate dall’abuso di cocaina, parimenti, il grave disordine nel quale versava la camera, messa completamente a soqquadro, è del tutto compatibile con l’aggressività, il delirio paranoide, la rabbia estrema provocati dall’uso smodato di cocaina nella sua fase acuta».
POSIZIONE DEL CORPO
La posizione del corpo rilevata dalla Scientifica non è quella originaria.
Il personale del 118 lo ha spostato per praticare la defibrillazione: si spiegano così le tracce di trascinamento.
Non aveva neppure un segno sulla bocca, sulle labbra, sulle gengive riconducibile ad una somministrazione forzata.
La porta, al momento del ritrovamento del corpo, come detto, era chiusa dall'interno, secondo la testimonianza del portiere ritenuta attendibile (si affidò al passepartout), in una stanza al quinto piano con le finestre serrate.
Dovette spingere perché c’erano degli oggetti.
Pantani si era “barricato” altre volte allo stesso modo, ad esempio nella casa di Saturnia, nascondendosi al mondo per devastarsi con la droga.
Si è parlato delle impronte digitali.
Non vennero rilevate, è vero, ma la stanza è rimasta comunque sotto sequestro per tre settimane.
Se fosse emerso nelle prime ore un dubbio di omicidio si sarebbe proceduto con l’unica tecnica possibile dieci anni fa per una ricerca generalizzata alla ricerca di tracce latenti su ogni tipo di superficie: l’uso dei vapori di cianocrilato (accertamento irripetibile). Inopportuno farlo subito per evitare la cancellazione, ad esempio, di piccoli residui di cocaina, rinvenuti dietro al comodino solo al secondo dei tre sopralluoghi.
SEGNI SUL COLLO
Il cadavere sul collo aveva due piccoli triangoli all’altezza della giugulare, come se qualcuno avesse premuto con le dita proprio in quel punto: erano però soltanto macchie cadaveriche.
Le lesioni erano undici in tutto, superficiali, quasi tutte al volto ( la fuoriuscita di sangue dalla testa è dovuta alla caduta per il malore fatale), attribuite all’agitazione psicomotoria.
Dunque non il frutto di una colluttazione (mancano lesioni da difesa passiva o attiva), ma più probabilmente considerato il fatto che la stanza del residence fosse completamente a soqquadro, dovute a urti accidentali non avvenuti nello stesso momento, tra cui la caduta a terra al momento del collasso.
Nessun trauma o lesione ossea.
CIBO CINESE
E il cibo, soprattutto pane, misto a cocaina trovato accanto al cadavere?
Gli investigatori esclusero che fosse stato piazzato lì: era succhiato e presentava segni di masticazione.
Testimoni vicini a Pantani, inoltre, riferirono che oltre a sniffarla e assumerla sotto forma di crack, il Pirata negli ultimi ingeriva direttamente la cocaina.
Costringerlo a farlo di forza senza scatenare una lotta sarebbe stato impossibile.
Una circostanza stupì Fortuni(il medico) al momento del sopralluogo: «Non c’era in stanza una stilla di alcol, un mozzicone di sigaretta: era come se Marco avesse conservato abitudini sane, da atleta tanto da attenersi alle prescrizioni mediche per i farmaci. In quel contesto notai una confezione di cibo take-away, ma non posso dire che fosse cinese o meno. Da questa mia osservazione forse è nato un equivoco: «Aveva consumato da poco un pasto modesto non completamente digerito, frammisto a coca».
STANZA A SOQQUADRO
La stanza a soqquadro, infine, era più il frutto della meticolosa opera di qualcuno alle prese con i suoi fantasmi (lenzuola annodate sul corrimano delle scale, filo dell’antenna tv legato al soppalco, impianto di condizionamento divelto, materasso del divano estratto dalla fodera, i componenti del bagno accatastati sul water) piuttosto che di una lotta con un individuo reale: non c’è una sola sedia capovolta.
Scritte, manipolazioni di oggetti, piccole lesioni danno un quadro abbastanza caratteristico di chi scambia ombre per persone, cerca di liberarsi da inesitenti animaletti.
Allucinazioni visive e tattili che devono aver preceduto il malore e la breve agonia.
Messinscena? Se degli assassini avessero voluto far pensare all’overdose, non avrebbero avuto bisogno di simulare alcun disordine.
RICHIESTA D'AUTO
Un altro aspetto controverso è la richiesta d’aiuto.
L’autopsia colloca la morte tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio 2004, preceduta da un vero e proprio delirio da cocaina, fase in cui i poteri critici superiori della mente si offuscano.
Dalla camera provengono dei rumori.
La cameriera nella tarda mattina prova ad aprire con il passepartout, ma sente la voce del cliente e chiude. E’ in questo contesto che Pantani alza la cornetta (non aveva con sé il telefonino) e si rivolge alla hall, dicendo confusamente che c’è qualcuno che lo disturba, e di chiamare i carabinieri, poi che non c’è bisogno. In caso di pericolo reale, però, avrebbe potuto farlo lui stesso, direttamente dal telefono della camera.
Infine, la droga assunta: un quantitativo abnorme, maggiore dei 30 grammi “confessati” dallo spacciatore.
Questi, però, aveva tutto l’interesse, per non peggiorare la sua posizione, a minimizzare la quantità dell’ultima “fornitura”: era accusato di omicidio colposo come conseguenza non dovuta dello spaccio.
DOPING MIDOLLO OSSEO
Secondo Fortuni:
«Pantani aveva un midollo osseo in condizioni tali che, per quanto riguarda l’ultimo lasso della sua vita non ha assunto sostanze dopanti, per intenderci l’eritropoietina».
Ma cosa significa l’ultimo periodo?
«L’esame non può che far riferimento alle ultime settimane».
Quando aveva lasciato la bici e l’allenamento, maturando interiormente l’inevitabile ritiro dalle corse.
IL CUORE
Il professor Fortuni si ritrovò poco dopo a doversi “difendere” da una circostanza che lui stesso aveva reso nota: aver portato a casa il cuore del Pirata.
«Al termine della lunga autopsia eseguita a Rimini (16 febbraio 2004), dopo aver evidenziato l’edema polmonare feci i prelievi anatomici necessari per gli esami chimici e microscopici, per stabilire con certezza le cause e le circostanze del decesso: erano “corpi di reato”, sotto la mia custodia in qualità di perito, che ovviamente non potevano andare né persi né distrutti».
Tallonato da fotoreporter e cronisti, vista l’ora tarda, invece di depositare i prelievi nei laboratori dell’Istituto, privi di custodia notturna, ritenne più prudente conservarli in una speciale valigetta, ma solo fino al mattino seguente e per evitare ogni eventuale contaminazione o manipolazione, negli appositi spazi del proprio studio, collegato all’abitazione.
Poche ore dopo i campioni vennero inviati, con altri particolari accorgimenti, in diversi laboratori per le analisi.
Uno scrupolo in più, divenne l’ennesimo “mistero” per i complottisti più o meno in buonafede.
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E cioè la realtà di un ciclismo all’epoca stradopato che ha tradito la passione degli spettatori propinando uno “spettacolo” al di fuori e al di sopra di ogni umana credibilità.
La dignità a Pantani la si restituisce non invocando assurdi e presunti complotti, ma spiegando come la vita possa mettere trappole mortali anche sulla strada degli uomini di più grande successo.
Insegnando a diffidare della notorietà, della gloria effimera (un giorno sugli altari, il giorno dopo nella polvere), ad essere guardinghi e mai esagerati.
MADONNA DI CAMPIGLIO 1999
Pantani è stato un eccellente ciclista.
Un eccellente scalatore che, doping o meno, probabilmente avrebbe incantato ugualmente le folle con le sue gesta in salita, con il suo carattere e la sua personalità.
Ma quel “così fan (hanno fatto) tutti” rimane una ben magra consolazione.
E lo scorso anno, dopo l’indagine del Senato francese sul Tour 1998, è addirittura comprovato al di là di ogni sospetto.
Cosa successe a Madonna di Campiglio? Nient’altro che quello che è successo a decine di altri corridori. Uno stop (di soli 15 giorni, neppure una squalifica…) per essere fuori dalle regole stabilite in quel momento.
Il sistema che in qualche modo lo ha messo in un angolo, continua a succhiarne la linfa. Come?
Raccontando la favola dell’eroe tragico.
Della vittima predestinata.
Del campione che suscita invidia e viene eliminato.
Sul piano umano è tutto più che comprensibile, dopo la grande tragedia.
Ma se vogliamo dare un esempio ai giovani non possiamo continuare a proporre tesi senza fondamento.
Complotto? E chi mai avrebbe avuto interesse a complottare contro il Pirata? Sponsor? Armstrong?(che nel Giro 1999 non esisteva ancora e nessuno avrebbe saputo che da lì a poco avrebbe vinto il suo primo Tour De France).
E come si sarebbe realizzato il complotto? Corrompendo i medici?
Qualcuno ha tirato fuori perfino la provetta del prelievo ematico a Campiglio che sarebbe stata scaldata per alzare l’ematocrito.
Ma in realtà scaldando il sangue si scalda e aumenta di volume anche la parte liquida non solo quella corpuscolare e il rapporto in percentuale dell’ematocrito resta inalterato.
Insostenibile scientificamente, eppure c’è chi ne ha fatto un elemento saliente della tesi complottistica.
E poi: chi l’avrebbe scaldata? Il medico? I medici dell’ospedale di Parma che nella serata di quel 5 giugno 1999 hanno ripetuto i test su ordine del pm di Trento Giardina trovando gli stessi valori dei medici UCI?
Su Campiglio ha indagato la Procura di Trento.
Il verdetto è stato univoco: nessuna truffa, nessuna sostituzione di provette (il sangue era di Pantani, come hanno provato i test del DNA), nessun complotto, nessuna manomissione.
Su Pantani si specula.
Come definire altrimenti il sottolineare l’irregolarità della procedura punto centrale in una delle ultime pubblicazioni? La provetta sarebbe stata scelta da uno dei medici prelevatori e non dall’atleta come vuole il regolamento.
Un vizio di forma ininfluente ai fini del test, a meno di non chiamare in causa la stessa ditta produttrice delle provette, che sono sigillate e sottovuoto.
E anche qui senza prove si sfiora la calunnia.
Ma dire, 14 anni dopo, che si sarebbe potuto fare ricorso contro le modalità di quel test, non toglie nulla alla realtà storica: l’ematocrito fuori norma per le regole del tempo.
Controllato otto volte sul sangue del Pirata.
Valori fiori norma.
Non per la prima volta, come del resto provano i dati emersi nel processo Conconi alle cui cure Pantani si era affidato già dal ‘94(database DLAB ed ematocriti del 60% a seguito della caduta nella Milano Torino).
La macchina da analisi (Coulter Act) avrebbe “fornito” un ematocrito alto per via del raggrumarsi delle piastrine? Ma gli esperti sono chiarissimi: “E’ impossibile" sostiene Benedetto Ronci ematologo di fama dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, consulente dei pm nella inchieste doping più clamorose "anche se le piastrine hanno tendenza ad aggregarsi non incidono sul volume corpuscolare; non possono modificare in alcun modo l’ematocrito”.
VALLANZASCA E LE SCOMMESSE?
L'unico punto oscuro è questo ma le indagini fin qui fatte non hanno portato a nulla.
