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sabato 13 giugno 2015

La Storia Della 24 Ore Di Le Mans e L'Incidente Del 1955

La 24 Ore di Le Mans nacque nel 1923 per iniziativa di Charles Faroux, figura di grande importanza nell'automobilismo francese e mondiale. La sua idea era di organizzare un banco di prova per testare l'affidabilità e la qualità delle macchine prodotte: macchine sportive, ma anche automobili di tutti i giorni. Non passò molto tempo e la gara si trasformò in una ribalta per macchine speciali: vetture da Grand Prix. Erano permessi prototipi, purché il costruttore si dichiarasse disposto a costruirne un dato numero. Ecco perché alla stessa gara partecipavano Mercedes, Ford, Ferrari e Jaguar, accanto a Panhard con motori da 745 cc. Henry Ford con la sua GT40 spese un patrimonio per realizzare vetture competitive dal punto di vista tecnologico, quasi per vendetta nei confronti di Enzo Ferrari che aveva rifiutato la sua offerta di acquisizione dell'azienda di Maranello. Nel 1966 la vendetta di Ford è compiuta con 3 vetture in parata nei primi 3 posti del podio (a vincere furono Bruce McLaren e Chris Amon). Se questa gara era motivo di grande rischio per i piloti, costituiva però anche forte attrattiva sul pubblico. Gli spettatori arrivavano con ogni mezzo, da tutto il mondo, e si sistemavano per la notte, trasformando la cittadina in una Las Vegas europea, piena di luci, colori, suoni, pub aperti, tende, ristoranti improvvisati. Una vera e propria città in miniatura (“Le Village”) sorgeva al centro del circuito. Lì si poteva fare di tutto: bere un birra, comprare un'automobile, farsi una doccia, mangiare.
La particolarità della gara per i piloti è percorrere il rettilineo a piedi, prima di balzare in macchina. Ci sono punti chiave molto pericolosi, come il tratto Maison Blanche dove i piloti sfiorano le case. L'11 giugno di 60 anni fa la gara fu funestata dall'incidente, forse, più drammatico della storia dell'automobilismo nel quale persero la vita 83 persone (compreso il pilota francese Pierre Levegh) e rimasero ferite altre 120 persone. Quella tragedia cambiò per sempre l'interesse nei confronti della sicurezza da parte del mondo della velocità. Per vari decenni la 24 di Le Mans fu uno degli avvenimenti sportivi più esaltanti. 


L'EDIZIONI PRECEDENTI E PIERRE LEVEGH
Ci sono giornate nella storia dello sport che per un motivo o per un altro non si dimenticano.
Questi però sono i motivi meno nobili, quelli più dolorosi e che con lo sport in sè non c'entrano nulla.
Nelle corse automobilistiche per trovare quel giorno bisogna tornare indietro di 60 anni, precisamente all’11 giugno 1955 quando durante la 24 ore di Le Mans si verificò l’incidente più drammatico della storia della velocità nel quali persero la vita 83 persone, compreso il pilota francese Pierre Levegh.
Inoltre rimasero feriti oltre 120 individui accorsi nella città della Loira, esattamente come altre decine di migliaia di appassionati, per vedere sfrecciare i piloti più forti del mondo sulle vetture più evolute e veloci dell’epoca. Dopo quella immane tragedia si iniziò veramente a lavorare in maniera logica e costruttiva sull’importanza di rendere i tracciati sicuri sia per i piloti sia per gli spettatori.
Per Pierre Levegh, un 50enne driver, la 24 ore di Le Mans era diventata non una semplice corsa ma una vera e propria ossessione. Sin da quando poco più che ventenne aveva assistito alla prima edizione della leggendaria gara lo scopo della sua vita era diventato quello di vincere la 24 ore di Le Mans.
Levegh ci era andato vicinissimo nel 1952 quando la sua Talbot ruppe il motore nell'ultima ora di gara con quattro giri di vantaggio sul secondo classificato, a causa di un cambio marcia errato causato dalla stanchezza del pilota che scriteriatamente aveva guidato ininterrottamente per oltre 22 ore senza cedere il volante al compagno di squadra  Jean Trevoux. Quella condotta di gara assolutamente folle e scriteriata fu deplorata da addetti ai lavori e tifosi ma non da Alfred Neubauer, il direttore sportivo della Mercedes Benz che a fine gara entrò nel box di Levegh e gli promise che la prossima volta che la Mercedes si fosse presentata ai nastri di partenza della Le Mans una delle vetture tedesche sarebbe stata guidata proprio da lui.


