Bobby Layne fu un grande quarterback che giocò per i Chicago Bears, New York Bulldogs e soprattutto Detroit Lions dal 1950 al 1958.
In seguito venne ceduto e finì la sua carriera ai Pittsburgh Steelers dove si ritirò nel 1962.
Sicuramente non fu tra i primissimi di tutti i tempi ma comunque dopo 15 stagioni nella lega, si ritirò come il titolare dei record NFL per passaggi tentati (3.700), completati (1.814), yard passate (26.768) e touchdown passati (196).
Il pericoloso stile di vita di Layne, che continuò imperterrito, anche dopo la sua stellare carriera NFL, a frequentare postacci maleodoranti e pieni di “donnine” ed alcool, lo portarono ad una prematura morte a soli 60 anni, il 1° Dicembre 1986.
LA MALEDIZIONE DI BOBBY LAYNE E I DETROIT LIONS
Oltre che per i record succitati prima, Layne è noto per una famosa maledizione.
Maledizioni che sappiamo infestano gli sport americani(soprattutto NFL e MLB).
Layne portò Detroit al loro massimo splendore, vincendo 3 titoli NFL, andando al Pro Bowl 5 volte e fu in seguito eletto nella NFL All Team degli anni 50 entrando nel 1967 nella Hall Of Fame.
Bobby Layne e i Detroit Lions erano l'esatto opposto dei loro grandi avversari dell’epoca, i Cleveland Browns di Paul Brown e il fenomenale quarterback Otto Graham.
Tanto disciplinati erano i Browns (grazie al ferreo regime di Paul Brown), quanto indisciplinati, violenti e “scorretti” erano i Lions.
Un uomo di linea dei Lions una volta affermò che durante l’Huddle l’odore dell’alcool emanato dai suoi colleghi era tale da doversi tappare il naso.
I Lions e Browns diedero vita a scontri epici, dominando gli anni 50: Detroit vinse il titolo nel 1952, 1953 e 1957, mentre Cleveland vinse nel 1950, 1954 e 1955.
Successe però che nel 1958 Layne venne ceduto ai Pittsburgh Steelers, senza apparenti motivi.
Forse non credevano più in lui.
Layne non la prese benissimo e disse la seguente frase:” I Lions non vinceranno più nulla per 50 anni!”.
E considerando il fatto che ai tempi si parlava di una delle squadre più forti dell’NFL non era una profezia da poco o banale.
Ovviamente nessuno prese sul serio la frase, ma così fu.
Nei 50 anni successivi i Lions non riuscirono più a fregiarsi del titolo di Campioni NFL, accumularono il peggior record tra tutte le squadre, andarono ai playoff solo 10 volte, la cui unica vittoria risale al lontano 1991 contro i Cowboys e mandarono soltanto 1 quarterback al ProBowl.
Sono una delle sole due franchigie presenti nella NFL dal 1970 a non aver mai disputato un Super Bowl (l'altra sono i Cleveland Browns).
Nell'ultimo anno di questa "maledizione", il 2008, Detroit chiuse la stagione con un record di zero vittorie e 16 sconfitte, l'unica franchigia della storia a chiudere una stagione da 16 gare senza vittorie.
Nel draft dell'anno seguente(2009), i Detroit Lions scelgono con il primo pick assoluto Matthew Stafford, quarterback da Georgia.
Perché Stafford? Forse perché viene dalla stessa High School di Bobby Layne?
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Visualizzazioni totali
mercoledì 17 settembre 2014
La Maledizione Di Bobby Layne: Detroit Lions (NFL)
Etichette:
Football Americano,
Maledizione,
NFL,
Sport
martedì 9 settembre 2014
La Storia Di Tony Adams (Alcool)
Tony Adams, il roccioso difensore che per quasi un ventennio difese i colori dell’ Arsenal, che con la maglia dei Gunners soltanto in Premier League totalizzò 504 presenze e che fu a lungo capitano della nazionale inglese, con la quale scese in campo 66 volte.
Stopper ruvido e tostissimo di scuola anglosassone: 4 Premier League, 3 Coppe d’Inghilterra, 2 Coppe di Lega, 3 Charity Shield e una Coppa delle Coppe.
L’ idillio tra Tony (nato ad Havering il 10 ottobre 1966) e i Gunners ebbe inizio nel 1980, anno in cui entrò a far parte delle giovanili.
L’ esordio arrivò nell’ 83 contro il Sunderland e nelle stagioni successive vedendolo giganteggiare al centro della difesa ed apprezzandone carisma e personalità da leader, George Graham nel 1988 lo elesse capitano.
Cominciarono ad arrivare i successi, nell’ 87 l’Arsenal conquistò la coppa di lega, poi arrivarono due titoli vinti nell’ 89 e nel 91 ed Adams entrò in pianta stabile a far parte del giro della nazionale.
Insomma la carriera di Tony stava spiccando il volo, ma all’ improvviso, il lato oscuro della sua personalità prese il sopravvento.
“Tony non sorridi più quando giochi” Il padre di Adams durante il periodo buio
L'ALCOL E LA PRIGIONE
I primi guai con l’alcool risalgono a fine anni ’80: risse nei nightclub, incidenti automobilistici, brevi periodi di prigione.
Perde la nazionale e i mondiali di Italia ‘90.
Perde il sorriso semplice da ragazzone duro e si isola nella sua dipendenza.
Nel 91 fu arrestato per guida in stato di ebbrezza e trascorse 58 giorni in prigione, in quel periodo la moglie si stava disintossicando dalla droga e Tony cominciò a bere, sempre di più.
Nella sua biografia ammise: “bevevo per festeggiare i successi e per smaltire le delusioni, insomma bevevo sempre”, poi raccontò dell’ incidente a 180 all’ora la sera dell’arresto, della caduta dalle scale che gli costò 29 punti di sutura in testa, del sesso a pagamento e della pipì a letto.
Arrivò persino a scendere in campo ubriaco, durante la stagione 93/94.
Personalità contrastante quella di Adams: il calciatore era forte, deciso, guidava la difesa e rispondeva agli insulti dei tifosi avversari con determinazione e sicurezza nei propri mezzi, l’ uomo invece era estremamente fragile e insicuro, tanto da ammettere “in quel periodo mi sentivo un padre fallito (ha 3 figli), un marito abbandonato, pensavo di essere più forte di mia moglie, invece ero più tossico di lei” e tentava di supplire al disagio interiore attaccandosi alla bottiglia.
Riguardo gli allenamenti dopo le sbornie disse:
“Negli allenamenti che seguivano una sbronza, mi mettevo un doppio strato di indumenti, sudavo tutto quello che avevo bevuto e riuscivo ad andare avanti. Gli allenamenti mi davano la possibilità di fuggire da me stesso, bastava che ci si limitasse agli esercizi fisici e che Graham non tirasse fuori il pallone”.
Com'era arrivato, Adams, fino a quel punto di non-ritorno?
E' una storia lunga e difficile, che ha per fondale un' Inghilterra tra l' inizio dei Settanta e la seconda metà dei Novanta.
Da bambino, Adams aveva rivelato una precoce inclinazione panico/depressiva: al «calar della notte» cioè alle 4 del pomeriggio guardava fuori dalla finestra, sentendosi «solo e vuoto», colpito da «un' angoscia indefinita» che gli faceva «battere il cuore all' impazzata».
A scuola, più tardi, era stato uno studente «debole e a disagio»: in soggezione verso gli insegnanti, timido con le ragazze e sfottuto dai compagni.
Da adolescente cioè già da giocatore in ascesa era stato protagonista di tante bravate teppistiche (come la distruzione dei finestrini delle macchine parcheggiate), scoprendo appunto l' alcool come ansiolitico/anestetico delle sue difficoltà psicosociali.
E nel pieno della giovinezza, a 24 anni cioè ormai da nazionale affermato aveva addirittura fatto l' esperienza del carcere: 9 mesi (poi ridotti per buona condotta) da scontare a Chelmsford per aver guidato in stato di ubriachezza e aver invaso con la macchina una proprietà privata.
Qui ci si aspetterebbero pagine chiuse e disperate: invece, con le descrizioni impressionanti della cella (un buco con un secchio per pisciare) e dello spegnersi delle luci per la notte ci sono anche momenti di vitalismo felice (il caos dei 50 detenuti che si disputano il pallone) e contrappunti ironico-sarcastici («il barbiere era un fan degli Spurs, così sono uscito dal carcere coi capelli lunghi»).
Adams non incolpa nessuno di questo suo percorso problematico.
Anzi, se si esclude qualche insofferenza sacrosanta per il cinismo dei media e dei tifosi, esprime il suo debito verso chi lo ha aiutato a contrastare il proprio istinto autodistruttivo.
Verso i genitori «East Enders» della zona industriale di Stepney (una Pero londinese), il padre camionista e poi asfaltatore che ha interrotto la carriera calcistica per l' asportazione di un rene a 25 anni e che ha sempre incoraggiato il figlio. Verso l' ex moglie Jane, che anzi gli ha indicato la via del recupero risalendo lei stessa da una lunga tossicodipendenza.
Verso i suoi allenatori, che lo hanno sempre compreso (George Graham) o addirittura sorretto con un dialogo profondo e con un' assistenza medico-scientifica (Arsène Wenger).
Verso i compagni e i colleghi ancora più sfortunati.
Verso gli amici fedeli, come gli stessi Merson e Jacobs.
LA DISINTOSSICAZIONE E LA RINASCITA CALCISTICA
"Se il mondo ti ripaga nella lotta per il successo e ti fa re per un giorno, vai e guardati allo specchio, e chiedi all'uomo che vedi il suo parere. Erano le ore 17 di venerdì 16 agosto 1996: il mio ultimo goccio di alcol".
Il fegato di svelare che dopo la semifinale dell'Europeo '96 contro i tedeschi, persa ai rigori, è stata tutta una bevuta cominciando negli spogliatoi ("A forza di lattine di Carling Black Label") e proseguita sul pullman, in albergo, nella notte e il giorno dopo, nel deserto della mattina in ritiro, l'hotel vuoto e Tony con la sua pinta in mano.
"Bevevo per festeggiare i successi e per smaltire le delusioni, dunque bevevo sempre".
Una droga, un doping esistenziale per reggere il ruolo, per darsi forza: "Il mio valore come persona era in ciò che facevo, non in ciò che ero" e in questa frase c'è tutto il dramma del campione immerso nella falsità, nel circo di plastica che pretende prestazioni, record, trionfi e in qualche modo bisogna tenersi su, e mai mostrarsi deboli, deboli mai.
Tony racconta di quando rimbalzava da un pub all'altro e sapeva a memoria i turni dei tipografi, degli idraulici, dei muratori, di tutti quelli che riuscivano a fermarsi al secondo boccale e lui invece no.
La moglie Jane si stava disintossicando dalla droga e Tony si sentiva superiore, "invece ero più tossico di lei".
Tre figli quasi dimenticati, gli infortuni da superare col bisturi e la bottiglia, la vergogna, la fatica di nascondere questa vita sempre più barcollante.
"Ricordo le otto settimane nel carcere di Chelmsford per guida in stato di ubriachezza, con l'incidente, la rovinosa caduta dalle scale di un night che mi aveva lasciato una ferita di 29 punti in testa, un conto da 5.800 sterline in un night, la pipì a letto".
