Eddie "Fast" Johnson nasce il 24 Febbraio 1955 ad Ocala (Florida) non lontano da Orlando.
Prodotto dell' Auburn University, studente modello, venne scelto dagli Atlanta Hawks come 49esima scelta nel terzo turno del Draft NBA 1977. Con una media di 10.5 punti, il rookie ha aiutato Atlanta a tornare ai playoff dopo quattro anni di assenza, una prodezza ripetuta in sei delle otto stagioni giocate da Johnson in Georgia. Nel 1978/79 sfiorò addirittura il titolo NBA perdendo in semifinale di conference contro i Washington Bullets. Per le 4 stagioni successive portò una media superiore ai 16 punti. Nel terzo anno nella lega, i tifosi lo votarono anche titolare nell'All-Star Game.
Nel 1981 chiuse con 19.1 punti a partita. Con Johnson, Glenn "Doc", Johnny Davis, Rory Sparrow e Anthony "Spud" Webb, Atlanta vantava alcuni tra i migliori difensori di tutta la lega.
Tuttavia già nel 1982 infortuni e problemi di droga cominciarono a rallentare la sua carriera.
Tant'è vero che Johnson venne spedito in Ohio, ai Cleveland Cavaliers, nella stagione 1985/86.
Johnson stava combattendo una dipendenza dalla cocaina da molti anni. Dopo diverse sospensioni, finalmente finì in riabilitazione nel 1986 ma dopo l'ennesima ricaduta fu squalificato a vita nel 1987 (finì la sua carriera con i Seattle Supersonics). In 675 partite NBA, "Fast Eddie" Johnson segnò comunque 10.163 punti, con una media in carriera di 15.1 punti a partita.
DOPO LA SQUALIFCA A VITA: DROGA, RAPINE, VIOLENZE SESSUALI
La squalifica a vita dalla NBA, paradossalmente, fu niente rispetto a quello che combinò negli anni successivi. La fedina penale di "Fast Eddie" arrivò a contare in totale circa 100 arresti.
Nel mese di agosto del 1989, venne arrestato per aver rubato in due case $9130 per comprarsi un po' di crack. Nello stesso anno, è stato protagonista di un'altra rapina, entrando in casa di una donna: bottino di $250.
Nel 2000, Johnson ha colpito un agente più volte nel corso di un arresto per droga.
Nello stesso anno, è stato protagonista di un'altra rapina in un negozio di abbigliamento.
Nel 2006 ennesimo arresto per furto con scasso. Sicuramente però le accuse più gravi sono quelle di pedofilia su una bambina di 8 anni e quelle di violenza sessuale su una ragazza di 25 anni.
Sarebbe entrato nell'appartamento (con il fratello minore che faceva da guardia vicino alla porta) ed avrebbe violentato la bambina di 8 anni, poi 3 giorni dopo si sarebbe ripetuto nei confronti di una ragazza di 25 anni in un albergo.
"Non incolpo nessuno per quello che mi è successo ma solo me stesso. Potrei cercare scuse, ma non ci sono scuse" Johnson dice dietro le sbarre.
"Non è il denaro. Le persone non riescono a capire, quando si è coinvolti con la droga, è il caos che va di pari passo con essa"
Johnson riconosce la sua lunga fedina penale di crimini e persistenti problemi di droga, ma nega di aver mai commesso rapine. Inoltre nega con forza le accuse di pedofilia e di violenza sessuale per cui sta scontando la prigione. Infatti nel 2008, "Fast Eddie" Johnson, giudicato colpevole di pedofilia e di violenza sessuale, è stato condannato all'ergastolo. Attualmente incarcerato a Santa Rosa Correctional Institution.
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venerdì 6 novembre 2015
La Storia Di Eddie "Fast" Johnson: Squalifica A Vita, Rapine e Violenze Sessuali
giovedì 5 novembre 2015
I Capi Ultras Delle Squadre Italiane
Il calcio italiano è malato da tempo, con capi ultras che fanno il buono e il cattivo tempo dentro e fuori lo stadio: personaggi che non hanno praticamente nulla in comune con il tifoso vero, che fanno della ‘curva’ il loro impero, che hanno legami con la malavita e che spesso hanno una fedina penale che dire sporca è poco. Vicinanza alle cosche, appartenenza a gruppi estremisti, reati e una serie di Daspo che poco o nulla hanno scalfito il loro potere.
Gennaro De Tommaso, detto "A Carogna", non è un tifoso del Napoli come gli altri.
Non solo per quel nomignolo che da solo vale più di qualsiasi biografia.
Ma per la sua famiglia, la cui storia di criminalità di strada si intreccia con due clan di camorra: i Misso del Rione Sanità e i Giugliano di Forcella.
C'è lo zio, Giuseppe de Tommaso, detto "l'assassino".
E c'è il padre di Gennaro, Ciro, detto "Ciccione a Carogna", condannato per associazione camorristica e per fatti di droga, per i quali si è beccato in primo grado 24 anni.
"È stabile fornitore di stupefacenti dei Giugliano", si legge nella sentenza.
Genny cresce in quell'ambiente lì.
Ha un bar nel cuore di Forcella ed ha scalato i Mastiffs, diventandone il capo.
Si guadagna due Daspo, uno nel 2001, un altro nel 2011, poi revocato.
Nel suo passato accuse di rapina e spaccio, ma sulla fedina nessun precedente che lo leghi direttamente alla camorra. "È lui il capo di tutta la curva del Napoli", indicò nel 2008 il pentito Emilio Zapata Misso, disegnando ai magistrati la geografia ultras del San Paolo, con i nomi degli infiltrati mafiosi in curva.
Gennaro De Tommaso, detto "A Carogna", non è un tifoso del Napoli come gli altri.
Non solo per quel nomignolo che da solo vale più di qualsiasi biografia.
Ma per la sua famiglia, la cui storia di criminalità di strada si intreccia con due clan di camorra: i Misso del Rione Sanità e i Giugliano di Forcella.
C'è lo zio, Giuseppe de Tommaso, detto "l'assassino".
E c'è il padre di Gennaro, Ciro, detto "Ciccione a Carogna", condannato per associazione camorristica e per fatti di droga, per i quali si è beccato in primo grado 24 anni.
"È stabile fornitore di stupefacenti dei Giugliano", si legge nella sentenza.
Genny cresce in quell'ambiente lì.
Ha un bar nel cuore di Forcella ed ha scalato i Mastiffs, diventandone il capo.
Si guadagna due Daspo, uno nel 2001, un altro nel 2011, poi revocato.
Nel suo passato accuse di rapina e spaccio, ma sulla fedina nessun precedente che lo leghi direttamente alla camorra. "È lui il capo di tutta la curva del Napoli", indicò nel 2008 il pentito Emilio Zapata Misso, disegnando ai magistrati la geografia ultras del San Paolo, con i nomi degli infiltrati mafiosi in curva.
E' lui per intenderci che ha mediato con dirigenti e forze dell'ordine (prima dell'inizio della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina) con la curva partenopea, inizialmente contraria a giocare, che ha dato il suo assenso ma con l'impegno di rimanere in silenzio.
Ex capo ultras del Bari, Alberto Savarese, per alcuni mesi rimasto in carcere con le pesanti accuse di associazione mafiosa, detenzione illegale di un fucile a pompa e persino di avere partecipato a una sparatoria avvenuta al quartiere Poggiofranco di Bari, nei pressi di una enoteca, nel lontano dicembre 1999.
Il capo ultras Savarese, era molto conosciuto in città proprio in ragione del suo ruolo di leader al San Nicola.
Ultras dal 1976 e primo barese a ricevere il Daspo.
Finito in manette insieme ad altre 60 persone nell’ottobre 2001 nell’ambito dell’operazione «Singer».
Ultras dal 1976 e primo barese a ricevere il Daspo.
Finito in manette insieme ad altre 60 persone nell’ottobre 2001 nell’ambito dell’operazione «Singer».
I clan Diomede e Mercante, allora tra i più agguerriti in città, avevano preso il controllo di tutte le attività commerciali collegate a partite e concerti nei due stadi baresi.
Savarese venne tirato in ballo da alcuni pentiti che gli attribuivano connivenze mafiose, un tentativo di omicidio, possesso di armi.
Tutto ruotava attorno ai parcheggi che gli Ultras avevano avuto in gestione dall’As Bari.
Arrestato nel 2011, insieme a Sblendorio e Loiacono, per Calcioscommesse (minacce, intimidazioni e violenze).
Arrestato nel 2011, insieme a Sblendorio e Loiacono, per Calcioscommesse (minacce, intimidazioni e violenze).
Daniele De Santis, detto Gastone, è l’uomo che ha sparato contro i tifosi del Napoli prima della finale di Coppa Italia: romanista, capo della curva all’Olimpico, era già noto alle forze dell’Ordine per aver bloccato il derby di Roma nel 2004, ma alle spalle ha un arresto (con assoluzione) per gli scontri durante Brescia-Roma del 1994 quando il vice questore della Polizia Giovanni Selmin e 16 agenti vennero feriti gravemente a colpi d’ascia.
