Luke McCormick nasce nel 1983 e nei primi anni del 2000(dal 2004 in poi) è un portiere di belle speranze del Plymouth, eletto miglior giovane del suo club per due anni consecutivi e si mormora di un suo approdo nelle nazionali giovanili inglesi.
McCormick diviene sempre più forte ed iniziano ad adocchiarle diverse squadre (tra le quali il Leicester di Holloway).
L'INCIDENTE STRADALE E IL DUPLICE OMICIDIO
La sua vita però cambia radicalmente il 7 giugno 2008 quando alla guida della sua Range Rover si scontra contro l’auto della famiglia Peak uccidendo i due bambini Arron(dieci anni) e Ben(otto) e ferendo gravemente il padre Phil.
Ad ottobre dello stesso anno arriva la sentenza del tribunale che lo condanna a 7 anni e 4 mesi di carcere.
Il giovane portiere in quel maledetto giorno era stato al matrimonio del suo compagno di squadra David Norris.
Subito dopo i festeggiamenti però aveva deciso di ripartire per la sua città natale, Coventry, per risolvere alcuni problemi coniugali con la sua fidanzata.
Inutili erano stati i tentativi di dissuasione degli amici che lo avevano pregato di fermarsi a riposare.
Luke era partito chiaramente stanco e con una concentrazione di alcool nel sangue doppia del consentito. Mentre era alla guida del suo fuoristrada è stato preso da un colpo di sonno e l’urto con la Toyota della famiglia Peak è stato fatale.
In seguito alla sentenza nel tribunale di Stoke-On-Trent la famiglia Peak si è detta soddisfatta della condanna anche se sicuramente non sarà mai sufficiente a ripagarli del vuoto lasciato dalla morte dei due bambini.
Il signor Peak ancora oggi paga il prezzo di quell’incidente essendo bloccato su una sedia a rotelle e la signora Peak fece notare che tutto sommato McCormick fra tre anni e mezzo sarà fuori con la condizionale mentre i suoi figli non torneranno mai più in vita.
CARRIERA FINITA?
Dopo la sentenza il Plymouth rescisse il contratto il giorno successivo.
La notizia fece molto rumore nel mondo del calcio, basti pensare che Sir Alex Ferguson in persona spedì un messaggio di condoglianze alla famiglia Peak, i due bambini erano infatti accaniti sostenitori del Manchester United e i loro funerali furono seguiti da una massiccia rappresentativa di tifosi dei Red Devils.
LA SCARCERAZIONE(2012)
Nel 2012(dopo 4 anni) la scarcerazione anticipata mise termine alla sua condanna, fissando per giugno 2012 la sua data di ritorno alla libertà.
E lo Swindon Town, club allenato ai tempi da Paolo Di Canio, offrì al giocatore la possibilità di tornare a giocare, accogliendolo in squadra in prova per qualche mese.
Coi Railwaymen (neopromossi in League One) McCormick inizia ad allenarsi già da gennaio, approfittando del regime di semilibertà che gli è stato concesso e prende parte al tour estivo della squadra, in Italia.
Ma la possibilità che il club biancorosso offrì al portiere non piacque alla famiglia Peak: il dolore e la rabbia comprensibile dei due coniugi ha trovato grande risonanza su molti quotidiani, dove ci si chiede se sia giusto riammettere nel mondo del calcio questo giocatore, che in sede processuale si era difeso giurando che non sarebbe più tornato a giocare a calcio.
«Noi siamo la parte lesa», dice il Philip Peak.
«Abbiamo perso i nostri ragazzi perché McCormick guidava ubriaco e lui, invece, non solo torna in libertà dopo meno di quattro anni, ma gli permettono pure di fare il lavoro che vuole».
Anche i tifosi dello Swindon hanno fatto sapere di non gradire l’arrivo dell’ex-numero 1 del Plymouth Argyle.
Le parole di Jeremy Wray, presidente del club, furono chiare:
«Siamo vicini alla famiglia delle due piccole vittime, perché questa tragedia ha distrutto le loro vite, ma il giocatore ha scontato la sua pena e noi vogliamo dargli la possibilità di rifarsi una vita». Perché non offrirgliela? Non ci si può barricare dietro lo strascico emotivo della vicenda (che c’è da credere sia angosciante anche per il giocatore stesso, tra rimorsi e sensi di colpa): espiata la pena, anche lui deve essere lasciato libero di tornare alla normalità. Ugualmente, non si può brandire come deterrente l’inflazionato cliché della vita comoda e rammollita del calciatore, cui è ingiusto che un condannato possa ritornare. Ricordiamoci che i giocatori sono professionisti, e il loro è pur sempre un lavoro. Strapagato, facile quanto tirare due calci ad un pallone… definitelo con tutti gli aggettivi che volete, ma è un mestiere che ha lo stesso status dignitario delle altre professioni: è ciò con cui loro riescono a vivere, l’espressione più alta e creativa del loro talento al servizio della società.
Perché McCormick non può tornare a farlo?".
LA NUOVA CARRIERA
Tuttavia lo Swindon decide di rilasciarlo ad agosto 2012, senza offrirgli un contratto.
Riparte dal Truro City (Conference South), il club in amministrazione controllata riesce comunque a metterlo sotto contratto, essendo rimasti con solo 1 portiere (infortunato tra l'altro).
Gioca 10 partite e poi ritorna tra i professionisti, firmando per l'Oxford City in League Two.
Gioca 15 match prima di perdere il posto in favore di Max Crocombe e viene rilasciato al termine della stagione.
Il Plymouth, da svincolato, lo riporta all'ovile a maggio 2013.
Gioca una discreta stagione nel 2013/14, ancora migliore quella successiva(2014/15) dove è tra i protagonisti della grande stagione dei Pilgrims.
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martedì 28 aprile 2015
La Storia Di Luke McCormick e Il Duplice Omicidio (Plymouth)
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lunedì 27 aprile 2015
La Storia Del Surf e Gli Attacchi Di Squali (Zone Pericolose Surf)
Probabilmente il Surf risale al quindicesimo secolo, visto che il termine era noto già ai tempi e si tenevano perfino delle competizioni, durante le quali si sfidavano Re e capi di alto rango sociale.
Le scommesse erano un forte incentivo per la pratica dello sport e quando le onde raggiungevano dimensioni impressionanti le scommesse riguardavano perfino proprietà personali e veniva messo in gioco orgoglio ed onore dei partecipanti.
LA NASCITA UFFICIALE
Tuttavia il primo Europeo che descrisse questo sport fu James Cook, che nel dicembre 1777 vide un indigeno di Tahiti farsi trasportare da un’onda su una canoa; nel suo diario di bordo Cook scrisse: "Mentre osservavo quell'indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell'uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare".
L'anno successivo, approdando ad Hawaii, Cook vide finalmente degli uomini scivolare sull'acqua in piedi su lunghissime tavole di Koa lunghe cinque metri e mezzo e pesanti settanta chili.
I Re hawaiiani sostenevano di essere i più abili e competenti nella pratica del surf, che stabiliva una sorta di privilegio nelle antiche Hawaii perché fortemente riservato a loro.
Le persone comuni che surfavano godevano di speciali privilegi nelle cerchie reali e guadagnavano lo status di "capi" in base alla loro abilità e resistenza fisica.
I Re avevano shapers e spiagge personali in cui surfavano soltanto con altri della stessa classe sociale e nessuno osava entrare in acqua con loro.
COSTRUZIONE DELLE TAVOLE
La costruzione delle tavole veniva sempre accompagnata da una certa cerimonialità: dopo aver scelto l'albero giusto, ad esempio, prima del taglio veniva offerto alla terra un pesce in segno di riconoscimento, quindi il tronco veniva accuratamente liberato dei rami e sagomato con il solo aiuto di strumenti naturali fatti di pietra e ossa.
Il tronco veniva successivamente trasportato nel riparo dove venivano custodite le canoe, dove avveniva il vero e proprio lavoro di sagomatura e finitura della tavola.
In questa fase venivano usati il corallo che si trovava sulle spiagge ed una pietra ruvida chiamata 'oahi, grazie ai quali le superfici delle tavole venivano perfettamente levigate.
La finitura avveniva spalmando la tavola con la stessa sostanza scura con cui venivano laccate le canoe, fatta con la cenere, il succo di una pianta grassa, il succo della parte interna di una radice e il succo dei germogli di banano.
Uno strato di olio tratto dalle noci di kukui dava alla fine una perfetta impermeabilità alla tavola.