LA TRAGEDIA DEL 1955
La Mercedes si astenne da Le Mans sia nel 1953 sia nel 1954. Ma nel 1955 tornò prepotentemente in auge con le formidabili 300SLR e tre equipaggi composti da Fangio e Moss come prime guide, André Simon e John Fitch come seconde guide e Karl Kling e proprio Pierre Levegh come piloti dell’ultima vettura. Per Levegh si trattava della chance della vita ma qualcosa non andava: sin dalle prime prove si intuì che quel bolide fenomenale era inadeguato per uno come Levegh che era quasi intimorito dalla potenza della 300SLR e non riusciva ad essere veloce come al solito.
Nelle qualifiche era stato il più lento in pista dei piloti Mercedes che si era già pentita di avergli dato fiducia. In cuor suo la casa tedesca era arrivata a sperare nel ritiro ma Levegh era troppo ostinato e cocciuto per fare una cosa del genere. Sarà, in ogni caso, la sua ultima gara.
La corsa era iniziata regolarmente alle 16 di sabato 11 giugno, in piena estate francese.
Le Ferrari, le Jaguar, le Mercedes si erano date battaglia fin dal primo minuto.
Sia Hawthorn (Jaguar) sia Fangio (Mercedes) compivano il giro completo del circuito in poco più di quattro minuti, seguiti da Castellotti, Maglioli, Kling, Levegh, Walters, Rolt, Beauman e Musso.
Sembrava più un Grand Prix che una corsa di durata.
La stessa irruenza, la stessa battaglia forsennata per il comando fin dai primi istanti, la stessa adrenalina. Mercedes contro Jaguar: la gara era tutta lì: gli altri, le Austin Healey, le Nardi, le Frazer Nash, le Cunningham, le Cooper, le Osca, le Lotus, non contavano niente.
Stonava, nel gruppo, una Mercedes, dello stesso modello delle altre, che già stava per essere doppiata.
Era quella guidata da Pierre Levegh. Nel corso della terza ora di gara  sul rettilineo dopo la chicane Ford, la sua Mercedes 300SLR agganciò a velocità altissima la Austin-Healey di Lance Macklin che fu costretto a spostarsi repentinamente verso i box per evitare un tamponamento con la Jaguar D-Type di Mike Hawthorn, rientrata ai box. Dopo aver urtato un cumulo di terra, la Mercedes di Levegh si schiantò sulla barriera che divideva la pista dalla tribuna davanti ai box, prendendo fuoco.
Alcuni pezzi dell'auto (il cofano, l'asse anteriore delle ruote) volarono sulla tribuna piombando violentemente sugli spettatori che furono letteralmente falciati e travolti dall’esplosione e dai detriti.
Macklin sentì un colpo indescrivibile da dietro, la sua macchina compì un folle testa-coda per poi sbattere contro gli stand, falciando un giornalista e un gendarme, ed essere rilanciata con violenza dall'altra parte, per fracassarsi definitivamente contro il muro delle tribune.
Nel momento dell'urto, aveva ancora avuto la possibilità di vedere con la coda dell'occhio un'ombra argentea passargli sopra la testa e un'altra ombra argentea che gli filava accanto sulla destra.
Quando Macklin scese, scioccato, dalla sua vettura distrutta, non sapeva cosa fosse successo.
Non aveva capito che Levegh, al volante di quella tremenda 300 SLR, trovandosi di fronte la sua macchina l'aveva colpita in pieno, ad una tale velocità da decollare, superarla per aria, schiantarsi sul pilone del tunnel pedonale a lato delle tribune e disintegrarsi con due esplosioni al di sopra di una folla di centinaia di persone. E questo mentre Fangio, con millimetrica precisione, riusciva a trovare un varco tra la macchina di Hawthorn, ferma al box della Cunningham (tre box più in la’ del proprio) e quella di Macklin.
Dove prima c'era un folla di persone in piedi, ora si vedevano soltanto persone abbattute a terra, o inginocchiate vicino a porgere un primo disperato soccorso. Parecchi testimoni furono concordi nel descrivere la scena come se fosse scoppiata una bomba. Decine e decine di corpi falciati, nello spazio di un attimo, fatti letteralmente a pezzi. Il prato aveva cambiato colore ed era disseminato di sangue.
Quello che era stato un urlo unisono, si spense in un silenzio profondissimo che durò qualche secondo.
Quindi iniziò la solita frenetica confusione di tutte le catastrofi: parenti e amici che premevano per arrivare alla zona, nella speranza folle di scorgere i propri cari sopravvissuti; ambulanze, dottori improvvisati, forze di polizia, giornalisti, infermieri, uomini dell'organizzazione.
E in mezzo al disumano dolore, alcuni meccanici della Mercedes che, con assoluta rapidità, nel giro di dieci minuti dall'incidente avevano raccolto e portato via tutti i pezzi della macchina di Levegh.
Solo la gente sopravvissuta in tribuna e qualche meccanico della Mercedes, che in meno di un quarto d’ora raccolse tutti i pezzi della macchina di Levegh, si accorse con lucidità della portata della catastrofe occorsa. E intanto le autorità affrontavano il solito, terribile dilemma.
Sospendere la corsa o continuarla? Ammettere l’enormità della tragedia o far finta di niente, nel timore che la gente, presa dal panico, si accalcasse alle uscite, ostacolasse ancora di più di quanto già non fosse l’azione dei soccorritori? Prevalse il desolante “The Show Must Go On”. Nel box della Mercedes la concitazione era al massimo. Da Stoccarda arrivarono telefonate molto chiare: ritirarsi!
Neubauer e Uhlenhaut avevano delle riserve: Faroux li implorava di continuare, ed essi stessi esitavano a sprecare una vittoria certa. Le telefonate, tra l’altro difficilissime, visto che da tutte le parti della Francia si tentava di comunicare con Le Mans e viceversa, si fecero convulse.
A 7 ore dall’incidente si arrivò ad una decisione unanime: la macchina causa di morte per 81 persone era una Mercedes, non si poteva continuare a correre. Quando la Mercedes avvertì lo stand Jaguar della propria decisione, fu subito chiaro che non sarebbe stata seguita su questa strada.
L’unica che importasse alla Jaguar era quella della vittoria.
In un clima surreale la corsa arrivò alla fine e per un beffardo segno del destino proprio Mike Hawthorn, pesantemente implicato nell’incidente, vinse la 24 ore brindando e gioendo fra l’altro come se nulla fosse. Quei festeggiamenti rimasero una macchia indelebile nella carriera di Hawthorn.