C’è poi anche l’arresto del 1996 perché, con altri tifosi ed esponenti dell’estrema destra romana, ricattarono l’allora presidente giallorosso Franco Sensi.
Oggi il suo posto è stato preso da Nicola Follo.
Dalla parte opposta, in casa Lazio, c’è Fabrizio Piscitelli della Curva Nord: capo ultras degli Irriducibili, è stato arrestato nel 2013 per traffico di stupefacenti ed ora è in carcere.
Piscitelli era legato a Michele Senese detto "o pazzo", boss della Camorra che dalla Campania ha esteso il suo dominio nella Capitale.
Nel 2015 è condannato ad altri 4 anni di carcere per traffico di stupefacenti.
Nel 2015 è condannato ad altri 4 anni di carcere per traffico di stupefacenti.
A Catania il capo ultras è Michele Spampinato: è alla guida della curva nonostante il Daspo e nonostante nel 2008 sia stato accoltellato durante gli scontri prima del match con la Roma.
Il derby col Trapani ad Aprile dell'anno scorso è coinciso col il suo ritorno allo stadio.
Scontata la diffida, la guida del movimento "A sostegno di una fede" che dagli anni 2000 ha unito parecchi gruppi ultras dietro l’omonimo striscione, ha ripreso in mano il megafono.
Sei sono stati gli anni d’assenza, dovuti al Daspo comminato riguardo ai fatti di Atalanta-Catania del 2009.
Spostandoci al Nord, Claudio "Bocia" Galimberti è il leader storico della curva dell’Atalanta e ha collezionato una lunga serie di Daspo, ma rimane l’indiscusso leader della tifoseria organizzata.
Dall’ottobre del 2009 fino allo stesso mese del 2014 aveva già scontato un Daspo di cinque anni per la rissa prima di Atalanta-Catania, il 22 settembre del 2009.
E alla scadenza del divieto non ha comunque potuto acquistare abbonamenti o biglietti per le partite essendo anche sottoposto all’articolo 9 della legge Amato del 2007: nessun tagliando per chi ha riportato condanne, anche solo in primo grado, per reati legati alla tifoseria.
Il 12 aprile 2015 durante Atalanta-Sassuolo, il Bocia aveva raggiunto la zona di prefiltraggio dello stadio di Bergamo portandosi dietro una testa di porchetta, fino ad arrivare a ridosso dei tornelli.
Una goliardata su cui ridere o un simbolo macabro destinato proprio ai poliziotti?
Gli viene notificato il nono Daspo della sua carriera.
C'è anche chi dalla curva è scappato e oggi fa il latitante in Costa Rica.
Come Andrea Fantacci, ras storico delle disciolte Brigate Gialloblù dell'Hellas Verona.
Oggi la curva veronese si autogestisce, tifo spontaneo "all'inglese": basta gruppi e basta capi.
Troppo riconoscibili.
Troppe grane con la giustizia, quando i magistrati mettono sotto torchio le tifoserie turbolente.
Diego Piccinelli, capo del gruppo ultras Brescia 1911, denunciato per l’aggressione a un tifoso del Verona, ha il foglio di via e non può mettere piede in città: il 2 febbraio 2014 aggredì il tifoso, colpevole di aver indossato la felpa del Verona.
A capo dei Viking della Juventus, c’è Loris Grancini: considerato uomo vicino a Cosa Nostra e alla cosca calabrese dei Rappocciolo, amante del poker è noto da tempo alle forze dell’Ordine(per traffico di stupefacenti, beccato con 10 kg di droga in casa nel 2006).
A Genoa il capo ultras è Fabrizio Fileni, detto Tombolone: è balzato agli onori della cronaca per aver fatto togliere le maglie ai giocatori rossoblu dopo la sconfitta con il Siena.
Franco Caravita, fondatore dei Boys e a capo della curva dell’Inter, ha una fedina penale con diversi reati da stadio e negli ultimi tempi è stato al centro di indagini per infiltrazioni della malavita nelle curve milanesi, insieme a Giancarlo Lombardi, detto "Sandokan", capo della curva Sud del Milan.
È il capo dei Guerrieri Ultras, il nuovo gruppo della Curva Sud del Milan, quelli che hanno spazzato via con la violenza, in meno di tre anni, i gruppi storici: la Fossa dei Leoni, i Commandos Tigre, le Brigate rossonere.
È il capo dei Guerrieri Ultras, il nuovo gruppo della Curva Sud del Milan, quelli che hanno spazzato via con la violenza, in meno di tre anni, i gruppi storici: la Fossa dei Leoni, i Commandos Tigre, le Brigate rossonere.
Sandokan ha alle spalle precedenti per rapina, lesioni, tentato omicidio e tentata estorsione a carico della stessa società rossonera.
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L'Arresto Dei Capi Ultras Del Bari (Calcioscommesse 2011)
Né ultrà, né tifosi. Ma criminali. Così Antonio Laudati definisce Alberto Savarese detto "Il Parigino", Raffaele Loiacono detto "Lello Pannocchia" e Roberto Sblendorio, i tre ultimi arrestati della sconfortante inchiesta sul calcio scommesse. Per loro, ex capi ultras della curva del Bari, recentemente divenuti secondo l´accusa braccio armato di scommettitori e riciclatori pugliesi l´accusa è quella di violenza privata aggravata ai danni di alcuni calciatori biancorossi nella stagione 2011.
Tutti e tre fedelissimi della curva nord dello stadio San Nicola di Bari dal 1976. Quando il "Parigino" aveva solo dodici anni. Le loro storie si intrecciano grazie alla passione bianco-rossa.
Ma è proprio allo stadio che cominciano anche i loro guai. Savarese è tra i primi tifosi a ricevere il Daspo a Bari. Viene diffidato. Dopo tocca a Sblendorio. I due però "vantano" anche altri precedenti penali. Il "Parigino" ha condanne per furto aggravato e violazioni della normativa per la correttezza dello svolgimento delle competizioni sportive e la sicurezza dei luoghi in cui si svolgono le competizioni sportive. Savarese nel 2006 ha preso una condanna a sei mesi (insieme con altri sette ultras) per gli scontri a Pescara. Sblendorio invece ha precedenti per lancio di materiale pericoloso in occasione di eventi sportivi, resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi.
Solo Loiacono è incensurato Nel 2011 i tre capi ultras una volta capito che i giocatori del Bari (già retrocesso) avevano cominciato a fare cassa vendendosi le partite hanno deciso di partecipare al banchetto e si sono resi disponibili a fare da tramite anche a favore di terzi investitori.
Così in più di un´occasione si sono presentati negli spogliatoi per minacciare i giocatori(ad esempio durante Bari-Chievo nel mezzo del controllo anti doping).
La testimonianza chiave è quella di Marco Rossi, ex giocatore del Bari: «Poco prima della partita Cesena-Bari (il 17 aprile del 2011), alcuni capi ultras avevano intimato ai rappresentanti dei giocatori, tra cui il portiere Gillet e lo stesso Andrea Masiello, di perdere le successive due partite di campionato, ovvero Cesena-Bari e Bari-Sampdoria, in quanto avevano essi stessi scommesso sulla sconfitta del Bari». Rossi, probabilmente il più restio a darla vinta ai tifosi, venne picchiato negli spogliatoi, da Sblendorio che lo colpì con uno schiaffo al volto. «Siete ultimi avete fatto questo campionato di merda...non vi è mai successo niente, nessuno ha preso mazzate e cose varie, domani dovete perdere». Il motivo era semplice: «Io sono in debito con gente pericolosa e rischio di morire e ho bisogno di soldi. Voi ora ci dovete fare un favore a noi, perché a voi non vi abbiamo mai rotto le scatole, non vi abbiamo mai alzato le mani, non vi abbiamo contestato, vivete da Dio...se volete fare una vita tranquilla fino a fine anno».
Oltre a Cesena-Bari l´altra partita truccata dagli ultras è Bari-Sampdoria, decisiva nella lotta per la salvezza. Dalle carte dell´inchiesta emerge che ben tre gruppi, indisturbati, cercarono di interferire su quel risultato: gli ultras, gli zingari e un gruppo legato alla Sampdoria. Secondo uno dei complici di Masiello, anche l´attuale interista Palombo era a conoscenza della combine: partecipò all´incontro decisivo tra Masiello e Guberti. Il gip spiegava anche la responsabilità oggettiva del Bari calcio «che non tutelava i suoi calciatori dalle minacce». Tra le considerazioni del gip, significativa anche quella «sui giocatori mossi prevalentemente dalla finalità di non aggravare la propria posizione nei confronti della giustizia sportiva». «Avremmo dovuto fare gli arresti al termine della stagione. Abbiamo dovuto accelerare perché era a rischio l´incolumità di alcune persone». Il riferimento era a due giornalisti e al portiere Jean Francois Gillet che aveva accusato i tre ultras: per lui era pronta una spedizione punitiva a Bologna. Nella deposizione di Andrea Masiello (Novembre 2015), l'ex giocatore del Bari accusa gli ex ultras della tifoseria. "I capi ultras ci chiesero di perdere e anche Antonio Bellavista (ex calciatore del Bari) spesso lo aveva fatto". Se non vi decidete a perdere e a fare quello che dico io, vi mando gente pesante" avrebbe detto Bellavista a Masiello prima della partita Cesena-Bari del 17 aprile 2011.