LO SBARCO SULLA COSTA AMERICANA
Verso la fine del diciannovesimo secolo il surf ebbe un'impennata durante il regno del Re Kalakaua (1874-1891), il quale si battè per recuperare tutto ciò che caratterizzava l'antica cultura hawaiiana, incoraggiandone ogni forma d'espressione quali la danza hula, i canti e tutti gli sport.
A questo periodo, precisamente al 1885, risale il "battesimo" del surf sulla costa americana, dove alcuni Hawaiiani che frequentavano una scuola militare a San Mateo, in California, si costruirono delle tavole di sequoia e surfarono le onde alla foce del fiume San Lorenzo davanti ad un pubblico meravigliato ed affascinato dalla loro abilità, che fece scoccare la passione per questo sport anche sul continente.
All’inizio del ventesimo secolo il punto d’incontro per la poca gente che ancora praticava il surf era la zona di Waikiki, sull’isola di Oahu, dove un gruppo di americani aveva fondato l’Outrigger Canoe and Surfing Club ed un gruppo di surfisti Hawaiiani, tra cui Duke Kahanamoku, aveva fondato l’Hui Nalu Surfing Club.
Allora l’unico hotel esistente a Waikiki era il Moana Surfrider, immerso nel verde delle palme e dei banani.
Alla fine degli anni venti le Hawaii iniziarono ad essere frequentate dai pochi turisti che potevano permettersi il viaggio.
In quel periodo Rabbit Kekay segnò un passo storico per il surf, inventando un nuovo stile chiamato “hot dogging”: dopo aver imparato su pesantissime tavole di legno lunghe cinque metri, iniziò ad usare tavole di koa lunghe poco meno di due metri, simmetriche in nose e tail, con un profondo vee nella parte posteriore. Con quelle si riusciva ad effettuare manovre più strette e si poteva finalmente seguire la parete dell’onda. Osservando il suo stile, il resto dei surfisti imparò ad effettuare il bottom turn e a manovrare più agilmente anche le tavole lunghe.
Negli anni trenta gente proveniente da tutte le parti del mondo si recava a Waikiki, dove i beach boys erano diventati famosi per la pratica del surf, della canoa hawaiiana a bilanciere, e la musica.
Fino ad allora, per tanti secoli, gli Hawaiiani avevano conservato il surf per loro stessi e soltanto grazie all’avvento del turismo su quest’isola, il mondo poteva conoscere le meraviglie ed il fascino del surf.
IL DECLINO NEGLI ANNI 40
Con gli anni quaranta e la seconda guerra mondiale il surf subì un nuovo colpo dolente.
Con l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra le Hawaii furono sottoposte alla legge marziale e le spiagge hawaiiane furono invase da milizie e disseminate di filo spinato.
L'EPOCA D'ORO E LE COMPETIZIONI UFFICIALI: ANNI 50 E 60
Passati questi anni grigi venne l’epoca dorata del surf moderno, che gli americani ricordano come i favolosi anni cinquanta.
Grazie alla prosperità del dopoguerra ed al grande passaparola effettuato dai militari che in qualche modo erano passati alle Hawaii, i surfisti invasero onde e spiagge come mai prima.
La prima gara internazionale di surf a Makaha, che fu vinta da Rabbit Kekai con una tavola di balsa monopinna fatta da Matt Kivlin, si tenne nel 1956 ed è diventata una tra le manifestazioni internazionali di surf più importanti del mondo.
Gran parte dei criteri e delle tecniche di gara del longboard moderno trae origine proprio da questo famoso evento.
L'arte del surf ebbe un fiorente periodo negli anni sessanta, quando furono prodotti decine di film sul surf.
Il più famoso fu “The Endless Summer”, che generò e diffuse un’immagine molto positiva di questo sport. Tra gli altri, “Blue Hawaii”, con Elvis Presley, “Ride The Wild Surf”, “The Golden Breed”, “Gidget Goes Hawaiian”, “For Those Who Think Young”, “Ride The Wild Surf”, “The Big Surf” e molti altri.
La popolarità del Surf in questo momento in tutto il mondo era in continua espansione, così come la risonanza che avevano i surf contest.
La prima rivista stampata di surf, “Surfing Magazine”, fu fondata proprio nel 1960.
Camicette hawaiiane e gruppi musicali surf (come Beach Boys, Surfaris, Ventures, ecc.) erano molto popolari e ad Huntington Beach, California, fu svolto il primo surf contest della storia degli Stati Uniti e finalmente, durante gli anni settanta, il surf veniva considerato oltre che uno sport, uno stile di vita.
Il surfista che ha vinto più titoli e competizioni in assoluto è Kelly Slater, che nel 2011 ha firmato per l'undicesima volta la vittoria del campionato mondiale professionisti all'età di 39 anni.
GLI ATTACCHI DI SQUALO
Secondo l'International Shark Attack i Paesi dove si registrano il maggior numero di attacchi sono Florida(USA), Australia, Hawaii, Sud Africa, South Carolina(USA), California(USA), Isole Reunion, North Carolina(USA), Brasile, Bahamas.
Il surfista Robert Weaver ha dichiarato che i posti più pericolosi sono il Sud Africa e le Hawaii, perchè in Sud Africa gli squali sono molto aggressivi mentre alle Hawaii il pericolo è dato dagli squali tigre.
Anche se generalmente gli squali non attaccano l'uomo e vivono lontano dalle coste, le specie più diffuse e pericolose per l'uomo sono lo squalo bianco, lo squalo toro e lo squalo tigre.
Le ragioni per cui gli squali attaccano i surfisti sono principalmente due: per errore (i surfisti con la muta nera sono molto simili alle foche, pasto tanto amato dagli squali) o per difesa quando il surf si avvicina improvvisamente allo squalo.
Le modalità di attacco di uno squalo sono varie: nuotando in superficie e frontalmente, girandoci attorno prima di colpire, attacco a sorpresa dal basso.
ACQUE INFESTATE DAGLI SQUALI: ZONE PERICOLOSE
Dopo i recenti attacchi mortali al largo della costa delle isole Reunion e Western Australia, a partire dal 2011, sono stati registrati 16 attacchi di squali di cui 7 mortali nelle due zone menzionate.
L'ultimo in ordine di tempo quello fatale capitato ad Elio Canestri.
Nell’isola Reunion è notevolmente aumentata la concentrazione di squali negli’ultimi anni e molte persone credono che la causa di tutto ciò sia la presenza della grande riserva marina, la quale si pensa attiri i predatori.
Il crescente numero di attacchi ha contribuito ad un calo significativo dell’attività turistica nell’isola, oltre a portare alla cancellazione di tutte le competizioni di Surf.
BRASILE(RECIFE)
Un tratto di 20 km di costa che comprende la città costiera a nord-est di Recife è statisticamente il luogo più pericoloso al mondo per i nuotatori e surfisti(preceduto probabilmente solo da alcune spiagge della Florida).
Dal 1992, ci sono stati oltre 60 attacchi di squali, di cui 20 sono stati fatali.
Perché questa zona é così pericolosa? Il Brasile è enorme e solo la zona intorno a Recife ha registrato così tanti attacchi.
Il primo problema è sorto negli anni '90 a seguito della costruzione di un grande porto, a soli 40 km a sud di Recife.
Per facilitare il processo di costruzione, due estuari sono stati bloccati ed é risaputo che qui vivesse una colonia di squali toro.
Probabilmente le correnti settentrionali e la riduzione di pesce disponibile hanno spostato gli squali verso Recife, mentre una combinazione di pesca eccessiva, l'aumento del traffico e gli scarichi dei fiumi hanno attirato un’ulteriore popolazione di squali più vicino alla costa in cerca di cibo.
Come alle Isole Reunion, questi attacchi provocarono un divieto di nuotare e surfare, poiché le autorità erano preoccupate per gli effetti negativi sul turismo che questi attacchi potevano provocare.
La spiaggia di Boa Viagem è piena di cartelli che mettono in guardia i bagnanti riguardo gli squali.
FLORIDA
New Smyrna Beach, spiaggia della Florida, può “vantare” il record mondiale di attacchi di squalo con quasi 300 casi registrati.
Tale numero elevato è giustificato dalla presenza di numerosi surfisti.
Altra spiaggia molto a rischio, Ponce De Leon Inlet, situata a nord di Smyrna Beach, non raggiunge i numeri della sua vicina ma garantisce comunque momenti di terrore, con più di 20 attacchi annui.
Entrambe le acque sono note per esemplari di squali bianco.
CALIFORNIA
La California, in particolare la California settentrionale, ha una cattiva reputazione per gli attacchi di squali. Questa zona è un paradiso per il grande squalo bianco: acque fredde, molte foche e tanto cibo in generale.