E ad anni di distanza il nome di quell’ “amico” di Vallanzasca che gli avrebbe consigliato di non scommettere su Pantani perché non sarebbe arrivato a Milano nonostante la maglia rosa sulle spalle e la classifica ormai blindata dai risultati, ancora non viene fuori.
MORTE
L’omicidio di Pantani venne escluso fin dalla prima ispezione cadaverica, dai due medici legali intervenuti sul posto: la porta, secondo la testimonianza del portiere, era chiusa dall’interno.
E’ stata questa evidenza e non altro a indirizzare gli investigatori della Squadra mobile verso la pista dell’overdose, confermata poi dall’individuazione degli spacciatori e dalla ricostruzione delle abitudini dell'ultimo periodo del ciclista: la droga (circostanza fino ad allora conosciuta solo dai familiari e dal proprio entourage).
L’indagine non fu frettolosa, né superficiale: mai erano stati messi in campo tanti uomini e mezzi (soprattutto tecnologia telefonica) a Rimini per un caso di overdose.
L’arresto dei responsabili dopo 55 giorni fu semmai una prova di efficienza del tutto.
I responsabili confessarono.
I processi confermarono che l’ultimo spaccio avvenne sulla soglia del residence.
Sembra la risposta ai pur legittimi interrogativi odierni, ma è stata scritta sei anni fa, si legge:
«Non sono poi emersi elementi che possano far ritenere che nell’appartamento si sia svolta una colluttazione e che Pantani sia stato indotto a forza ad assumere cocaina.
Quest’ipotesi, alla luce di quanto emerso, non è affatto praticabile.
Giova anzitutto rimarcare come il consulente abbia radicalmente escluso che il decesso possa essere dipeso da una lesività da energia fisica, segnatamente meccanica ed esogena.
A ciò s’aggiunga: nessuno dei dipendenti della struttura ha riferito d’avere sentito voci, litigi, discussioni provenire dalla camera la mattina del 14 febbraio deduce il giudice dopo aver ascoltato le testimonianze in aula.
Pantani lamentava la presenza di estranei che nessuno ha visto e le cui voci nessuno ha sentito la percezione allucinata rientra del resto, tipicamente, nelle distorsioni sensoriali innescate dall’abuso di cocaina, parimenti, il grave disordine nel quale versava la camera, messa completamente a soqquadro, è del tutto compatibile con l’aggressività, il delirio paranoide, la rabbia estrema provocati dall’uso smodato di cocaina nella sua fase acuta».
POSIZIONE DEL CORPO
La posizione del corpo rilevata dalla Scientifica non è quella originaria.
Il personale del 118 lo ha spostato per praticare la defibrillazione: si spiegano così le tracce di trascinamento.
Non aveva neppure un segno sulla bocca, sulle labbra, sulle gengive riconducibile ad una somministrazione forzata.
La porta, al momento del ritrovamento del corpo, come detto, era chiusa dall'interno, secondo la testimonianza del portiere ritenuta attendibile (si affidò al passepartout), in una stanza al quinto piano con le finestre serrate.
Dovette spingere perché c’erano degli oggetti.
Pantani si era “barricato” altre volte allo stesso modo, ad esempio nella casa di Saturnia, nascondendosi al mondo per devastarsi con la droga.
Si è parlato delle impronte digitali.
Non vennero rilevate, è vero, ma la stanza è rimasta comunque sotto sequestro per tre settimane.
Se fosse emerso nelle prime ore un dubbio di omicidio si sarebbe proceduto con l’unica tecnica possibile dieci anni fa per una ricerca generalizzata alla ricerca di tracce latenti su ogni tipo di superficie: l’uso dei vapori di cianocrilato (accertamento irripetibile). Inopportuno farlo subito per evitare la cancellazione, ad esempio, di piccoli residui di cocaina, rinvenuti dietro al comodino solo al secondo dei tre sopralluoghi.
SEGNI SUL COLLO
Il cadavere sul collo aveva due piccoli triangoli all’altezza della giugulare, come se qualcuno avesse premuto con le dita proprio in quel punto: erano però soltanto macchie cadaveriche.
Le lesioni erano undici in tutto, superficiali, quasi tutte al volto ( la fuoriuscita di sangue dalla testa è dovuta alla caduta per il malore fatale), attribuite all’agitazione psicomotoria.
Dunque non il frutto di una colluttazione (mancano lesioni da difesa passiva o attiva), ma più probabilmente considerato il fatto che la stanza del residence fosse completamente a soqquadro, dovute a urti accidentali non avvenuti nello stesso momento, tra cui la caduta a terra al momento del collasso.
Nessun trauma o lesione ossea.
CIBO CINESE
E il cibo, soprattutto pane, misto a cocaina trovato accanto al cadavere?
Gli investigatori esclusero che fosse stato piazzato lì: era succhiato e presentava segni di masticazione.
Testimoni vicini a Pantani, inoltre, riferirono che oltre a sniffarla e assumerla sotto forma di crack, il Pirata negli ultimi ingeriva direttamente la cocaina.
Costringerlo a farlo di forza senza scatenare una lotta sarebbe stato impossibile.
Una circostanza stupì Fortuni(il medico) al momento del sopralluogo: «Non c’era in stanza una stilla di alcol, un mozzicone di sigaretta: era come se Marco avesse conservato abitudini sane, da atleta tanto da attenersi alle prescrizioni mediche per i farmaci. In quel contesto notai una confezione di cibo take-away, ma non posso dire che fosse cinese o meno. Da questa mia osservazione forse è nato un equivoco: «Aveva consumato da poco un pasto modesto non completamente digerito, frammisto a coca».
STANZA A SOQQUADRO
La stanza a soqquadro, infine, era più il frutto della meticolosa opera di qualcuno alle prese con i suoi fantasmi (lenzuola annodate sul corrimano delle scale, filo dell’antenna tv legato al soppalco, impianto di condizionamento divelto, materasso del divano estratto dalla fodera, i componenti del bagno accatastati sul water) piuttosto che di una lotta con un individuo reale: non c’è una sola sedia capovolta.
Scritte, manipolazioni di oggetti, piccole lesioni danno un quadro abbastanza caratteristico di chi scambia ombre per persone, cerca di liberarsi da inesitenti animaletti.
Allucinazioni visive e tattili che devono aver preceduto il malore e la breve agonia.
Messinscena? Se degli assassini avessero voluto far pensare all’overdose, non avrebbero avuto bisogno di simulare alcun disordine.
RICHIESTA D'AUTO
Un altro aspetto controverso è la richiesta d’aiuto.
L’autopsia colloca la morte tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio 2004, preceduta da un vero e proprio delirio da cocaina, fase in cui i poteri critici superiori della mente si offuscano.
Dalla camera provengono dei rumori.
La cameriera nella tarda mattina prova ad aprire con il passepartout, ma sente la voce del cliente e chiude. E’ in questo contesto che Pantani alza la cornetta (non aveva con sé il telefonino) e si rivolge alla hall, dicendo confusamente che c’è qualcuno che lo disturba, e di chiamare i carabinieri, poi che non c’è bisogno. In caso di pericolo reale, però, avrebbe potuto farlo lui stesso, direttamente dal telefono della camera.
Infine, la droga assunta: un quantitativo abnorme, maggiore dei 30 grammi “confessati” dallo spacciatore.
Questi, però, aveva tutto l’interesse, per non peggiorare la sua posizione, a minimizzare la quantità dell’ultima “fornitura”: era accusato di omicidio colposo come conseguenza non dovuta dello spaccio.
DOPING MIDOLLO OSSEO
Secondo Fortuni:
«Pantani aveva un midollo osseo in condizioni tali che, per quanto riguarda l’ultimo lasso della sua vita non ha assunto sostanze dopanti, per intenderci l’eritropoietina».
Ma cosa significa l’ultimo periodo?
«L’esame non può che far riferimento alle ultime settimane».
Quando aveva lasciato la bici e l’allenamento, maturando interiormente l’inevitabile ritiro dalle corse.
IL CUORE
Il professor Fortuni si ritrovò poco dopo a doversi “difendere” da una circostanza che lui stesso aveva reso nota: aver portato a casa il cuore del Pirata.
«Al termine della lunga autopsia eseguita a Rimini (16 febbraio 2004), dopo aver evidenziato l’edema polmonare feci i prelievi anatomici necessari per gli esami chimici e microscopici, per stabilire con certezza le cause e le circostanze del decesso: erano “corpi di reato”, sotto la mia custodia in qualità di perito, che ovviamente non potevano andare né persi né distrutti».
Tallonato da fotoreporter e cronisti, vista l’ora tarda, invece di depositare i prelievi nei laboratori dell’Istituto, privi di custodia notturna, ritenne più prudente conservarli in una speciale valigetta, ma solo fino al mattino seguente e per evitare ogni eventuale contaminazione o manipolazione, negli appositi spazi del proprio studio, collegato all’abitazione.
Poche ore dopo i campioni vennero inviati, con altri particolari accorgimenti, in diversi laboratori per le analisi.
Uno scrupolo in più, divenne l’ennesimo “mistero” per i complottisti più o meno in buonafede.
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martedì 5 agosto 2014
Lo Scandalo BALCO: Barry Bonds e Gli Altri
A fine della stagione 2000, un giocatore professionista di Baseball, Barry Bonds, poteva ritenersi molto soddisfatto: aveva messo a segno ben 49 Home Run, il massimo nella sua carriera.
Ma c’era un problema, Bonds non era più giovanissimo e non poteva contare su molte altre stagioni ad alto livello, e soprattutto c’era un contratto in scadenza con la propria squadra.
Bonds, allora, cominciò a lavorare duramente in palestra per migliorare la sua potenza muscolare insieme ad un suo amico d’infanzia, Greg Anderson.
Dopo qualche mese di duro lavoro, divenne evidente a Bonds e ad Anderson che il lavoro in palestra, per quanto duro, non sarebbe stato sufficiente.
Ad Anderson venne in mente di chiedere aiuto a Victor Conte, una specie di scienziato fai-da-te che era salito alla luci della ribalta negli ultimi tempi come guru della preparazione atletica e della "integrazione" alimentare.
Conte affermava di poter migliorare le prestazioni di qualsiasi atleta, attraverso una serie di analisi del sangue "non convenzionali" che lo indirizzavano su come fornire all’atleta un programma di alimentazione controllata, con particolari integratori, e di potenziamento muscolare.
I risultati si videro nella stagione 2001, quando Bonds, grazie agli aiuti del suo amico Anderson e a quelli di Conte, e a quasi venti chili di muscoli in più, mise a segno la bellezza di 73 Home Run, battendo uno dei records più prestigiosi nella storia della MLB.
Una prestazione del genere convinse i Giants ad accordargli un contratto stratosferico: 90 milioni di dollari per 5 anni.
CHI ERA VICTOR CONTE?
E’ una specie di miscela tra un guru, un manager, un ex-sportivo ed un fan sfegatato.
E’ riuscito a mettere in piedi una struttura con laboratori avveniristici, la BALCO appunto, in grado di fornire supporto agli atleti: da esami clinici a programmi personalizzati di allenamento, a integratori alimentari personalizzati.
Il prodotto più noto della BALCO era lo ZMA, un popolare integratore di zinco e magnesio.