Tony racconta di quando prese una ragazza per una notte d'amore senza amore, le bottigliette del minibar a terra e solo un pensiero in testa, bere ancora, bere ancora.
Poi le lacrime, la solitudine, una canzone (Black Coffee in Bed degli Squeeze) ascoltata a letto come in un delirio e ancora piangere e sudare fino a perdere litri, e con quell'espulsione era come se uscisse fuori la vita di prima, "il passato che è come un paese straniero".
Da quel paese Tony Adams è scappato da uomo, non da super eroe, aiutato da un amico che si chiama Steve Jacobs e che già aveva guidato Paul Merson, compagno di Adams, fuori dall'incubo della droga e del bicchiere.
"Alla prima riunione degli Alcolisti Anonimi dissi "mi chiamo Tony e sono un bevitore", poi tutto è stato naturale".
Uscire non solo dall'alcol ma dall'ipocrisia:
"Non sono più il calciatore Tony Adams ma il signor Tony Adams che gioca a calcio, suona il piano, fa il padre e vive".
Ora non è più il tempo in cui Tone si imbottiva di sacchetti della spesa per sudare marcio e perdere i chili "da birra", eppure lui non si sente un salvato in eterno: "Nessun alcolista lo è mai, l'importante è non ricominciare perché per noi un bicchiere è troppo e cento non sono niente".
LA RINASCITA
Qui inizia la seconda vita di Tony Adams, il capitano è di nuovo sereno, e ritrova il piacere di giocare a calcio e riconquista anche il giro della nazionale, anche grazie all’appoggio di compagni e tifosi, che anche nei momenti più bui l’hanno sempre sostenuto.
Nel 98 con l’Arsenal vince campionato ed FA Cup e in estate prende parte alla spedizione inglese ai mondiali di Francia.
Quattro anni dopo nel 2002, l’Arsenal si ripete, di nuovo campione in Premier e in FA Cup, saranno gli ultimi trofei di Tony Adams (che a fine stagione si ritirerà) con la maglia dei Gunners, con la quale alla fine disputerà 668 presenze realizzando più di 40 reti, lasciando una traccia indelebile nella storia di questo club e nel cuore dei suoi tifosi e vari spunti di riflessioni a tutti gli appassionati di questo sport e non solo.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Stopper ruvido e tostissimo di scuola anglosassone: 4 Premier League, 3 Coppe d’Inghilterra, 2 Coppe di Lega, 3 Charity Shield e una Coppa delle Coppe.
L’ idillio tra Tony (nato ad Havering il 10 ottobre 1966) e i Gunners ebbe inizio nel 1980, anno in cui entrò a far parte delle giovanili.
L’ esordio arrivò nell’ 83 contro il Sunderland e nelle stagioni successive vedendolo giganteggiare al centro della difesa ed apprezzandone carisma e personalità da leader, George Graham nel 1988 lo elesse capitano.
Cominciarono ad arrivare i successi, nell’ 87 l’Arsenal conquistò la coppa di lega, poi arrivarono due titoli vinti nell’ 89 e nel 91 ed Adams entrò in pianta stabile a far parte del giro della nazionale.
Insomma la carriera di Tony stava spiccando il volo, ma all’ improvviso, il lato oscuro della sua personalità prese il sopravvento.
“Tony non sorridi più quando giochi” Il padre di Adams durante il periodo buio
L'ALCOL E LA PRIGIONE
I primi guai con l’alcool risalgono a fine anni ’80: risse nei nightclub, incidenti automobilistici, brevi periodi di prigione.
Perde la nazionale e i mondiali di Italia ‘90.
Perde il sorriso semplice da ragazzone duro e si isola nella sua dipendenza.
Nel 91 fu arrestato per guida in stato di ebbrezza e trascorse 58 giorni in prigione, in quel periodo la moglie si stava disintossicando dalla droga e Tony cominciò a bere, sempre di più.
Nella sua biografia ammise: “bevevo per festeggiare i successi e per smaltire le delusioni, insomma bevevo sempre”, poi raccontò dell’ incidente a 180 all’ora la sera dell’arresto, della caduta dalle scale che gli costò 29 punti di sutura in testa, del sesso a pagamento e della pipì a letto.
Arrivò persino a scendere in campo ubriaco, durante la stagione 93/94.
Personalità contrastante quella di Adams: il calciatore era forte, deciso, guidava la difesa e rispondeva agli insulti dei tifosi avversari con determinazione e sicurezza nei propri mezzi, l’ uomo invece era estremamente fragile e insicuro, tanto da ammettere “in quel periodo mi sentivo un padre fallito (ha 3 figli), un marito abbandonato, pensavo di essere più forte di mia moglie, invece ero più tossico di lei” e tentava di supplire al disagio interiore attaccandosi alla bottiglia.
Riguardo gli allenamenti dopo le sbornie disse:
“Negli allenamenti che seguivano una sbronza, mi mettevo un doppio strato di indumenti, sudavo tutto quello che avevo bevuto e riuscivo ad andare avanti. Gli allenamenti mi davano la possibilità di fuggire da me stesso, bastava che ci si limitasse agli esercizi fisici e che Graham non tirasse fuori il pallone”.
Com'era arrivato, Adams, fino a quel punto di non-ritorno?
E' una storia lunga e difficile, che ha per fondale un' Inghilterra tra l' inizio dei Settanta e la seconda metà dei Novanta.
Da bambino, Adams aveva rivelato una precoce inclinazione panico/depressiva: al «calar della notte» cioè alle 4 del pomeriggio guardava fuori dalla finestra, sentendosi «solo e vuoto», colpito da «un' angoscia indefinita» che gli faceva «battere il cuore all' impazzata».
A scuola, più tardi, era stato uno studente «debole e a disagio»: in soggezione verso gli insegnanti, timido con le ragazze e sfottuto dai compagni.
Da adolescente cioè già da giocatore in ascesa era stato protagonista di tante bravate teppistiche (come la distruzione dei finestrini delle macchine parcheggiate), scoprendo appunto l' alcool come ansiolitico/anestetico delle sue difficoltà psicosociali.
E nel pieno della giovinezza, a 24 anni cioè ormai da nazionale affermato aveva addirittura fatto l' esperienza del carcere: 9 mesi (poi ridotti per buona condotta) da scontare a Chelmsford per aver guidato in stato di ubriachezza e aver invaso con la macchina una proprietà privata.
Qui ci si aspetterebbero pagine chiuse e disperate: invece, con le descrizioni impressionanti della cella (un buco con un secchio per pisciare) e dello spegnersi delle luci per la notte ci sono anche momenti di vitalismo felice (il caos dei 50 detenuti che si disputano il pallone) e contrappunti ironico-sarcastici («il barbiere era un fan degli Spurs, così sono uscito dal carcere coi capelli lunghi»).
Adams non incolpa nessuno di questo suo percorso problematico.
Anzi, se si esclude qualche insofferenza sacrosanta per il cinismo dei media e dei tifosi, esprime il suo debito verso chi lo ha aiutato a contrastare il proprio istinto autodistruttivo.
Verso i genitori «East Enders» della zona industriale di Stepney (una Pero londinese), il padre camionista e poi asfaltatore che ha interrotto la carriera calcistica per l' asportazione di un rene a 25 anni e che ha sempre incoraggiato il figlio. Verso l' ex moglie Jane, che anzi gli ha indicato la via del recupero risalendo lei stessa da una lunga tossicodipendenza.
Verso i suoi allenatori, che lo hanno sempre compreso (George Graham) o addirittura sorretto con un dialogo profondo e con un' assistenza medico-scientifica (Arsène Wenger).
Verso i compagni e i colleghi ancora più sfortunati.
Verso gli amici fedeli, come gli stessi Merson e Jacobs.
LA DISINTOSSICAZIONE E LA RINASCITA CALCISTICA
"Se il mondo ti ripaga nella lotta per il successo e ti fa re per un giorno, vai e guardati allo specchio, e chiedi all'uomo che vedi il suo parere. Erano le ore 17 di venerdì 16 agosto 1996: il mio ultimo goccio di alcol".
Il fegato di svelare che dopo la semifinale dell'Europeo '96 contro i tedeschi, persa ai rigori, è stata tutta una bevuta cominciando negli spogliatoi ("A forza di lattine di Carling Black Label") e proseguita sul pullman, in albergo, nella notte e il giorno dopo, nel deserto della mattina in ritiro, l'hotel vuoto e Tony con la sua pinta in mano.
"Bevevo per festeggiare i successi e per smaltire le delusioni, dunque bevevo sempre".
Una droga, un doping esistenziale per reggere il ruolo, per darsi forza: "Il mio valore come persona era in ciò che facevo, non in ciò che ero" e in questa frase c'è tutto il dramma del campione immerso nella falsità, nel circo di plastica che pretende prestazioni, record, trionfi e in qualche modo bisogna tenersi su, e mai mostrarsi deboli, deboli mai.
Tony racconta di quando rimbalzava da un pub all'altro e sapeva a memoria i turni dei tipografi, degli idraulici, dei muratori, di tutti quelli che riuscivano a fermarsi al secondo boccale e lui invece no.
La moglie Jane si stava disintossicando dalla droga e Tony si sentiva superiore, "invece ero più tossico di lei".
Tre figli quasi dimenticati, gli infortuni da superare col bisturi e la bottiglia, la vergogna, la fatica di nascondere questa vita sempre più barcollante.
"Ricordo le otto settimane nel carcere di Chelmsford per guida in stato di ubriachezza, con l'incidente, la rovinosa caduta dalle scale di un night che mi aveva lasciato una ferita di 29 punti in testa, un conto da 5.800 sterline in un night, la pipì a letto".
Tony racconta di quando prese una ragazza per una notte d'amore senza amore, le bottigliette del minibar a terra e solo un pensiero in testa, bere ancora, bere ancora.
Poi le lacrime, la solitudine, una canzone (Black Coffee in Bed degli Squeeze) ascoltata a letto come in un delirio e ancora piangere e sudare fino a perdere litri, e con quell'espulsione era come se uscisse fuori la vita di prima, "il passato che è come un paese straniero".
Da quel paese Tony Adams è scappato da uomo, non da super eroe, aiutato da un amico che si chiama Steve Jacobs e che già aveva guidato Paul Merson, compagno di Adams, fuori dall'incubo della droga e del bicchiere.
"Alla prima riunione degli Alcolisti Anonimi dissi "mi chiamo Tony e sono un bevitore", poi tutto è stato naturale".
Uscire non solo dall'alcol ma dall'ipocrisia:
"Non sono più il calciatore Tony Adams ma il signor Tony Adams che gioca a calcio, suona il piano, fa il padre e vive".
Ora non è più il tempo in cui Tone si imbottiva di sacchetti della spesa per sudare marcio e perdere i chili "da birra", eppure lui non si sente un salvato in eterno: "Nessun alcolista lo è mai, l'importante è non ricominciare perché per noi un bicchiere è troppo e cento non sono niente".
LA RINASCITA
Qui inizia la seconda vita di Tony Adams, il capitano è di nuovo sereno, e ritrova il piacere di giocare a calcio e riconquista anche il giro della nazionale, anche grazie all’appoggio di compagni e tifosi, che anche nei momenti più bui l’hanno sempre sostenuto.