E quella "gente pesante", secondo Masiello, erano i tre ex capi ultras. Secondo la Procura di Bari i tre avrebbero preteso che i calciatori perdessero due partite (Cesena-Bari e Bari-Sampdoria del 24 aprile 2011, tutte e due terminate con la sconfitta dei pugliesi) per fare soldi con le scommesse. "Un giorno, dopo l'allenamento, ci aspettarono nel parcheggio dello stadio e volarono parole grosse e uno schiaffo da Sblendorio sul viso di Parisi; invece Savarese disse che era in debito con parecchie persone e aveva bisogno di soldi, quindi ci chiese di perdere per scommettere". "Dopo l'incontro andammo dall'allenatore Bortolo Mutti e dal direttore sportivo Guido Angelozzi a riferire la cosa e loro ci dissero di tapparci il naso e giocare. Anche perché dopo quell'episodio Bellavista e altre persone mi offrirono soldi per perdere". Il processo proseguirà il 10 febbraio 2016 con l'esame degli imputati e l'audizione di quattro testimoni, tra i quali Mutti e Angelozzi.
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Tutti e tre fedelissimi della curva nord dello stadio San Nicola di Bari dal 1976. Quando il "Parigino" aveva solo dodici anni. Le loro storie si intrecciano grazie alla passione bianco-rossa.
Ma è proprio allo stadio che cominciano anche i loro guai. Savarese è tra i primi tifosi a ricevere il Daspo a Bari. Viene diffidato. Dopo tocca a Sblendorio. I due però "vantano" anche altri precedenti penali. Il "Parigino" ha condanne per furto aggravato e violazioni della normativa per la correttezza dello svolgimento delle competizioni sportive e la sicurezza dei luoghi in cui si svolgono le competizioni sportive. Savarese nel 2006 ha preso una condanna a sei mesi (insieme con altri sette ultras) per gli scontri a Pescara. Sblendorio invece ha precedenti per lancio di materiale pericoloso in occasione di eventi sportivi, resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi.
Solo Loiacono è incensurato Nel 2011 i tre capi ultras una volta capito che i giocatori del Bari (già retrocesso) avevano cominciato a fare cassa vendendosi le partite hanno deciso di partecipare al banchetto e si sono resi disponibili a fare da tramite anche a favore di terzi investitori.
Così in più di un´occasione si sono presentati negli spogliatoi per minacciare i giocatori(ad esempio durante Bari-Chievo nel mezzo del controllo anti doping).
La testimonianza chiave è quella di Marco Rossi, ex giocatore del Bari: «Poco prima della partita Cesena-Bari (il 17 aprile del 2011), alcuni capi ultras avevano intimato ai rappresentanti dei giocatori, tra cui il portiere Gillet e lo stesso Andrea Masiello, di perdere le successive due partite di campionato, ovvero Cesena-Bari e Bari-Sampdoria, in quanto avevano essi stessi scommesso sulla sconfitta del Bari». Rossi, probabilmente il più restio a darla vinta ai tifosi, venne picchiato negli spogliatoi, da Sblendorio che lo colpì con uno schiaffo al volto. «Siete ultimi avete fatto questo campionato di merda...non vi è mai successo niente, nessuno ha preso mazzate e cose varie, domani dovete perdere». Il motivo era semplice: «Io sono in debito con gente pericolosa e rischio di morire e ho bisogno di soldi. Voi ora ci dovete fare un favore a noi, perché a voi non vi abbiamo mai rotto le scatole, non vi abbiamo mai alzato le mani, non vi abbiamo contestato, vivete da Dio...se volete fare una vita tranquilla fino a fine anno».
Oltre a Cesena-Bari l´altra partita truccata dagli ultras è Bari-Sampdoria, decisiva nella lotta per la salvezza. Dalle carte dell´inchiesta emerge che ben tre gruppi, indisturbati, cercarono di interferire su quel risultato: gli ultras, gli zingari e un gruppo legato alla Sampdoria. Secondo uno dei complici di Masiello, anche l´attuale interista Palombo era a conoscenza della combine: partecipò all´incontro decisivo tra Masiello e Guberti. Il gip spiegava anche la responsabilità oggettiva del Bari calcio «che non tutelava i suoi calciatori dalle minacce». Tra le considerazioni del gip, significativa anche quella «sui giocatori mossi prevalentemente dalla finalità di non aggravare la propria posizione nei confronti della giustizia sportiva». «Avremmo dovuto fare gli arresti al termine della stagione. Abbiamo dovuto accelerare perché era a rischio l´incolumità di alcune persone». Il riferimento era a due giornalisti e al portiere Jean Francois Gillet che aveva accusato i tre ultras: per lui era pronta una spedizione punitiva a Bologna. Nella deposizione di Andrea Masiello (Novembre 2015), l'ex giocatore del Bari accusa gli ex ultras della tifoseria. "I capi ultras ci chiesero di perdere e anche Antonio Bellavista (ex calciatore del Bari) spesso lo aveva fatto". Se non vi decidete a perdere e a fare quello che dico io, vi mando gente pesante" avrebbe detto Bellavista a Masiello prima della partita Cesena-Bari del 17 aprile 2011.
E quella "gente pesante", secondo Masiello, erano i tre ex capi ultras. Secondo la Procura di Bari i tre avrebbero preteso che i calciatori perdessero due partite (Cesena-Bari e Bari-Sampdoria del 24 aprile 2011, tutte e due terminate con la sconfitta dei pugliesi) per fare soldi con le scommesse. "Un giorno, dopo l'allenamento, ci aspettarono nel parcheggio dello stadio e volarono parole grosse e uno schiaffo da Sblendorio sul viso di Parisi; invece Savarese disse che era in debito con parecchie persone e aveva bisogno di soldi, quindi ci chiese di perdere per scommettere". "Dopo l'incontro andammo dall'allenatore Bortolo Mutti e dal direttore sportivo Guido Angelozzi a riferire la cosa e loro ci dissero di tapparci il naso e giocare. Anche perché dopo quell'episodio Bellavista e altre persone mi offrirono soldi per perdere". Il processo proseguirà il 10 febbraio 2016 con l'esame degli imputati e l'audizione di quattro testimoni, tra i quali Mutti e Angelozzi.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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La Truffa Di Ali Dia: Southampton v Leeds (1996)
Ali Dia è un senegalese, nato a Dakar il 20 agosto 1965, di professione fa il calciatore.
Non è baciato dal talento ma riesce comunque a giocare su discreti livelli.
Il suo primo decennio di carriera calcistica è nei bassissimi fondi dei campionati francesi, così bassi che anche i siti di statistiche e numeri fanno fatica a raccontarci quante presenze o gol abbia mai fatto in quel periodo. Poi a 30 anni, l’attaccante africano, transita per diverse squadre finlandesi, in Germania e poi al compimento del 31esimo anno prova l’avventura oltre manica.
In Inghilterra, Ali Dia, si accasa al Blyth Spartans, squadra dilettantistica di una cittadina sul mare all’estremo nord inglese.
Qua rimane tre mesi giocando solo una partita.
Insomma il valore di questo senegalese sembra effettivamente molto basso.
LA TRUFFA
Ormai superati i 30 anni che Ali decide di fare le cose in grande, allora.
Di tentare il colpo gobbo, il tutto per tutto.
Di mettere in piedi una follia, una di quelle cose che si provano una volta soltanto nella vita, e di solito non finiscono granchè bene.
Decide di provare l’inverosimile.
Con un paio di amici dell’università, che hanno i contatti giusti, si procura i numeri di qualche allenatore della Premier League, o perlomeno di quelli più a portata di mano.
È il novembre 1996, siamo nel pieno del mercato di riparazione inglese.
Ali Dia ha 31 anni ed ha anche un amico fidato pronto a fare di tutto per aiutarlo.
Anche a fingersi il Pallone d’oro George Weah e provare a fare da garante del valore di Dia.
Questo amico, quindi, alza il telefono e si spaccia per l’ex centravanti rossonero e chiama Harry Redknapp proponendogli il suo forte cugino, un attaccante tutto velocità e potenza.
L’allenatore del West Ham capisce, però, subito che si tratta di una truffa o quantomeno che sotto c'è qualcosa di strano quindi declina l’offerta.