Egli comprese l’importanza della preparazione atletica e del potenziamento muscolare per gli atleti professionisti, e, soprattutto, viste le ampie prospettive di guadagno, si gettò nel campo della integrazione alimentare.
Ma Victor Conte ancora non aveva accesso al "giro grosso", quello delle leghe di professionismo americano, dove girano soldi, tanti soldi.
IL CONTATTO CON GLI SPORT PROFESSIONISTICI AMERICANI: RANDY HUNTINGTON (NFL)
L’occasione arrivò nell’estate del 1996 quando Randy Huntington, ex-allenatore olimpico, ora personal trainer di vari atleti, volle inviargli Bill Romanowski.
Romanowski, ottimo linebacker, aveva giocato dal 1988 al 1993 con i Niners, poi nel 94 e 95 con Philadelphia.
Nell’estate del 1996 era in procinto di andare a Denver da coach Shannahan.
Sentiva, dopo sette stagioni NFL, di aver bisogno di qualcosa di rivitalizzante.
Per Victor Conte quello era il cliente ideale: ottimo atleta, di alto profilo, pronto a esplorare nuovi modi di migliorare le proprie prestazioni. In più gli forniva un ottimo aggancio con il mondo NFL
Stando ai verbali della commissione di inchiesta del 1999, in quel periodo Romanowski ricevette dalla BALCO ben più di analisi e programmi di allenamento, ma ben congegnati preparati di GH (growth hormone o ormone della crescita).
I benefici della sostanza dopante, ai dosaggi somministrati a Romanowski, gli avrebbero fornito una maggiore energia e potenza muscolare.
Essendo, a quei tempi, una sostanza difficile da dosare e con test non perfettamente in grado di distinguere l’ormone normalmente prodotto dall’organismo da quello somministrato, e non essendoci prove inconfutabili contro Romanowski e Conte, il procedimento venne archiviato.
Conte, ovviamente, ha sempre negato di aver fornito qualsivoglia sostanza, se non il famoso ZMA.
Soltanto in seguito si è appreso che la fonte originaria che fornì la testimonianza fondamentale dell’utilizzo della sostanza dopante era la moglie di Romanowski, giustamente preoccupata per la salute del marito.
Attraverso Romanowski, conobbe ed ebbe come clienti giocatori dei Broncos e dei Dolphins.
A proposito di questi ultimi, una ispezione della polizia nel quartier generale della BALCO, scoprì che nell’ufficio di Conte c’era un’intera parete ricoperta da foto, magliette e autografi di quasi tutti i componenti della squadra di Miami.
BARRY BONDS: MLB
Era il 2000 quando Greg Anderson gli presentò il giocatore di Baseball Barry Bonds.
Anderson era un amico di infanzia di Bonds ed aveva sempre sognato di essere un giocatore di Baseball professionista, ma la mancanza di talento lo aveva costretto a scegliere un’altra strada.
Aveva deciso di diventare un esperto nel campo della preparazione atletica e nello sviluppo delle masse muscolari ed era divenuta la sua occupazione e la sua passione.
Aveva aperto una palestra, guarda caso a meno di 100 metri dalla BALCO, iniziando, contemporaneamente, la sua attività di personal trainer.
Anche Anderson fece il suo salto di qualità quando iniziò ad avere tra i suoi clienti Barry Bonds.
Attraveso Bonds, Anderson ebbe accesso ai campi di allenamento dei Giants ed ebbe occasione di conoscere, tra gli altri, Benito Santiago, Bobby Estalella, e Armando Rios.
Bonds condusse Anderson anche in un tour invernale in Giappone dove ebbe modo di instaurare rapporti di lavoro anche con giocatori degli Yankees e di Minnesota.
Come detto in precedenza, Bonds venne presentato a Conte nel 2000.
Il risultato di quell’incontro fu un programma di allenamento e supplementazione alimentare di un anno.
Intervistato dalla rivista Muscle & Fitness, Bonds dichiarò di essere andato alla BALCO per effettuare alcune analisi e per avere un programma di allenamento personalizzato.
Conte in quell’occasione dichiarò che Bonds avrebbe dovuto assumere vari integratori nel corso della giornata, incluse tre compresse di ZMA prima di dormire.
Poi arrivò l’anno del contratto.
Il momento nel quale le belle prestazioni ti portano soldi a palate.
Da quel momento in poi Bonds sarà una valanga di home run, uno più lungo e più devastante dell’altro.
Negli stadi in cui gioca Bonds ci sarà sempre il tutto esaurito, anche quelli in cui si faceva fatica a riempire i posti migliori. E gli spettatori volevano solo lui. Quando, a punteggio acquisito, diventava chiaro che sarebbe stato lasciato a riposo, lo stadio si svuotava.
Tutto a vantaggio del gioco.
IL RECORD DEGLI HOME RUN DI BONDS
"E’ un grande, fa delle cose impensabili per un giocatore di 37 anni" dichiarava, tra lo stupito e l’ammirato, il suo compagno di squadra Shawon Dunston.
Il commento di Dunston avveniva proprio la sera del 70° home run di Bonds.
Un colpo di una rara potenza, che aveva scagliato quella povera palla a quasi 150 metri di distanza.
Tutti commentavano la potenza del colpo, la velocità della palla, il fisico muscoloso di Bonds.
Già, il punto era proprio quello.
Il fisico di Bonds, lo sviluppo muscolare.
Quando, nel 1986, Bonds fece il suo ingresso nella lega professionistica era alto 1 metro e 85 e pesava poco meno di 84 chili.
Alla fine della stagione 2001 era alto 1.89 e pesava quasi 105 chili.
Tutti muscoli.
Un miracolo.
Il 5 ottobre del 2001 fissò il nuovo record di home run battuti in una singola stagione, superando il record di Mark McGwire di tre anni prima.
Davanti ad un tutto esaurito da 42.000 persone Bonds ringraziò il pubblico e tutti i suoi amici, compreso Anderson.
Bonds terminò la stagione con 73 home run e i Giants gli accordarono un rinnovo di contratto di 90 milioni di dollari per 5 anni.
Ben di più dei 22 milioni per tre anni del precedente contratto.
Tre anni prima, quando Mark McGwire battè il record di home run in una singola stagione, il record aveva resistito per quasi 40 anni.
Anche McGwire fu, successivamente, accusato di aver fatto uso di steroidi anabolizzanti.
Ma l’uso di steroidi, già bandito in quasi tutti gli sport professionisti, non era vietato nel baseball.
All’inizio della stagione 2002 in molti si stavano chiedendo cosa avesse fatto o preso Bonds per migliorare le sue prestazioni.
Rispondendo ad una intervista subito dopo un doppio home run nella seconda di campionato Bonds rispose all’intervistatore:
"se hai dei dubbi fammi subito un test così ti metti l’anima in pace. Nel baseball non conta ciò che prendi. Se non hai la coordinazione per colpire la palla, non esiste alcuna sostanza che te la possa creare".
Giusto.
Ma ci sarebbe da aggiungere che se hai quel tipo di coordinazione esistono le sostanze che ti fanno colpire la palla col doppio della forza.
Tre mesi dopo rispondendo ad una intervista a Sport Illustrated, Ken Caminiti (giocatore di Houston e San Diego) ammise di aver fatto uso nel 1996 di anabolizzanti, quando venne eletto miglior giocatore della stagione. Ammise anche di essere a conoscenza che più della metà dei giocatori di baseball era avvezzo all’uso di anabolizzanti.
Successivamente anche Joe Canseco, giocatore di Oakland ammise che anche l’80% dei giocatori di baseball professionisti aveva fatto o faceva uso di steroidi anabolizzanti.
Anche Curt Schilling, pitcher di Arizona, dichiarò al Washington Post: "l’uso di steroidi è molto diffuso e questo è fuori di dubbio.
Negli ultimi tempi il numero di quelli che li usano (gli steroidi) è diventato stratosferico".
In quel momento, differentemente da tutti gli altri sports, non esisteva alcun tipo di test obbligatorio per i giocatori di baseball.
Nel baseball i giocatori hanno uno dei sindacati più forti in assoluto, che aveva sempre opposto resistenza all’introduzione di programmi anti-doping.
Ma, scoppiato il caso, nel 2002 il sindacato dei giocatori dovette accettare una seppur minima introduzione di test obbligatori per i giocatori.
Una mossa solo di facciata.
In realtà, da più parti, i test vennero definti come "giochi per bambini".
Ad ogni modo, il pubblico era rimasto piuttosto scosso dalle voci che dipingevano i più noti campioni del baseball come una massa di "mezze schiappe dopate fino all’inverosimile"
Per un manager del calibro di Conte questo significava, però, che il grosso del mercato era pronto per qualche nuovo preparato, ancor meno identificabile con i test standard.
LO SCANDALO BALCO
Il 3 settembre 2003, più di 20 agenti ed ufficiali della US Food and Drug Administration, della Squadra Narcotici e dell’Agenzia Antidoping fanno irruzione nelle strutture della BALCO con qualcosa in più di qualche semplice sospetto e, soprattutto, con una chiara idea di cosa cercare: il THG.
Negli uffici della BALCO gli agenti trovano numerosi documenti, tra cui il database con i nomi di tutti gli atleti che si rifornivano da Conte.
In più, nel corso della perquisizione, gli agenti si fanno accompagnare dallo stesso Conte presso un capannone fuori città, dove trovano un piccolo laboratorio ed all’interno di esso trovano anche preparati contenenti ormone della crescita umano (GH) e vari steroidi anabolizzanti, incluso il testosterone.
Le prove già sono sufficienti per una incriminazione ufficiale.
Ma gli agenti non si fermano stavolta, fanno le cose per bene e si spingono fino alla fine dell’isolato, alla palestra di Anderson per fare alcune domande. Due giorni dopo si presentano con un mandato di perquisizione alla porta di un appartamento in affitto presso un condominio non lontano dalla palestra dove Anderson abita con la propria compagna.
Nel suo appartamento gli agenti trovano numerosi preparati farmacologici privi di etichetta (si proverà più tardi che sono anabolizzanti) e più di 60.000 dollari in contanti.
Ma non basta.
Gli agenti trovano in bell’ordine, sia sul PC che su materiale cartaceo, tutti i nomi degli atleti che fanno uso di anabolizzanti, il tipo di sostanza utilizzata e i tempi di somministrazione.
A questo punto inizia il vero scandalo.
Cominciano a trapelare alcuni nomi degli atleti coinvolti e lo scandalo si estende in Europa quando compare anche il nome del velocista inglese Dwain Chambers.
Subito dopo iniziano le udienze preliminari, a porte chiuse, presso gli uffici federali di San Francisco e la sfilata di atleti noti e meno noti che si recavano di fronte agli investigatori a testimoniare.
Alcuni fornirono, anche se dopo la promessa dell’impunità, alcuni particolari fondamentali.
Si chiarificano, così, anche alcuni termini che erano comparsi in precedenza nel corso delle indagini.
In particolare a cosa si riferissero ai termini "the clear" e "the cream".
Il primo indicava il THG, che veniva assunto sotto forma di compresse orali di colore chiaro da deglutire con molta acqua.
Il secondo termine si riferiva effettivamente ad una crema, o, meglio, ad una lozione da cospargere su tutto il corpo.
La lozione era a base di testosterone che era stato modificato in laboratorio per aumentarne la penetrazione in circolo attraverso la pelle.