Conosciuta come "triangolo rosso", questa zona si estende da Bodega Bay, a nord di San Francisco, fino a sud di Monterey Bay e poi al di là delle isole Farrallon.
Lo squalo bianco é responsabile di 3 dei 4 attacchi mortali a verificatisi in California negli ultimi 10 anni (l'unica eccezione si registra a San Diego nel 2008), anche se é risaputo che le femmine migrano per riprodursi in acque più calde al largo della costa della Baja California.
Ma quando si tratta di numero totale di attacchi (solo 33 negli ultimi 10 anni), la California impallidisce in confronto alla costa orientale degli Stati Uniti.
HAWAII
Le Hawaii sono un paradiso e lo sanno anche gli squali tigre, che infatti girano numerosi, soprattutto a Maui. L’ultimo attacco risale ad ottobre 2014, fortunatamente non fatale.
Tra le spiagge più pericolose vanno citate White Beach, che ha cartelli di segnalazione “attenti agli squali”, e soprattutto le acque davanti al parco Pohaku, dove nel 2004 è stato ucciso un surfista di 57 anni.
ISOLE REUNION(OCEANO INDIANO)
Isole tropicali situate nel bel mezzo dell'Oceano Indiano.
Le Réunion sono sempre state delle isole pericolose, ma queste isole non avevano mai sperimentato un numero cosí elevato di attacchi come negli ultimi anni.
Un totale di 16 negli ultimi 4 anni.
Un trend di attacchi da parte di squali toro molto simile a quello di Recife.
Le opinioni sulle ragioni di questo aumento sono diverse tra scienziati, surfisti, subacquei e pescatori.
Dopo aver introdotto un programma di monitoraggio nel 2011, le autorità locali erano inizialmente riluttanti ad introdurre misure di abbattimento (i surfisti erano accusati di prendere rischi irresponsabili), ma altri tre attentati nel 2012 hanno costretto le autorità locali a tornare sulla loro decisione, introducendo un primo abbattimento di 20 squali.
Anche il pro surfer locale Jeremy Flores ha ora paura di surfare nei suoi home spot, dopo la morte di un suo caro amico, causata da uno squalo toro.
Nel luglio 2014 la morte di un nuotatore di 15 anni, a pochi metri dalla riva, ha spinto le autorità ad attuare un ulteriore abbattimento di 90 squali, nonché un divieto quasi totale di nuoto e surf, i cui risultati saranno pubblicati e rivisti questo mese.
AUSTRALIA
Tutta la costa australiana è potenzialmente una zona a rischio, anche se alcune spiagge cittadine come Bondi Beach sono protette da reti.
Nel marzo 2014, uno squalo bianco lungo 3.5 metri è stato catturato e ucciso durante il Quiksilver Pro Gold Coast proprio accanto a Snapper Rocks.
Finora l’Australia registra il secondo più alto numero di attacchi di squali dopo gli Stati Uniti, ma negli ultimi anni quasi tutti gli attacchi mortali si sono verificati in Australia occidentale.
A differenza delle isole Reunion, i grandi squali bianchi ne sono i responsabili.
Tra il 2011 e il 2012, lo stato del Western Australia ha registrato 5 morti in soli 10 mesi su una porzione relativamente piccola di costa.
Molti considerano lo squalo toro essere la specie di squalo più pericolosa per gli esseri umani in quanto ama acque costiere poco profonde e le condizioni di acqua torbida in cui prediligono cacciare sono spesso associate ad aree densamente popolate, e possono anche risalire i corsi dei fiumi.
Zone molto a rischio:
– Shelly Beach e Seven Miles Beach, vicine alla città di Ballino, nel New Galles
– Byron Bay, vicino a Sidney
– Wylie Bay
– Isola di Wedge, vicino a Perth
– Tathra Beach, a sud di Sidney
– Spiaggie antistanti la città di Coffs Harbour
– Neptune Islands, Australia del Sud
SUD AFRICA
Nel 2003, Taj Burrow ha terminato in anticipo una heat dopo aver visto un grande squalo bianco.
La pratica di dar mangiare agli squali ha contribuito ad avvicinare gli squali alla costa e ad aumentare il numero di attacchi, rendendo il Sud Africa il terzo paese nella classifica dell’International Shark Attack File con 12 attacchi mortali negli ultimi 5 anni.
Tuttavia, è importante ricordare che diverse specie di squali prediligono habitat diversi.
Le enormi colonie di foche che vivono al largo di Città del Capo sono ciò che realmente attirano i grandi squali bianchi della regione.
L’estuario di Kosi Bay, situato all'estremità nord-orientale del Sud Africa, è un punto ben noto per gli squali toro, noti ai locali come squali Zambezi.
Sulla costa orientale intorno a Durban le spiagge sono protette da reti, quindi non c'è troppo da preoccuparsi in quell’area.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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Le scommesse erano un forte incentivo per la pratica dello sport e quando le onde raggiungevano dimensioni impressionanti le scommesse riguardavano perfino proprietà personali e veniva messo in gioco orgoglio ed onore dei partecipanti.
LA NASCITA UFFICIALE
Tuttavia il primo Europeo che descrisse questo sport fu James Cook, che nel dicembre 1777 vide un indigeno di Tahiti farsi trasportare da un’onda su una canoa; nel suo diario di bordo Cook scrisse: "Mentre osservavo quell'indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell'uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare".
L'anno successivo, approdando ad Hawaii, Cook vide finalmente degli uomini scivolare sull'acqua in piedi su lunghissime tavole di Koa lunghe cinque metri e mezzo e pesanti settanta chili.
I Re hawaiiani sostenevano di essere i più abili e competenti nella pratica del surf, che stabiliva una sorta di privilegio nelle antiche Hawaii perché fortemente riservato a loro.
Le persone comuni che surfavano godevano di speciali privilegi nelle cerchie reali e guadagnavano lo status di "capi" in base alla loro abilità e resistenza fisica.
I Re avevano shapers e spiagge personali in cui surfavano soltanto con altri della stessa classe sociale e nessuno osava entrare in acqua con loro.
COSTRUZIONE DELLE TAVOLE
La costruzione delle tavole veniva sempre accompagnata da una certa cerimonialità: dopo aver scelto l'albero giusto, ad esempio, prima del taglio veniva offerto alla terra un pesce in segno di riconoscimento, quindi il tronco veniva accuratamente liberato dei rami e sagomato con il solo aiuto di strumenti naturali fatti di pietra e ossa.
Il tronco veniva successivamente trasportato nel riparo dove venivano custodite le canoe, dove avveniva il vero e proprio lavoro di sagomatura e finitura della tavola.
In questa fase venivano usati il corallo che si trovava sulle spiagge ed una pietra ruvida chiamata 'oahi, grazie ai quali le superfici delle tavole venivano perfettamente levigate.
La finitura avveniva spalmando la tavola con la stessa sostanza scura con cui venivano laccate le canoe, fatta con la cenere, il succo di una pianta grassa, il succo della parte interna di una radice e il succo dei germogli di banano.
Uno strato di olio tratto dalle noci di kukui dava alla fine una perfetta impermeabilità alla tavola.
LO SBARCO SULLA COSTA AMERICANA
Verso la fine del diciannovesimo secolo il surf ebbe un'impennata durante il regno del Re Kalakaua (1874-1891), il quale si battè per recuperare tutto ciò che caratterizzava l'antica cultura hawaiiana, incoraggiandone ogni forma d'espressione quali la danza hula, i canti e tutti gli sport.
A questo periodo, precisamente al 1885, risale il "battesimo" del surf sulla costa americana, dove alcuni Hawaiiani che frequentavano una scuola militare a San Mateo, in California, si costruirono delle tavole di sequoia e surfarono le onde alla foce del fiume San Lorenzo davanti ad un pubblico meravigliato ed affascinato dalla loro abilità, che fece scoccare la passione per questo sport anche sul continente.
All’inizio del ventesimo secolo il punto d’incontro per la poca gente che ancora praticava il surf era la zona di Waikiki, sull’isola di Oahu, dove un gruppo di americani aveva fondato l’Outrigger Canoe and Surfing Club ed un gruppo di surfisti Hawaiiani, tra cui Duke Kahanamoku, aveva fondato l’Hui Nalu Surfing Club.
Allora l’unico hotel esistente a Waikiki era il Moana Surfrider, immerso nel verde delle palme e dei banani.
Alla fine degli anni venti le Hawaii iniziarono ad essere frequentate dai pochi turisti che potevano permettersi il viaggio.