Il “finto” Weah, però, non si dà per vinto alza nuovamente il telefono per chiamare Graeme Souness, manager del Southampton(ed ex grande centrocampista del Liverpool, appena scappato dalla Turchia per via delle minacce di morte da parte dei tifosi del Fenerbahce per via della famosa provocazione nel derby contro il Galatasaray con la bandiera giallorossa piantata in mezzo al campo nel 1996).
«Sono George Weah [l’attaccante liberiano in quel momento in forza al Milan], vorrei raccomandarle un mio cugino che giocava con me al Paris Saint-Germain, si chiama Ali Dia.
Ha 30 anni e 13 presenze nella nazionale senegalese».
“Weah” come detto era in realtà uno studente universitario amico di Dia bravo a parlare inglese e a non ridere mentre si spacciava per l’attaccante del Milan, ma come ammise poi Souness la telefonata fece effetto. Dia fu convocato e messo sotto contratto, infatti il manager scozzese non domandandosi come mai uno delle Liberia possa avere un parente in Senegal, decide di ingaggiare il calciatore.
Souness gli fa firmare un contratto mensile.
Il manager scozzese voleva metterlo alla prova in una partita della squadra riserve contro l’Arsenal che fu però annullata per il maltempo, così decise di portarlo direttamente in panchina per la gara contro il Leeds, suscitando perplessità in alcuni altri giocatori che non erano certo rimasti ben impressionati nell’unico allenamento cui aveva preso parte(venne definito come un "corpo estraneo").
L'ESORDIO CONTRO IL LEEDS
E' il 23 novembre 1996 e il Southampton incontra il Leeds United in campionato.
Graeme Souness, un po’ a sorpresa, porta anche Ali Dia in panchina.
Già l’essere finito tra le riserve di un incontro di Premier League potrebbe bastare per definire questa come una delle più grandi truffe del calcio, ma c’è di più.
Matthew Le Tissier, non un giocatore qualsiasi ma la più grande bandiera dei Saints ad aver mai indossato quella maglia, si infortuna.
È il 32esimo del primo tempo e Souness decide di buttare dentro Ali Dia: “Vai cugino di Weah, fammi vedere quanto vali!”
Il senegalese ha il numero 33 sulle spalle e i movimenti come dirà Le Tissier poi “ricordano il cerbiatto Bambi spaventato che corre sul ghiaccio. Già in allenamento si era capito che non sapeva giocare. Vederlo tra i convocati è stato un autentico choc. Non so nemmeno se sapesse l'inglese, nessuno gli ha mai rivolto la parola”.
Ali Dia fa vedere a tutti che è tutto tranne che un individuo che possa calcare i campi della Premier League in abiti da calciatore.
Sbaglia ogni stop, passaggi, fa fatica a correre, non ha la benchè minima idea di dove debba posizionarsi sul campo.
Ogni minuto che passa fa aumentare l’imbarazzo della situazione.
La partita il Southampton la perde 2 a 0.
La dignità, Ali Dia, la perderà, invece, per sempre.
In campo, tra l’altro, rimane solo 53 minuti dato che Graeme Souness, rendendosi conto della fregatura che gli avevano rifilato, lo toglie facendo entrare Ken Monkou.
“Così va il mondo, mi sento raggirato” dichiarerà l’allenatore scozzese.
Dopo quell’incontro il contratto di Ali Dia viene rescisso.
I tifosi del Southampton, però, per non scordarsi mai questa meravigliosa storia, gli dedicano un coro: Ali Dia is a liar, is a liar!
Il calciatore, invece, dopo questa incredibile truffa, finisce a giocare in Non League con il Gateshead dove segnerà all'esordio(prima di essere rilasciato qualche giornata dopo. Del resto, altro che PSG, prima di infilarsi al Southampton aveva avuto provini senza successo con Port Vale, Gillingham e Bournemouth).
Da lì a poco smetterà proprio con il calcio ma nel cuore potrà portare, per sempre, quei 53 minuti da infiltrato in Premier League.
Oggi Dia è noto come il peggior calciatore che abbia calcato i campi della Premier League negli ultimi anni, spesso inserito nelle liste dei peggiori trasferimenti.
È al primo posto nella classifica dei 50 peggiori calciatori stilata dal Times, è inserito nella lista di 10 peggiori calciatori stilata dal Sun e risulta in quarta posizione nella lista dei 50 peggiori attaccanti secondo il Daily Mail.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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Non è baciato dal talento ma riesce comunque a giocare su discreti livelli.
Il suo primo decennio di carriera calcistica è nei bassissimi fondi dei campionati francesi, così bassi che anche i siti di statistiche e numeri fanno fatica a raccontarci quante presenze o gol abbia mai fatto in quel periodo. Poi a 30 anni, l’attaccante africano, transita per diverse squadre finlandesi, in Germania e poi al compimento del 31esimo anno prova l’avventura oltre manica.
In Inghilterra, Ali Dia, si accasa al Blyth Spartans, squadra dilettantistica di una cittadina sul mare all’estremo nord inglese.
Qua rimane tre mesi giocando solo una partita.
Insomma il valore di questo senegalese sembra effettivamente molto basso.
LA TRUFFA
Ormai superati i 30 anni che Ali decide di fare le cose in grande, allora.
Di tentare il colpo gobbo, il tutto per tutto.
Di mettere in piedi una follia, una di quelle cose che si provano una volta soltanto nella vita, e di solito non finiscono granchè bene.
Decide di provare l’inverosimile.
Con un paio di amici dell’università, che hanno i contatti giusti, si procura i numeri di qualche allenatore della Premier League, o perlomeno di quelli più a portata di mano.
È il novembre 1996, siamo nel pieno del mercato di riparazione inglese.
Ali Dia ha 31 anni ed ha anche un amico fidato pronto a fare di tutto per aiutarlo.
Anche a fingersi il Pallone d’oro George Weah e provare a fare da garante del valore di Dia.
Questo amico, quindi, alza il telefono e si spaccia per l’ex centravanti rossonero e chiama Harry Redknapp proponendogli il suo forte cugino, un attaccante tutto velocità e potenza.
L’allenatore del West Ham capisce, però, subito che si tratta di una truffa o quantomeno che sotto c'è qualcosa di strano quindi declina l’offerta.
Il “finto” Weah, però, non si dà per vinto alza nuovamente il telefono per chiamare Graeme Souness, manager del Southampton(ed ex grande centrocampista del Liverpool, appena scappato dalla Turchia per via delle minacce di morte da parte dei tifosi del Fenerbahce per via della famosa provocazione nel derby contro il Galatasaray con la bandiera giallorossa piantata in mezzo al campo nel 1996).
«Sono George Weah [l’attaccante liberiano in quel momento in forza al Milan], vorrei raccomandarle un mio cugino che giocava con me al Paris Saint-Germain, si chiama Ali Dia.
Ha 30 anni e 13 presenze nella nazionale senegalese».
“Weah” come detto era in realtà uno studente universitario amico di Dia bravo a parlare inglese e a non ridere mentre si spacciava per l’attaccante del Milan, ma come ammise poi Souness la telefonata fece effetto. Dia fu convocato e messo sotto contratto, infatti il manager scozzese non domandandosi come mai uno delle Liberia possa avere un parente in Senegal, decide di ingaggiare il calciatore.
Souness gli fa firmare un contratto mensile.
Il manager scozzese voleva metterlo alla prova in una partita della squadra riserve contro l’Arsenal che fu però annullata per il maltempo, così decise di portarlo direttamente in panchina per la gara contro il Leeds, suscitando perplessità in alcuni altri giocatori che non erano certo rimasti ben impressionati nell’unico allenamento cui aveva preso parte(venne definito come un "corpo estraneo").
L'ESORDIO CONTRO IL LEEDS
E' il 23 novembre 1996 e il Southampton incontra il Leeds United in campionato.
Graeme Souness, un po’ a sorpresa, porta anche Ali Dia in panchina.
Già l’essere finito tra le riserve di un incontro di Premier League potrebbe bastare per definire questa come una delle più grandi truffe del calcio, ma c’è di più.
Matthew Le Tissier, non un giocatore qualsiasi ma la più grande bandiera dei Saints ad aver mai indossato quella maglia, si infortuna.
È il 32esimo del primo tempo e Souness decide di buttare dentro Ali Dia: “Vai cugino di Weah, fammi vedere quanto vali!”
Il senegalese ha il numero 33 sulle spalle e i movimenti come dirà Le Tissier poi “ricordano il cerbiatto Bambi spaventato che corre sul ghiaccio. Già in allenamento si era capito che non sapeva giocare. Vederlo tra i convocati è stato un autentico choc. Non so nemmeno se sapesse l'inglese, nessuno gli ha mai rivolto la parola”.
Ali Dia fa vedere a tutti che è tutto tranne che un individuo che possa calcare i campi della Premier League in abiti da calciatore.
Sbaglia ogni stop, passaggi, fa fatica a correre, non ha la benchè minima idea di dove debba posizionarsi sul campo.
Ogni minuto che passa fa aumentare l’imbarazzo della situazione.
La partita il Southampton la perde 2 a 0.