LE COLPE
Di chi fu la colpa della strage?
Di Levegh che, troppo vecchio, non avrebbe mai dovuto gareggiare con quella macchina, in quel gruppo di piloti? Oppure di Macklin che, distratto dall’aver guardato nello specchio retrovisore, non si era accorto in tempo della frenata di Hawthorn?
O di Hawthorn, che calcolò male la distanza che lo separava dal proprio stand, tanto da trovarsi a frenare troppo bruscamente subito dopo il superamento di Macklin, finire lungo, tre box più avanti, e farsi prendere da una crisi di isteria quando gli fu chiaro cosa era successo?
O della Mercedes, che aveva inserito nei telai due piccoli serbatoi di additivi illeciti, da cui il pilota attingeva nei momenti in cui aveva bisogno di maggiore potenza tramite un comando del cruscotto, e che furono la causa della doppia esplosione della vettura di Levegh?


LE CONSEGUENZE
In seguito all’incidente, molte gare della stagione furono cancellate.
Non si disputarono  il Gran Premio di Germania, la Coppa Acerbo e il Gran Premio di Svizzera.
La Svizzera introdusse una legge per vietare le gare automobilistiche sul suo territorio (una normativa in vigore ancora oggi!) mentre la Mercedes, dopo aver vinto il campionato di F1 con Fangio, si ritirò dalle corse in segno di rispetto per le vittime, e vi fece ritorno solamente 32 anni dopo, nel 1987.
Negli Stati Uniti l'American Automobile Association il più prestigioso automobile club della nazione, decise di chiudere qualunque attività sportiva.
Nonostante un’inchiesta ancora oggi non si conosce con chiarezza i perché e le colpe di quella strage.
Di certo c’è che il disastro di Le Mans ‘55 resta una delle pagine più nere della velocità che, anche a 60 anni di distanza, qualunque appassionato e addetto ai lavori non deve mai dimenticare.


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sabato 31 gennaio 2015

La Storia Della Parigi Dakar: Incidenti e Morti

La Parigi-Dakar è stata ideata nel 1977 da Thierry Sabine che dopo essersi perso, con la sua moto, nel deserto durante la Abidjan-Nizza ritornò in Francia sconfitto da questi paesaggi e territori infimi ed estremi. Dal 1978 la Parigi-Dakar ha iniziato a svolgersi tutti gli anni e toccava moltissimi dei paesi dell'Africa nord-occidentale, meridionale e centrale.
Sabine, dalla prima partenza del rally raid fino alla sua morte, era solito radunare tutti i piloti prima della partenza per ricordare le più importanti norme sulla sicurezza.
La Dakar oltre ad essere affascinante per i luoghi che si oltrepassano durante la competizione è purtroppo famosa anche per la sua pericolosità infatti alcuni piloti come Fabrizio Meoni (KTM), Jean-Noel Pineau (Yamaha), la popolazione locale e lo stesso fondatore della Dakar sono morti nel campo di gara a causa di incidenti mortali.