In quel periodo Rabbit Kekay segnò un passo storico per il surf, inventando un nuovo stile chiamato “hot dogging”: dopo aver imparato su pesantissime tavole di legno lunghe cinque metri, iniziò ad usare tavole di koa lunghe poco meno di due metri, simmetriche in nose e tail, con un profondo vee nella parte posteriore. Con quelle si riusciva ad effettuare manovre più strette e si poteva finalmente seguire la parete dell’onda. Osservando il suo stile, il resto dei surfisti imparò ad effettuare il bottom turn e a manovrare più agilmente anche le tavole lunghe.
Negli anni trenta gente proveniente da tutte le parti del mondo si recava a Waikiki, dove i beach boys erano diventati famosi per la pratica del surf, della canoa hawaiiana a bilanciere, e la musica.
Fino ad allora, per tanti secoli, gli Hawaiiani avevano conservato il surf per loro stessi e soltanto grazie all’avvento del turismo su quest’isola, il mondo poteva conoscere le meraviglie ed il fascino del surf.
IL DECLINO NEGLI ANNI 40
Con gli anni quaranta e la seconda guerra mondiale il surf subì un nuovo colpo dolente.
Con l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra le Hawaii furono sottoposte alla legge marziale e le spiagge hawaiiane furono invase da milizie e disseminate di filo spinato.
L'EPOCA D'ORO E LE COMPETIZIONI UFFICIALI: ANNI 50 E 60
Passati questi anni grigi venne l’epoca dorata del surf moderno, che gli americani ricordano come i favolosi anni cinquanta.
Grazie alla prosperità del dopoguerra ed al grande passaparola effettuato dai militari che in qualche modo erano passati alle Hawaii, i surfisti invasero onde e spiagge come mai prima.
La prima gara internazionale di surf a Makaha, che fu vinta da Rabbit Kekai con una tavola di balsa monopinna fatta da Matt Kivlin, si tenne nel 1956 ed è diventata una tra le manifestazioni internazionali di surf più importanti del mondo.
Gran parte dei criteri e delle tecniche di gara del longboard moderno trae origine proprio da questo famoso evento.
L'arte del surf ebbe un fiorente periodo negli anni sessanta, quando furono prodotti decine di film sul surf.
Il più famoso fu “The Endless Summer”, che generò e diffuse un’immagine molto positiva di questo sport. Tra gli altri, “Blue Hawaii”, con Elvis Presley, “Ride The Wild Surf”, “The Golden Breed”, “Gidget Goes Hawaiian”, “For Those Who Think Young”, “Ride The Wild Surf”, “The Big Surf” e molti altri.
La popolarità del Surf in questo momento in tutto il mondo era in continua espansione, così come la risonanza che avevano i surf contest.
La prima rivista stampata di surf, “Surfing Magazine”, fu fondata proprio nel 1960.
Camicette hawaiiane e gruppi musicali surf (come Beach Boys, Surfaris, Ventures, ecc.) erano molto popolari e ad Huntington Beach, California, fu svolto il primo surf contest della storia degli Stati Uniti e finalmente, durante gli anni settanta, il surf veniva considerato oltre che uno sport, uno stile di vita.
Il surfista che ha vinto più titoli e competizioni in assoluto è Kelly Slater, che nel 2011 ha firmato per l'undicesima volta la vittoria del campionato mondiale professionisti all'età di 39 anni.
GLI ATTACCHI DI SQUALO
Secondo l'International Shark Attack i Paesi dove si registrano il maggior numero di attacchi sono Florida(USA), Australia, Hawaii, Sud Africa, South Carolina(USA), California(USA), Isole Reunion, North Carolina(USA), Brasile, Bahamas.
Il surfista Robert Weaver ha dichiarato che i posti più pericolosi sono il Sud Africa e le Hawaii, perchè in Sud Africa gli squali sono molto aggressivi mentre alle Hawaii il pericolo è dato dagli squali tigre.
Anche se generalmente gli squali non attaccano l'uomo e vivono lontano dalle coste, le specie più diffuse e pericolose per l'uomo sono lo squalo bianco, lo squalo toro e lo squalo tigre.
Le ragioni per cui gli squali attaccano i surfisti sono principalmente due: per errore (i surfisti con la muta nera sono molto simili alle foche, pasto tanto amato dagli squali) o per difesa quando il surf si avvicina improvvisamente allo squalo.
Le modalità di attacco di uno squalo sono varie: nuotando in superficie e frontalmente, girandoci attorno prima di colpire, attacco a sorpresa dal basso.
ACQUE INFESTATE DAGLI SQUALI: ZONE PERICOLOSE
Dopo i recenti attacchi mortali al largo della costa delle isole Reunion e Western Australia, a partire dal 2011, sono stati registrati 16 attacchi di squali di cui 7 mortali nelle due zone menzionate.
L'ultimo in ordine di tempo quello fatale capitato ad Elio Canestri.
Nell’isola Reunion è notevolmente aumentata la concentrazione di squali negli’ultimi anni e molte persone credono che la causa di tutto ciò sia la presenza della grande riserva marina, la quale si pensa attiri i predatori.
Il crescente numero di attacchi ha contribuito ad un calo significativo dell’attività turistica nell’isola, oltre a portare alla cancellazione di tutte le competizioni di Surf.
BRASILE(RECIFE)
Un tratto di 20 km di costa che comprende la città costiera a nord-est di Recife è statisticamente il luogo più pericoloso al mondo per i nuotatori e surfisti(preceduto probabilmente solo da alcune spiagge della Florida).
Dal 1992, ci sono stati oltre 60 attacchi di squali, di cui 20 sono stati fatali.
Perché questa zona é così pericolosa? Il Brasile è enorme e solo la zona intorno a Recife ha registrato così tanti attacchi.
Il primo problema è sorto negli anni '90 a seguito della costruzione di un grande porto, a soli 40 km a sud di Recife.
Per facilitare il processo di costruzione, due estuari sono stati bloccati ed é risaputo che qui vivesse una colonia di squali toro.
Probabilmente le correnti settentrionali e la riduzione di pesce disponibile hanno spostato gli squali verso Recife, mentre una combinazione di pesca eccessiva, l'aumento del traffico e gli scarichi dei fiumi hanno attirato un’ulteriore popolazione di squali più vicino alla costa in cerca di cibo.
Come alle Isole Reunion, questi attacchi provocarono un divieto di nuotare e surfare, poiché le autorità erano preoccupate per gli effetti negativi sul turismo che questi attacchi potevano provocare.
La spiaggia di Boa Viagem è piena di cartelli che mettono in guardia i bagnanti riguardo gli squali.
FLORIDA
New Smyrna Beach, spiaggia della Florida, può “vantare” il record mondiale di attacchi di squalo con quasi 300 casi registrati.
Tale numero elevato è giustificato dalla presenza di numerosi surfisti.
Altra spiaggia molto a rischio, Ponce De Leon Inlet, situata a nord di Smyrna Beach, non raggiunge i numeri della sua vicina ma garantisce comunque momenti di terrore, con più di 20 attacchi annui.
Entrambe le acque sono note per esemplari di squali bianco.
CALIFORNIA
La California, in particolare la California settentrionale, ha una cattiva reputazione per gli attacchi di squali. Questa zona è un paradiso per il grande squalo bianco: acque fredde, molte foche e tanto cibo in generale.
Conosciuta come "triangolo rosso", questa zona si estende da Bodega Bay, a nord di San Francisco, fino a sud di Monterey Bay e poi al di là delle isole Farrallon.
Lo squalo bianco é responsabile di 3 dei 4 attacchi mortali a verificatisi in California negli ultimi 10 anni (l'unica eccezione si registra a San Diego nel 2008), anche se é risaputo che le femmine migrano per riprodursi in acque più calde al largo della costa della Baja California.
Ma quando si tratta di numero totale di attacchi (solo 33 negli ultimi 10 anni), la California impallidisce in confronto alla costa orientale degli Stati Uniti.
HAWAII
Le Hawaii sono un paradiso e lo sanno anche gli squali tigre, che infatti girano numerosi, soprattutto a Maui. L’ultimo attacco risale ad ottobre 2014, fortunatamente non fatale.
Tra le spiagge più pericolose vanno citate White Beach, che ha cartelli di segnalazione “attenti agli squali”, e soprattutto le acque davanti al parco Pohaku, dove nel 2004 è stato ucciso un surfista di 57 anni.
ISOLE REUNION(OCEANO INDIANO)
Isole tropicali situate nel bel mezzo dell'Oceano Indiano.
Le Réunion sono sempre state delle isole pericolose, ma queste isole non avevano mai sperimentato un numero cosí elevato di attacchi come negli ultimi anni.
Un totale di 16 negli ultimi 4 anni.
Un trend di attacchi da parte di squali toro molto simile a quello di Recife.