Nel 98 con l’Arsenal vince campionato ed FA Cup e in estate prende parte alla spedizione inglese ai mondiali di Francia.
Quattro anni dopo nel 2002, l’Arsenal si ripete, di nuovo campione in Premier e in FA Cup, saranno gli ultimi trofei di Tony Adams (che a fine stagione si ritirerà) con la maglia dei Gunners, con la quale alla fine disputerà 668 presenze realizzando più di 40 reti, lasciando una traccia indelebile nella storia di questo club e nel cuore dei suoi tifosi e vari spunti di riflessioni a tutti gli appassionati di questo sport e non solo.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Alcol,
Calcio,
Calcio Inglese,
Sport
sabato 6 settembre 2014
La Storia Di Vinnie Jones: Violenza, Risse ed Espulsioni
Vinnie Jones nacque a Watford nel 1965.
Ovviamente stiamo parlando di un calciatore ma dovrei forse dire picchiatore, che ha imperversato sui campi da calcio inglesi da metà anni ottanta a metà anni novanta, senz'altro il più celebre duro, violento e pericoloso calciatore nella storia del calcio.
ESPULSIONI
Famigerato per la ferocia del suo stile di gioco, collezionò in carriera 12 espulsioni dirette e un' infinità di cartellini gialli per gioco violento e comportamento non regolamentare.
Prese più cartellini rossi di lui solo Roy Keane(13).
Detiene a tutt'oggi il record mondiale per l'ammonizione più veloce, uno stupefacente tre secondi dal fischio d'inizio, a tal proposito dichiarò:
"Devo essere stato troppo alto (col tackle), troppo feroce, troppo duro, o troppo in anticipo, perchè dopo tre secondi non potevo certo essere fottutamente in ritardo (col tackle)!"
Frase di grande sense of humor in quanto l'espulsione gli fu comminata per tackle in ritardo.
CRAZY GANG
Comincia a giocare nel Wealdstone, squadra dilettantistica periferia nord di Londra mentre lavora come portatore di mattoni in un impresa edile, una professione certo per lui più appropriata del calciatore, nonchè molto apprezzata negli ambienti edili d'oltremanica.
Nel 1986 dopo una stagione al IFK Holmsund (Serie B svedese), viene acquistato dal Wimbledon in Prima Divisione, il manager Dave Bassett spende £10.000 per lui (fu una specie di scommessa, rivelerà in seguito).
Al Wimbledon è legata un epopea straordinaria e controversa e Jones ne è stato l'incarnazione vivente nonchè il simbolo, nel 1978 furono ammessi alla Fooball league, 4° divisione e nel 1986 furono promossi in prima divisione, un'ascesa irresistibile ottenuta a suon di palloni lunghi, colpi di testa, botte da orbi, liti e polemiche su tutti i campi del regno, con l'ovvio accompagnamento di una campagna stampa a dir poco pessima.
Dati per spacciati al primo campionato di prima divisione ottennero un eclatante sesto posto, ma il meglio doveva ancora venire; ribattezzati 'Crazy Gang' per via del comportamento bizzarro tenuto in partita dai giocatori (ma anche dal presidente), Jones sale subito alla ribalta delle cronache calcistiche schiacciando le palle a Gascoigne durante la partita col Newcastle, un’immagine che rimarrà per sempre nell’iconografia calcistica classica.
La squadra si ripete l'anno successivo piazzandosi al settimo posto, e ancor più incredibilmente battendo il Liverpool in finale di FA Cup (1-0 manco a dirlo), fresca del titolo di campione d'Inghilterra appena conquistato la settimana precedente e avviata ad un sicuro double campionato coppa.
"Ci massacrarono su tv e giornali per tutta la settimana, fate schifo dicevano, sapete solo picchiare e rinviare lungo per quel paracarro di Fashanu (era vero), ma funzionò e in parecchi ci imitarono".
Prima di entrare in campo disse a Kenny Dalglish e a Ian Rush "Vi stacco la testa e poi ci cago dentro"!
E' molto fiero del suo periodo a Wimbledon e non esita a ricordare quanto le altre squadre avessero timore ad affrontarli, specialmente quando giocavano ancora sul loro vecchio campo in Plough Lane: "quando veniva il Manchester United ostruivamo tutti gli scarichi nei loro spogliatoi, li facevamo puzzare di merda così che si ricordassero chi erano"
Quando giocavano in trasferta spalancavano la porta del loro spogliatoio e mettevano musica a tutto volume e producevano schiamazzi di ogni genere spaccando tutto per disturbare la concentrazione della squadra avversaria, Jones era il capo-banda , ad Anfield Road scrisse "Like we’re scared" (che paura abbiamo) sotto il famoso cartello ‘This is is Anfield all’ingresso del tunnel che dagli spogliatoi conduce in campo, oltraggiando la memoria e la tradizione del club!
Bruciò i vestiti di John Hartson appena arrivato in squadra (usanza tradizionale presso il Wimbledon AFC anni 80) così da costringerlo a lasciare il campo nudo.
Nel 1992 pubblicò un video dal titolo "Soccer's hard men" in cui glorificava le gesta dei peggiori picchiatori con dovizia di particolari, immagini dettagliate di infortuni raccapriccianti eccetera.
Il presidente del Wimbledon commentò "Ha il cervello di una zanzara".
Il video ebbe un buon riscontro fu il secondo più venduto nel periodo natalizio, ma causò polemiche e risentimenti a non finire.
Fu squalificato per 6 mesi e multato di £20,000 dalla federazione.
Alex Ferguson disse di lui: "Riuscirebbe a far scoppiare una rissa in una casa vuota".
Qualcuno in Inghilterra lì definì (a ragione) l'unica squadra con gli hooligans sul lato sbagliato delle recinzioni di bordo campo.
IL RESTO DELLA CARRIERA
La sua carriera proseguì poi con Leeds United, col quale vinse il campionato di seconda divisione da protagonista non solo per le malefatte, ma Wilkinson, l'unico allenatore in grado di cavarci qualcosa come calciatore non lo confermò e lo cedette allo Sheffield United dove riabbracciò il suo antico mentore Dave Bassett e divenne l'idolo incontrastato della folla nonostante gli imbarazzi in partita.
Passò quindi al Chelsea dove nel 1988 una sua entrata violentissima devastò il ginocchio di Gary Stevens il quale dopo aver recuperato non riuscì più a ripetersi agli stessi livelli (era in nazionale) e dovette scendere in seconda divisione prima di abbandonare definitivamente il calcio giocato.
Dopo un secondo periodo al Wimbledon chiuse la sua carriera di calciatore al Queen’s Park Rangers nel 1998, dove fu allenatore-giocatore per pochi mesi, non riuscendo ovviamente ad essere di esempio per i compagni di squadra abbandonò definitivamente la scena calcistica.
Collezionò 9 presenze per la nazionale Gallese, della quale fu anche capitano grazie ad un certificato di nascita (gallese) di una nonna materna.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Ovviamente stiamo parlando di un calciatore ma dovrei forse dire picchiatore, che ha imperversato sui campi da calcio inglesi da metà anni ottanta a metà anni novanta, senz'altro il più celebre duro, violento e pericoloso calciatore nella storia del calcio.
ESPULSIONI
Famigerato per la ferocia del suo stile di gioco, collezionò in carriera 12 espulsioni dirette e un' infinità di cartellini gialli per gioco violento e comportamento non regolamentare.
Prese più cartellini rossi di lui solo Roy Keane(13).
Detiene a tutt'oggi il record mondiale per l'ammonizione più veloce, uno stupefacente tre secondi dal fischio d'inizio, a tal proposito dichiarò:
"Devo essere stato troppo alto (col tackle), troppo feroce, troppo duro, o troppo in anticipo, perchè dopo tre secondi non potevo certo essere fottutamente in ritardo (col tackle)!"
Frase di grande sense of humor in quanto l'espulsione gli fu comminata per tackle in ritardo.
CRAZY GANG
Comincia a giocare nel Wealdstone, squadra dilettantistica periferia nord di Londra mentre lavora come portatore di mattoni in un impresa edile, una professione certo per lui più appropriata del calciatore, nonchè molto apprezzata negli ambienti edili d'oltremanica.
Nel 1986 dopo una stagione al IFK Holmsund (Serie B svedese), viene acquistato dal Wimbledon in Prima Divisione, il manager Dave Bassett spende £10.000 per lui (fu una specie di scommessa, rivelerà in seguito).
Al Wimbledon è legata un epopea straordinaria e controversa e Jones ne è stato l'incarnazione vivente nonchè il simbolo, nel 1978 furono ammessi alla Fooball league, 4° divisione e nel 1986 furono promossi in prima divisione, un'ascesa irresistibile ottenuta a suon di palloni lunghi, colpi di testa, botte da orbi, liti e polemiche su tutti i campi del regno, con l'ovvio accompagnamento di una campagna stampa a dir poco pessima.
Dati per spacciati al primo campionato di prima divisione ottennero un eclatante sesto posto, ma il meglio doveva ancora venire; ribattezzati 'Crazy Gang' per via del comportamento bizzarro tenuto in partita dai giocatori (ma anche dal presidente), Jones sale subito alla ribalta delle cronache calcistiche schiacciando le palle a Gascoigne durante la partita col Newcastle, un’immagine che rimarrà per sempre nell’iconografia calcistica classica.
La squadra si ripete l'anno successivo piazzandosi al settimo posto, e ancor più incredibilmente battendo il Liverpool in finale di FA Cup (1-0 manco a dirlo), fresca del titolo di campione d'Inghilterra appena conquistato la settimana precedente e avviata ad un sicuro double campionato coppa.
"Ci massacrarono su tv e giornali per tutta la settimana, fate schifo dicevano, sapete solo picchiare e rinviare lungo per quel paracarro di Fashanu (era vero), ma funzionò e in parecchi ci imitarono".
Prima di entrare in campo disse a Kenny Dalglish e a Ian Rush "Vi stacco la testa e poi ci cago dentro"!
E' molto fiero del suo periodo a Wimbledon e non esita a ricordare quanto le altre squadre avessero timore ad affrontarli, specialmente quando giocavano ancora sul loro vecchio campo in Plough Lane: "quando veniva il Manchester United ostruivamo tutti gli scarichi nei loro spogliatoi, li facevamo puzzare di merda così che si ricordassero chi erano"
Quando giocavano in trasferta spalancavano la porta del loro spogliatoio e mettevano musica a tutto volume e producevano schiamazzi di ogni genere spaccando tutto per disturbare la concentrazione della squadra avversaria, Jones era il capo-banda , ad Anfield Road scrisse "Like we’re scared" (che paura abbiamo) sotto il famoso cartello ‘This is is Anfield all’ingresso del tunnel che dagli spogliatoi conduce in campo, oltraggiando la memoria e la tradizione del club!
Bruciò i vestiti di John Hartson appena arrivato in squadra (usanza tradizionale presso il Wimbledon AFC anni 80) così da costringerlo a lasciare il campo nudo.
Nel 1992 pubblicò un video dal titolo "Soccer's hard men" in cui glorificava le gesta dei peggiori picchiatori con dovizia di particolari, immagini dettagliate di infortuni raccapriccianti eccetera.
Il presidente del Wimbledon commentò "Ha il cervello di una zanzara".