IL PERCORSO
È chiamata "Parigi-Dakar" in quanto nelle prime edizioni (dal 1979 al 1991 e ancora nel 1993, 1994, 1998, 2000 e 2001) il percorso iniziava appunto dalla capitale francese per terminare in quella del Senegal. In seguito, mentre l'arrivo si è mantenuto quasi sempre a Dakar, la sede di partenza ha subito diversi spostamenti dal 1995. La gara, dopo un prologo in Europa, attraversava diversi paesi africani e il deserto del Sahara fino ad arrivare a Dakar.
Dal 2009 la corsa ha spostato il suo percorso in Sudamerica, mantenendo comunque la denominazione di Dakar. La Dakar sarà ospitata in tre paesi che hanno già mostrato le loro caratteristiche nelle cinque edizioni precedenti del rally raid.
Nell'edizione del 2012 il percorso che si snodava nel Perù piacque molto ai piloti ed ai loro equipaggi.
Una volta che si attraversano le montagne delle Ande, dopo una prima visita in Cile, il rally raid incontrerà un volto diverso del Sud America, quella che garantisce una vasta gamma di terreni come: terra, sabbia fango etc. Due sequenze distinte si svolgeranno in Cile e ciascuna di essi sarà decisiva.
Il ritorno alla Atacama corrisponde alla fase della Dakar dove i concorrenti guidano per dominare la resistenza estrema degli avversari.
Come una sfida di resistenza, le sessioni tra le dune continueranno fino al giorno prima del traguardo.
Alla gara partecipano auto, moto, camion e quad. I mezzi che intraprendono questa durissima gara sono dotati di GPS e si vedono rinforzare le proprie parti meccaniche per sopportare il gran caldo e le sollecitazioni.


EDIZIONI PASSATE: INCIDENTI E MORTI
28 piloti hanno lasciato la vita nella polvere della Parigi-Dakar. E' il bilancio delle 37 edizioni della gara nel deserto più famosa e pericolosa. Bilancio che supera i 60 morti contando anche giudici e spettatori. Oltre agli incidenti, uno dei rischi maggiori è quello di perdersi nel deserto. Ovviamente ora con il GPS le cose sono un po' migliorate.
Nella prima edizione (26 dicembre 1978) si iscrissero ben 170 concorrenti in moto o macchine adatti ad affrontare questi terreni. I concorrenti della prima edizione dovevano percorrere 8.500 Km per arrivare fino a Dakar (attraversando la Francia, l'Algeria, il Niger, il Mali e infine il Senegal) ed il primo vincitore fu Cyril Neveu (Yamaha). Nel 1979  muore il motociclista Patrick Dodin per una caduta, mentre tentava di sistemarsi il casco che gli si era allentato.
Nell'edizione del 1982 fu caratterizzata dalla missione di ricerca e salvataggio di Mark Thatcher, figlio dell'allora Primo Ministro britannico Margaret smarritosi nel deserto del Sahara e fu ritrovato il 14 gennaio del 1982 con un aereo dell'aviazione militare argentina.
Tragica fine per l'olandese Bert Oosterhuis che cade da una Yamaha nel corso della tappa da Quatre Chemins ad Ecker. Nell'edizione del 1983 il percorso, per la prima volta, attraversa il deserto del Tenerè, un luogo che tutti consideravano "mistico" per le condizioni estreme e le insidie, infatti durante il rally raid circa 40 piloti rimangono coinvolti in una tempesta di sabbia ma grazie alle guide locali riescono a portare in salvo i piloti. In quest'edizione perde la vita il francese della Yamaha, Jean-Noel Pineau, che si schianta su un tronco ai margini della strada che portava a Ouagadougou.
Il percorso dell'edizione del 1986 fu di 15.000 Km che componevano un tracciato molto ostico e difficile che si snodava in Algeria, nel Niger poi nel deserto del Tenerè e la Muritania.
Durante la gara ci furono molti incidenti tra cui quello mortale di Therry Sabine (organizzatore e fondatore della Parigi-Dakar) mentre cercava di salvare alcuni piloti.
Durante il trasferimento verso Sète, il motociclista giapponese Yasuo Kaneko viene investito ed ucciso da un automobilista. Martedì 14 gennaio, durante il raid a otto chilometri da Gourma-Rharous, ai margini del Niger, cade un elicottero che seguiva la corsa.
Nell'incidente muoiono appunto l'inventore della Dakar, Thierry Sabine, il cantante Daniel Balavoine, la giornalista Nathaly Odent, il pilota Francois-Xavier Bagnoud ed il tecnico radio Jean-Paul Lefur;
L'edizione di quest'anno fu vinta da Nueve (Honda, moto) e Metge (Porche) anche se la gara doveva essere vinta da Auriol (Cagiva) che però a pochi chilometri dal traguardo ed in testa alla competizione cadde ropendosi entrambe le caviglie. L'edizione del 1988 festeggia i primi dieci anni della corsa con il numero record di iscrizioni ben 600 tra moto, macchine e camion.
Quest'edizione fu ricca di gravi incidenti e molti ritiri. Kees Van Loevezijn, navigatore olandese della Daf di Van de Rijt muore sul colpo dopo essere stato sbalzato via dal mezzo su cui si trovava.
La stessa edizione è fatale anche per Patrick Canado, copilota di Boubet, dopo una collisione con un altro mezzo. Nel 1991 Charles Cabannes, pilota francese d'un camion d'assistenza, viene ucciso da un proiettile vagante in Mali. Nell'edizione del 1992 la Dakar arrivò a toccare addirittura la Città del Capo in Subamerica con arrivo a Le Cap. In quest'edizione viene introdotto per la prima volta il "GPS".
Tra Syrta e Sabha (Libia), Jean-Marie Sounillac e Laurent Le Bourgeois, muoiono a bordo di una vettura d'assistenza. Tragica fine anche per il motociclista Gilles Lalay, in seguito alla collisione con una Toyota del servizio di assistenza medica.
Nel 1994 muore un altro pilota di moto, il belga, Michel Sansen, vittima di una caduta. Nel 1996 è la volta di Laurent Gueguen. Il suo camion esplode nella tappa da Foum El Hassan a Smara.
Nel 1997 il motociclista Jean-Pierre Leduc muore dopo una caduta sul percorso che stava attraversando il Mali. Daniel Vergnes, preparatore dei veicoli del team Toyota Trophy, perde la vita durante il trasferimento in Mauritania nel 2002.
Nel 2003 la vettura del navigatore Bruno Cauvy, alla sua prima Dakar, si capovolge nel deserto in Libia. Nell'edizione del 2005 muore durante una tappa Fabrizio Meoni (KTM) a 47 anni dopo aver vinto per due anni la stessa Parigi-Dakar (edizioni del 2001 e 2002). Il giorno prima era morto Josè Manuel Perez a seguito di una caduta. Nel 2006 muore a 41 anni il centauro australiano Andy Cadelcott, vittima di una caduta nel corso della speciale della 9/a tappa tra Nouakchott e Kiffa.
Scompare in un incidente il motociclista sudafricano Elmer Symonds, mentre il francese Eric Aubijoux è vittima di un attacco di cuore in Senegal nel 2007. L'edizione del 2008 è annullata per l'uccisione di 4 turisti francesi in Mauritania. Nell'edizione successiva(2009), il motociclista francese Pascal Terry viene trovato morto in Argentina a due giorni dalla scomparsa, vittima di un arresto cardiaco.
Nel 2012 incidente mortale alla prima tappa per il motociclista argentino Jorge Andres Martinez Boero.
Nel 2013 due persone muoiono in Perù in un incidente stradale tra un veicolo dell'assistenza e due taxi.
Il motociclista francese Thomas Bourgin muore dopo una collisione con un veicolo della polizia cilena.
L'anno dopo(2014) viene ritrovato senza vita il belga Eric Palante. Scompaiono anche due giornalisti argentini in un incidente stradale. Infine nell'edizione 2015 viene trovato morto il polacco Michal Hernik in Argentina.