Più si andava avanti con le udienze e più la storia si complicava.
Giunti al 4 dicembre 2003, quando venne ascoltato anche Bonds, a pochi mesi delle Olimpiadi, apparve chiaro che un gran numero di atleti americani non sarebbero neanche potuti partire per Atene.
Ma ancor peggio sarebbe andata alla lega professionista di baseball.
Dal 5 al 7%, alcuni dissero anche il 10%, dei 1200 giocatori iscritti al campionato avrebbe subito una lunga squalifica.
Oltretutto se l’inchiesta fosse andata in tribunale, le udienze sarebbero state pubbliche.
Cioè sarebbe stato come lavare i propri panni sporchi in mezzo al cortile. Un cortile su cui si affacciano tante altre nazioni.
LISTA ATLETI POSITIVI AL THG
-- Barret Robbins, Oakland Raiders center
-- Dwain Chambers, British sprinter
-- Regina Jacobs, U.S. middle-distance runner
-- John McEwen, U.S. hammer thrower
-- Kevin Toth, U.S. shot putter
-- Unidentified U.S. track and field athlete
-- Bill Romanowski, Oakland Raiders linebacker
-- Chris Cooper, Oakland Raiders defensive tackle
-- Dana Stubblefield, Oakland Raiders defensive tackle.
ALTRI IMPLICATI
-- Shane Mosley, super welterweight boxing champion
-- Barry Bonds, San Francisco Giants outfielder
-- Jeremy Giambi, former Oakland A's outfielder, free agent
-- Gary Sheffield, New York Yankees outfielder
-- Bobby Estalella, former Giants catcher, free agent
-- Armando Rios, former Giants outfielder, free agent
-- A.J. Pierzynski, Giants catcher
-- Benito Santiago, former Giants catcher now with Kansas City Royals
-- Alvin Harrison, Salinas sprinter, Olympic medalist
-- Jason Giambi, New York Yankees first baseman
-- Calvin Harrison, Salinas sprinter, Olympic medalist
-- Marion Jones, U.S. sprinter, Olympic medalist
-- Tim Montgomery, U.S. sprinter, world record-holder
-- Kelli White, sprinter from Union City, World Championship gold medalist
-- Chryste Gaines, San Leandro, sprinter, Olympic gold medalist
-- Kevin Toth, U.S. shot putter
-- Regina Jacobs, U.S. middle distance runner, Olympic medalist
-- Michelle Collins, U.S. sprinter
-- Tyrone Wheatley, Raiders running back
-- Amy Van Dyken, Olympic gold medal-winning swimmer, friend of Romanowski
-- Tammy Thomas, U.S. cyclist
-- Bill Romanowski, Raiders linebacker
-- Barret Robbins, Raiders center
-- Dana Stubblefield, Raiders defensive tackle
-- Chris Cooper, Raiders defensive tackle
-- Chris Hetherington, Raiders running back
--Johnnie Morton, Kansas City Chiefs wide receiver.
SQUALIFICA A VITA PER TUTTI?
Il 7 Dicembre 2003, come reazione allo scandalo BALCO, viene adottata una regola che impone la squalifica a vita dell’atleta che viene trovato positivo anche una sola volta agli steroidi anabolizzanti, ancora mai applicata veramente.
L’inchiesta è continuata tra udienze, conferenze stampa, smentite ufficiali e ufficiose, giuramenti di estraneità ai fatti, e così via
Alle varie accuse rivolte a Conte ed Anderson ne venne aggiunta anche un’altra, quella di riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita illecita di sostanze dopanti, che gli avrebbe potuto procurare un lungo soggiorno nelle carceri di stato.
LE DICHIARAZIONI DI VICTOR CONTE
Il 9 di Ottobre 2004 il signore e padrone di BALCO, Victor Conte, affermò, in una conferenza stampa, con il suo atteggiamento viscido, di essere la vittima di un complotto, di una vendetta ordita da alcuni concorrenti desiderosi di impadronirsi della sua fetta di mercato degli integratori alimentari.
Alla domanda su chi fossero questi concorrenti, Conte non diede alcuna risposta.
Da questo momento iniziò un tentativo per discreditare i giornali che avevano riportato le notizie sul caso, indicandoli come semplici cacciatori di scoop a buon mercato
Questo portò, il 16 di Ottobre scorso, a rendere pubblico il contenuto di un nastro audio registrato segretamente. Sul nastro si ascolta distintamente la voce di Anderson che dice: "la cosa funziona. Tutto quello che sto facendo funziona ed è irrintracciabile (nei test antidoping). Questa roba qua, ce l’ho solo io, non puoi né averla né comprarla in un altro posto o da qualcun altro. Ma puoi stare sicuro, la prendi anche il giorno del test, vai lì, pisci e ne esci pulito alla perfezione.
Te lo posso assicurare, è la stessa roba con cui sono andati alle Olimpiadi. (parla di quelle del 2000).
E alle Olimpiadi hanno fatto i test ogni fottuta settimana e nessuno si è accorto di niente"
Inoltre, tanto per confermare l’affermazione che i nuovi test nel baseball erano solo "giochi per bambini", si scopriva un’altra ragione per cui Anderson era in grado di aiutare Bonds ad eludere i controlli: qualcuno lo avvertiva in anticipo delle date dei controlli antidoping.
Nel nastro, infatti, la voce di Anderson continua dicendo al suo non identificato interlocutore: " il prossimo dovrebbe essere tra la fine di Maggio ed i primi di Giugno, al massimo entro il giorno della pausa per l’All-Star.
Ci saranno 100-150 ragazzi presi a caso per i test. Così noi arriviamo all’All-Star puliti, fottutamente puliti".
Quindi è chiaro che Anderson era a conoscenza del momento e delle modalità di selezione degli atleti per i controlli antidoping.
L’avvocato di Anderson, intervistato da alcuni giornalisti ha negato (ovviamente) di riconoscere la voce del proprio assistito, anzi ha querelato i giornali che hanno riportato le trascrizioni del nastro.
Ma in quel nastro di 9 minuti e 19 secondi sembrano comparire anche altre cose interessanti.
In particolare c’è un colloquio con un allenatore che si lamentava della relativa inesperienza dei suoi atleti nell’utilizzo degli anabolizzanti iniettivi (quelli somministrati per via intramuscolare). Accadeva spesso che iniettandosi troppo preparato o troppo spesso nella stessa sede si finisse con creare un bel malloppo nel muscolo che finiva con l’infettarsi.
Una bella cisti infetta che doveva venire incisa e drenata con un intervento chirurgico in anestesia locale in sala operatoria.
Guarda caso in quasi tutte le leghe americane di professionisti ci sono un bel numero di questi interventi.
Anderson rispondeva di conoscere bene i rischi e di sapere altrettanto bene come gestirli, vista i suoi 16 anni di esperienza nel doping.
Qualche giorno dopo, come a rispondere alla querela dell’avvocato di Anderson, è stata resa pubblica una testimonianza rilasciata nel 2003 dal giocatore di Baseball Armando Rios.
Rios, in quella testimonianza, confermò di aver comprato da Anderson ormone della crescita
Il 30 di ottobre iniziano a trapelare i particolari più sordidi, e iniziano ad avere risposta alcuni quesiti insoluti. Ad esempio: come facevano Anderson e Conte ad approvvigionarsi di ormone della crescita (GH), visto che è un ormone umano e non di sintesi, di difficile reperibilità.
Interrogando vari testimoni si era scoperto che riuscivano ad avere l’ormone della crescita da pazienti affetti da AIDS nella zona di San Francisco e dintorni, a cui veniva prescritto dai medici per particolari protocolli terapeutici. I pazienti, invece di seguire la prescrizione preferivano venderlo.
Attualmente la vicenda è tutt’altro che terminata e ci sono notevoli forze che spingono per far sì che non termini mai.
Alcuni dei motivi sono chiari e lampanti: significherebbe ammettere che gran parte dei records e delle prestazioni degli atleti americano sono state falsate dalle sostanze dopanti.
Un danno finanziario di proporzioni inimmaginabili.
Ma uno dei motivi più inquietanti è legato alla comparsa di nomi di allenatori e atleti, mai resi noti, dello sport universitario e di college.
Questo starebbe a significare che anche gli sport a livello non professionistico sono marci e che gli l’america sta facendo crescere le nuove generazioni a base di sostanze dopanti.
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La Storia Di Lou Gehrig e La Sua Morte (MLB)
Lou Gehrig nacque a New York nel 1903 e disputò in totale 2.130 partite consecutive con una media battuta di .340 e 493 fuoricampo.
Gehrig si ammalò di una malattia neurologica chiamata Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta oggi anche come Morbo Di Gehrig.
Morì il 2 giugno 1941 a New York a soli 38 anni.
STORIA
Nel 1903, nasceva a New York uno dei più geniali giocatore di baseball nel ruolo di prima base.
Lou Gehrig, soprannominato "The Iron Horse", militò per tutta la sua carriera nei New York Yankees dal 1923 al 1939. Era mancino con aveva una media battuta di .340, realizzò 493 fuoricampo e vestì la maglia con l'indimenticabile numero 4.
Lou non aveva mai fatto un'assenza, mai un infortunio, una malattia e nessuna squalifica, stabilendo così il record di 2.130 partite consecutive con gli Yankees, superato poi nel 1995 da Cal Ripken Jr., arrivato a 2.632 gare con i Baltimore Orioles.
Vinse la Tripla Corona dei battitori dell'American League nel 1934 e nel 1939, venne poi eletto membro della Hall Of Fame.
Gehrig è uno dei più rispettati e stimati giocatori della Major League, nonchè una leggenda per gli Yankees e forse il più grande giocatori di tutti i tempi.
L'ultimo saluto ai tifosi e compagni di squadra, fu travolgente e ricco di emozioni per tutti, increduli che qualcuno potesse prendere il suo posto, ma la decisione di abbandonare il gioco fu per certi versi forzata dalle sue condizioni di salute che nelle ultime partite lo avevano reso visibilmente debole.
Gehrig dedicò la sua vita al baseball con qualità, talento, devozione e all'amore per la città di New York e agli Yankees stessi, risultando un giocatore che ha sempre saputo comunicare e emozionare con il suo gioco, da rendersi perfetto agli occhi di tutti.
Elegante nei movimenti, preciso, duro, tagliente, veloce, forte da qui il suo soprannome "The Iron Horse".
Negli anni ‘30 divise la scena dei fuoriclasse con Babe Ruth, altra talentuosa stella molto diverso da lui, più irrequieto, litigioso, estroverso e forse per questo motivo Gehrig era preferito da molti, che amavano i suoi modi educati, gentili e riservati.
Come detto morì il 2 giugno 1941 a New York, a soli 38 anni.
DISCORSO D'ADDIO
“Amici, nelle due ultime settimane sarete sicuramente venuti a conoscenza del difficile momento che sto attraversando, ma voglio dirvi che oggi mi sento l’uomo più fortunato della terra.
Sono stato presente sul campo da baseball per diciassette anni e ho sempre ricevuto affetto e incoraggiamenti da voi che siete i miei fan.
Guardate questi grandi uomini. Chi di voi non vorrebbe essere al punto culminante della propria carriera solo per paragonarsi a loro almeno un giorno nella vita? Certo che sono fortunato.