La dignità, Ali Dia, la perderà, invece, per sempre.
In campo, tra l’altro, rimane solo 53 minuti dato che Graeme Souness, rendendosi conto della fregatura che gli avevano rifilato, lo toglie facendo entrare Ken Monkou.
“Così va il mondo, mi sento raggirato” dichiarerà l’allenatore scozzese.
Dopo quell’incontro il contratto di Ali Dia viene rescisso.
I tifosi del Southampton, però, per non scordarsi mai questa meravigliosa storia, gli dedicano un coro: Ali Dia is a liar, is a liar!
Il calciatore, invece, dopo questa incredibile truffa, finisce a giocare in Non League con il Gateshead dove segnerà all'esordio(prima di essere rilasciato qualche giornata dopo. Del resto, altro che PSG, prima di infilarsi al Southampton aveva avuto provini senza successo con Port Vale, Gillingham e Bournemouth).
Da lì a poco smetterà proprio con il calcio ma nel cuore potrà portare, per sempre, quei 53 minuti da infiltrato in Premier League.
Oggi Dia è noto come il peggior calciatore che abbia calcato i campi della Premier League negli ultimi anni, spesso inserito nelle liste dei peggiori trasferimenti.
È al primo posto nella classifica dei 50 peggiori calciatori stilata dal Times, è inserito nella lista di 10 peggiori calciatori stilata dal Sun e risulta in quarta posizione nella lista dei 50 peggiori attaccanti secondo il Daily Mail.
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domenica 1 novembre 2015
La Storia Di Aaron Hernandez e I Tre Omicidi
Aaron Hernandez nasce il 6 Novembre 1989, figlio di emigranti, Dennis, portoricano e Terry Sanvalentino, origini italiane.
Visse a Bristol, nel Connecticut e, come tanti atleti della NFL, è cresciuto alla dura scuola della strada.
Scontri tra gang, scazzottate e lame ben in evidenza, per farsi rispettare.
Proprio come papà Dennis, che si faceva chiamare The King, il re, e non certo per il suo fare aristocratico.
Era bravo negli sport papà Dennis ma eccelleva soprattutto negli scontri.
Ebbe guai giudiziari, inevitabilmente.
Ma poi Dennis cambiò quando divenne padre: mise la testa a posto.
E ad Aaron cercò di insegnare da subito che bisognava impegnarsi a fondo nella vita per eccellere e uscire fuori dalle sabbie mobili della precarietà, indicandogli proprio la strada dello sport.
Hernandez lo ascoltava e seguiva.
Il resto venne da sé: un talento fisico naturale e i primi successi.
Ma quando ha appena compiuto 16 anni quel punto di riferimento viene a mancare.
Un banale intervento chirurgico, forse un errore del medico, complicazioni serie e Dennis muore.
E' forse qui che Aaron si è definitivamente perso, lasciando spazio a un mostro che cresceva, in silenzio, abilmente nascosto, pronto a saltar fuori quando, invece, tutto sembrava andare per il meglio.
LA CARRIERA IN NFL
Rivelatosi subito un formidabile ricevitore in high school e nel college poi con i Florida Gators, Aaron viene scelto al quarto giro del draft del 2010 dai New England Patriots.
La fama che si porta dietro non è delle migliori: si dice che irrequieto, ha dribblato qualche test sull’uso di narcotici, marijuana in primis, ma nulla comunque che lasci immaginare che razza di mostro si nasconda in lui.
1.85 m per 11 kg di muscoli, forza, agilità, rapidità e ottime mani, Aaron fa bene da subito nel team della super stella Tom Brady.
Primo anno positivo con 45 ricezioni per 563 yard e sei touchdown in 14 partite giocate.
L’anno seguente con New England arriva fino al Super Bowl, sconfitto dai New York Giants.
Hernandez viene convocato per il Pro Bowl.
Il 2012 è segnato da un brutto infortunio a una caviglia.
Resta fuori a lungo e i Patriots si accorgono di quanto sia importante quando non c’è.
Rientra ed è un’altra musica, ma New England questa volta arresta la sua corsa davanti ai rivali di sempre, gli ispiratissimi Baltimore Ravens dell’ultimo Ray Lewis e della rivelazione Joe Flacco.
Hernandez ormai è un campione.
Così i Patriots gli fanno firmare un mega contratto.
E’ il 27 agosto.
I VARI OMICIDI
Quando firmò il ricco contratto, Aaron era già un’anima persa e disperata.
Inquinata dalla violenza e dalla furia omicida. Squarciata dall’odio.
Esattamente due mesi prima, secondo la ricostruzione giudiziaria del procuratore distrettuale, l’altro Hernandez, il mostro che lo abita, ha compiuto un duplice omicidio.
Aaron puntò la sua pistola contro Daniel De Abreu e Safiro Furtado. E li uccise.
Nella città che lo ammirava per l'atletismo e il talento: Boston.
Un anno dopo, infatti, avrebbe ucciso ancora.
Così racconta in una nuova e raggelante ricostruzione il procuratore distrettuale Daniel Conley.
Un giovane giocatore dilettante di football, Odino Lloyd, viene crivellato di colpi.
Qualche settimana dopo la polizia perquisisce la casa del campione.
Per lui è l’inizio della fine.
La cattura, il carcere, lui in manette che nega di aver ucciso Lloyd, il giudice che non gli crede.
Poi le prove, i video, le testimonianze che lo stringono all’angolo.
La NFL che lo molla, come i suoi Patriots, sconcertati e inorriditi di avere condiviso campo e spogliatoi con un mostro travestito da campione.
Lo scorso 25 Febbraio 2014, in carcere, Hernandez si rese protagonista dell’aggressione aggravata nei confronti di un altro detenuto che ha riportato gravi danni fisici.
Dopo esser stato rinchiuso in cella per molti mesi per il delitto del giovane Odino Lloyd, compiuto a pochi passi dalla sua lussuosa casa, venne incriminato anche per quei colpi di pistola che hanno spezzato altre due vite.
De Abreu e Furtado erano fermi davanti a un semaforo rosso quando dice l'accusa sopraggiunse Hernandez, sulla sua grossa auto, un Suv.
Non ci fu scampo per i due.
La calibro 38 del giocatore li centrò in pieno.
Un assassinio premeditato, se è vero che Aaron li aveva seguiti dopo che le vittime avevano lasciato un night club.
La difesa ha cercato di instillare nei giurati il dubbio (ci vuole unanimità di giudizio di tutti e 12 i giudici) che Hernandez fosse stato solo testimone degli avvenimenti e che i veri colpevoli fossero i suoi due amici.
Anche se per la legge del Massachusetts non è necessario provare chi preme il grilletto in circostanze simili. La giuria non ha creduto a questa versione e lo ha condannato con il massimo della pena.
L’arma del delitto è stata recuperata dalle forze dell’ordine presso l’abitazione di un uomo che ha legami con Hernandez ed il Suv collegato alla scena del delitto è stato rinvenuto nell’abitazione di alcuni parenti del giocatore.
Gli uomini assassinati non sembrano avere alcun legame con gang o organizzazioni criminali del luogo e questo rende l’omicidio ancora più crudele.
Per usare le parole di Conley:
“Questo caso riguarda due vittime pedinate, assalite e uccise senza alcun senso”
Gli inquirenti si sono messi a questo punto a scavare nel passato ed è emerso un ulteriore episodio risalente al 2007 quando Hernandez era una star della squadra dell’università della Florida.
L’allora studente era stato interrogato per una sparatoria con due feriti.
Ai tempi era già noto come una testa calda per essere stato fermato dalla polizia dopo una rissa in un locale in cui si era rifiutato di pagare il conto.
Il 15 aprile 2015 viene condannato all'ergastolo per omicidio di primo grado dalla Bristol County Superior Court in Massachussets.
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Visse a Bristol, nel Connecticut e, come tanti atleti della NFL, è cresciuto alla dura scuola della strada.
Scontri tra gang, scazzottate e lame ben in evidenza, per farsi rispettare.
Proprio come papà Dennis, che si faceva chiamare The King, il re, e non certo per il suo fare aristocratico.
Era bravo negli sport papà Dennis ma eccelleva soprattutto negli scontri.
Ebbe guai giudiziari, inevitabilmente.
Ma poi Dennis cambiò quando divenne padre: mise la testa a posto.
E ad Aaron cercò di insegnare da subito che bisognava impegnarsi a fondo nella vita per eccellere e uscire fuori dalle sabbie mobili della precarietà, indicandogli proprio la strada dello sport.
Hernandez lo ascoltava e seguiva.
Il resto venne da sé: un talento fisico naturale e i primi successi.
Ma quando ha appena compiuto 16 anni quel punto di riferimento viene a mancare.
Un banale intervento chirurgico, forse un errore del medico, complicazioni serie e Dennis muore.
E' forse qui che Aaron si è definitivamente perso, lasciando spazio a un mostro che cresceva, in silenzio, abilmente nascosto, pronto a saltar fuori quando, invece, tutto sembrava andare per il meglio.