Il video ebbe un buon riscontro fu il secondo più venduto nel periodo natalizio, ma causò polemiche e risentimenti a non finire.
Fu squalificato per 6 mesi e multato di £20,000 dalla federazione.
Alex Ferguson disse di lui: "Riuscirebbe a far scoppiare una rissa in una casa vuota".
Qualcuno in Inghilterra lì definì (a ragione) l'unica squadra con gli hooligans sul lato sbagliato delle recinzioni di bordo campo.
IL RESTO DELLA CARRIERA
La sua carriera proseguì poi con Leeds United, col quale vinse il campionato di seconda divisione da protagonista non solo per le malefatte, ma Wilkinson, l'unico allenatore in grado di cavarci qualcosa come calciatore non lo confermò e lo cedette allo Sheffield United dove riabbracciò il suo antico mentore Dave Bassett e divenne l'idolo incontrastato della folla nonostante gli imbarazzi in partita.
Passò quindi al Chelsea dove nel 1988 una sua entrata violentissima devastò il ginocchio di Gary Stevens il quale dopo aver recuperato non riuscì più a ripetersi agli stessi livelli (era in nazionale) e dovette scendere in seconda divisione prima di abbandonare definitivamente il calcio giocato.
Dopo un secondo periodo al Wimbledon chiuse la sua carriera di calciatore al Queen’s Park Rangers nel 1998, dove fu allenatore-giocatore per pochi mesi, non riuscendo ovviamente ad essere di esempio per i compagni di squadra abbandonò definitivamente la scena calcistica.
Collezionò 9 presenze per la nazionale Gallese, della quale fu anche capitano grazie ad un certificato di nascita (gallese) di una nonna materna.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Calcio,
Calcio Inglese,
Risse,
Sport
La Storia Di Stuart "Psycho" Pearce
Stuart Pearce, nasce a Londra nel 1962, conosciuto anche con il soprannome Psycho.
Uno che in campo aveva sempre un’espressione da guerriero, con quegli occhi che sembravano essere sempre sul punto di decollare fuori dalle orbite. Un’espressione che gli è costata appunto il soprannome di Psycho.
"Farò tutto quello che è necessario, per vincere una partita di calcio"
Pearce ha rappresentato il prototipo del difensore da Premier League, icona di un calcio fisico, al limite del regolamento. Interventi sempre al limite del regolamento, se non oltre.
Ma dentro di sè la consapevolezza di star facendo null’altro che il proprio dovere.
Icona anche di una squadra, bandiera di quel Nottingham Forest che tanto ha fatto per la storia del calcio britannico ma che oggi non se la passa poi tanto bene.
Per il Nottingham Forest, Stuart ha giocato sempre con il cuore, sempre col suo caratteristico temperamento sanguigno. D’altronde, se nasci come allievo del leggendario Brian Clough in persona, non puoi fare diversamente. Chiuderà la carriera tra Newcastle, West Ham e Manchester City, ma il suo nome resta indissolubilmente legato a quello del Forest. Stuart Pearce era un personaggio del tutto unico ed inimitabile. Un agonista come pochi se ne sono visti sulla faccia della terra.
Terminata la sua carriera da giocatore diventa selezionatore della nazionale inglese Under 21, in seguito va ad allenare il suo grande amore: il Nottingham Forest.
NAZIONALE INGLESE
Il17 Novembre 1993, Psycho entrò nella storia del calcio dalla parte sbagliata.
Siamo a Bologna, si gioca San Marino-Inghilterra, gara valevole per le qualificazioni ai Mondiali del 1994. Calcio d’inizio, San Marino perde immediatamente palla.
Stuart Pearce ne entra in possesso, retropassaggio verso Seaman. Troppo corto, si inserisce Davide Gualtieri, all’epoca 22enne puntero della nazionale di San Marino, che insacca in rete.
1-0 per San Marino, sono trascorsi 8 secondi e 33 centesimi, è il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali. E a Stuart Pearce la cosa non è mai andata giù.
Anche perchè, nonostante la vittoria per 7-1 in quella partita, la nazionale dei Tre Leoni ai Mondiali non si qualificò. Nel 1996 (Europei) Inghilterra e Spagna arrivarono ai calci di rigore e sul dischetto si presenta Stuart Pearce. Wembley, il tempio del calcio, un santuario per qualsiasi suddito di sua Maestà, trattiene il fiato, a lungo.
Sui giocatori inglesi c’è il peso di una nazione intera, sulle spalle di Pearce pesa anche il rigore sbagliato nella semifinale di Italia ’90, contro la solita maledettissima Germania.
Con tutti questi pensieri in testa, Psycho si presenta sul dischetto e insacca il pallone alle spalle di Zubizarreta. Un sinistro forte, all’angolino, uno di quei rigori senza fronzoli, da difensori.
Imparabile. Stuart si ferma un attimo, si guarda intorno, e poi si lascia andare ad un’esultanza che sarà immortalata appunto in una fotografia simbolo del calcio inglese anni 90.
Un urlo liberatorio, a tutta voce. Un “come oooooon” che sembra infinito, disperato, senza fine.
Almeno quanto il successivo “fuuuuuuck!”. Pearce diventa violaceo in faccia, si gonfiano le vene, gli occhi spiritati.
LE ACCUSE DI RAZZISMO
Un carisma che a volta andava però anche oltre i limiti: come quel famoso pomeriggio del 1994, contro lo United, quando dalla sua bocca partì la famosa “race storm”, una sequela interminabile di insulti razzisti verso il centrocampista del Manchester Paul Ince.
Un comportamento per il quale Stuart chiese poi scusa, ma che resta a imperitura memoria a far capire cosa possa passare per la testa di un giocatore in quei 90 minuti.
Quando si chiude la vena e scende in campo la parte più irrazionale di noi, forse, sotto sotto, quella più vera.
In giro, i primi anni di carriera di Pearce vengono descritti con una semplice quanto intraducibile espressione inglese: full blooded days. Giorni pieni di sangue, insomma. Giorni in cui tirare indietro la gamba era difficile. Anzi, impossibile.
Uno che in campo aveva sempre un’espressione da guerriero, con quegli occhi che sembravano essere sempre sul punto di decollare fuori dalle orbite. Un’espressione che gli è costata appunto il soprannome di Psycho.
"Farò tutto quello che è necessario, per vincere una partita di calcio"
Pearce ha rappresentato il prototipo del difensore da Premier League, icona di un calcio fisico, al limite del regolamento. Interventi sempre al limite del regolamento, se non oltre.
Ma dentro di sè la consapevolezza di star facendo null’altro che il proprio dovere.
Icona anche di una squadra, bandiera di quel Nottingham Forest che tanto ha fatto per la storia del calcio britannico ma che oggi non se la passa poi tanto bene.
Per il Nottingham Forest, Stuart ha giocato sempre con il cuore, sempre col suo caratteristico temperamento sanguigno. D’altronde, se nasci come allievo del leggendario Brian Clough in persona, non puoi fare diversamente. Chiuderà la carriera tra Newcastle, West Ham e Manchester City, ma il suo nome resta indissolubilmente legato a quello del Forest. Stuart Pearce era un personaggio del tutto unico ed inimitabile. Un agonista come pochi se ne sono visti sulla faccia della terra.
Terminata la sua carriera da giocatore diventa selezionatore della nazionale inglese Under 21, in seguito va ad allenare il suo grande amore: il Nottingham Forest.
NAZIONALE INGLESE
Il17 Novembre 1993, Psycho entrò nella storia del calcio dalla parte sbagliata.
Siamo a Bologna, si gioca San Marino-Inghilterra, gara valevole per le qualificazioni ai Mondiali del 1994. Calcio d’inizio, San Marino perde immediatamente palla.
Stuart Pearce ne entra in possesso, retropassaggio verso Seaman. Troppo corto, si inserisce Davide Gualtieri, all’epoca 22enne puntero della nazionale di San Marino, che insacca in rete.
1-0 per San Marino, sono trascorsi 8 secondi e 33 centesimi, è il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali. E a Stuart Pearce la cosa non è mai andata giù.
Anche perchè, nonostante la vittoria per 7-1 in quella partita, la nazionale dei Tre Leoni ai Mondiali non si qualificò. Nel 1996 (Europei) Inghilterra e Spagna arrivarono ai calci di rigore e sul dischetto si presenta Stuart Pearce. Wembley, il tempio del calcio, un santuario per qualsiasi suddito di sua Maestà, trattiene il fiato, a lungo.
Sui giocatori inglesi c’è il peso di una nazione intera, sulle spalle di Pearce pesa anche il rigore sbagliato nella semifinale di Italia ’90, contro la solita maledettissima Germania.
Con tutti questi pensieri in testa, Psycho si presenta sul dischetto e insacca il pallone alle spalle di Zubizarreta. Un sinistro forte, all’angolino, uno di quei rigori senza fronzoli, da difensori.
Imparabile. Stuart si ferma un attimo, si guarda intorno, e poi si lascia andare ad un’esultanza che sarà immortalata appunto in una fotografia simbolo del calcio inglese anni 90.
Un urlo liberatorio, a tutta voce. Un “come oooooon” che sembra infinito, disperato, senza fine.
Almeno quanto il successivo “fuuuuuuck!”. Pearce diventa violaceo in faccia, si gonfiano le vene, gli occhi spiritati.
LE ACCUSE DI RAZZISMO
Un carisma che a volta andava però anche oltre i limiti: come quel famoso pomeriggio del 1994, contro lo United, quando dalla sua bocca partì la famosa “race storm”, una sequela interminabile di insulti razzisti verso il centrocampista del Manchester Paul Ince.
Un comportamento per il quale Stuart chiese poi scusa, ma che resta a imperitura memoria a far capire cosa possa passare per la testa di un giocatore in quei 90 minuti.
Quando si chiude la vena e scende in campo la parte più irrazionale di noi, forse, sotto sotto, quella più vera.
In giro, i primi anni di carriera di Pearce vengono descritti con una semplice quanto intraducibile espressione inglese: full blooded days. Giorni pieni di sangue, insomma. Giorni in cui tirare indietro la gamba era difficile. Anzi, impossibile.
IL PORTIERE DAVID JAMES SCHIERATO IN ATTACCO
Una delle idee più folli che un allenatore potesse concepire, la ebbe alla guida del Manchester City quando decise di schierare il suo portiere in attacco. Era il 2005 e il City di McManaman e Fowleer ospitava il Middlesbrough.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
È una partita decisiva perché il City, in caso di vittoria, scavalcherebbe il Boro e si qualificherebbe per la Coppa Uefa. Andare in Coppa Uefa per il City e per Pearce sarebbe un grande risultato. Lo stadio viene gelato al 23’ da una rete di Jimmy Floyd Hasselbaink. Sembra finita, ma un minuto dopo l’intervallo Kiki Musampa segna il pareggio. Serve un altro gol al City e in panchina ci sarebbe Jon Macken. Ma Pearce, sebbene sconsigliato dal suo vice, decide comunque di fare di testa sua. All’88’ minuto entra in campo Nicky Weaver, il secondo portiere: a uscire però non è James, ma il regista Reyna. Pearce, nei giorni precedenti, aveva fatto stampare una maglia da giocatore di movimento con il nome di James e il numero 1, e poi durante quel cambio surreale gliel’aveva data. L’idea era sfruttare la stazza di James per buttare palloni alti in area e "fare casino": il suo metro e 93, insieme all’effetto sorpresa, che lì per lì galvanizzò il pubblico, avrebbero dovuto fare il resto. Nella prima giocata al limite dell’area avversaria, James stoppa male il pallone, riesce in qualche modo a tenerlo in mezzo a tre avversari, ma poi non riesce a fare di meglio che rifilare un calcione negli stinchi a un difensore.