Le opinioni sulle ragioni di questo aumento sono diverse tra scienziati, surfisti, subacquei e pescatori.
Dopo aver introdotto un programma di monitoraggio nel 2011, le autorità locali erano inizialmente riluttanti ad introdurre misure di abbattimento (i surfisti erano accusati di prendere rischi irresponsabili), ma altri tre attentati nel 2012 hanno costretto le autorità locali a tornare sulla loro decisione, introducendo un primo abbattimento di 20 squali.
Anche il pro surfer locale Jeremy Flores ha ora paura di surfare nei suoi home spot, dopo la morte di un suo caro amico, causata da uno squalo toro.
Nel luglio 2014 la morte di un nuotatore di 15 anni, a pochi metri dalla riva, ha spinto le autorità ad attuare un ulteriore abbattimento di 90 squali, nonché un divieto quasi totale di nuoto e surf, i cui risultati saranno pubblicati e rivisti questo mese.
AUSTRALIA
Tutta la costa australiana è potenzialmente una zona a rischio, anche se alcune spiagge cittadine come Bondi Beach sono protette da reti.
Nel marzo 2014, uno squalo bianco lungo 3.5 metri è stato catturato e ucciso durante il Quiksilver Pro Gold Coast proprio accanto a Snapper Rocks.
Finora l’Australia registra il secondo più alto numero di attacchi di squali dopo gli Stati Uniti, ma negli ultimi anni quasi tutti gli attacchi mortali si sono verificati in Australia occidentale.
A differenza delle isole Reunion, i grandi squali bianchi ne sono i responsabili.
Tra il 2011 e il 2012, lo stato del Western Australia ha registrato 5 morti in soli 10 mesi su una porzione relativamente piccola di costa.
Molti considerano lo squalo toro essere la specie di squalo più pericolosa per gli esseri umani in quanto ama acque costiere poco profonde e le condizioni di acqua torbida in cui prediligono cacciare sono spesso associate ad aree densamente popolate, e possono anche risalire i corsi dei fiumi.
Zone molto a rischio:
– Shelly Beach e Seven Miles Beach, vicine alla città di Ballino, nel New Galles
– Byron Bay, vicino a Sidney
– Wylie Bay
– Isola di Wedge, vicino a Perth
– Tathra Beach, a sud di Sidney
– Spiaggie antistanti la città di Coffs Harbour
– Neptune Islands, Australia del Sud
SUD AFRICA
Nel 2003, Taj Burrow ha terminato in anticipo una heat dopo aver visto un grande squalo bianco.
La pratica di dar mangiare agli squali ha contribuito ad avvicinare gli squali alla costa e ad aumentare il numero di attacchi, rendendo il Sud Africa il terzo paese nella classifica dell’International Shark Attack File con 12 attacchi mortali negli ultimi 5 anni.
Tuttavia, è importante ricordare che diverse specie di squali prediligono habitat diversi.
Le enormi colonie di foche che vivono al largo di Città del Capo sono ciò che realmente attirano i grandi squali bianchi della regione.
L’estuario di Kosi Bay, situato all'estremità nord-orientale del Sud Africa, è un punto ben noto per gli squali toro, noti ai locali come squali Zambezi.
Sulla costa orientale intorno a Durban le spiagge sono protette da reti, quindi non c'è troppo da preoccuparsi in quell’area.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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domenica 26 aprile 2015
La Storia Di Arthur Cravan: Cambi D'Identità, Match Truccato e Scomparsa
Nella vita di Arthur Cravan (1887-1918) non è semplice stabilire dove finisca la realtà e dove cominci la finzione.
Alto quasi due metri,più di 100 kg, fisico possente, una passione smodata per gli pseudonimi (se ne contano almeno nove), come hobby in primis boxe e letteratura.
Fondò e diresse la rivista letteraria Maintenant, diede scandalo nei sofisticati ambienti artistici parigini, si esibì in stravaganti dancing-boxing.
CAMBI D'IDENTITA' E TRAVESTIMENTI
Pronipote di Oscar Wilde, lo avvistano agli inizi del Novecento, a Losanna, Parigi, Madrid e New York. Disertore professionista, durante la Grande Guerra cambia continuamente cittadinanza e identità per disertare e alla recidiva aggiunge il cambio di genere: riesce a passare una frontiera travestito da donna.
E lo vedono in mille altri posti.
Si dichiara "cittadino del mondo" assumendo 20 nazionalità diverse.
Viene anche espulso dall'accdemia militare per aver schiaffeggiato il proprio insegnante.
Conferenziere farneticante, invece di declamare versi si spoglia e offre dimostrazioni di pugilato.
Poi spara con la sua rivoltella sopra la testa del pubblico e se ne va per fondare una rivista di critica brutale, Maintenant.
Insulta letteralmente tutti i poeti dell'epoca e tra i prosatori copre di insulti il povero Gide, che non ha il coraggio di dirgli assolutamente niente.
LA BOXE, IL MATCH DEL SECOLO E LA TRUFFA
Poi conosce Jack Johnson, il campione del mondo scappato dagli Stati Uniti perché inseguito dall'odio dei suprematisti bianchi.
I due pugili decidono di applicare il dadaismo alla noble art e inscenano la grande truffa dei pesi massimi. Allestiscono in Spagna un incontro che dovrebbe essere il match del secolo.
Jack Johnson all'epoca è un mito, il più grande pugile prima di Muhammad Alì.
Si accordano per una borsa enorme anche per chi perderà.
Il palazzo dello sport non riesce a contenere le migliaia di spettatori: suona il gong, dopo un paio di jab telefonati, Cravan si mette in ginocchio e toccando i piedi di Johnson lo supplica: «Non picchiarmi, mammina, ti voglio bene!».
Il pubblico non la prende bene e cerca di linciare i due pugili.
Loro scappano e si sbronzano in periferia.
LA FUGA IN AMERICA
A questo punto Cravan fa perdere le sue tracce.
Ricompare in America.
A New York vive nei parchi, nel nord del Canada si dedica alla pesca dei merluzzi.
In Messico vive di espedienti, poi gestisce una palestra di lotta libera e prepara una conferenza sull'arte egizia.
Conosce la poetessa inglese Mina Loy, si innamora perdutamente e la sposa, nonostante fosse già sposato con un'altra.
Non capisce le leggi e si chiede incuriosito perché lo accusino di bigamia.
Alla fine Mina scappa a Buenos Aires, lui le scrive lettere colme di poesia.
Secondo André Breton, che lo inserisce nella Antologia dello humour nero, Cravan una notte si ubriaca in una spiaggia messicana, ruba una barchetta e prende il largo a remi, fiducioso delle proprie braccia e convinto di poter ricongiungersi col suo amore a Buenos Aires.
Dopo di ciò, sparì misteriosamente nelle acque del Golfo del Messico, imbarcato come detto su un piccolo veliero per raggiungere Buenos Aires e sfuggire nuovamente alla chiamata delle armi.
Non arriverà mai.
LA SCOMPARSA
Mina lo aspetta per un po', poi torna in Inghilterra.
Lo cerca per tutte le carceri e i bordelli e le palestre degli Stati Uniti.
Poi si arrende.
Lo dichiarano scomparso nel 1918, quando aveva 31 anni.
Sulla sua morte ci sono altre ipotesi: secondo Blaise Cendrars finì accoltellato in una bettola.
Secondo altri la sua scomparsa sarebbe un trucco per fottere i creditori: arrivò a Buenos Aires, cambiò identità e divenne un maestro di tango.
Visse e morì mille vite.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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Alto quasi due metri,più di 100 kg, fisico possente, una passione smodata per gli pseudonimi (se ne contano almeno nove), come hobby in primis boxe e letteratura.
Fondò e diresse la rivista letteraria Maintenant, diede scandalo nei sofisticati ambienti artistici parigini, si esibì in stravaganti dancing-boxing.
CAMBI D'IDENTITA' E TRAVESTIMENTI
Pronipote di Oscar Wilde, lo avvistano agli inizi del Novecento, a Losanna, Parigi, Madrid e New York. Disertore professionista, durante la Grande Guerra cambia continuamente cittadinanza e identità per disertare e alla recidiva aggiunge il cambio di genere: riesce a passare una frontiera travestito da donna.
E lo vedono in mille altri posti.
Si dichiara "cittadino del mondo" assumendo 20 nazionalità diverse.
Viene anche espulso dall'accdemia militare per aver schiaffeggiato il proprio insegnante.
Conferenziere farneticante, invece di declamare versi si spoglia e offre dimostrazioni di pugilato.
Poi spara con la sua rivoltella sopra la testa del pubblico e se ne va per fondare una rivista di critica brutale, Maintenant.