Chi non considererebbe un onore il fatto di aver conosciuto Jacob Ruppert? E anche Ed Barrow, la persona più importante nel baseball? O il fatto di aver trascorso sei indimenticabili anni con Miller Huggins, il mio grande amico?
Oppure di aver trascorso i successivi nove anni con quel fantastico leader, brillante studente di psicologia e miglior manager che il baseball abbia mai avuto, Joe McCarthy? Certo che sono fortunato.
Quando la squadra dei New York Giants, una squadra che per batterla daresti anche il tuo braccio destro, e viceversa, ti fa un regalo, questo è fantastico.
Quando tutti fino agli addetti del campo o quei giovani vestiti di bianco si ricordano di te perché hai vinto tanti premi, questo è fantastico.
Quando avete una suocera meravigliosa che si schiera a vostro favore nei battibecchi con sua figlia, questo è fantastico.
Quando vostro padre o vostra madre lavorano sodo per tutta la vita per darvi un’educazione o per far sì che voi possiate allenarvi in qualche sport, è una benedizione.
Quando al vostro fianco avete una moglie forte che vi sostiene e che dimostra molto più coraggio di quello che abbiate mai potuto immaginarvi, è la cosa più bella che si possa desiderare.
Quindi concludo dicendo che forse sto attraversando un brutto periodo, ma ho tantissimo per cui continuare a vivere”.
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Gehrig si ammalò di una malattia neurologica chiamata Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta oggi anche come Morbo Di Gehrig.
Morì il 2 giugno 1941 a New York a soli 38 anni.
STORIA
Nel 1903, nasceva a New York uno dei più geniali giocatore di baseball nel ruolo di prima base.
Lou Gehrig, soprannominato "The Iron Horse", militò per tutta la sua carriera nei New York Yankees dal 1923 al 1939. Era mancino con aveva una media battuta di .340, realizzò 493 fuoricampo e vestì la maglia con l'indimenticabile numero 4.
Lou non aveva mai fatto un'assenza, mai un infortunio, una malattia e nessuna squalifica, stabilendo così il record di 2.130 partite consecutive con gli Yankees, superato poi nel 1995 da Cal Ripken Jr., arrivato a 2.632 gare con i Baltimore Orioles.
Vinse la Tripla Corona dei battitori dell'American League nel 1934 e nel 1939, venne poi eletto membro della Hall Of Fame.
Gehrig è uno dei più rispettati e stimati giocatori della Major League, nonchè una leggenda per gli Yankees e forse il più grande giocatori di tutti i tempi.
L'ultimo saluto ai tifosi e compagni di squadra, fu travolgente e ricco di emozioni per tutti, increduli che qualcuno potesse prendere il suo posto, ma la decisione di abbandonare il gioco fu per certi versi forzata dalle sue condizioni di salute che nelle ultime partite lo avevano reso visibilmente debole.
Gehrig dedicò la sua vita al baseball con qualità, talento, devozione e all'amore per la città di New York e agli Yankees stessi, risultando un giocatore che ha sempre saputo comunicare e emozionare con il suo gioco, da rendersi perfetto agli occhi di tutti.
Elegante nei movimenti, preciso, duro, tagliente, veloce, forte da qui il suo soprannome "The Iron Horse".
Negli anni ‘30 divise la scena dei fuoriclasse con Babe Ruth, altra talentuosa stella molto diverso da lui, più irrequieto, litigioso, estroverso e forse per questo motivo Gehrig era preferito da molti, che amavano i suoi modi educati, gentili e riservati.
Come detto morì il 2 giugno 1941 a New York, a soli 38 anni.
DISCORSO D'ADDIO
“Amici, nelle due ultime settimane sarete sicuramente venuti a conoscenza del difficile momento che sto attraversando, ma voglio dirvi che oggi mi sento l’uomo più fortunato della terra.
Sono stato presente sul campo da baseball per diciassette anni e ho sempre ricevuto affetto e incoraggiamenti da voi che siete i miei fan.
Guardate questi grandi uomini. Chi di voi non vorrebbe essere al punto culminante della propria carriera solo per paragonarsi a loro almeno un giorno nella vita? Certo che sono fortunato.
Chi non considererebbe un onore il fatto di aver conosciuto Jacob Ruppert? E anche Ed Barrow, la persona più importante nel baseball? O il fatto di aver trascorso sei indimenticabili anni con Miller Huggins, il mio grande amico?
Oppure di aver trascorso i successivi nove anni con quel fantastico leader, brillante studente di psicologia e miglior manager che il baseball abbia mai avuto, Joe McCarthy? Certo che sono fortunato.
Quando la squadra dei New York Giants, una squadra che per batterla daresti anche il tuo braccio destro, e viceversa, ti fa un regalo, questo è fantastico.
Quando tutti fino agli addetti del campo o quei giovani vestiti di bianco si ricordano di te perché hai vinto tanti premi, questo è fantastico.
Quando avete una suocera meravigliosa che si schiera a vostro favore nei battibecchi con sua figlia, questo è fantastico.
Quando vostro padre o vostra madre lavorano sodo per tutta la vita per darvi un’educazione o per far sì che voi possiate allenarvi in qualche sport, è una benedizione.
Quando al vostro fianco avete una moglie forte che vi sostiene e che dimostra molto più coraggio di quello che abbiate mai potuto immaginarvi, è la cosa più bella che si possa desiderare.
Quindi concludo dicendo che forse sto attraversando un brutto periodo, ma ho tantissimo per cui continuare a vivere”.
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martedì 29 luglio 2014
Rivalità e Scontri Nei Derby Di Atene: Panathinaikos v Olympiacos (Basket)
Scontri tra tifoserie nei palazzetti greci di pallacanestro, non dico siano all'ordine del giorno ma quasi.
Soprattutto quando si sfidano Panathinaikos ed Olympiacos.
Tendenzialmente i tafferugli sono provocati ovviamente dalla squadra sotto nel punteggio.
La storia, sino al 2014, recita che il Panathinaikos si è laureato campione di Grecia per 34 volte.
10 invece le vittorie dell'Olympiakos che vinse l'ultimo titolo nel 2012, raggiungendo al secondo posto l'ARIS Salonicco(che non vince dal 1991).
L'ultima squadra ad inserirsi nel duopolio (almeno degli ultimi anni per quanto riguarda l'Olympiacos) fu invece l'AEK Atene che riuscì a vincere il campionato greco nel 2002.
STAGIONE 2001/02
Ad esempio della stagione 2001/02 si giocava alla Glyfada Indoor Hall di Atene(che ospitava l'Olympiacos) e la partita fu sospesa, a 2 minuti dalla fine del terzo quarto, sul 52-62 per il Panathinaikos per tafferugli e scontri sugli spalti.
STAGIONE 2009/10
Stagione 2009/10 sarà ricordata anche per i continui incidenti accaduti prima e durante la gara, in campo e fuori dallo Peace And Friendship, l’ultima sfida della serie con l’Olympiacos che perse 3-1 la serie, con Gara 4 sospesa sul 69-76 quando mancavano 1 minuto e 3 secondi dalla fine(0-20 poi a tavolino).
Ai tempi per il Pana era il 31° campionato, l’8° consecutivo e il 12° su 13 stagioni.
La gara iniziò anche con 45 minuti di ritardi per tafferugli fra le tifoserie e venne sospesa per un’ora e un quarto fino a quando gli arbitri non sono riusciti a far sgomberare i presidi dei tifosi delle due squadre “montati” dietro i canestri.
STAGIONE 2012/13
Sempre in casa dell'Olympiacos, nella stagione 2012/13, i tifosi hanno cominciato a lanciare oggetti e fumogeni in campo e contro le forze dell’ordine che vigilavano sulla sicurezza in campo.
Per precauzione i giocatori del Panathinaikos sono fuggiti di corsa negli spogliatoi proprio dopo il lancio di un razzo sul parquet.
Il razzo colpì Bramos alla gamba sinistra.
Inoltre, alcuni tifosi riuscirono ad entrare in campo riuscendo a danneggiare le telecamere che riprendevano il match.
La sospensione definitiva avvenne quando mancava da giocare 1 minuto e 27 e con il Panathinaikos avanti 72-76 (anche qui 0-20 a tavolino e Panathinaikos campione di Grecia).
COPPA DI GRECIA 2012/13
Sempre nel medesimo anno, finale di Coppa di Grecia vinta tanto per cambiare dal Panathinaikos per 81-78 con partita giocata sostanzialmente a porte chiuse dopo che gli arbitri pretesero l'evacuazione dell'impianto in seguito a lancio d'oggetti ed incidenti di vario genere.
Nel prepartita, un bengala lanciato dai tifosi del Panathinaikos colpì Kyle Hines che si stava riscaldando.
Dopo 13 minuti è Bramos, guardia del Panathinaikos, ad essere colpito da un oggetto lanciato dai tifosi dell'Olympiacos che porta gli arbitri alla decisione di sospendere la partita e far svuotare l'impianto.
Dopo questa decisione i tifosi vennero a contatto scatenando scontri.
Tornata la normalità e senza tifosi sugli spalti (solo 1.800 tifosi per ciascuna delle due squadre erano stati ammessi alla partita), la gara fu decisa da una tripla di Ukic.
COPPA DI GRECIA 2018/19
Quello che succede il 13 febbraio 2019 ad OAKA (Panathinaikos) nella semifinale di Coppa di Grecia è invece senza precedenti. Infatti gli ospiti, in svantaggio 40-25 all’intervallo, non si sono presentati sul parquet nel secondo tempo in segno di protesta per alcune decisioni arbitrali a loro detta sfavorevoli.
Il Panathinaikos vince a tavolino 20-0.
Christos Stavropoulos (GM del team dell'Olympiacos): "Siamo disgustati. È tutta una farsa e non possiamo farne parte. Non possiamo più sopportare tutto ciò e le autorità sportive dovrebbero fare qualcosa"
Dimitris Giannakopoulos (proprietario del Panathinaikos): "Era qualcosa di già programmato. Probabilmente non riescono a pagare i giocatori e ora puntano il dito contro gli arbitri. Forse la famiglia Aggelopoulos vuole lasciare la società, quindi scarica la colpa su di noi e sugli arbitri. È inaccettabile: si perde o si vince sul campo"
Lo stesso Giannakopoulos, a partita conclusa, ha provocatoriamente sistemato un paio di slip da donna sulla panchina avversaria.
Rick Pitino, due volte campione NCAA e con una lunga militanza alle spalle in NBA, allenatore del Panathinaikos: "Sono molto dispiaciuto, in 43 anni in panchina non avevo mai assistito a nulla del genere. Non voglio che succedano cose del genere. Comprendo la rivalità e ho rispetto per i giocatori dell’Olympiacos e l’allenatore, ma bisogna anche avere rispetto per il gioco. Non viene trasmesso un bel messaggio"
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Soprattutto quando si sfidano Panathinaikos ed Olympiacos.
Tendenzialmente i tafferugli sono provocati ovviamente dalla squadra sotto nel punteggio.
La storia, sino al 2014, recita che il Panathinaikos si è laureato campione di Grecia per 34 volte.
10 invece le vittorie dell'Olympiakos che vinse l'ultimo titolo nel 2012, raggiungendo al secondo posto l'ARIS Salonicco(che non vince dal 1991).