La palla rimbalza sempre dalle sue parti. In pieno recupero arriva un cross da destra, James è nell’area piccola sul secondo palo, ma prima che il pallone gli arrivi, un difensore interviene con la mano provocando un calcio di rigore. Il folle piano di Pearce sta pagando. Sul dischetto va Fowler, che si fa bloccare il tiro da Mark Schwarzer.
Restano altre due azioni in cui James dà il peggio: sull’ultima palla che arriva a spiovente dal limite anticipa in sforbiciata un compagno di squadra lisciando il pallone, che gli ritorna sui piedi. Al secondo tentativo la palla s’impenna e lui riesce a trovolgere, con un solo calcio, due avversari. La partita finisce, il Middlesbrough si qualifica per la Coppa Uefa (dove l’anno dopo arriverà in finale, sconfitto dal Siviglia, all’epoca al suo primo successo europeo).
Pearce disse: "Se Fowler avesse segnato il rigore, quel cambio sarebbe stato visto come un colpo di genio, invece è passato per una fesseria".
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Calcio,
Calcio Inglese,
Risse,
Sport
La Storia Di Paul Merson (Alcool, Depressione e Gioco D'Azzardo)
Paul Merson, classe 1968, ha sempre avuto due qualità: un talento enorme e una mente fragile.
Fin da ragazzino si mostra per essere quel tipo di giocatore che ruba la scena.
Un po’ numero 8 ed un po’ elegante seconda punta, è stato uno delle più grandi promesse del calcio britannico fin dai suoi esordi.
Assieme a David Seaman, Tony Parlour, Lee Dixon e soprattutto Tony Adams, faceva parte di quel blocco che ha guidato i Gunners attraverso quindici anni in cui tutto è cambiato.
Numero 10 per 289 volte in campionato, portò i londinesi al quel titolo del 1989 reso immortale dal celebre “Febbre a 90’” di Nick Hornby. 1
0 Gol, titolare in Under 21 e soprattutto uomo guida dell'Arsenal di George Graham.
Tutto era scritto.
Un talento, una faro nella storia del gioco e una carriera che pareva scritta.
Ma da li a poco, il cammino si sarebbe complicato e non poco.
ALCOOL, COCAINA E DEPRESSIONE
In quell’Arsenal finalmente vincente e che si sarebbe avviato ad un decennio eccitante sotto la guida di Wenger, vi era anche la realtà cupa e grottesca di una gang di alcolizzati, dove capitan Adams e Merson diedero il peggio di se.
Durante la stagione 94-95 il rendimento di Merson subisce un lievecalo, niente di trascendentale, ma quello che balza immediatamente all’occhio, è l’atteggiamento di Paul sia dentro che fuori dal campo.
Lui, conosciuto per essere tendenzialmente allegro e sorridente, appare abbattuto, il suo sguardo è triste e spento, il suo atteggiamento verso i fan e la stampa è freddo.
I tifosi e i media cominciano ad interrogarsi sul perché di tale cambiamento, a quei tempi si vociferava che la condotta di vita di Merson non fosse molto consona a quella di un atleta, ma erano solo voci di corridoio e non potevano essere riscontrate.
Ebbene, nell’autunno del ’95 è lo stesso Paul Merson a svelare l’arcano, ammette di essere entrato in depressione da circa un anno e di essere precipitato in una spirale di alcol e cocaina.
Durante la settimana partecipava a serate in discoteca fino a tarda notte e a fine serata, si tratteneva nei privè a sniffare e bere drink fino all’alba, dormiva 3 ore e poi si recava al campo.
Nella sua autobiografia intitolata “come non essere un calciatore professionista” Merson racconta di quando si recava agli allenamenti in lacrime, pentito per quanto fatto la notte prima.
E anche di quando partecipò ad una rissa negli Stati Uniti nel ’94, perché ubriaco si ritrovò in un quartiere malfamato di Los Angeles e fu salvato dalla polizia locale.
Merson perse smalto, con l’avvento del nuovo millenio divenne rapidamente l’ombra del giocatore che era.
La stampa intera lo massacra per la vita dissoluta e per i disastrosi anni in nazionale.
La fama stava svanendo, la famiglia lo aveva scaricato ai propri demoni e l’Arsenal lo avevo detronizzato dal suo 10, ceduto ora al tulipano Bergkamp.
Un giorno dell’inverno del 1994, imbottito di birra e cocaina si va a schiantare con la sua auto a 140 km/h, voleva cancellarsi dalla vita che non aveva saputo affrontare.
Farla finita una volta per tutte e chiudere quella montagna di rimpianti e delusioni che si era inflitto come atleta e uomo.
Per un caso, veramente un semplice caso ne uscì vivo.
Da li in poi,qualcosa scatta nella testa dell’uomo e comincia una lenta risalita.
Come detto, Merson si redime e si sottopone ad un drastico trattamento di disintossicazione.
In quel periodo Paul si fa forza, affronta le crisi d’astinenza, combatte la depressione e a distanza di qualche mese esce finalmente dal tunnel.
Quando torna in campo pare quello di inizio carriera, sorridente e concentrato, il suo rendimento torna quello dei tempi migliori, tanto che riconquista anche la nazionale.
IL GIOCO D'AZZARDO
Nel ’97 però, l’Arsenal opta per la sua cessione al Middlesbourgh.
Merson accetta di buon grado la destinazione, col “Boro” gioca bene, segna con buona regolarità e si fa amare subito dalla tifoseria.
Insomma tutto pare andare a meraviglia; se non fosse che a Paul piaceva frequentare determinati pub, in questi pub dopo la chiusura si organizzavano tornei di poker e altri giochi di carte e durante le partite si puntava pesante, molto pesante.
Dopo aver combattuto la dipendenza dall’alcol e quella dalla droga, Merson si infilò in un altro tunnel, quello del gioco d’azzardo, arrivando a perdere somme di denaro inenarrabili..
13mila euro sulla canzone vincitrice dell'Eurofestival, 26mila euro su una partita di NFL, 6mila e 500 euro su una di bocce e così via (dice di aver perso oltre 9 milioni di euro, solo in scommesse).
Ad un certo punto della sua vita decise addirittura di tagliarsi le mani (nel vero senso del termine) per evitare di continuare a sperperare in questo modo il suo patrimonio.
C’era anche un altro problema: al Middlesbourgh aveva preso piede la “drinking culture”, ovvero tutti i componenti della squadra, una sera a settimana e dopo ogni match si ritrovavano in un pub per bere e rafforzare lo spirito di squadra.
Ovviamente a queste riunioni Paul non partecipava, aveva paura di ricadere nell’alcool, ma per questo motivo lo spogliatoio cominciò a guardarlo con cattivo occhio, tanto da arrivare ad osteggiarlo.
Così nel gennaio del ’98, Merson decise di accettare la proposta dell’Aston Villa e si trasferì a Birmingham.
Le prime 2 stagioni ai “Villans” sono ottime, la squadra va bene e Paul gioca meravigliosamente ma nella terza stagione qualcosa si rompe, il suo rendimento cala drasticamente e l’Aston viaggia nella parte destra della classifica; a metà stagione si infortuna gravemente e il fantasma della depressione torna prepotentemente nella sua vita.
ANCORA ALCOOL E L'USCITA DAL TUNNEL
Ricade di nuovo nel tunnel dell’alcool, che ne ritarda ulteriormente il rientro in campo.
Circa un anno dopo, smaltito l‘infortunio e sottopostosi nuovamente ad una cura di disintossicazione, torna in campo nell’aprile del 2012, ma il suo rapporto col club e con la tifoseria è ormai compromesso.
Nell’estate del 2012, la dirigenza dell’Aston Villa decide di cederlo al Portsmouth, che da un paio d’anni si era stabilizzato in premier.
Dato per finito, Merson sorprende tutti sfoderando subito ottime prestazioni e contribuendo all’ottimo inizio di campionato del Portsmouth.
In un anno e mezzo disputerà 45 presenze condite da 12 reti, dopo di che si trasferisce a Walsall, dove disputa 3 stagioni prima di chiudere la carriera al Tamworth nel 2006.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Fin da ragazzino si mostra per essere quel tipo di giocatore che ruba la scena.
Un po’ numero 8 ed un po’ elegante seconda punta, è stato uno delle più grandi promesse del calcio britannico fin dai suoi esordi.
Assieme a David Seaman, Tony Parlour, Lee Dixon e soprattutto Tony Adams, faceva parte di quel blocco che ha guidato i Gunners attraverso quindici anni in cui tutto è cambiato.
Numero 10 per 289 volte in campionato, portò i londinesi al quel titolo del 1989 reso immortale dal celebre “Febbre a 90’” di Nick Hornby. 1
0 Gol, titolare in Under 21 e soprattutto uomo guida dell'Arsenal di George Graham.
Tutto era scritto.
Un talento, una faro nella storia del gioco e una carriera che pareva scritta.
Ma da li a poco, il cammino si sarebbe complicato e non poco.
ALCOOL, COCAINA E DEPRESSIONE
In quell’Arsenal finalmente vincente e che si sarebbe avviato ad un decennio eccitante sotto la guida di Wenger, vi era anche la realtà cupa e grottesca di una gang di alcolizzati, dove capitan Adams e Merson diedero il peggio di se.
Durante la stagione 94-95 il rendimento di Merson subisce un lievecalo, niente di trascendentale, ma quello che balza immediatamente all’occhio, è l’atteggiamento di Paul sia dentro che fuori dal campo.
Lui, conosciuto per essere tendenzialmente allegro e sorridente, appare abbattuto, il suo sguardo è triste e spento, il suo atteggiamento verso i fan e la stampa è freddo.
I tifosi e i media cominciano ad interrogarsi sul perché di tale cambiamento, a quei tempi si vociferava che la condotta di vita di Merson non fosse molto consona a quella di un atleta, ma erano solo voci di corridoio e non potevano essere riscontrate.
Ebbene, nell’autunno del ’95 è lo stesso Paul Merson a svelare l’arcano, ammette di essere entrato in depressione da circa un anno e di essere precipitato in una spirale di alcol e cocaina.
Durante la settimana partecipava a serate in discoteca fino a tarda notte e a fine serata, si tratteneva nei privè a sniffare e bere drink fino all’alba, dormiva 3 ore e poi si recava al campo.
Nella sua autobiografia intitolata “come non essere un calciatore professionista” Merson racconta di quando si recava agli allenamenti in lacrime, pentito per quanto fatto la notte prima.
E anche di quando partecipò ad una rissa negli Stati Uniti nel ’94, perché ubriaco si ritrovò in un quartiere malfamato di Los Angeles e fu salvato dalla polizia locale.
Merson perse smalto, con l’avvento del nuovo millenio divenne rapidamente l’ombra del giocatore che era.
La stampa intera lo massacra per la vita dissoluta e per i disastrosi anni in nazionale.