Insulta letteralmente tutti i poeti dell'epoca e tra i prosatori copre di insulti il povero Gide, che non ha il coraggio di dirgli assolutamente niente.
LA BOXE, IL MATCH DEL SECOLO E LA TRUFFA
Poi conosce Jack Johnson, il campione del mondo scappato dagli Stati Uniti perché inseguito dall'odio dei suprematisti bianchi.
I due pugili decidono di applicare il dadaismo alla noble art e inscenano la grande truffa dei pesi massimi. Allestiscono in Spagna un incontro che dovrebbe essere il match del secolo.
Jack Johnson all'epoca è un mito, il più grande pugile prima di Muhammad Alì.
Si accordano per una borsa enorme anche per chi perderà.
Il palazzo dello sport non riesce a contenere le migliaia di spettatori: suona il gong, dopo un paio di jab telefonati, Cravan si mette in ginocchio e toccando i piedi di Johnson lo supplica: «Non picchiarmi, mammina, ti voglio bene!».
Il pubblico non la prende bene e cerca di linciare i due pugili.
Loro scappano e si sbronzano in periferia.
LA FUGA IN AMERICA
A questo punto Cravan fa perdere le sue tracce.
Ricompare in America.
A New York vive nei parchi, nel nord del Canada si dedica alla pesca dei merluzzi.
In Messico vive di espedienti, poi gestisce una palestra di lotta libera e prepara una conferenza sull'arte egizia.
Conosce la poetessa inglese Mina Loy, si innamora perdutamente e la sposa, nonostante fosse già sposato con un'altra.
Non capisce le leggi e si chiede incuriosito perché lo accusino di bigamia.
Alla fine Mina scappa a Buenos Aires, lui le scrive lettere colme di poesia.
Secondo André Breton, che lo inserisce nella Antologia dello humour nero, Cravan una notte si ubriaca in una spiaggia messicana, ruba una barchetta e prende il largo a remi, fiducioso delle proprie braccia e convinto di poter ricongiungersi col suo amore a Buenos Aires.
Dopo di ciò, sparì misteriosamente nelle acque del Golfo del Messico, imbarcato come detto su un piccolo veliero per raggiungere Buenos Aires e sfuggire nuovamente alla chiamata delle armi.
Non arriverà mai.
LA SCOMPARSA
Mina lo aspetta per un po', poi torna in Inghilterra.
Lo cerca per tutte le carceri e i bordelli e le palestre degli Stati Uniti.
Poi si arrende.
Lo dichiarano scomparso nel 1918, quando aveva 31 anni.
Sulla sua morte ci sono altre ipotesi: secondo Blaise Cendrars finì accoltellato in una bettola.
Secondo altri la sua scomparsa sarebbe un trucco per fottere i creditori: arrivò a Buenos Aires, cambiò identità e divenne un maestro di tango.
Visse e morì mille vite.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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martedì 14 aprile 2015
La Storia Di Ron Artest: Risse e Problemi Fuori Dal Campo
Ron Artest, oggi conosciuto come Metta World Peace, nasce il 13 Novembre 1979 a New York.
Ron, nel cambio di nome, avrebbe fatto leva sull'odio che molti tifosi gli riversano, e chiunque volesse insultarlo sarà ora costretto a gridare "I hate Metta World Peace" (odio la pace nel mondo).
Ron è conosciuto anche per tutto quel che ha combinato dentro e fuori il parquet.
Fin da giovane ha lottato con problemi mentali che lo hanno portato ad essere violento e spesso sopra le righe.
I primi incontri con lo psicologo, il piccolo Ron comincia ad averli attorno agli 8 anni, quando nel quartiere non esattamente residenziale del Queens, New York, è costretto a difendersi e ad attaccare per non soccombere sotto le spinte di una città che con i deboli non ha pietà.
Figlio di papà Ron Artest Senior , veterano dei marines con problemi d'alcolismo ed ex pugile con tutto quel che ne consegue.
Già dalla più tenera età sviluppa una naturale predisposizione allo scontro, dopo le notti insonni in cui il padre picchiava la moglie, e soprattutto dopo un evento che Ron ancora ricorda: l'uccisione di un amico pugnalato alla schiena.
La rabbia che Artest porta dentro sembra indirizzarlo verso la boxe, così da incanalare un'energia potente verso qualcosa di meno distruttivo delle strade di New York.
Ciò nonostante, essendo la Grande Mela la capitale mondiale del Basket, il talento per la palla a spicchi è decisamente troppo forte.
Seguiranno anni liceali memorabili, scanditi dal soprannome "True Warrior" che gli viene affibbiato per la sua attitudine guerriera sul campo.
LA NBA
Già inserito di diritto nel primo quintetto della talentuosissima e trafficata Big East, decide nel 1999 di dichiararsi eleggibile al draft Nba.
Scout e franchige illustri sono impressionate soprattutto dalla sua capacità di difendere, tanto da indurre molte squadre a promettere chiamate altissime alla draft lottery.
Tuttavia, in pieno stile Ron Artest, la considerazione dei suoi estimatori è decisamente calata quando si venne a sapere che il nativo di New York non si presentò ai vari meeting per le matricole intento riprendere energie nel letto dopo una intera notte passata con una prostituta.
Le sue quotazioni scenderanno di molto dopo questo episodio, portando il suo nome sulla bocca di Stern soltanto alla chiamata numero 17 effettuata dai Bulls dell'immediata era post Jordan.
Ron ha alle spalle qualcosa come 15 stagioni NBA: Chicago, Indiana, Sacramento, Houston, LA Lakers e New York con il titolo Nba conquistato al fianco di Kobe Bryant nel 2010.
Più volte nominato miglior difensore, ha segnato poco meno di 13.000 punti.
RISSE E PROBLEMI FUORI DAL CAMPO
Nel primo anno di NBA, ai Bulls, dichiarò apertamente che negli intervalli dei match negli spogliatoi per reintegrare beveva cognac, ma la “scena madre” fu nel 2004 quando in Pacers-Pistons dette vita ad una scazzottata con Ben Wallace e da lì la rissa si spostò addirittura sugli spalti con tifosi avversari stesi, qualsiasi tipo di oggetto volato in campo ed alla fine ben 73 giornate di squalifica per Artest.
Passato ai Lakers, e già con il nome di Metta World Peace, eccolo di nuovo in azione quando stende con una gomitata James Harden, apparentemente senza senso.
Ma altre perle della sua vita parlano anche di quando fu sospeso dai Pacers perché, nel bel mezzo della stagione, chiese un mese di vacanza perché doveva incidere un disco.
LA PIU' GRANDE RISSA DI TUTTI I TEMPI: DETROIT PISTONS VS INDIANA PACERS(2004)
La stagione 2004-2005 non è ricordata dagli appassionati NBA per il trionfo finale degli Spurs sui Pistons, né per essere stato l’anno dei vari Lebron James, Anthony, Wade e Bosh.
Quel campionato passò alla storia per le squalifiche che il commissioner David Stern inflisse ai colpevoli dopo i fattacci del Palace di Auburn Hills.
Nei playoff della stagione precedente, i Pistons e i Pacers si erano incontrati nella finale di Conference: in gara 6 Artest aveva fatto un brutto fallo su Richard Hamilton, tirandogli un pugno.
I Pistons avevano poi vinto la partita e passato il turno, per vincere in seguito il titolo NBA, in finale contro i Los Angeles Lakers.
Tra le due squadre era quindi nata una certa rivalità.
Il 19 novembre dell'anno seguente(2004 è appunto ricordato come il giorno della più incredibile rissa mai accaduta su un parquet NBA. Protagonisti i giocatori dei Pistons e dei Pacers, che si stavano contendendo una delle prime partite di regular season, un match di importanza relativa ai fini della classifica.
Indiana, che aveva chiuso la contesa già dal terzo quarto, conduceva di 97-82 a 45 secondi dalla sirena finale.
Nel quarto quarto Hamilton diede una gomitata a Jamaal Tinsley dei Pacers e ci furono le prime proteste e discussioni.
La partita iniziò a essere molto fallosa: qualche minuto dopo Ben Wallace, il centro dei Pistons molto forte e possente, spinse Artest contro il supporto del canestro.
In uno degli ultimi attacchi finali di Detroit, Ben Wallace provò un terzo tempo ravvicinato subendo un fallo gratuito ma non eccessivamente scorretto da parte di Ron Artest.
Il centro dei Pistons reagì in maniera spropositata al fallo, forse vista anche la sconfitta imminente, spingendo l’ala dei Pacers con veemenza e cercando di colpirlo successivamente in altri modi.