L'ultima squadra ad inserirsi nel duopolio (almeno degli ultimi anni per quanto riguarda l'Olympiacos) fu invece l'AEK Atene che riuscì a vincere il campionato greco nel 2002.
STAGIONE 2001/02
Ad esempio della stagione 2001/02 si giocava alla Glyfada Indoor Hall di Atene(che ospitava l'Olympiacos) e la partita fu sospesa, a 2 minuti dalla fine del terzo quarto, sul 52-62 per il Panathinaikos per tafferugli e scontri sugli spalti.
STAGIONE 2009/10
Stagione 2009/10 sarà ricordata anche per i continui incidenti accaduti prima e durante la gara, in campo e fuori dallo Peace And Friendship, l’ultima sfida della serie con l’Olympiacos che perse 3-1 la serie, con Gara 4 sospesa sul 69-76 quando mancavano 1 minuto e 3 secondi dalla fine(0-20 poi a tavolino).
Ai tempi per il Pana era il 31° campionato, l’8° consecutivo e il 12° su 13 stagioni.
La gara iniziò anche con 45 minuti di ritardi per tafferugli fra le tifoserie e venne sospesa per un’ora e un quarto fino a quando gli arbitri non sono riusciti a far sgomberare i presidi dei tifosi delle due squadre “montati” dietro i canestri.
STAGIONE 2012/13
Sempre in casa dell'Olympiacos, nella stagione 2012/13, i tifosi hanno cominciato a lanciare oggetti e fumogeni in campo e contro le forze dell’ordine che vigilavano sulla sicurezza in campo.
Per precauzione i giocatori del Panathinaikos sono fuggiti di corsa negli spogliatoi proprio dopo il lancio di un razzo sul parquet.
Il razzo colpì Bramos alla gamba sinistra.
Inoltre, alcuni tifosi riuscirono ad entrare in campo riuscendo a danneggiare le telecamere che riprendevano il match.
La sospensione definitiva avvenne quando mancava da giocare 1 minuto e 27 e con il Panathinaikos avanti 72-76 (anche qui 0-20 a tavolino e Panathinaikos campione di Grecia).
COPPA DI GRECIA 2012/13
Sempre nel medesimo anno, finale di Coppa di Grecia vinta tanto per cambiare dal Panathinaikos per 81-78 con partita giocata sostanzialmente a porte chiuse dopo che gli arbitri pretesero l'evacuazione dell'impianto in seguito a lancio d'oggetti ed incidenti di vario genere.
Nel prepartita, un bengala lanciato dai tifosi del Panathinaikos colpì Kyle Hines che si stava riscaldando.
Dopo 13 minuti è Bramos, guardia del Panathinaikos, ad essere colpito da un oggetto lanciato dai tifosi dell'Olympiacos che porta gli arbitri alla decisione di sospendere la partita e far svuotare l'impianto.
Dopo questa decisione i tifosi vennero a contatto scatenando scontri.
Tornata la normalità e senza tifosi sugli spalti (solo 1.800 tifosi per ciascuna delle due squadre erano stati ammessi alla partita), la gara fu decisa da una tripla di Ukic.
COPPA DI GRECIA 2018/19
Quello che succede il 13 febbraio 2019 ad OAKA (Panathinaikos) nella semifinale di Coppa di Grecia è invece senza precedenti. Infatti gli ospiti, in svantaggio 40-25 all’intervallo, non si sono presentati sul parquet nel secondo tempo in segno di protesta per alcune decisioni arbitrali a loro detta sfavorevoli.
Il Panathinaikos vince a tavolino 20-0.
Christos Stavropoulos (GM del team dell'Olympiacos): "Siamo disgustati. È tutta una farsa e non possiamo farne parte. Non possiamo più sopportare tutto ciò e le autorità sportive dovrebbero fare qualcosa"
Dimitris Giannakopoulos (proprietario del Panathinaikos): "Era qualcosa di già programmato. Probabilmente non riescono a pagare i giocatori e ora puntano il dito contro gli arbitri. Forse la famiglia Aggelopoulos vuole lasciare la società, quindi scarica la colpa su di noi e sugli arbitri. È inaccettabile: si perde o si vince sul campo"
Lo stesso Giannakopoulos, a partita conclusa, ha provocatoriamente sistemato un paio di slip da donna sulla panchina avversaria.
Rick Pitino, due volte campione NCAA e con una lunga militanza alle spalle in NBA, allenatore del Panathinaikos: "Sono molto dispiaciuto, in 43 anni in panchina non avevo mai assistito a nulla del genere. Non voglio che succedano cose del genere. Comprendo la rivalità e ho rispetto per i giocatori dell’Olympiacos e l’allenatore, ma bisogna anche avere rispetto per il gioco. Non viene trasmesso un bel messaggio"
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lunedì 28 luglio 2014
Ballpark Hitter Friendly e Pitcher's Ballpark: Park Factor (MLB)
Quali sono i fattori che rendono un Ballpark "Hitter Friendly"? Ovvero un Ballpark in cui si colpiscono molte valide o fuoricampo. Tralasciando il caso particolare del Coors Field (Colorado) e la sua altitudine, possiamo schematizzare i seguenti fattori:
1) Il vento
2) Distanza "casa base" - recinzioni
3) Stands vicino al territorio buono quindi zone di foul limitate
Quest'ultimo fattore è molto importante ed ha più ripercussioni sulla partita. Infatti se da un lato ci sono meno "foul pop-out" è altrettanto vero che questo influenza anche indirettamente la realizzazione di tante run perchè i due starting pitchers per realizzare un out devono fare più lanci. Ciò ovviamente si traduce nell'utilizzo prematuro del bullpen e quindi nella possibilità, per gli attacchi, di confrontarsi anche con lanciatori non eccelsi.
PARK FACTOR

Il Park Factor (PF) è la media tra Run ed Homerun calcolata tra 2010 e 2013.
Il valore di riferimento per tutti i Ballpark è sempre 100 R e 100 HR.
Nel caso del Coors Field abbiamo 143 R ogni 100 R prodotte in media nel Ballpark e 145 HR ogni 100 HR prodotti che fa appunto +144 (143+145/2). Nel caso dell'US Cellular Field di Chicago, abbiamo 113 HR ogni 100 e 137 HR ogni 100, ovvero +125. Invece prendendo il Turner Field, appena sotto come media, abbiamo 100 R ogni 100 R e 97 HR ogni 100 quindi un PF di -97. Vediamone alcuni in particolare.
COORS FIELD (COLORADO ROCKIES)
E' il Ballpark più estremo offensivamente, grazie alla sua alta quota (1600 metri sul LM), Coors Field rimane lo stadio dove si realizzano più Run, anche dopo l'introduzione di umidificatori per mantenere le palle meno secche al contatto con l'aria (essa è meno densa e meno rarefatta, riducendo la resistenza della palla nel volare). Le palle vengono inserite in umidificatori per renderle meno secche al contatto con l'aria. I lanci dei pitchers sono più prevedibili in quanto curve e slider sono poco efficaci al contatto con l'aria. Il park dispone di ampie dimensioni che in realtà ridurrebbero i fuoricampo (347/350 a destra e a sinistra, 415 dal centro, 390/375 nei vicoli), ma HR vengono realizzati lo stesso a causa dell'altitudine. Il campo largo favorisce inoltre enormemente doppi e tripli.
US CELLULAR FIELD (CHICAGO WHITE SOX)
Ballpark buono per chi colpisce di potenza. I 330 e 335 a destra e sinistra sono abbastanza comuni come distanze, ma i vicoli 375 e 400 al centro del campo aumentati anche dai forti venti lo rendono un campo dove si segna molto. Tra l'altro nessun muro è superiore a otto metri. Aree foul strette aiutano battitori. Favorisce i battitori soprattutto d'estate.
GLOBE LIFE PARK (TEXAS RANGERS)
Altro campo discretamente ampio e quasi simmetrico, il Ballpark è abbastanza profondo e appiattito nei vicoli (390 e 377 piedi) ma guadagna una reputazione neutra per via dell'aria calda di Arlington e la mancanza del territorio di foul.
GREAT AMERICAN BALLPARK (CINCINNATI REDS)
Il Ballpark ha angoli 328 e 325 e vicoli 370 piedi e queste dimensioni si combinano con la scarsità di territorio foul rendendolo molto hitters, da tenere in considerazione anche qui il fattore vento che conduce le palle nel fiume Ohio.
DODGERS PARK (LOS ANGELES DODGERS)
Dodger Stadium è visto tradizionalmente come un Ballpark a favore dei lanciatori a causa di una combinazione di storia, geometria e tempo meteorologico, anche se in tempi moderni è abbastanza neutrale (come mostrano le statistiche sopra). A 330 metri lungo le linee, 375 nei vicoli e un 400 piedi per il centro quindi non è uno stadio piccolo.
THE BIG A (LOS ANGELES ANGELS OF ANAHEIM)
Angoli distano 330 piedi, invece il centro 400 metri, il vicolo destra-centro è appiattito un po' verso casa base, fornendo un leggero vantaggio ai battitori mancini. Mentre il clima varia notevolmente nei mesi estivi del sud della California: il trend nelle notti più fredde è quello di portare venti che soffiano durante il giorno, rendendo il ballpark amico dei battitori.
AT&T PARK/ORACLE PARK (SAN FRANCISCO GIANTS)
Linea di campo a destra del campo è molto breve 309 metri, 30 metri più corto l'angolo di campo di sinistra. Un angolo ripido, tuttavia, rende il vicolo destro più profondo di quello sinistro (421 Vs 404), con 400 metri dal centro a casa base. Un alto muro Willy Mays (24 piedi) a destra del campo aiuta a bilanciare il breve portico. La parete di destra del campo contiene molti archi e angoli strani che hanno causato cattivi rimbalzi meritandosi il soprannome di 'Triple Alley. In generale, AT & T Park è un ballpark difensivo ma le giornate estive possono favorire i battitori ma di notte diventa più amichevole ai lanciatori. Trovandosi sulla Baia è molto spesso attraversato da venti nella parte centrale e destra che respingono gli HR.
TROPICANA FIELD (TAMPA BAY RAYS)
L'unico Ballpark indoor quindi con una chiusura a cupola e con le palle che possono toccare il soffitto e rimanere in gioco o meno. La zona di foul è molto ampia facilitando il compito ai pitchers. Essendo chiuso pioggia, vento ed umidità non son fattori da tenere in considerazione. Tuttavia indoor favorisce i pitchers, il campo non è molto ampio.
PETCO PARK (SAN DIEGO PADRES)
Il Center Field di Petco è disposto in una posizione insolita, ciò calma i venti oceanici e offre posti a sedere in tribuna con vista sulla baia di San Diego. Petco è il ballpark forse più estremo che favorisce i pitchers di San Diego e frustra i battitori di potenza. Mentre il centro del campo si trova a 396 metri da casa base, i vicoli di centro-sinistra e centro-destra sono a 402 metri, mentre le linee di campo di sinistra e destra distano rispettivamente 334 e 322 metri. Le dimensioni del campo sono state ridotte per renderlo un po' più offensivo. Il clima è mite con bassa umidità (è a livello del mare) ma il vento oceanico può portare venti che frenano la traiettoria della palla.