La fama stava svanendo, la famiglia lo aveva scaricato ai propri demoni e l’Arsenal lo avevo detronizzato dal suo 10, ceduto ora al tulipano Bergkamp.
Un giorno dell’inverno del 1994, imbottito di birra e cocaina si va a schiantare con la sua auto a 140 km/h, voleva cancellarsi dalla vita che non aveva saputo affrontare.
Farla finita una volta per tutte e chiudere quella montagna di rimpianti e delusioni che si era inflitto come atleta e uomo.
Per un caso, veramente un semplice caso ne uscì vivo.
Da li in poi,qualcosa scatta nella testa dell’uomo e comincia una lenta risalita.
Come detto, Merson si redime e si sottopone ad un drastico trattamento di disintossicazione.
In quel periodo Paul si fa forza, affronta le crisi d’astinenza, combatte la depressione e a distanza di qualche mese esce finalmente dal tunnel.
Quando torna in campo pare quello di inizio carriera, sorridente e concentrato, il suo rendimento torna quello dei tempi migliori, tanto che riconquista anche la nazionale.
IL GIOCO D'AZZARDO
Nel ’97 però, l’Arsenal opta per la sua cessione al Middlesbourgh.
Merson accetta di buon grado la destinazione, col “Boro” gioca bene, segna con buona regolarità e si fa amare subito dalla tifoseria.
Insomma tutto pare andare a meraviglia; se non fosse che a Paul piaceva frequentare determinati pub, in questi pub dopo la chiusura si organizzavano tornei di poker e altri giochi di carte e durante le partite si puntava pesante, molto pesante.
Dopo aver combattuto la dipendenza dall’alcol e quella dalla droga, Merson si infilò in un altro tunnel, quello del gioco d’azzardo, arrivando a perdere somme di denaro inenarrabili..
13mila euro sulla canzone vincitrice dell'Eurofestival, 26mila euro su una partita di NFL, 6mila e 500 euro su una di bocce e così via (dice di aver perso oltre 9 milioni di euro, solo in scommesse).
Ad un certo punto della sua vita decise addirittura di tagliarsi le mani (nel vero senso del termine) per evitare di continuare a sperperare in questo modo il suo patrimonio.
C’era anche un altro problema: al Middlesbourgh aveva preso piede la “drinking culture”, ovvero tutti i componenti della squadra, una sera a settimana e dopo ogni match si ritrovavano in un pub per bere e rafforzare lo spirito di squadra.
Ovviamente a queste riunioni Paul non partecipava, aveva paura di ricadere nell’alcool, ma per questo motivo lo spogliatoio cominciò a guardarlo con cattivo occhio, tanto da arrivare ad osteggiarlo.
Così nel gennaio del ’98, Merson decise di accettare la proposta dell’Aston Villa e si trasferì a Birmingham.
Le prime 2 stagioni ai “Villans” sono ottime, la squadra va bene e Paul gioca meravigliosamente ma nella terza stagione qualcosa si rompe, il suo rendimento cala drasticamente e l’Aston viaggia nella parte destra della classifica; a metà stagione si infortuna gravemente e il fantasma della depressione torna prepotentemente nella sua vita.
ANCORA ALCOOL E L'USCITA DAL TUNNEL
Ricade di nuovo nel tunnel dell’alcool, che ne ritarda ulteriormente il rientro in campo.
Circa un anno dopo, smaltito l‘infortunio e sottopostosi nuovamente ad una cura di disintossicazione, torna in campo nell’aprile del 2012, ma il suo rapporto col club e con la tifoseria è ormai compromesso.
Nell’estate del 2012, la dirigenza dell’Aston Villa decide di cederlo al Portsmouth, che da un paio d’anni si era stabilizzato in premier.
Dato per finito, Merson sorprende tutti sfoderando subito ottime prestazioni e contribuendo all’ottimo inizio di campionato del Portsmouth.
In un anno e mezzo disputerà 45 presenze condite da 12 reti, dopo di che si trasferisce a Walsall, dove disputa 3 stagioni prima di chiudere la carriera al Tamworth nel 2006.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Alcol,
Calcio,
Calcio Inglese,
Scommesse,
Sport
La Storia Di Robin Friday (Droga, Alcool, Furti)
"Sul campo odio tutti gli avversari.
Non mi importa niente di nessuno.
La gente pensa che sono pazzo, lunatico.
Io sono un vincente"
Robin Friday, nasce il 27 luglio 1952 ad Acton, un quartiere difficile della zona ovest di Londra.
Fin da piccolo mostra un notevole talento calcistico.
Tuttavia durante l'adolescenza fallisce vari provini per club prestigiosi di Londra quali QPR, Chelsea e Crystal Palace a causa del suo carattere selvaggio.
DROGA, ALCOOL, FURTI E PROBLEMI CON LA LEGGE
A 15 anni lascia la scuola, comincia ad assumere droghe e si mette a fare il muratore.
A 16 anni viene sorpreso dalla polizia a rubare un autoradio e finisce in carcere: qui rinforza il suo fisico e mostra tutto il suo talento calcistico nella squadra carceraria tanto da ottenere il permesso di potersi allenare con la squadra giovanile del Reading.
Scontata la pena torna ad Acton, il suo quartiere, dove conosce una ragazza di colore e la mette incinta, in seguito sposa la sua ragazza Maxine.
Il suo primo ingaggio da calciatore arriva di dilettanti del Walthamstow Avenue Football Club con anche il suo primo stipendio (10 sterline a settimana).
Il periodo nel suo nuovo club dura poco, giusto il tempo di mettere in mostra tutto il suo repertorio dentro e fuori dal campo: Robin Friday ha un enorme talento unito ad un carattere che lo porta ad essere donnaiolo, alcolista e drogato.
Difetti però che non scoraggiano l’Hayes dall'ingaggiarlo triplicandogli la paga nel 1971.
L'HAYES GIOCA IN 10, ROBIN FRIDAY DOV'E' ?
Pare che che una volta l’Hayes iniziò una partita in 10: nessuno sapeva dove si trovava Robin Friday.
Venne trovato al bar dello stadio, completamente ubriaco e quando fece il suo ingresso in campo erano già passati una decina di minuti.
È messo talmente male che gli avversari lo ignorano per tutta la partita ma pochi minuti dalla fine, approfittando della libertà che gli viene concessa, riceve un lancio in profondità e segna il gol della vittoria per la sua squadra.
In quella stagione l’Hayes avanza in Coppa d’Inghilterra fino a giocare contro il Reading: nonostante la sconfitta subita, Robin Friday si mette in mostra impressionando Charlie Hurley, manager del Reading, che lo acquista per 750 sterline.
READING
I primi allenamenti nel Reading non partono con il piede giusto: in una partitella Friday riesce a far male due o tre compagni di squadra con la sua foga agonistica, costringendo l'allenatore a farlo allenare con la squdra riserve per evitare che i veterani del gruppo si vendicano.
Hurley vorrebbe aspettare a riportarlo in prima squadra in attesa di una maturazione ma pochi mesi dopo il Reading è in una posizione di classifica delicata e non vince da mesi: un piccolo club non può permettersi di fare a meno di Robin Friday.
Il suo esordio in campionato è, secondo la stampa locale, “stupefacente” e la settimana successiva arriva anche il primo gol con i “Royals”.
Da qui comincia un crescendo incredibile: in pochissimo tempo quel ragazzo che gioca senza parastinchi, che segna gol sensazionali e che fa una vita sregolata diventa l'idolo dei tifosi del Reading.
SEMPRE PEGGIO
Tutto sembra andare per il meglio eppure i suoi demoni non lo abbandonano: fuori dal campo è sempre peggio, viene cacciato malamente da diversi locali per i suoi atteggiamenti eccessivi.
I compagni di squadra lo sopportano per via del suo enorme talento, ma alcuni iniziano ad avere malumori.
Dopo un gol al Plymouth Argylle, scavalca i cartelloni pubblicitari e strappa di mano ad un tifoso la sua birra.
L’arbitro aspetta che Robin abbia finito e poi lo espelle senza esitazioni, sentendosi gridare contro: "Brutto s****o avevo sete, e allora?".
Inoltre sembrava fuori dal mondo, saltava gli allenamenti e durante una partita si avvicinò al pubblico per chiedere quale fosse il risultato della partita stessa.
Ormai era diventato ingestibile.
Viene trasferito in una casa vicino alla sede del club, ma non migliora, anzi Friday viene segnalato alle autorità perchè mette dischi Heavy Metal ad altissimo volume in orari notturni, spesso in preda ai deliri del LSD.
Passano così due stagioni al Reading, in cui è comunque sempre il migliore in campo, e nella terza stagione da professionista nei Royals decide di trascinare letteralmente il club alla promozione in terza divisione: un risultato inaspettato e che arriva grazie alle sue 20 reti.
Durante la festa per la promozione Robin Friday scavalca i cartelloni pubblicitari, afferra un poliziotto e lo bacia.
Su questo episodio in seguito ha dichiarato: “Lo avevo visto tutto serio, invece era un momento di festa. Ma mi sono pentito di averlo fatto, visto che odio così tanto i poliziotti”.
CARDIFF CITY E IL RITIRO A 25 ANNI
La promozione della squadra cambia Robin Friday, che nonostante sia l’idolo dei tifosi viene costretto ad andarsene dal presidente del club stufo dei suoi comportamenti: viene ceduto così al Cardiff City, una squadra di seconda divisione, che per lui offre 28.000 sterline.
In Galles si presenta subito in grande stile: viaggia in treno senza biglietto e viene arrestato appena arriva alla stazione.
L’esordio di Friday con la maglia del Cardiff avviene dopo una notte dove si dice si scoli ben dodici litri di birra: avversario è il Fulham, guidato in difesa dall’ex-pilastro della Nazionale Inglese Bobby Moore. Robin Friday lo ridicolizza, segnando due reti e "omaggiandolo" con una strizzata ai testicoli. Dopo qualche mese Friday salta numerosi allenamenti, arriva spesso alle mani con avversari e compagni di squadra e viene trovato sempre svenuto negli hotel dove la squadra va in ritiro.
Prende più volte il treno per andare e venire da Cardiff a Bristol, dove risiede, senza mai pagare il biglietto.
Robin Friday in terra gallese passa alla storia grazie ad una rete.
È il 16 Aprile del 1977.
Il Cardiff gioca in casa contro il Luton.
È una partita maschia, Robin fa di tutto per segnare andando più volte a scontrarsi con il portiere avversario finché non decide di colpirlo al volto con una scarpinata.
Viene ammonito e si scusa, porgendo la mano al rivale, ma Aleksic, questo il nome del portiere, rifiuta la stretta e fa ripartire il gioco passandola ad un difensore: ecco allora che Robin Friday insegue a tutta velocità il difensore, recupera il pallone, punta il portiere, lo mette a sedere e segna.
È un gol strepitoso, che la punta del Cardiff festeggia mostrando le dita a V al portiere rivale a terra in segno di vittoria.
La stagione successiva le cose vanno peggio sia per il Cardiff che per lo stesso Robin Friday che durante l’estate si ammala di un misterioso virus che gli fa perdere oltre 10 chili e lo tiene lontano dai campi di gioco per tre mesi.