Gli altri giocatori, insieme agli arbitri, fermarono tempestivamente i litiganti per evitare il peggio.
Si creò così un parapiglia abbastanza acceso e pericoloso tra giocatori, panchinari, dirigenti ed addetti alla sicurezza.
Artest reagì in maniera inspiegabile: si sdraiò sul tavolo dei segnapunti, si mise un paio di cuffie e cominciò a parlare in un microfono spento.
Il suo comportamento fu considerato come una provocazione e Reggie Miller lo raggiunse per toglierli le cuffie, mentre altri giocatori e assistenti cercavano di calmare Wallace.
Altri giocatori dei Pacers e dei Pistons cominciarono a discutere e a spintonarsi, quando un tifoso di nome John Green tirò dagli spalti un bicchiere pieno di Coca-Cola e ghiaccio, colpendo sul petto Artest.
Ron, perso il controllo, si scagliò contro il tifoso colpevole, menando colpi a destra e a manca con il compagno di squadra Stephen Jackson.
Il putiferio.
Giocatori contro tifosi, lanci di sedie e di birre, bambini in lacrime, addetti alla sicurezza incapaci di sedare gli animi.
Larry Brown, allora coach dei Pistons, e l’analista radiofonico Ricky Mahorn cercarono di calmare il pubblico del Palace lanciando un appello con gli altoparlanti.
Un tutti contro tutti impressionante.
Un’incredibile rissa da far-west, in diretta nazionale sugli schermi di ESPN.
In particolare Ron scavalcò i commentatori dietro il tavolo fratturando cinque vertebre a uno di loro e salì per i sedili.
Raggiunse un altro tifoso pensando che fosse quello che gli aveva tirato il bicchiere e lo spintonò, mentre Green lo afferrava da dietro: in breve tempo si scatenò una zuffa tra i tifosi, Artest e Jackson.
Poi arrivò J.O'Neill.
Dopo essere stato portato di nuovo in campo, Artest tirò un pugno a un tifoso e le cose degenerarono: i giocatori furono scortati fuori dal campo mentre i tifosi tiravano dagli spalti bibite e oggetti.
Uno spettacolo primordiale, irrazionale, assurdo, che ebbe fine solamente quando i giocatori entrarono nel tunnel per gli spogliatoi.
LE SQUALIFICHE
Fu l’ultima partita dell’anno per Ron Artest, che venne fermato per tutta la stagione : 73 partite più gli eventuali playoff, la squalifica più lunga della storia NBA.
Stephen Jackson venne sospeso per 30 partite, Jermaine O’Neal per 25, Ben Wallace per 6, Anthony Johnson per 5, Derrick Coleman, Chauncey Billups, Elden Campbell e Reggie Miller per una a testa.
Punizioni micidiali e forse sproporzionate rispetto ad altre comminate in passato per fatti analoghi: nel 1995 Vernon Maxwell, guardia dei Rockets, salì in tribuna a Portland per colpire un tifoso e venne squalificato per 10 gare.
Stern usò il pugno di ferro per i fatti di Auburn Hills, cercando di mandare un messaggio alle altre “teste calde” della Lega: comportamenti del genere da parte di professionisti ultra-pagati non sarebbero stati più accettati.
Dopo la rissa di Detroit, l’NBA consentì ai Pacers di firmare alcuni free agent per sostituire gli squalificati: vennero fimati l’ala Tremaine Fowlkes, l’ala forte Britton Johnson e la guardia Michael Curry.
Ci fu poi un processo e cinque giocatori dei Pacers (O’Neal, Artest, Jackson, Harrison e Anthony Johnson) e cinque tifosi furono accusati per aggressione e percosse: John Green scontò 30 giorni di detenzione in carcere, mentre gli altri accusati furono multati o condannati a scontare la pena ai servizi sociali o con la libertà vigilata.
Nonostante questo susseguirsi di eventi inaspettati, i Pacers riuscirono a chiudere la regular season con un record positivo (44-38), qualificandosi per i playoff dove, dopo aver superato i Celtics, persero (ironia della sorte) proprio contro i Pistons al secondo turno.
La Gara 6 con cui Detroit staccò il pass per le Finali di Conference è ricordata soprattutto come l’ultima partita NBA di Reggie Miller, icona, bandiera e beniamino di Indianapolis per diciotto anni consecutivi.
I Pistons, dal canto loro, dopo aver vinto l’anello nella stagione precedente, persero la finalissima in gara 7 contro i San Antonio Spurs di Tim Duncan.
IL RESTO DELLA CARRIERA
Artest non giocò più nella stagione 2004-2005 e all’inizio del 2006, dopo aver giocato sedici partite coi Pacers, fu scambiato con i Sacramento Kings per il serbo Peja Stojaković.
La prima metà di stagione di Artest a Sacramento fu buona e la squadra riuscì a raggiungere i playoff.
Le sue altre due stagioni furono meno entusiasmanti: secondo molto osservatori, Artest non tornò ai livelli dell’ultima stagione a Indiana, e i Kings non arrivarono più ai playoff.
Nel 2007, dopo essere stato arrestato e accusato di violenza domestica, fu sospeso a tempo indeterminato dai Kings, che però pochi giorni dopo lo reintegrarono nella squadra.
Nel 2008 fu ceduto agli Houston Rockets, dove giocò bene, arrivando con la squadra ai playoff e uscendo al secondo turno contro i Los Angeles Lakers, che avrebbero vinto il titolo.
L’anno dopo Artest andò proprio ai Lakers, che in quel periodo erano probabilmente la squadra più forte di tutta la NBA: ci giocavano, tra gli altri, Kobe Bryant e Pau Gasol.
Artest si inserì bene e diventò titolare, pur tenendo una media un po’ più bassa del solito, intorno agli 11 punti a partita.
Ebbe quella che in questi casi viene definita una “rinascita”, e giocò soprattutto degli ottimi playoff.
I Lakers andarono in finale contro i Boston Celtics: la serie arrivò fino a gara 7, in cui Artest segnò 20 punti, tra cui un canestro da tre decisivo a un minuto dalla fine.
I Lakers vinsero il titolo.
Nel 2011 il cambio di nome e cognome.
Poi la breve esperienza ai New York Knicks e in Cina, prima di approdare in Italia a Cantù.
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Ron, nel cambio di nome, avrebbe fatto leva sull'odio che molti tifosi gli riversano, e chiunque volesse insultarlo sarà ora costretto a gridare "I hate Metta World Peace" (odio la pace nel mondo).
Ron è conosciuto anche per tutto quel che ha combinato dentro e fuori il parquet.
Fin da giovane ha lottato con problemi mentali che lo hanno portato ad essere violento e spesso sopra le righe.
I primi incontri con lo psicologo, il piccolo Ron comincia ad averli attorno agli 8 anni, quando nel quartiere non esattamente residenziale del Queens, New York, è costretto a difendersi e ad attaccare per non soccombere sotto le spinte di una città che con i deboli non ha pietà.
Figlio di papà Ron Artest Senior , veterano dei marines con problemi d'alcolismo ed ex pugile con tutto quel che ne consegue.
Già dalla più tenera età sviluppa una naturale predisposizione allo scontro, dopo le notti insonni in cui il padre picchiava la moglie, e soprattutto dopo un evento che Ron ancora ricorda: l'uccisione di un amico pugnalato alla schiena.
La rabbia che Artest porta dentro sembra indirizzarlo verso la boxe, così da incanalare un'energia potente verso qualcosa di meno distruttivo delle strade di New York.
Ciò nonostante, essendo la Grande Mela la capitale mondiale del Basket, il talento per la palla a spicchi è decisamente troppo forte.
Seguiranno anni liceali memorabili, scanditi dal soprannome "True Warrior" che gli viene affibbiato per la sua attitudine guerriera sul campo.
LA NBA
Già inserito di diritto nel primo quintetto della talentuosissima e trafficata Big East, decide nel 1999 di dichiararsi eleggibile al draft Nba.
Scout e franchige illustri sono impressionate soprattutto dalla sua capacità di difendere, tanto da indurre molte squadre a promettere chiamate altissime alla draft lottery.
Tuttavia, in pieno stile Ron Artest, la considerazione dei suoi estimatori è decisamente calata quando si venne a sapere che il nativo di New York non si presentò ai vari meeting per le matricole intento riprendere energie nel letto dopo una intera notte passata con una prostituta.
Le sue quotazioni scenderanno di molto dopo questo episodio, portando il suo nome sulla bocca di Stern soltanto alla chiamata numero 17 effettuata dai Bulls dell'immediata era post Jordan.