LA CARRIERA IN NFL
Rivelatosi subito un formidabile ricevitore in high school e nel college poi con i Florida Gators, Aaron viene scelto al quarto giro del draft del 2010 dai New England Patriots.
La fama che si porta dietro non è delle migliori: si dice che irrequieto, ha dribblato qualche test sull’uso di narcotici, marijuana in primis, ma nulla comunque che lasci immaginare che razza di mostro si nasconda in lui.
1.85 m per 11 kg di muscoli, forza, agilità, rapidità e ottime mani, Aaron fa bene da subito nel team della super stella Tom Brady.
Primo anno positivo con 45 ricezioni per 563 yard e sei touchdown in 14 partite giocate.
L’anno seguente con New England arriva fino al Super Bowl, sconfitto dai New York Giants.
Hernandez viene convocato per il Pro Bowl.
Il 2012 è segnato da un brutto infortunio a una caviglia.
Resta fuori a lungo e i Patriots si accorgono di quanto sia importante quando non c’è.
Rientra ed è un’altra musica, ma New England questa volta arresta la sua corsa davanti ai rivali di sempre, gli ispiratissimi Baltimore Ravens dell’ultimo Ray Lewis e della rivelazione Joe Flacco.
Hernandez ormai è un campione.
Così i Patriots gli fanno firmare un mega contratto.
E’ il 27 agosto.
I VARI OMICIDI
Quando firmò il ricco contratto, Aaron era già un’anima persa e disperata.
Inquinata dalla violenza e dalla furia omicida. Squarciata dall’odio.
Esattamente due mesi prima, secondo la ricostruzione giudiziaria del procuratore distrettuale, l’altro Hernandez, il mostro che lo abita, ha compiuto un duplice omicidio.
Aaron puntò la sua pistola contro Daniel De Abreu e Safiro Furtado. E li uccise.
Nella città che lo ammirava per l'atletismo e il talento: Boston.
Un anno dopo, infatti, avrebbe ucciso ancora.
Così racconta in una nuova e raggelante ricostruzione il procuratore distrettuale Daniel Conley.
Un giovane giocatore dilettante di football, Odino Lloyd, viene crivellato di colpi.
Qualche settimana dopo la polizia perquisisce la casa del campione.
Per lui è l’inizio della fine.
La cattura, il carcere, lui in manette che nega di aver ucciso Lloyd, il giudice che non gli crede.
Poi le prove, i video, le testimonianze che lo stringono all’angolo.
La NFL che lo molla, come i suoi Patriots, sconcertati e inorriditi di avere condiviso campo e spogliatoi con un mostro travestito da campione.
Lo scorso 25 Febbraio 2014, in carcere, Hernandez si rese protagonista dell’aggressione aggravata nei confronti di un altro detenuto che ha riportato gravi danni fisici.
Dopo esser stato rinchiuso in cella per molti mesi per il delitto del giovane Odino Lloyd, compiuto a pochi passi dalla sua lussuosa casa, venne incriminato anche per quei colpi di pistola che hanno spezzato altre due vite.
De Abreu e Furtado erano fermi davanti a un semaforo rosso quando dice l'accusa sopraggiunse Hernandez, sulla sua grossa auto, un Suv.
Non ci fu scampo per i due.
La calibro 38 del giocatore li centrò in pieno.
Un assassinio premeditato, se è vero che Aaron li aveva seguiti dopo che le vittime avevano lasciato un night club.
La difesa ha cercato di instillare nei giurati il dubbio (ci vuole unanimità di giudizio di tutti e 12 i giudici) che Hernandez fosse stato solo testimone degli avvenimenti e che i veri colpevoli fossero i suoi due amici.
Anche se per la legge del Massachusetts non è necessario provare chi preme il grilletto in circostanze simili. La giuria non ha creduto a questa versione e lo ha condannato con il massimo della pena.
L’arma del delitto è stata recuperata dalle forze dell’ordine presso l’abitazione di un uomo che ha legami con Hernandez ed il Suv collegato alla scena del delitto è stato rinvenuto nell’abitazione di alcuni parenti del giocatore.
Gli uomini assassinati non sembrano avere alcun legame con gang o organizzazioni criminali del luogo e questo rende l’omicidio ancora più crudele.
Per usare le parole di Conley:
“Questo caso riguarda due vittime pedinate, assalite e uccise senza alcun senso”
Gli inquirenti si sono messi a questo punto a scavare nel passato ed è emerso un ulteriore episodio risalente al 2007 quando Hernandez era una star della squadra dell’università della Florida.
L’allora studente era stato interrogato per una sparatoria con due feriti.
Ai tempi era già noto come una testa calda per essere stato fermato dalla polizia dopo una rissa in un locale in cui si era rifiutato di pagare il conto.
Il 15 aprile 2015 viene condannato all'ergastolo per omicidio di primo grado dalla Bristol County Superior Court in Massachussets.
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La Storia Di Billy Ray Bates: Droga, Alcool e Rapina Alla Stazione Di Servizio
Billy Ray Bates nacque il 31 Maggio 1956, a Kosciusko nel Mississippi.
Ottavo di nove figli, crebbe raccogliendo cotone, elemento tipico del Sud degli Stati Uniti, e altri prodotti della sua terra.
A sette anni subì la perdita del padre, a causa di perenni problemi con l'alcool.
Bates, nonostante questa questione, si avvicinò sin da piccolo agli alcolici ed ovviamente anche all'altra sua passione: il Basket.
Alla Kentucky State University Billy chiuse le sue ultime due annate con oltre 20 punti di media.
Scelto al terzo giro del Draft 1978 dagli Houston Rockets, nonostante un grande potenziale le porte della NBA gli vennero sbarrate per motivi di contratti.
Fu quindi costretto a ripiegare nella Continental Basketball Association, con la maglia dei Maine Lumberjacks.
Billy vinse il titolo di Rookie dell’anno e la gara delle schiacciate nel relativo All-Star Game, venne infatti soprannominato“Dunk” (ovvero schiacciata), un notevole biglietto da visita che non poteva lasciare indifferenti.
Fu così che i Portland Trail Blazers, nel Febbraio del 1980, lo misero sotto contratto.
Dopo il titolo nel 1977 e perso il faro Bill Walton, la scossa all’ambiente la diede proprio l’ultimo arrivato, Bates.
L’impatto immediato si ebbe sui malcapitati San Diego Clippers, sommersi da 40 punti in 30 minuti.
Nei Playoffs, nonostante la sconfitta al primo round contro Seattle, Billy fu il migliore dei suoi, con 25 punti di media.
Era diventato l’idolo dell’Oregon, per le sue giocate spettacolari ed i canestri come se piovesse.
PROBLEMI DI ALCOOL E DROGA: CACCIATO DA PORTLAND E DALLA NBA
Tuttavia la storia a Portland non dura molto.
Dopo un’altra stagione in doppia cifra, Bates venne scaricato da Portland.
I problemi erano troppo evidenti: alcol e droga, tanto da dover andare in uno specifico centro di recupero.
Il ragazzo che non sapeva cosa fossero i soldi, a testimonianza delle sue origini molto umili, si trovava di nuovo con un pugno di mosche in mano.
Tentò un rientro nell’annata 1982-83 prima con i Washington Bullets e poi con i Los Angeles Lakers campioni in carica, ma durò una ventina di partite.
A 26 anni era fuori dalla Lega ma non si abbatte e finisce nel campionato filippino.
Bates nella PBA divenne uno degli idoli del paese.
Come ebbe a dichiarare lui stesso qualche anno dopo:
"Quelle persone mi amavano. Lì, ero come Michael Jordan. Avrei potuto avere qualsiasi cosa quando avessi voluto. Dovevo solo schioccare le dita. Avevo la mia villa, la mia macchina ed una guardia del corpo armata di Uzi. Dovevo respingere le donne".
Poi andò in Svizzera, di nuovo negli States nella WBL, in Messico e Uruguay.
Dopo aver fatto vedere grandi cose ai quattro angoli del globo, si presentò il “piccolo problema” della vita post-pallacanestro.
L’onore più grande è arrivato, manco a dirlo, dalle Filippine, dove è stato introdotto nella locale Hall Of Fame.
Nell’isola ha provato anche la carriera di allenatore, con scarsi risultati ed un licenziamento precoce.
LA RAPINA ALLA STAZIONE DI SERVIZIO E L'ACCOLTELLAMENTO
Il 17 Gennaio 1998 Bates ha la brillante idea di rapinare una stazione di rifornimento(benzina) del New Jersey.
Rapina, purtroppo per lui, anche di pochi dollari.
Armato di coltello, ferisce all'orecchio anche il gestore della stazione di servizio.
Dopo varie ricerche, viene arrestato dalla polizia e finisce dritto in carcere.
Secondo la versione di Bates entrò in un negozio di liquori e comprò una bottiglia di vodka ed un biglietto della lotteria.