Quando rientra l’avversario è il Brighton e il suo marcatore è lo stopper Mark Lawrenson, che non risparmia entratacce al limite del regolamento. La cosa fa innervosire talmente tanto Friday che alla prima occasione, su un intervento in scivolata del rivale, lo salta e lo colpisce in pieno volto con un calcio. Viene ovviamente espulso, ma anziché raggiungere il suo spogliatoio raggiunge quello degli avversari, cerca e trova la borsa di Lawrenson e ci fa la cacca dentro.
La misura è colma, il Cardiff in 10 e già ultimo in classifica perde 4 a 0 e Andrews, l’allenatore, lo caccia: Friday finisce fuori squadra e a fine anno annuncia il suo clamoroso ritiro.
Così la stagione 1977/78, la quinta da professionista, è l’ultima da calciatore per Robin Friday che si ritira a soli 25 anni.
Torna a casa, nella sua Londra, e viene contattato dal Brentford ma quando ha già svolto il ritiro e sembra essere in forma ci ripensa e molla tutto.
Lo contatta anche il Reading spinto da una raccolta di firme dei suoi tifosi, ma anche in questo caso declina: quando il nuovo allenatore, Maurice Evans, gli propone di mettere la testa a posto “per tre o quattro anni, così arriverai anche in Nazionale” Robin Friday risponde chiedendo l’età del manager e aggiungendo poi: “Ho la metà dei tuoi anni e ho già vissuto il doppio di te”.
LA MORTE PER OVERDOSE DI EROINA
Finisce a vivere in una casa popolare ad Acton, permanenza che intervalla con quella in prigione, dove viene spedito per essersi travestito da poliziotto ed aver sequestrato droga che naturalmente ha poi consumato lui stesso.
Il 22 dicembre del 1990 Robin Friday viene trovato morto nel suo appartamento londinese a causa di un arresto cardiaco da overdose.
Robin aveva appena 38 anni.
Friday viene eletto dai tifosi del Reading “Calciatore del Millennio”.
Se ne va con appena 3 stagioni e mezzo al Reading e una e mezzo spesa al Cardiff, senza aver mai giocato in Prima Divisione ne in Nazionale e senza aver mai vinto un trofeo.
Friday era un calciatore duro ed egoista, incapace di giocare con la squadra ma fermo nel suo proposito di puntare e saltare l’intera difesa da solo per segnare, cosa che avveniva poi anche abbastanza spesso.
Un talento frenato soltanto da se stesso.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Alcol,
Calcio,
Calcio Inglese,
Droga,
Sport
Storie Di Alcool e Follia: Calcio Inglese
Alcool e football, questo è il connubio.
Non sempre ma spesso.
In Inghilterra è un binomio indissolubile per tanti tifosi ma anche per qualche calciatore, che a volte esagera e finisce per rimanere coinvolto in qualche pub brawl, la “classica” rissa da eccesso di birra e superalcolici.
ANNI 60 E 70
Tutti ormai conoscono la triste storia di George Best, ucciso dalla sua passione per la bottiglia(ne ho già parlato in un articolo a parte), ma anche gente del calibro di Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra vincitrice dei mondiali 1966 e di Jimmy Greaves, fenomenale attaccante del Tottenham che giocò anche qualche partita nel Milan di Nereo Rocco, ammise la propria condizione di alcolista.
Il più grosso problema di Jimmy Greaves in Italia aveva un nome e un cognome: Nereo Rocco.
I metodi militareschi e le regole ferree (proibito fumare, un solo bicchiere di vino ai pasti) alle quali l'allenatore faceva sottostare la sua truppa non collimano con il carattere di Greaves, sempre pronto allo scherzo e alla bevuta in compagnia.
“Gridava tutto il tempo, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta, e andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso”.
“A vent’anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano e finchè non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo”.
La parabola discendente del Tottenham comincia al termine della stagione ’66-67, quella di Greaves un paio di anni dopo, quando Nicholson prima gli toglie la maglia da titolare e poi lo cede, nel marzo del ’70, al West Ham.
“Il peggior club d’Inghilterra per chiunque aveva problema legati al bere”, commenterà Jimmy anni dopo.
“C’erano infatti Bobby Moore, re dei bevitori, quindi Frank Lampard e Harry Redknapp, bravi in egual misura con la palla tra i piedi e con un bicchiere in un mano.
Io ero una spugna, tanto che l’anno seguente avevo già perso la voglia di giocare, così decisi di appendere le scarpe al chiodo”.
“Smesso di giocare, ero diventato un mostro, vivevo solo per bere.
All’inizio i soldi non erano un problema, poi anche da quel punto di vista la situazione è cominciata a precipitare, e ciò mi deprimeva, e più ero depresso e più bevevo. Mia moglie se n’era andata, ero diventato aggressivo, provai a ritornare nel mondo del calcio giocando con club dilettanti quali Brentwood e Chelmsford, ma fu tutto inutile. Un servizio pubblicato sulla prima pagina del Sunday People nel quale venivano mostrate le condizioni in cui mi ero ridotto mi fece molto male, ma servì anche a farmi prendere definitivamente coscienza del problema. Ero malato e avevo bisogno di aiuto”. Negli ultimi vent’anni un Jimmy Greaves ripulito si è costruito una brillante carriera come editorialista per il Sun e come commentatore televisivo
Grazie al taglio scandalistico dei tabloid, negli anni Sessanta iniziarono a essere di dominio pubblico le storie sui calciatori sbevazzoni che prima rimanevano circoscritte nell’ambito degli addetti ai lavori e dei frequentatori di night club non a caso si vocifera che a cavallo tra le due guerre il grande centravanti dell’Everton e della nazionale Dixie Dean fosse uno leggermente pazzo.
Negli anni 70 anche Stan Bowles, Alan Hudson, Rodney Marsh e Frank Worthington ebbero problemi di questo tipo.
Come dimenticare la funambolica ala scozzese Jimmy Johnstone che durante un ritiro con la Scozia, una notte era così ubriaco che non si accorse che la barca su cui era salito per riprendersi dall’eccesso di alcool non fosse legata.
Per riportarlo a riva dovette intervenire la guardia costiera!
O come non ricordare quanto racconta Jock Stein proprio su di lui"Fissavo il telefono in attesa che squillasse" al che mia moglie mi chiedeva "come fai a sapere che squillerà?", poi effettivamente il telefono suonava e la frase tipo era: "Chiamiamo dal commissariato di polizia, Jimmy è qui con noi".
E che dire del pazzo londinese Robin Friday per molti il più grande talento sprecato della storia del calcio inglese, morto a 38 anni per overdose di eroina.
Uno che al principio della sua carriera, quando militava ancora nei dilettanti dell’Hayes, durante una partita improvvisamente sparì per un quarto d’ora, per poi rientrare e segnare il gol decisivo. L’assenza temporanea era dovuta ad una capatina al pub adiacente allo stadio...
A 12 anni finisce già in riformatorio mentre giocava nei Blues per aver rubato un’autoradio, nonostante tutto gli viene concesso il permesso di allenarsi con il Reading.
Alzava il dito medio al portiere, si abbassava i pantaloncini vicino agli spalti dei tifosi avversari e baciava in bocca i poliziotti a bordo campo: cresciuto fra Crystal Palace, Queens Park Rangers, Chelsea e Reading, Friday a vent’anni faceva l’operaio con due divorzi già quattro anni più tardi. “Non sopportava ricevere ordini dagli allenatori ma non prima di aver umiliato il Fulham con una doppietta da ubriaco, con tanto di tacchettata sui testicoli a Bobby Moore, capitano dei Campioni del Mondo del 1966”
ANNI 80, 90 E NUOVO MILLENNIO
Senza andare troppo lontano nel tempo altri campioni come Tony Adams e Paul Merson hanno faticato non poco per liberarsi del demone dell’alcool.
Adams ha anche scontato 56 giorni di prigione per guida in stato di ebbrezza, decidendo poi di mettere in piedi una clinica specializzata per il recupero di sportivi che hanno imboccato la strada della dipendenza da alcool, droghe o scommesse.
I nuovi metodi di allenamento e soprattutto l’uso di nutrizionisti e dietologi per salvaguardare la forma degli atleti cominciano ad avere un effetto positivo, almeno nella ricca Premier. Ma chi beve un bicchierino di troppo si pizzica sempre.
Nel 2000 sette pinte di vodka e rum e il conseguente attacco al malcapitato Sarfraz Najeib sono costate a Jonathan Woodgate una notte in cella e 100 ore di servizi sociali.
Un anno e mezzo fa, prima di un ottavo di Champions League tra Barcellona e Liverpool, il litigio alcolico tra Craig Bellamy e John Arne Riise con una mazza da golf, fece la gioia dei direttori dei giornali popolari di mezza Europa.
Il caso più eclatante di fuoriclasse dei nostri tempi rovinato da birra e whisky è ancora quello di Paul Gascoigne.
Tra marachelle e follie varie, una “gita” all’ospedale psichiatrico e un pestaggio alla povera moglie Sheryl, l’ex numero otto di Newcastle, Tottenham e Lazio non sembra proprio farcela a vincere la sua battaglia contro l’alcool.
Il giorno di Natale era atteso dai familiari per pranzo, invece si è rintanato in un hotel nei pressi del centro di recupero di Minsterworth, nel Gloucestershire, dove è in cura da tre settimane.
L’hanno ritrovato dopo tre giorni.
Solo, ubriaco e depresso per le parole del figlio dodicenne Regan, che in un documentario di prossima diffusione su Channel Four ha dichiarato: “mio padre morirà presto”.
Bere in compagnia, in passato, veniva visto come lasciapassare per essere accettati dal gruppo, per non dire branco.
O come passatempo sociale.
Emblematici i casi degli irlandesi al Manchester United: Norman Whiteside (del nord), Roy Keane, compagno di sbronze dello sciupafemmine Lee Sharpe e il nero Paul McGrath («bere mi dava coraggio»).
O per finire l'intero Leicester City cacciato da un hotel spagnolo nel 2000, Stan Collymore che picchia la compagna Ulrika Jonsson.
Shock fu anche un'intervista di Rio Ferdinand rilasciata al Guardian inerente il suo periodo nel West Ham, dal 1995 al 2000.
In questo periodo, Ferdinand, ha rivelato, faceva spesso e volentieri abuso di alcool, specialmente dopo le partite.
Rio: "Dico sempre alle persone che chiedono se ho qualche rimpianto per il gioco che non avrei bevuto alcolici. Quando ero più giovane ero un pazzo. Momenti della mia carriera di quando ero al West Ham sono confusi. La gente parla di prestazioni e risultati in determinate partite e io mi siedo e annuisco. Non ho idea di cosa stiano parlando, non ricordo"
Ai tempi del West Ham infatti, Rio poteva bere fino a 10 pinte di birra (una pinta corrisponde a circa 0.56 cl) la sera dopo la partita, per poi passare alla Vodka. Era la “cultura del bere”, molto diffusa ai tempi. Quindi oltre al calcio i professionisti, soprattutto se giovani come lui, pensavano sempre a bere e ad andare nei club per fare serata. Oggi se ne pente, perché la parte più formativa e forse più bella da ricordare a livello personale è andata praticamente persa.
Al Manchester United cambiò tutto.