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venerdì 30 gennaio 2015

La Storia Del Tourist Trophy Sull'Isola Di Man: Percorso, Incidenti e Morti

"Motorsport can be dangerous"

Il Tourist Trophy che si svolge sull' Isola Di Man non è una semplice gara.
E' una sfida che l'uomo decide di affrontare pur sapendo di rischiare la vita nei 60 chilometri che formano il circuito.
Negli oltre 100 anni di storia del TT sono morti oltre 250 piloti su una pista che non è mai cambiata, se non nelle medie di percorrenza che oggi superano i 200 km/h sfiorando marciapiedi, muretti, pali e burroni.
Si parla di 258 morti, a cui vanno aggiunti 5 spettatori, 2 commissari ed 1 poliziotto.
Partono uno alla volta, a distanza di dieci secondi.
Non c’è dunque gara più controversa del TT.
Non c’è competizione più amata.
Non c’è circuito più pericoloso.
Lo percepisci in griglia prima della partenza, c'è una tensione forte che colpisce lo stomaco.
Per questo al TT i piloti, dal primo all'ultimo, vengono applauditi dalla gente perchè arrivare al traguardo è già di per sè una vittoria.
L'Isola Di Man è situata nel mar d'Irlanda tra le coste irlandesi ed inglesi con una superficie di 572 km quadrati. La capitale è Douglas, circa 89mila abitanti.