Poi s'imbattè in un gruppo di ragazzi più giovani, che gli dissero che sapevano dove comprare cocaina ma nessuno aveva i soldi.
A Bates suggerì l'idea di rapinare una stazione di servizio Texaco che frequentava di solito.
Attaccò il gestore Phillip Kittel, con un coltello (anche se Bates negò di aver usato l'arma ma a Kittel furono dati 3 punti di sutura).
L'aggressione venne registrata anche dalla videocamere, Bates perse pure il coltello per strada.
Venne in seguito trovato svenuto a pochi isolati da lì con 7 dollari in tasca.
Nel penitenziario si mantiene in forma, giocando sempre a pallacanestro con gli altri detenuti.
In un’intervista nel 2004 diede addirittura appuntamento ai tifosi dei Blazers per un ritorno nella NBA.
A quasi 50 anni.
Dopo la scarcerazione nel 2005, Bates è stato di nuovo pizzicato sotto effetto di stupefacenti, finendo nuovamente in prigione per alcuni mesi qualche anno più tardi.
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Ottavo di nove figli, crebbe raccogliendo cotone, elemento tipico del Sud degli Stati Uniti, e altri prodotti della sua terra.
A sette anni subì la perdita del padre, a causa di perenni problemi con l'alcool.
Bates, nonostante questa questione, si avvicinò sin da piccolo agli alcolici ed ovviamente anche all'altra sua passione: il Basket.
Alla Kentucky State University Billy chiuse le sue ultime due annate con oltre 20 punti di media.
Scelto al terzo giro del Draft 1978 dagli Houston Rockets, nonostante un grande potenziale le porte della NBA gli vennero sbarrate per motivi di contratti.
Fu quindi costretto a ripiegare nella Continental Basketball Association, con la maglia dei Maine Lumberjacks.
Billy vinse il titolo di Rookie dell’anno e la gara delle schiacciate nel relativo All-Star Game, venne infatti soprannominato“Dunk” (ovvero schiacciata), un notevole biglietto da visita che non poteva lasciare indifferenti.
Fu così che i Portland Trail Blazers, nel Febbraio del 1980, lo misero sotto contratto.
Dopo il titolo nel 1977 e perso il faro Bill Walton, la scossa all’ambiente la diede proprio l’ultimo arrivato, Bates.
L’impatto immediato si ebbe sui malcapitati San Diego Clippers, sommersi da 40 punti in 30 minuti.
Nei Playoffs, nonostante la sconfitta al primo round contro Seattle, Billy fu il migliore dei suoi, con 25 punti di media.
Era diventato l’idolo dell’Oregon, per le sue giocate spettacolari ed i canestri come se piovesse.
PROBLEMI DI ALCOOL E DROGA: CACCIATO DA PORTLAND E DALLA NBA
Tuttavia la storia a Portland non dura molto.
Dopo un’altra stagione in doppia cifra, Bates venne scaricato da Portland.
I problemi erano troppo evidenti: alcol e droga, tanto da dover andare in uno specifico centro di recupero.
Il ragazzo che non sapeva cosa fossero i soldi, a testimonianza delle sue origini molto umili, si trovava di nuovo con un pugno di mosche in mano.
Tentò un rientro nell’annata 1982-83 prima con i Washington Bullets e poi con i Los Angeles Lakers campioni in carica, ma durò una ventina di partite.
A 26 anni era fuori dalla Lega ma non si abbatte e finisce nel campionato filippino.
Bates nella PBA divenne uno degli idoli del paese.
Come ebbe a dichiarare lui stesso qualche anno dopo:
"Quelle persone mi amavano. Lì, ero come Michael Jordan. Avrei potuto avere qualsiasi cosa quando avessi voluto. Dovevo solo schioccare le dita. Avevo la mia villa, la mia macchina ed una guardia del corpo armata di Uzi. Dovevo respingere le donne".
Poi andò in Svizzera, di nuovo negli States nella WBL, in Messico e Uruguay.
Dopo aver fatto vedere grandi cose ai quattro angoli del globo, si presentò il “piccolo problema” della vita post-pallacanestro.
L’onore più grande è arrivato, manco a dirlo, dalle Filippine, dove è stato introdotto nella locale Hall Of Fame.
Nell’isola ha provato anche la carriera di allenatore, con scarsi risultati ed un licenziamento precoce.
LA RAPINA ALLA STAZIONE DI SERVIZIO E L'ACCOLTELLAMENTO
Il 17 Gennaio 1998 Bates ha la brillante idea di rapinare una stazione di rifornimento(benzina) del New Jersey.
Rapina, purtroppo per lui, anche di pochi dollari.
Armato di coltello, ferisce all'orecchio anche il gestore della stazione di servizio.
Dopo varie ricerche, viene arrestato dalla polizia e finisce dritto in carcere.
Secondo la versione di Bates entrò in un negozio di liquori e comprò una bottiglia di vodka ed un biglietto della lotteria.
Poi s'imbattè in un gruppo di ragazzi più giovani, che gli dissero che sapevano dove comprare cocaina ma nessuno aveva i soldi.
A Bates suggerì l'idea di rapinare una stazione di servizio Texaco che frequentava di solito.
Attaccò il gestore Phillip Kittel, con un coltello (anche se Bates negò di aver usato l'arma ma a Kittel furono dati 3 punti di sutura).
L'aggressione venne registrata anche dalla videocamere, Bates perse pure il coltello per strada.
Venne in seguito trovato svenuto a pochi isolati da lì con 7 dollari in tasca.
Nel penitenziario si mantiene in forma, giocando sempre a pallacanestro con gli altri detenuti.
In un’intervista nel 2004 diede addirittura appuntamento ai tifosi dei Blazers per un ritorno nella NBA.
A quasi 50 anni.
Dopo la scarcerazione nel 2005, Bates è stato di nuovo pizzicato sotto effetto di stupefacenti, finendo nuovamente in prigione per alcuni mesi qualche anno più tardi.
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Tutti I Record Di Velocità D'Auto Su Terra: Da Bluebird a Bloodhound Project
Durante l’era dell’automobilismo il raggiungere velocità sempre maggiori rappresentava l’apice di qualunque sfida e la massima dimostrazione del progresso tecnico raggiunto.
A partire dal 1927 si ricordano in particolare diversi record dei Campbell (padre e figlio), che dominarono la scena con le loro auto tutte denominate Bluebird.
L’ultima impresa dei Campbell fu quella di Donald che nel 1964 sul suo Bluebird Proteus a turbina conquistò il record di 648.72 km/h sulla pista del Lago Eyre in Australia.
Donald scomparve nel 1967 nel tentativo di battere il record sull'acqua.
Questo fu l’ultimo record di un veicolo con trazione sulle ruote, si stava aprendo infatti l’era della propulsione a reazione, la palla passa così all’americano Breedlove, che con i suoi Spirit Of America a partire dal 1964 batte più volte il record fino ad infrangere nel 1965 la barriera delle 600 miglia orarie (966.60 Km/h) con Spirit Of America 2.
Viene battuto il precedente record di Green Monster che fu più volte detentore del record di velocità sino a conseguire nel 1965 la media di 927.84 Km/h.
Nel 1970 è il turno di Gary Gabelich, che col suo Blue Flame: veicolo a razzo alimentato da gas naturale misto a Perossido di Idrogeno ottiene la velocità di 1014.49 Km/h, il muro dei 1000 Km/h era crollato.
Nel 1976 il designer Bill Fredrick completò la sua vettura a razzo SMI Motivator, avendo come esempio base il Blue Flame.
Questo fu il primo mezzo ad utilizzare ruote in alluminio non gommate, fu affidato agli stuntman/woman Hal Needham e Kitty O’Neil, che divenne così la prima donna detentrice del record assoluto di velocità con 824.95 Km/h sulla pista di Alvord Desert in Oregon.
Questa velocità fu poi agevolmente superata da Needham che in un altro tentativo sfiorò i 970 Km/h.
Per vari motivi legati ad un grave incidente durante un test ed alle mancate sponsorizzazioni, il progetto fu abbandonato e Fredrick diede vita al più controverso dei mezzi costruiti per infrangere i record: il Budweiser Rocket, copia del suo predecessore.
Quindi nel 1979 Stan Barret sul Budweiser Rocket raggiunge i 1190.11Km, ma il record non è omologato per mancanza di ufficiali di gara.
Nel 1983 l’Inglese Richard Noble a bordo del Trust II spinto da un motore a reazione Rolls Royce raggiunge i 1019.25, ma la storia di Noble non finisce qui, nel 1997 è pronto il Trust SCC(Super Sonic Car) spinto da due reattori Rolls Royce, realizzato sempre da Noble ma a pilotarlo sarà il pilota della RAF Andy Green, che nel deserto del Nevada ferma i cronometri sull'incredibile velocità di 1227.72 Km/h.
La SSC era davvero una via di mezzo tra un automobile e un aereo da caccia.