Il passaggio, nel 2002, dal West Ham al Manchester United è stato decisivo per fare il primo passo verso la risoluzione del problema. Rio Ferdinand ammette infatti che, dopo il suo passaggio alla squadra allenata da Alex Ferguson, si limitava a bere alcool solo d’estate, al di fuori delle stagioni sportive.
Rio: "Mi limitavo a bere solo d’estate. Bevevo fino a scoppiare, in continuazione"
Essere una bandiera e poi il capitano del club ai tempi più forte e importante del mondo non bastò per debellare completamente il problema dell’alcolismo. Rio Ferdinand ha dovuto vivere l’esperienza sulla propria pelle, unita ad altri sconvolgenti avvenimenti familiari, per poi accorgersi realmente di ciò che aveva fatto.
Nel 2015 la moglie Rebecca muore dopo una lunga battaglia contro il cancro e questo sconvolgerà la vita di Rio Ferdinand. Appena due anni dopo anche la madre lo lascerà, sempre a causa di un cancro. Questi avvenimenti lo hanno sicuramente cambiato: "Adesso bevo un bicchiere di vino al giorno, oppure una Guinness. Avrom e il test mi hanno confermato che, nel mio caso, una moderata quantità di alcol aumenta il colesterolo buono".
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Non sempre ma spesso.
In Inghilterra è un binomio indissolubile per tanti tifosi ma anche per qualche calciatore, che a volte esagera e finisce per rimanere coinvolto in qualche pub brawl, la “classica” rissa da eccesso di birra e superalcolici.
ANNI 60 E 70
Tutti ormai conoscono la triste storia di George Best, ucciso dalla sua passione per la bottiglia(ne ho già parlato in un articolo a parte), ma anche gente del calibro di Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra vincitrice dei mondiali 1966 e di Jimmy Greaves, fenomenale attaccante del Tottenham che giocò anche qualche partita nel Milan di Nereo Rocco, ammise la propria condizione di alcolista.
Il più grosso problema di Jimmy Greaves in Italia aveva un nome e un cognome: Nereo Rocco.
I metodi militareschi e le regole ferree (proibito fumare, un solo bicchiere di vino ai pasti) alle quali l'allenatore faceva sottostare la sua truppa non collimano con il carattere di Greaves, sempre pronto allo scherzo e alla bevuta in compagnia.
“Gridava tutto il tempo, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta, e andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso”.
“A vent’anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano e finchè non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo”.
La parabola discendente del Tottenham comincia al termine della stagione ’66-67, quella di Greaves un paio di anni dopo, quando Nicholson prima gli toglie la maglia da titolare e poi lo cede, nel marzo del ’70, al West Ham.
“Il peggior club d’Inghilterra per chiunque aveva problema legati al bere”, commenterà Jimmy anni dopo.
“C’erano infatti Bobby Moore, re dei bevitori, quindi Frank Lampard e Harry Redknapp, bravi in egual misura con la palla tra i piedi e con un bicchiere in un mano.
Io ero una spugna, tanto che l’anno seguente avevo già perso la voglia di giocare, così decisi di appendere le scarpe al chiodo”.
“Smesso di giocare, ero diventato un mostro, vivevo solo per bere.
All’inizio i soldi non erano un problema, poi anche da quel punto di vista la situazione è cominciata a precipitare, e ciò mi deprimeva, e più ero depresso e più bevevo. Mia moglie se n’era andata, ero diventato aggressivo, provai a ritornare nel mondo del calcio giocando con club dilettanti quali Brentwood e Chelmsford, ma fu tutto inutile. Un servizio pubblicato sulla prima pagina del Sunday People nel quale venivano mostrate le condizioni in cui mi ero ridotto mi fece molto male, ma servì anche a farmi prendere definitivamente coscienza del problema. Ero malato e avevo bisogno di aiuto”. Negli ultimi vent’anni un Jimmy Greaves ripulito si è costruito una brillante carriera come editorialista per il Sun e come commentatore televisivo
Grazie al taglio scandalistico dei tabloid, negli anni Sessanta iniziarono a essere di dominio pubblico le storie sui calciatori sbevazzoni che prima rimanevano circoscritte nell’ambito degli addetti ai lavori e dei frequentatori di night club non a caso si vocifera che a cavallo tra le due guerre il grande centravanti dell’Everton e della nazionale Dixie Dean fosse uno leggermente pazzo.
Negli anni 70 anche Stan Bowles, Alan Hudson, Rodney Marsh e Frank Worthington ebbero problemi di questo tipo.
Come dimenticare la funambolica ala scozzese Jimmy Johnstone che durante un ritiro con la Scozia, una notte era così ubriaco che non si accorse che la barca su cui era salito per riprendersi dall’eccesso di alcool non fosse legata.
Per riportarlo a riva dovette intervenire la guardia costiera!
O come non ricordare quanto racconta Jock Stein proprio su di lui"Fissavo il telefono in attesa che squillasse" al che mia moglie mi chiedeva "come fai a sapere che squillerà?", poi effettivamente il telefono suonava e la frase tipo era: "Chiamiamo dal commissariato di polizia, Jimmy è qui con noi".
E che dire del pazzo londinese Robin Friday per molti il più grande talento sprecato della storia del calcio inglese, morto a 38 anni per overdose di eroina.
Uno che al principio della sua carriera, quando militava ancora nei dilettanti dell’Hayes, durante una partita improvvisamente sparì per un quarto d’ora, per poi rientrare e segnare il gol decisivo. L’assenza temporanea era dovuta ad una capatina al pub adiacente allo stadio...
A 12 anni finisce già in riformatorio mentre giocava nei Blues per aver rubato un’autoradio, nonostante tutto gli viene concesso il permesso di allenarsi con il Reading.
Alzava il dito medio al portiere, si abbassava i pantaloncini vicino agli spalti dei tifosi avversari e baciava in bocca i poliziotti a bordo campo: cresciuto fra Crystal Palace, Queens Park Rangers, Chelsea e Reading, Friday a vent’anni faceva l’operaio con due divorzi già quattro anni più tardi. “Non sopportava ricevere ordini dagli allenatori ma non prima di aver umiliato il Fulham con una doppietta da ubriaco, con tanto di tacchettata sui testicoli a Bobby Moore, capitano dei Campioni del Mondo del 1966”
ANNI 80, 90 E NUOVO MILLENNIO
Senza andare troppo lontano nel tempo altri campioni come Tony Adams e Paul Merson hanno faticato non poco per liberarsi del demone dell’alcool.
Adams ha anche scontato 56 giorni di prigione per guida in stato di ebbrezza, decidendo poi di mettere in piedi una clinica specializzata per il recupero di sportivi che hanno imboccato la strada della dipendenza da alcool, droghe o scommesse.
I nuovi metodi di allenamento e soprattutto l’uso di nutrizionisti e dietologi per salvaguardare la forma degli atleti cominciano ad avere un effetto positivo, almeno nella ricca Premier. Ma chi beve un bicchierino di troppo si pizzica sempre.
Nel 2000 sette pinte di vodka e rum e il conseguente attacco al malcapitato Sarfraz Najeib sono costate a Jonathan Woodgate una notte in cella e 100 ore di servizi sociali.
Un anno e mezzo fa, prima di un ottavo di Champions League tra Barcellona e Liverpool, il litigio alcolico tra Craig Bellamy e John Arne Riise con una mazza da golf, fece la gioia dei direttori dei giornali popolari di mezza Europa.
Il caso più eclatante di fuoriclasse dei nostri tempi rovinato da birra e whisky è ancora quello di Paul Gascoigne.
Tra marachelle e follie varie, una “gita” all’ospedale psichiatrico e un pestaggio alla povera moglie Sheryl, l’ex numero otto di Newcastle, Tottenham e Lazio non sembra proprio farcela a vincere la sua battaglia contro l’alcool.
Il giorno di Natale era atteso dai familiari per pranzo, invece si è rintanato in un hotel nei pressi del centro di recupero di Minsterworth, nel Gloucestershire, dove è in cura da tre settimane.
L’hanno ritrovato dopo tre giorni.
Solo, ubriaco e depresso per le parole del figlio dodicenne Regan, che in un documentario di prossima diffusione su Channel Four ha dichiarato: “mio padre morirà presto”.
Bere in compagnia, in passato, veniva visto come lasciapassare per essere accettati dal gruppo, per non dire branco.
O come passatempo sociale.
Emblematici i casi degli irlandesi al Manchester United: Norman Whiteside (del nord), Roy Keane, compagno di sbronze dello sciupafemmine Lee Sharpe e il nero Paul McGrath («bere mi dava coraggio»).
O per finire l'intero Leicester City cacciato da un hotel spagnolo nel 2000, Stan Collymore che picchia la compagna Ulrika Jonsson.
Shock fu anche un'intervista di Rio Ferdinand rilasciata al Guardian inerente il suo periodo nel West Ham, dal 1995 al 2000.
In questo periodo, Ferdinand, ha rivelato, faceva spesso e volentieri abuso di alcool, specialmente dopo le partite.
Rio: "Dico sempre alle persone che chiedono se ho qualche rimpianto per il gioco che non avrei bevuto alcolici. Quando ero più giovane ero un pazzo. Momenti della mia carriera di quando ero al West Ham sono confusi. La gente parla di prestazioni e risultati in determinate partite e io mi siedo e annuisco. Non ho idea di cosa stiano parlando, non ricordo"
Ai tempi del West Ham infatti, Rio poteva bere fino a 10 pinte di birra (una pinta corrisponde a circa 0.56 cl) la sera dopo la partita, per poi passare alla Vodka. Era la “cultura del bere”, molto diffusa ai tempi. Quindi oltre al calcio i professionisti, soprattutto se giovani come lui, pensavano sempre a bere e ad andare nei club per fare serata. Oggi se ne pente, perché la parte più formativa e forse più bella da ricordare a livello personale è andata praticamente persa.
Al Manchester United cambiò tutto.
Il passaggio, nel 2002, dal West Ham al Manchester United è stato decisivo per fare il primo passo verso la risoluzione del problema. Rio Ferdinand ammette infatti che, dopo il suo passaggio alla squadra allenata da Alex Ferguson, si limitava a bere alcool solo d’estate, al di fuori delle stagioni sportive.
Rio: "Mi limitavo a bere solo d’estate. Bevevo fino a scoppiare, in continuazione"
Essere una bandiera e poi il capitano del club ai tempi più forte e importante del mondo non bastò per debellare completamente il problema dell’alcolismo. Rio Ferdinand ha dovuto vivere l’esperienza sulla propria pelle, unita ad altri sconvolgenti avvenimenti familiari, per poi accorgersi realmente di ciò che aveva fatto.
Nel 2015 la moglie Rebecca muore dopo una lunga battaglia contro il cancro e questo sconvolgerà la vita di Rio Ferdinand. Appena due anni dopo anche la madre lo lascerà, sempre a causa di un cancro. Questi avvenimenti lo hanno sicuramente cambiato: "Adesso bevo un bicchiere di vino al giorno, oppure una Guinness. Avrom e il test mi hanno confermato che, nel mio caso, una moderata quantità di alcol aumenta il colesterolo buono".
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Etichette:
Alcol,
Calcio,
Calcio Inglese,
Droga,
Sport
Iscriviti a:
Post (Atom)





.jpg)


.jpg)