STORIA E TIPOLOGIA DI GARA
Va in scena dal 1907 lungo un percorso di 37.73 miglia (60.720 km), denominato Mountain Course, che si snoda lungo l’isola, situata tra l’Inghilterra e l’Irlanda.
Si tratta di un circuito stradale, cioè strade normalmente aperte al traffico, che vede competere i piloti, suddivisi in categorie, con medie incredibili (oltre i 200 km/h).
Il TT dura in totale ben due settimane.
La prima è dedicata alle prove, che si svolgono tutti i giorni nel tardo pomeriggio, mentre la seconda settimana viene dedicata alle gare, che si svolgono in tarda mattinata e nel primo pomeriggio, a giorni alterni (salvo, ovviamente, meteo avverso).
Durante le prove i piloti prendono il via a due alla volta, ogni coppia a distanza di 10 secondi l’una dall’altra, mentre per la gara la partenza è singola, con i piloti sempre distanziati di 10 secondi l’uno dall’altro.
Il 1907 è l’anno in cui si disputò la prima gara del TT, corsa sul tracciato chiamato St.John, il 1911 è il primo anno in cui il TT si è corso sul tracciato denominato Mountain, che poi è quello attuale, il 1920 è l’anno in cui, definitivamente, il TT si trasferisce sul Mountain Circuit.
Inserito nel calendario del Motomondiale come Gran Premio di Gran Bretagna dal 1949 al 1976, ha visto al via tutti i grandi campioni del passato.
Joey Dunlop, leggendaria icona del “road racing”, è il primatista assoluto di vittorie, con 26 successi: la sua incredibile striscia di primi posti è stata interrotta dal tragico incidente del 2000, a Tallin, in Estonia, lontano dalle familiari strade del TT.
La due settimane del TT ospitano le qualificazioni alle varie categorie (Senior TT, Superbike, Superstock, Supersport, Newcomers, Lightweight, Sidecar, TT Zero Challenge), compresa quella dedicata ai veicoli elettrici e le gare.


IL CIRCUITO
I circuiti che l’isola offriva erano più di uno, tra cui il “Clypse Course”, utilizzato tra il 1954 e il 1959 per le classi Junior ma quello più estremo, quello della leggenda, è lo “Snaefell Mountain Corse”, il cosiddetto circuito della montagna, utilizzato in gara per la prima volta nel 1911.
Rimasto praticamente invariato fino ai giorni nostri, si divide in una serie di tratti storici riconoscibili e in alcuni casi molto temuti dai piloti.
Una sessantina di curve in tutto il circuito, sulle oltre duecento totali, sono dedicate ai piloti che vi hanno compiuto le maggiori imprese o che, in incidenti di gara, vi hanno lasciato la vita.
L’anello stradale misura 60 chilometri e 720 metri e viene ripetuto per sei volte nelle classi principali e per tre o quattro in quelle minori.
Le strade utilizzate sono aperte alla viabilità convenzionale per tutto l’anno e chiuse al traffico (non sempre è stato così, perlomeno durante le prove) in occasione della gara.
Quando questo ancora non accadeva, erano ancor più numerosi gli incidenti mortali che coinvolgevano la popolazione.
La “Birkins Bend”, ad esempio, è una curva intitolata ad Archie Birkins, pilota che morì nel 1927 scontrandosi con un furgone che trasportava pesce.
In oltre sessanta chilometri di strada, il paesaggio è mutevole.
Il tratto maggiormente suggestivo è quello montano nei pressi di Brandywell, dove si tocca la massima altitudine, sullo Snaefell, a quota 422 metri.
Il giro parte da Douglas, la capitale dell’isola, sul lungo rettilineo in discesa di Bray Hill nel centro dell’abitato, in cui i bolidi di oggi superano i 300 chilometri all’ora.
Si arriva in staccata ad una curva verso destra posta sulla rotonda dell’incrocio di Quarter Bridge e ci si avvia verso il tortuoso tratto di Glen Helen, dove la strada è in alcuni punti incassata tra le rocce.
L’attraversamento del villaggio di Kirk Michael è uno dei tratti da sempre più pericolosi: quattro curvoni in successione permettono alle moto di superare in piega i 200 chilometri orari.
A Ballaugh Bridge c’è uno dei punti più spettacolari, dove le moto, seppure in un tratto lento, volano su un’impressionante dosso, ancora oggi cinto della stessa ringhiera metallica dei primi del Novecento.
Si passa poi nell’abitato di Ramsey prima di inoltrarsi nel paesaggio lunare di Verandah, dove la montagna disegna scenari e strapiombi tanto affascinanti quanto pericolosi.
Una volta scollinato lo Snaefell, il tracciato scende in picchiata verso Douglas, non senza un ultimo brivido sul Governors Bridge, posto a pochi metri dal rettilineo d’arrivo in cui bisogna decelerare bruscamente per rimanere in carreggiata.