Sospinta come detto da due motori Rolls Royce Spey 201 con post-bruciatori, componenti aggiuntivi tipici appunto dei Top Gun militari, come l’F-4 Phantom, aereo che ha preceduto gli attuali F-15.
I due motori sviluppavano una potenza di 110.000 cavalli, permettendo all'auto che li montava di superare per la prima volta la velocità del suono (1.193.4 km/h).
Turbinator di Don Vesco il 18 ottobre 2001 battè tutti i primati precedenti delle auto a turbina facendo segnare la media di 737.32 Km/h e diventando l’attuale detentore del FIA International Record On The Mile And The Kilo For Turbine Automobiles "Wheel-Driven LSR".
Il 22 Agosto 2006 JCB Dieselmax bolide alimentato con carburante diesel alla guida di Andy Green (dal 1997 pilota detentore del record assoluto di velocità con Thrust SCC) ha stabilito il nuovo record mondiale per veicoli a gasolio alla media di 526.02 Km/h, con una punta di oltre 563 Km/h di velocità massima.
Nel 2009, in California, Green Bird (auto ad energia eolica) raggiunge i 203 km/h.
Sempre nello stesso anno British Steam Car LSR, auto a vapore, nel deserto del Nevada raggiunge i 238.63 km/h
Negli ultimi anni il progetto sempre più ambizioso vede a capo ancora Noble ed Andy Green come pilota, Bloodhound Project.
Si tratta di un’auto supersonica lunga 12.8 metri, dal peso di 4 tonnellate, il propulsore è lo stesso che equipaggia il caccia Eurofighter, più un altro ausiliario a razzo, previsto anche un motore a pistoni.
L'obbiettivo del team del Bloodhound Project è quello di battere il precedente record di ben il 33%, il più ampio margine mai tentato prima, con una macchina a forma di matita alimentata da un motore a reazione Rolls-Royce EJ200, un razzo progettato per spingere la macchina fino ai 1609 km/h, il tutto coadiuvato dal motore Jaguar V8 Cosworth CA2010 (che spingerà il carburante all'interno del razzo) utilizzato in Formula 1.La macchina supersonica avrà all'incirca la potenza di 180 vetture di Formula 1, pari a 135 mila cavalli! Accelerazione da 0 a 1609 km/h in 55 secondi (ossia un chilometro e seicento metri percorsi in poco più di 3 secondi) e successiva decelerazione (con l'ausilio di paracadute e freni ad aria e ad attrito) in 65 secondi.
Dal 24 settembre scorso il modello completo della Bloodhound SSC è in mostra al Canary Wharf di Londra e circa 8000 visitatori hanno potuto vedere dal vivo le forme di questa macchina supersonica, la cabina del pilota ultra tecnologica e i suoi motori, oltre che venire a conoscenza di informazioni e dettagli più specifici sull'intero progetto.
L'automobile è il risultato di anni di ricerche e collaborazione tra il governo britannico e più di 200 compagnie a livello internazionale, ma il suo sviluppo, oltre che puntare al superamento di un record di velocità, servirà anche ad "ispirare le future generazioni a intraprendere una carriera nel campo della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, mettendo in mostra questi soggetti nel modo più emozionante possibile".
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A partire dal 1927 si ricordano in particolare diversi record dei Campbell (padre e figlio), che dominarono la scena con le loro auto tutte denominate Bluebird.
L’ultima impresa dei Campbell fu quella di Donald che nel 1964 sul suo Bluebird Proteus a turbina conquistò il record di 648.72 km/h sulla pista del Lago Eyre in Australia.
Donald scomparve nel 1967 nel tentativo di battere il record sull'acqua.
Questo fu l’ultimo record di un veicolo con trazione sulle ruote, si stava aprendo infatti l’era della propulsione a reazione, la palla passa così all’americano Breedlove, che con i suoi Spirit Of America a partire dal 1964 batte più volte il record fino ad infrangere nel 1965 la barriera delle 600 miglia orarie (966.60 Km/h) con Spirit Of America 2.
Viene battuto il precedente record di Green Monster che fu più volte detentore del record di velocità sino a conseguire nel 1965 la media di 927.84 Km/h.
Nel 1970 è il turno di Gary Gabelich, che col suo Blue Flame: veicolo a razzo alimentato da gas naturale misto a Perossido di Idrogeno ottiene la velocità di 1014.49 Km/h, il muro dei 1000 Km/h era crollato.
Nel 1976 il designer Bill Fredrick completò la sua vettura a razzo SMI Motivator, avendo come esempio base il Blue Flame.
Questo fu il primo mezzo ad utilizzare ruote in alluminio non gommate, fu affidato agli stuntman/woman Hal Needham e Kitty O’Neil, che divenne così la prima donna detentrice del record assoluto di velocità con 824.95 Km/h sulla pista di Alvord Desert in Oregon.
Questa velocità fu poi agevolmente superata da Needham che in un altro tentativo sfiorò i 970 Km/h.
Per vari motivi legati ad un grave incidente durante un test ed alle mancate sponsorizzazioni, il progetto fu abbandonato e Fredrick diede vita al più controverso dei mezzi costruiti per infrangere i record: il Budweiser Rocket, copia del suo predecessore.
Quindi nel 1979 Stan Barret sul Budweiser Rocket raggiunge i 1190.11Km, ma il record non è omologato per mancanza di ufficiali di gara.
Nel 1983 l’Inglese Richard Noble a bordo del Trust II spinto da un motore a reazione Rolls Royce raggiunge i 1019.25, ma la storia di Noble non finisce qui, nel 1997 è pronto il Trust SCC(Super Sonic Car) spinto da due reattori Rolls Royce, realizzato sempre da Noble ma a pilotarlo sarà il pilota della RAF Andy Green, che nel deserto del Nevada ferma i cronometri sull'incredibile velocità di 1227.72 Km/h.
La SSC era davvero una via di mezzo tra un automobile e un aereo da caccia.
Sospinta come detto da due motori Rolls Royce Spey 201 con post-bruciatori, componenti aggiuntivi tipici appunto dei Top Gun militari, come l’F-4 Phantom, aereo che ha preceduto gli attuali F-15.
I due motori sviluppavano una potenza di 110.000 cavalli, permettendo all'auto che li montava di superare per la prima volta la velocità del suono (1.193.4 km/h).
Turbinator di Don Vesco il 18 ottobre 2001 battè tutti i primati precedenti delle auto a turbina facendo segnare la media di 737.32 Km/h e diventando l’attuale detentore del FIA International Record On The Mile And The Kilo For Turbine Automobiles "Wheel-Driven LSR".
Il 22 Agosto 2006 JCB Dieselmax bolide alimentato con carburante diesel alla guida di Andy Green (dal 1997 pilota detentore del record assoluto di velocità con Thrust SCC) ha stabilito il nuovo record mondiale per veicoli a gasolio alla media di 526.02 Km/h, con una punta di oltre 563 Km/h di velocità massima.
Nel 2009, in California, Green Bird (auto ad energia eolica) raggiunge i 203 km/h.
Sempre nello stesso anno British Steam Car LSR, auto a vapore, nel deserto del Nevada raggiunge i 238.63 km/h
Negli ultimi anni il progetto sempre più ambizioso vede a capo ancora Noble ed Andy Green come pilota, Bloodhound Project.
Si tratta di un’auto supersonica lunga 12.8 metri, dal peso di 4 tonnellate, il propulsore è lo stesso che equipaggia il caccia Eurofighter, più un altro ausiliario a razzo, previsto anche un motore a pistoni.
L'obbiettivo del team del Bloodhound Project è quello di battere il precedente record di ben il 33%, il più ampio margine mai tentato prima, con una macchina a forma di matita alimentata da un motore a reazione Rolls-Royce EJ200, un razzo progettato per spingere la macchina fino ai 1609 km/h, il tutto coadiuvato dal motore Jaguar V8 Cosworth CA2010 (che spingerà il carburante all'interno del razzo) utilizzato in Formula 1.La macchina supersonica avrà all'incirca la potenza di 180 vetture di Formula 1, pari a 135 mila cavalli! Accelerazione da 0 a 1609 km/h in 55 secondi (ossia un chilometro e seicento metri percorsi in poco più di 3 secondi) e successiva decelerazione (con l'ausilio di paracadute e freni ad aria e ad attrito) in 65 secondi.
Dal 24 settembre scorso il modello completo della Bloodhound SSC è in mostra al Canary Wharf di Londra e circa 8000 visitatori hanno potuto vedere dal vivo le forme di questa macchina supersonica, la cabina del pilota ultra tecnologica e i suoi motori, oltre che venire a conoscenza di informazioni e dettagli più specifici sull'intero progetto.
L'automobile è il risultato di anni di ricerche e collaborazione tra il governo britannico e più di 200 compagnie a livello internazionale, ma il suo sviluppo, oltre che puntare al superamento di un record di velocità, servirà anche ad "ispirare le future generazioni a intraprendere una carriera nel campo della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, mettendo in mostra questi soggetti nel modo più emozionante possibile".
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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