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1) Il vento
2) Distanza "casa base" - recinzioni
3) Stands vicino al territorio buono quindi zone di foul limitate
Quest'ultimo fattore è molto importante ed ha più ripercussioni sulla partita. Infatti se da un lato ci sono meno "foul pop-out" è altrettanto vero che questo influenza anche indirettamente la realizzazione di tante run perchè i due starting pitchers per realizzare un out devono fare più lanci. Ciò ovviamente si traduce nell'utilizzo prematuro del bullpen e quindi nella possibilità, per gli attacchi, di confrontarsi anche con lanciatori non eccelsi.
PARK FACTOR

Il Park Factor (PF) è la media tra Run ed Homerun calcolata tra 2010 e 2013.
Il valore di riferimento per tutti i Ballpark è sempre 100 R e 100 HR.
Nel caso del Coors Field abbiamo 143 R ogni 100 R prodotte in media nel Ballpark e 145 HR ogni 100 HR prodotti che fa appunto +144 (143+145/2). Nel caso dell'US Cellular Field di Chicago, abbiamo 113 HR ogni 100 e 137 HR ogni 100, ovvero +125. Invece prendendo il Turner Field, appena sotto come media, abbiamo 100 R ogni 100 R e 97 HR ogni 100 quindi un PF di -97. Vediamone alcuni in particolare.
COORS FIELD (COLORADO ROCKIES)
E' il Ballpark più estremo offensivamente, grazie alla sua alta quota (1600 metri sul LM), Coors Field rimane lo stadio dove si realizzano più Run, anche dopo l'introduzione di umidificatori per mantenere le palle meno secche al contatto con l'aria (essa è meno densa e meno rarefatta, riducendo la resistenza della palla nel volare). Le palle vengono inserite in umidificatori per renderle meno secche al contatto con l'aria. I lanci dei pitchers sono più prevedibili in quanto curve e slider sono poco efficaci al contatto con l'aria. Il park dispone di ampie dimensioni che in realtà ridurrebbero i fuoricampo (347/350 a destra e a sinistra, 415 dal centro, 390/375 nei vicoli), ma HR vengono realizzati lo stesso a causa dell'altitudine. Il campo largo favorisce inoltre enormemente doppi e tripli.
US CELLULAR FIELD (CHICAGO WHITE SOX)
Ballpark buono per chi colpisce di potenza. I 330 e 335 a destra e sinistra sono abbastanza comuni come distanze, ma i vicoli 375 e 400 al centro del campo aumentati anche dai forti venti lo rendono un campo dove si segna molto. Tra l'altro nessun muro è superiore a otto metri. Aree foul strette aiutano battitori. Favorisce i battitori soprattutto d'estate.
GLOBE LIFE PARK (TEXAS RANGERS)
Altro campo discretamente ampio e quasi simmetrico, il Ballpark è abbastanza profondo e appiattito nei vicoli (390 e 377 piedi) ma guadagna una reputazione neutra per via dell'aria calda di Arlington e la mancanza del territorio di foul.
GREAT AMERICAN BALLPARK (CINCINNATI REDS)
Il Ballpark ha angoli 328 e 325 e vicoli 370 piedi e queste dimensioni si combinano con la scarsità di territorio foul rendendolo molto hitters, da tenere in considerazione anche qui il fattore vento che conduce le palle nel fiume Ohio.
DODGERS PARK (LOS ANGELES DODGERS)
Dodger Stadium è visto tradizionalmente come un Ballpark a favore dei lanciatori a causa di una combinazione di storia, geometria e tempo meteorologico, anche se in tempi moderni è abbastanza neutrale (come mostrano le statistiche sopra). A 330 metri lungo le linee, 375 nei vicoli e un 400 piedi per il centro quindi non è uno stadio piccolo.
THE BIG A (LOS ANGELES ANGELS OF ANAHEIM)
Angoli distano 330 piedi, invece il centro 400 metri, il vicolo destra-centro è appiattito un po' verso casa base, fornendo un leggero vantaggio ai battitori mancini. Mentre il clima varia notevolmente nei mesi estivi del sud della California: il trend nelle notti più fredde è quello di portare venti che soffiano durante il giorno, rendendo il ballpark amico dei battitori.
AT&T PARK/ORACLE PARK (SAN FRANCISCO GIANTS)
Linea di campo a destra del campo è molto breve 309 metri, 30 metri più corto l'angolo di campo di sinistra. Un angolo ripido, tuttavia, rende il vicolo destro più profondo di quello sinistro (421 Vs 404), con 400 metri dal centro a casa base. Un alto muro Willy Mays (24 piedi) a destra del campo aiuta a bilanciare il breve portico. La parete di destra del campo contiene molti archi e angoli strani che hanno causato cattivi rimbalzi meritandosi il soprannome di 'Triple Alley. In generale, AT & T Park è un ballpark difensivo ma le giornate estive possono favorire i battitori ma di notte diventa più amichevole ai lanciatori. Trovandosi sulla Baia è molto spesso attraversato da venti nella parte centrale e destra che respingono gli HR.
TROPICANA FIELD (TAMPA BAY RAYS)
L'unico Ballpark indoor quindi con una chiusura a cupola e con le palle che possono toccare il soffitto e rimanere in gioco o meno. La zona di foul è molto ampia facilitando il compito ai pitchers. Essendo chiuso pioggia, vento ed umidità non son fattori da tenere in considerazione. Tuttavia indoor favorisce i pitchers, il campo non è molto ampio.
PETCO PARK (SAN DIEGO PADRES)
Il Center Field di Petco è disposto in una posizione insolita, ciò calma i venti oceanici e offre posti a sedere in tribuna con vista sulla baia di San Diego. Petco è il ballpark forse più estremo che favorisce i pitchers di San Diego e frustra i battitori di potenza. Mentre il centro del campo si trova a 396 metri da casa base, i vicoli di centro-sinistra e centro-destra sono a 402 metri, mentre le linee di campo di sinistra e destra distano rispettivamente 334 e 322 metri. Le dimensioni del campo sono state ridotte per renderlo un po' più offensivo. Il clima è mite con bassa umidità (è a livello del mare) ma il vento oceanico può portare venti che frenano la traiettoria della palla.
SAFECO FIELD/T-MOBILE PARK (SEATTLE MARINERS)
Come San Diego, è il ballpark più difensivo: campo lungo e largo che impedisce i fuoricampo. Brezza marina spesso porta vento contrario ai battitori. Aria umida. Dura fare run con queste condizioni architettoniche ed atmosferiche.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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venerdì 25 luglio 2014
La Morte Di Tom Simpson Sul Ventoux (1967)
"Non è folle chi corre sul Ventoux ma è folle colui che ci ritorna"
Il Mont Ventoux è considerato il gigante della Provenza ed una delle salite più dure (e mitiche) del ciclismo. 1912 m di altitudine, circa 21 km, per 7.7 % di pendenza media (con tratti che superano il 15%). La particolarità della salita è che dopo una decina di km scompare la vegetazione e lascia spazio a pietre e rocce (calcaree). L'aria è molto rarefatta (c'è poco ossigeno e si fa fatica a respirare) e c'è solo qualche specie polare (tipo il papavero d'Islanda o detto di ghiaccio). Altra particolarità è che spirano sempre forti venti (che possono essere a favore o contrari). E' conosciuto anche come il monte calvo, monte ventoso e montagna maledetta.
Il Ventoux si erge nella regione del Vaucluse ed è visibile da miglia di distanza a causa dei suoi versanti di ghiaia calcarea. Completamente privo di alberi sulla cima (vennero tagliati per fornire legname ai cantieri navali di Toulon e non ricrebbero più), può essere un ambiente aspro quando soffia il maestrale. La stazione meteorologica posta sulla vetta ha registrato venti da 150 km orari di velocità e temperature inferiori ai -20°C. Il percorso classico è quello che vede la scalata iniziare abbastanza tranquillamente e cominciare a farsi sentire realmente dopo 6 km, quando vira con decisione a sinistra alla curva di Saint-Esteve e si inoltra nella foresta. La salita prosegue all’ombra per i seguenti 9.5 km, prima di uscire nuovamente alla luce del sole al café Chalet Renard. Da qui, il paesaggio cambia drasticamente per lasciare spazio ai ghiaioni di pietra calcarea e alla vista della vetta, 6 km più avanti. La pedalata finale verso il traguardo è una battaglia contro la fatica, il vento e il caldo. In estate le temperature possono alzarsi al punto di diventare insostenibili.
L'INGLESE TOM SIMPSON
Tom Simpson nacque nel 1937 ad Haswell e nel tempo ha assunto le sembianze del personaggio che col suo sacrificio ha accelerato la lotta al doping.
Una fine agghiacciante e che suscitò molto scalpore, anche perchè in diretta televisiva.
Tom Simpson morì in quel paesaggio lunare e spettrale sulle pendici del Mont Ventoux, il monte calvo(o ventoso) come lo chiamano i francesi, battuto spesso dal vento provenzale, fra pietre bianche e mancanza di vegetazione, in una giornata di caldo asfissiante ed infernale che toccò i 45 gradi.
Era il 13 luglio del 1967 e il Tour de France stava vivendo una delle sue giornate più attese e importanti per la classifica generale.
La corsa, un pò a sorpresa, stava per essere vinta da Roger Pingeon, il quale aveva saputo indossare la maglia gialla anticipando gli avversari con una serie di attacchi da lontano.
Tommy Simpson a novembre avrebbe compiuto trent'anni. A casa l'aspettavano la moglie Helen e i figli Jan e Joanna. Lui voleva arrivare sul podio a Parigi, voleva portare a casa la maglia gialla (primo inglese a indossarla, arrivò sesto in classifica finale nel '62). Voleva in particolare smentire tutti coloro che lo consideravano soltanto un corridore adatto alle classiche, non alle gare a tappe.
Aveva già vinto tanto Tommy Simpson, alla vigilia di quel Tour de France.
E avrebbe voluto correre la stagione successiva in Italia. Era già stato campione del mondo.
Colse il titolo iridato nel '65 a La Sarte, aveva saputo vincere rocambolescamente sfide classiche e leggendarie come la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia, il Giro delle Fiandre, una maratona spietata e infinita come la Bordeaux-Parigi, d'oltre 500 km.
Battendo spesso con arguzia e con astuzia i corridori italiani più celebri del momento.
La regina d'Inghilterra l'aveva già promosso Baronetto.
Ma il Tour de France continuava a rivelarsi ostico e spietato» tremendo e difficile per il simpatico Tommy. Troppo massacrante, con quelle montagne infinite, quel caldo assurdo, quelle tappe che giorno dopo giorno si susseguivano con spietata puntualità, crono e pavé, salite ripetute e ravvicinate.
Eppure non voleva mollare, nonostante tutto.
LA TRAGEDIA (13 LUGLIO 1967)
Come detto, era il 13 luglio 1967, quel mattino il caldo s'annunciava afoso già all'alba.
Il medico del Tour de France, dottor Dumas, sulla porta dell'hotel marsigliese, fumando la prima sigaretta, alle 6.30 guardava in direzione della Provenza e del Mont Ventoux con addosso molta preoccupazione.
"Ci saranno più di 40 gradi nel pomeriggio su quel monte. Se qualche corridore esagera con qualche pasticca lassù ci scappa il morto"
Al raduno di partenza a Marsiglia, Tommy Simpson incrociò lo sguardo d'un cronista che sapeva essere anche amico, Adriano De Zan, telecronista di talento. Il dialogo fra i due mette i brividi addosso anche a distanza di una vita.