MORTI ED INCIDENTI
La spettacolarità dell’evento e la convinzione che si tratti dell’unica gara “vera”, un confronto alla pari tra le insidie del percorso e l’abilità dei piloti, fa del TT la competizione più amata da molti motociclisti.
Molti altri, però, ne contestano l’eccessiva pericolosità, che ha chiesto negli anni un eclatante tributo di sangue: sono oltre 250, infatti, i morti nella storia della corsa, che ogni anno è immancabilmente funestata da incidenti, che coinvolgono i piloti e in qualche caso i commissari di percorso.
Da cosa è data l'eccessiva pericolosità? Ovviamente dal fatto che i piloti sfrecciano tra case, muri, alberi e pali della luce.
La media è di 218 km/h con punte di 320 km/s e passaggi da brivido tra le abitazioni.
Il primo morto risale già al 1911 (Victor Surridge) finito in un canale contro un terrapieno.
Tra gli altri si ricordano il campione del mondo delle 500 nel 1949 (Leslie Graham) e delle 125 nel 1961 (Tom Phillis).
Si ricordano anche gli italiani Gilberto Parlotti nel 1972 e Marco Fattorelli nel 1989.
O Rob Vine Fund nel 1985.
La morte di Parlotti fece desistere Giacomo Agostini dal partecipare.
Dal 1973 tutti i piloti del motomondiale si rifiutarono di partecipare al TT, gara che verrà estromessa dal calendario dalla federazione motociclistica internazionale solo nel 1977 (faceva parte del mondiale dal 1949).
Il 2003 è l’anno che segna la morte, proprio qui a Man, di un grande pilota, che prometteva grandi cose per il futuro.

Agostini: "Ho lottato per farla togliere dal mondiale perchè non credevo fosse giusto correre perchè si è obbligati. Lì ma anche in piste come Abbazia e Spa si avvertiva il pericolo: ogni 10 giorni moriva un pilota. Dovevamo interrompere questa serie. Ritengo che il TT sia la gara più pericolosa al mondo oltre che una delle più affascinanti ma sono anche liberale: corre chi lo desidera"

Nei decenni successivi altre morti illustre si susseguono.
David Jefferies, perderà la vita di giovedì pomeriggio, schiantandosi con la sua Suzuki 1000cc, contro un muro a Crosby, ad una velocità probabilmente superiore alle 155 Mph (250 Km/h).
Gli incidenti, peraltro, appaiono inevitabili, considerate le medie elevatissime tenute dai piloti più competitivi, oltre alle caratteristiche del circuito, che passa letteralmente tra le case, sfiorando marciapiedi e lampioni.
La velocità massima rilevata è stata stabilita da Keith Amor che, in sella alla sua Honda 1000cc, nel rettifilo di Sulby ha toccato le 192.80 Mph (310.28 Km/h).
A dir la verità, Cameron Donald in sella ad una Suzuki MotoGp, durante un giro d’onore, ha toccato le 202 Mph (325.09 Km/h), ma il record non è stato ufficializzato.
E' proprio il rischio di gravi incidenti che ha sconsigliato tutti i piloti attualmente protagonisti in MotoGP e in Superbike dalla partecipazione al TT, rinunciando a un’occasione unica di dimostrare il proprio talento anche nelle competizioni stradali.
Il Mountain Course, nonostante che per molti anni sia stato oggetto dell’ostracismo dei media, continua a rappresentare al meglio la filosofia senza compromessi del road racing, disciplina che guadagna consensi in tutto il mondo.
I vincitori del TT assurgono a eroi, sopravvissuti al percorso terribile, reso ancor più difficile da condizioni meteorologiche quasi sempre ostili.


THE INTERNATIONAL NORTH WEST 200 IN NORD IRLANDA
Di solito “The International North West 200”(che si corre in Nord Irlanda) anticipa di poche settimane il TT dell’Isola di Man.
Si corre lungo un tracciato chiamato “The Triangle” (il triangolo), lungo 14.3 km e caratterizzato da velocità massime elevatissime (record nel 2012 con 335 km/h).
L’indicazione numerica si riferiva alla lunghezza della gara, 200 miglia (322 km), ridotta in seguito a distanze inferiori (tra 4 e 6 giri).
Questo è forse solo l'antipasto ma anche questo circuito, come pericolosità, non scherza affatto.


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La Streif Di Kitzbuhel: Storia, Pista, Incidenti

Partendo dall'assunto che la Streif di Kitzbuhel è la più spettacolare pista di discesa libera del mondo ma forse anche la più difficile. Ogni anno, nel mese di gennaio si sfidano i migliori sciatori del mondo per conquistare la vittoria. I primi documenti storici testimoniano che a Kitzbuhel si gareggiava già nel 1894, ma è soltanto dal 1931 che la competizione è aperta a livello internazionale. E dal 1967, ovviamente, fa parte della Coppa del Mondo. Il record di velocità appartiene a Fritz Strobl realizzato nel 1997: 1'51''58.