Faceva un caldo allucinante quel mattino, mancava l'aria.
La tappa da Marsiglia avrebbe dovuto raggiungere Carpentras, scalando il Mont Ventoux.
Simpson aveva la faccia stanca come chi non ha recuperato le fatiche delle giornate precedenti».
Poi, Simpson prese il via come tutti, cercando di superare le prime fatiche di giornata in attesa della montagna. Ai piedi del Ventoux si fermò in un piccolo borgo che si chiama Bedoin.
Entrò in un bar a prendere acqua, il gruppo viaggiava a ritmi bassi in attesa della bagarre.
Bevette un sorso di cognac (ai tempi, non di rado, i corridori frequentavano bar durante la corsa).
Un cocktail micidiale, tenuto conto che nelle tasche della maglia poi gli trovarono anche qualche pasticca di simpamina, il doping dell'epoca, quando ancora non si facevano i controlli e i corridori cercavano di vincere con gli anfetaminici quelle fatiche prolungate. Ma ecco il Ventoux.
Il vento caldo che soffiava dal mare s'attenuava di colpo salendo fra la vegetazione.
Ma dopo Chalet Reynard, la vegetazione spariva. E il sole picchiava spietato sulle pietre bianche e lunari, togliendo ossigeno all'aria. Lo scalatore spagnolo Julio Jimenez scattava come sempre, secondo copione, provocando panico fra gli avversari. Poco più indietro a ritmi meno asfissianti, ecco la maglia gialla Pingeon, Gimondi, Janssen e Tommy Simpson. Gli altri alle spalle erano in difficoltà e stavano andando alla deriva.
Ma d'improvviso, quasi a 3 km dalla vetta, Simpson comincia a zigzagare, lo sguardo perso nel vuoto, la testa reclinata da un lato. Cadde, gli spettatori pensano sia stata una sbandata, un incidente meccanico e lo rimettono in sella, lo spingono perché si riprenda e possa seguire gli avversari che gli stavano pedalando al fianco e che adesso se ne stanno andando verso la vetta,
Ma lui spinge sui pedali come un automa, continua a zigzagare, gli avversari lo hanno lasciato, è solo tra la folla che assiste al suo dramma in silenzio, smettendo di vociare, di urlare, intuendo di colpo quanto sta per accadere. Simpson crolla d'improvviso come inanimato. Privo di conoscenza.
Accorrono in tanti su di lui, steso ai bordi della strada, quasi che quelle pietre bianche, aguzze e bollenti, gli servissero da ultimo letto. Accorre anche il dottor Dumas, le prova tutte, aspirazione bocca a bocca, massaggio cardiaco, iniezioni, maschera ad ossigeno. Arriva anche l'elicottero, che d'urgenza lo trasporta all'ospedale di Avignone, dove non possono far altro che constare la sua morte.
Alle 17.30 del 13 luglio '67.
Ma forse Tommy se n'era davvero già andato lassù, su quella montagna maledetta, mentre gli avversari, i compagni di squadra, cercavano di giocarsi il successo di tappa a Carpentras, quello che colse l'olandese Jan Janssen su Gimondi. Erano ancora tutti ignari della morte di Simpson, i corridori, quando disputarono quello sprint. Lo seppero poco dopo e in tanti piansero quel povero ragazzo, turbati da una morte che forse lui stesso prima di ogni altro avrebbe potuto evitare.
Il giorno dopo, il 14 luglio, il Tour non celebrò come nelle altre occasioni la festa nazionale dei francesi.
Da Carpentras a Séte non ci fu vera corsa e nel finale venne concessa via libera a Barry Hoban, l'amico di Simpson, in lacrime sul traguardo. Il miglior modo per onorare la scomparsa d'un protagonista.
Barry Hoban a distanza di qualche tempo sposò la moglie di Tom, crescendo nel ricordo struggente i suoi figli. La morte di Simpson accelerò davvero parecchio la messa a punto di ben precise regole del gioco per combattere il doping nel ciclismo e nello sport per impedire a tutti di esagerare, di rischiare davvero la vita su quel terreno minato, ingurgitando prodotti che consentivano di non avvertire così pesante il senso della fatica. Sino alle conseguenze estreme.
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Una fine agghiacciante e che suscitò molto scalpore, anche perchè in diretta televisiva.
Tom Simpson morì in quel paesaggio lunare e spettrale sulle pendici del Mont Ventoux, il monte calvo(o ventoso) come lo chiamano i francesi, battuto spesso dal vento provenzale, fra pietre bianche e mancanza di vegetazione, in una giornata di caldo asfissiante ed infernale che toccò i 45 gradi.
Era il 13 luglio del 1967 e il Tour de France stava vivendo una delle sue giornate più attese e importanti per la classifica generale.
La corsa, un pò a sorpresa, stava per essere vinta da Roger Pingeon, il quale aveva saputo indossare la maglia gialla anticipando gli avversari con una serie di attacchi da lontano.
Tommy Simpson a novembre avrebbe compiuto trent'anni. A casa l'aspettavano la moglie Helen e i figli Jan e Joanna. Lui voleva arrivare sul podio a Parigi, voleva portare a casa la maglia gialla (primo inglese a indossarla, arrivò sesto in classifica finale nel '62). Voleva in particolare smentire tutti coloro che lo consideravano soltanto un corridore adatto alle classiche, non alle gare a tappe.
Aveva già vinto tanto Tommy Simpson, alla vigilia di quel Tour de France.
E avrebbe voluto correre la stagione successiva in Italia. Era già stato campione del mondo.
Colse il titolo iridato nel '65 a La Sarte, aveva saputo vincere rocambolescamente sfide classiche e leggendarie come la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia, il Giro delle Fiandre, una maratona spietata e infinita come la Bordeaux-Parigi, d'oltre 500 km.
Battendo spesso con arguzia e con astuzia i corridori italiani più celebri del momento.
La regina d'Inghilterra l'aveva già promosso Baronetto.
Ma il Tour de France continuava a rivelarsi ostico e spietato» tremendo e difficile per il simpatico Tommy. Troppo massacrante, con quelle montagne infinite, quel caldo assurdo, quelle tappe che giorno dopo giorno si susseguivano con spietata puntualità, crono e pavé, salite ripetute e ravvicinate.
Eppure non voleva mollare, nonostante tutto.
LA TRAGEDIA (13 LUGLIO 1967)
Come detto, era il 13 luglio 1967, quel mattino il caldo s'annunciava afoso già all'alba.
Il medico del Tour de France, dottor Dumas, sulla porta dell'hotel marsigliese, fumando la prima sigaretta, alle 6.30 guardava in direzione della Provenza e del Mont Ventoux con addosso molta preoccupazione.
"Ci saranno più di 40 gradi nel pomeriggio su quel monte. Se qualche corridore esagera con qualche pasticca lassù ci scappa il morto"
Al raduno di partenza a Marsiglia, Tommy Simpson incrociò lo sguardo d'un cronista che sapeva essere anche amico, Adriano De Zan, telecronista di talento. Il dialogo fra i due mette i brividi addosso anche a distanza di una vita.
Faceva un caldo allucinante quel mattino, mancava l'aria.
La tappa da Marsiglia avrebbe dovuto raggiungere Carpentras, scalando il Mont Ventoux.
Simpson aveva la faccia stanca come chi non ha recuperato le fatiche delle giornate precedenti».
Poi, Simpson prese il via come tutti, cercando di superare le prime fatiche di giornata in attesa della montagna. Ai piedi del Ventoux si fermò in un piccolo borgo che si chiama Bedoin.
Entrò in un bar a prendere acqua, il gruppo viaggiava a ritmi bassi in attesa della bagarre.
Bevette un sorso di cognac (ai tempi, non di rado, i corridori frequentavano bar durante la corsa).
Un cocktail micidiale, tenuto conto che nelle tasche della maglia poi gli trovarono anche qualche pasticca di simpamina, il doping dell'epoca, quando ancora non si facevano i controlli e i corridori cercavano di vincere con gli anfetaminici quelle fatiche prolungate. Ma ecco il Ventoux.
Il vento caldo che soffiava dal mare s'attenuava di colpo salendo fra la vegetazione.
Ma dopo Chalet Reynard, la vegetazione spariva. E il sole picchiava spietato sulle pietre bianche e lunari, togliendo ossigeno all'aria. Lo scalatore spagnolo Julio Jimenez scattava come sempre, secondo copione, provocando panico fra gli avversari. Poco più indietro a ritmi meno asfissianti, ecco la maglia gialla Pingeon, Gimondi, Janssen e Tommy Simpson. Gli altri alle spalle erano in difficoltà e stavano andando alla deriva.
Ma d'improvviso, quasi a 3 km dalla vetta, Simpson comincia a zigzagare, lo sguardo perso nel vuoto, la testa reclinata da un lato. Cadde, gli spettatori pensano sia stata una sbandata, un incidente meccanico e lo rimettono in sella, lo spingono perché si riprenda e possa seguire gli avversari che gli stavano pedalando al fianco e che adesso se ne stanno andando verso la vetta,
Ma lui spinge sui pedali come un automa, continua a zigzagare, gli avversari lo hanno lasciato, è solo tra la folla che assiste al suo dramma in silenzio, smettendo di vociare, di urlare, intuendo di colpo quanto sta per accadere. Simpson crolla d'improvviso come inanimato. Privo di conoscenza.
Accorrono in tanti su di lui, steso ai bordi della strada, quasi che quelle pietre bianche, aguzze e bollenti, gli servissero da ultimo letto. Accorre anche il dottor Dumas, le prova tutte, aspirazione bocca a bocca, massaggio cardiaco, iniezioni, maschera ad ossigeno. Arriva anche l'elicottero, che d'urgenza lo trasporta all'ospedale di Avignone, dove non possono far altro che constare la sua morte.
Alle 17.30 del 13 luglio '67.
Ma forse Tommy se n'era davvero già andato lassù, su quella montagna maledetta, mentre gli avversari, i compagni di squadra, cercavano di giocarsi il successo di tappa a Carpentras, quello che colse l'olandese Jan Janssen su Gimondi. Erano ancora tutti ignari della morte di Simpson, i corridori, quando disputarono quello sprint. Lo seppero poco dopo e in tanti piansero quel povero ragazzo, turbati da una morte che forse lui stesso prima di ogni altro avrebbe potuto evitare.
Il giorno dopo, il 14 luglio, il Tour non celebrò come nelle altre occasioni la festa nazionale dei francesi.
Da Carpentras a Séte non ci fu vera corsa e nel finale venne concessa via libera a Barry Hoban, l'amico di Simpson, in lacrime sul traguardo. Il miglior modo per onorare la scomparsa d'un protagonista.
Barry Hoban a distanza di qualche tempo sposò la moglie di Tom, crescendo nel ricordo struggente i suoi figli. La morte di Simpson accelerò davvero parecchio la messa a punto di ben precise regole del gioco per combattere il doping nel ciclismo e nello sport per impedire a tutti di esagerare, di rischiare davvero la vita su quel terreno minato, ingurgitando prodotti che consentivano di non avvertire così pesante il senso della fatica. Sino alle conseguenze estreme.
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