LA PISTA
La Streif viene definita "la gara" di discesa libera. Ciò deriva dalla diversità del suo terreno.
Tutti gli elementi di una discesa classica si trovano sulla Streif: sponde pungenti che con l’alta velocità portano a salti mozzafiato, pendii ripidi, percorsi pendenti, schuss, curve, percorsi di scorrimento, innumerevoli spettacolari ondulazioni del terreno, persino brevi tratti in salita come prima del salto Seidlalm. Essa, come detto, è caratterizzata da numerosi passaggi che hanno scritto la storia dello Sci Alpino: si parte dei 1665m sul livello del mare (per scendere sugli 805m del traguardo), dopo soli 5 secondi di baratro (la pendenza iniziale è impressionante) si trova la Mausefalle (trappola per topi), un salto di una quarantina di metri che spedisce gli atleti verso la Steilhang, una esse strettissima e in contropendenza che immette su una lunga stradina praticamente pianeggiante.
Chi esce male dalla Steilhang può dire addio alle ambizioni di successo, visto che la velocità persa porta a distacchi incolmabili. Al termine della stradina un altro salto detto Gschoess, che nel 1994 praticamente segnò la fine della carriera di Franz Heinzer. Il tratto veloce senza curve è conosciuto come Bruckenschuss. Dopo un altro lungo falsopiano, l’Alte Schneise, si entra nella parte finale, la più difficile, la più pericolosa, la più affascinante: l’Hausbergkante. Un lungo schuss con pendenze da brivido (85% quella massima) che i gatti delle nevi riescono a risalire soltanto trainati da un cavo d’acciaio e che fa toccare punte di velocità vicine ai 140/150 km/h. Non solo, è da affrontare trasversalmente, con la pendenza che butta gli atleti verso il basso, costringendoli a lavorare tantissimo per mantenere una buona linea. Poi il salto finale, famoso per aver causato incidenti più o meno gravi nel corso degli anni e recentemente smussato, e finalmente il traguardo.


INCIDENTI
Come ogni pista leggendaria, anche sulla Streif vengono ricordati diversi incidenti più o meno gravi.
Nel 1995 si disputarono ben due discese nello stesso giorno, pur con partenza abbassata alla seconda curva della Steilhang. Per il grande Luc Alphand fu doppietta, e furono anche le prime di una lunga serie di vittorie in Coppa del Mondo. Ma l’evento indimenticabile fu la tremenda caduta di Pietro Vitalini sull’Hausbergkante. Il valtellinese spigolò, fu proiettato verso le reti che scavalcò passando a pochi centimetri da un palo di ferro e proseguendo il suo volo per altri cinquanta metri oltre le protezioni. Il sangue si gelò nelle vene di tutti gli spettatori al traguardo e a casa.
Miracolosamente illeso, al punto che si presentò al cancelletto di partenza della seconda discesa arrivando poi quinto. Un vero e proprio miracolo se si considera che fino alla settimana prima oltre le reti non c’era la neve ma pietraia.
Oltre al miracolato Vitalini, nella memoria degli appassionati restano le drammatiche cadute di Brian Stemmle nel 1989, di Daniel Albrecht nel 2009 e di Johann Grugger nel 2011.
Il canadese cadde alla Steilhang, uno sci si infilò nelle reti, all’epoca non certo sicure come quelle odierne, rompendosi il bacino e soffrendo di numerose lesioni interne che fecero temere per la sua vita.
Ripresosi, fece causa agli organizzatori ottenendo un rimborso milionario, e dopo circa un anno e mezzo rientrò in gara. L’elvetico arrivò completamente arretrato sul salto finale, cadendo di schiena a oltre 140 km/h. Venti giorni di coma in cui si temette per la sua vita prima di una lentissima ripresa che lo ha riportato in Coppa del Mondo benché i segni di quella botta si facciano sentire tutt’ora.
L’austriaco infine cadde pesantemente alla Mousefalle, perdendo il casco e rimanendo in coma per qualche giorno. Una delicata operazione al cervello lo salvò, ma la sua carriera terminò sulla pista più amata.

Altre cadute celebri nell'ultimo trentennio:
23.01.1987: Todd Brooker, commozione cerebrale, frattura del setto nasale, lesioni al volto e ad un ginocchio.

9.01.1991: Bill Hudson, rottura di una scapola, frattura della quarta vertebra, di un radio sinistro e lesioni polmonari.

10.01.1996: Cadono in diversi in allenamento, Andreas Schifferer, J.Strobl e Lasse Kjus.
Schifferer trauma cerebro craneale, tre giorni in coma.

23.01.1998: Roland Assinger sbatte contro una delimitazione della pista e viene trasportato in ospedale con lesioni ad una spalla ed alle costole, fine della carriera.

21.01.1999: Patrick Ortlieb, frattura scomposta al femore destro, lesioni all'anca e ad un ginocchio.
Fine della carriera.

20.01.2005: Thomas Graggaber, caduta in allenamento, fratture multiple alle costole nonché gravi lesioni a spalle e polmoni. Fine della carriera.

16.01.2008: Andreas Buder caduta in allenamento, tra le altre cose frattura della testa tibia destra, mai ripresosi completamente si è ritirato da poco.

19.01.2007: Scott Macartney cade sull'ultimo salto prima dell'arrivo nel giorno del suo 30mo compleanno. Coma artificiale per 1 giorno.


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