Ron ha alle spalle qualcosa come 15 stagioni NBA: Chicago, Indiana, Sacramento, Houston, LA Lakers e New York con il titolo Nba conquistato al fianco di Kobe Bryant nel 2010.
Più volte nominato miglior difensore, ha segnato poco meno di 13.000 punti.
RISSE E PROBLEMI FUORI DAL CAMPO
Nel primo anno di NBA, ai Bulls, dichiarò apertamente che negli intervalli dei match negli spogliatoi per reintegrare beveva cognac, ma la “scena madre” fu nel 2004 quando in Pacers-Pistons dette vita ad una scazzottata con Ben Wallace e da lì la rissa si spostò addirittura sugli spalti con tifosi avversari stesi, qualsiasi tipo di oggetto volato in campo ed alla fine ben 73 giornate di squalifica per Artest.
Passato ai Lakers, e già con il nome di Metta World Peace, eccolo di nuovo in azione quando stende con una gomitata James Harden, apparentemente senza senso.
Ma altre perle della sua vita parlano anche di quando fu sospeso dai Pacers perché, nel bel mezzo della stagione, chiese un mese di vacanza perché doveva incidere un disco.
LA PIU' GRANDE RISSA DI TUTTI I TEMPI: DETROIT PISTONS VS INDIANA PACERS(2004)
La stagione 2004-2005 non è ricordata dagli appassionati NBA per il trionfo finale degli Spurs sui Pistons, né per essere stato l’anno dei vari Lebron James, Anthony, Wade e Bosh.
Quel campionato passò alla storia per le squalifiche che il commissioner David Stern inflisse ai colpevoli dopo i fattacci del Palace di Auburn Hills.
Nei playoff della stagione precedente, i Pistons e i Pacers si erano incontrati nella finale di Conference: in gara 6 Artest aveva fatto un brutto fallo su Richard Hamilton, tirandogli un pugno.
I Pistons avevano poi vinto la partita e passato il turno, per vincere in seguito il titolo NBA, in finale contro i Los Angeles Lakers.
Tra le due squadre era quindi nata una certa rivalità.
Il 19 novembre dell'anno seguente(2004 è appunto ricordato come il giorno della più incredibile rissa mai accaduta su un parquet NBA. Protagonisti i giocatori dei Pistons e dei Pacers, che si stavano contendendo una delle prime partite di regular season, un match di importanza relativa ai fini della classifica.
Indiana, che aveva chiuso la contesa già dal terzo quarto, conduceva di 97-82 a 45 secondi dalla sirena finale.
Nel quarto quarto Hamilton diede una gomitata a Jamaal Tinsley dei Pacers e ci furono le prime proteste e discussioni.
La partita iniziò a essere molto fallosa: qualche minuto dopo Ben Wallace, il centro dei Pistons molto forte e possente, spinse Artest contro il supporto del canestro.
In uno degli ultimi attacchi finali di Detroit, Ben Wallace provò un terzo tempo ravvicinato subendo un fallo gratuito ma non eccessivamente scorretto da parte di Ron Artest.
Il centro dei Pistons reagì in maniera spropositata al fallo, forse vista anche la sconfitta imminente, spingendo l’ala dei Pacers con veemenza e cercando di colpirlo successivamente in altri modi.
Gli altri giocatori, insieme agli arbitri, fermarono tempestivamente i litiganti per evitare il peggio.
Si creò così un parapiglia abbastanza acceso e pericoloso tra giocatori, panchinari, dirigenti ed addetti alla sicurezza.
Artest reagì in maniera inspiegabile: si sdraiò sul tavolo dei segnapunti, si mise un paio di cuffie e cominciò a parlare in un microfono spento.
Il suo comportamento fu considerato come una provocazione e Reggie Miller lo raggiunse per toglierli le cuffie, mentre altri giocatori e assistenti cercavano di calmare Wallace.
Altri giocatori dei Pacers e dei Pistons cominciarono a discutere e a spintonarsi, quando un tifoso di nome John Green tirò dagli spalti un bicchiere pieno di Coca-Cola e ghiaccio, colpendo sul petto Artest.
Ron, perso il controllo, si scagliò contro il tifoso colpevole, menando colpi a destra e a manca con il compagno di squadra Stephen Jackson.
Il putiferio.
Giocatori contro tifosi, lanci di sedie e di birre, bambini in lacrime, addetti alla sicurezza incapaci di sedare gli animi.
Larry Brown, allora coach dei Pistons, e l’analista radiofonico Ricky Mahorn cercarono di calmare il pubblico del Palace lanciando un appello con gli altoparlanti.
Un tutti contro tutti impressionante.
Un’incredibile rissa da far-west, in diretta nazionale sugli schermi di ESPN.
In particolare Ron scavalcò i commentatori dietro il tavolo fratturando cinque vertebre a uno di loro e salì per i sedili.
Raggiunse un altro tifoso pensando che fosse quello che gli aveva tirato il bicchiere e lo spintonò, mentre Green lo afferrava da dietro: in breve tempo si scatenò una zuffa tra i tifosi, Artest e Jackson.
Poi arrivò J.O'Neill.
Dopo essere stato portato di nuovo in campo, Artest tirò un pugno a un tifoso e le cose degenerarono: i giocatori furono scortati fuori dal campo mentre i tifosi tiravano dagli spalti bibite e oggetti.
Uno spettacolo primordiale, irrazionale, assurdo, che ebbe fine solamente quando i giocatori entrarono nel tunnel per gli spogliatoi.
LE SQUALIFICHE
Fu l’ultima partita dell’anno per Ron Artest, che venne fermato per tutta la stagione : 73 partite più gli eventuali playoff, la squalifica più lunga della storia NBA.
Stephen Jackson venne sospeso per 30 partite, Jermaine O’Neal per 25, Ben Wallace per 6, Anthony Johnson per 5, Derrick Coleman, Chauncey Billups, Elden Campbell e Reggie Miller per una a testa.
Punizioni micidiali e forse sproporzionate rispetto ad altre comminate in passato per fatti analoghi: nel 1995 Vernon Maxwell, guardia dei Rockets, salì in tribuna a Portland per colpire un tifoso e venne squalificato per 10 gare.
Stern usò il pugno di ferro per i fatti di Auburn Hills, cercando di mandare un messaggio alle altre “teste calde” della Lega: comportamenti del genere da parte di professionisti ultra-pagati non sarebbero stati più accettati.
Dopo la rissa di Detroit, l’NBA consentì ai Pacers di firmare alcuni free agent per sostituire gli squalificati: vennero fimati l’ala Tremaine Fowlkes, l’ala forte Britton Johnson e la guardia Michael Curry.
Ci fu poi un processo e cinque giocatori dei Pacers (O’Neal, Artest, Jackson, Harrison e Anthony Johnson) e cinque tifosi furono accusati per aggressione e percosse: John Green scontò 30 giorni di detenzione in carcere, mentre gli altri accusati furono multati o condannati a scontare la pena ai servizi sociali o con la libertà vigilata.
Nonostante questo susseguirsi di eventi inaspettati, i Pacers riuscirono a chiudere la regular season con un record positivo (44-38), qualificandosi per i playoff dove, dopo aver superato i Celtics, persero (ironia della sorte) proprio contro i Pistons al secondo turno.
La Gara 6 con cui Detroit staccò il pass per le Finali di Conference è ricordata soprattutto come l’ultima partita NBA di Reggie Miller, icona, bandiera e beniamino di Indianapolis per diciotto anni consecutivi.
I Pistons, dal canto loro, dopo aver vinto l’anello nella stagione precedente, persero la finalissima in gara 7 contro i San Antonio Spurs di Tim Duncan.
IL RESTO DELLA CARRIERA
Artest non giocò più nella stagione 2004-2005 e all’inizio del 2006, dopo aver giocato sedici partite coi Pacers, fu scambiato con i Sacramento Kings per il serbo Peja Stojaković.
La prima metà di stagione di Artest a Sacramento fu buona e la squadra riuscì a raggiungere i playoff.
Le sue altre due stagioni furono meno entusiasmanti: secondo molto osservatori, Artest non tornò ai livelli dell’ultima stagione a Indiana, e i Kings non arrivarono più ai playoff.
Nel 2007, dopo essere stato arrestato e accusato di violenza domestica, fu sospeso a tempo indeterminato dai Kings, che però pochi giorni dopo lo reintegrarono nella squadra.
Nel 2008 fu ceduto agli Houston Rockets, dove giocò bene, arrivando con la squadra ai playoff e uscendo al secondo turno contro i Los Angeles Lakers, che avrebbero vinto il titolo.
L’anno dopo Artest andò proprio ai Lakers, che in quel periodo erano probabilmente la squadra più forte di tutta la NBA: ci giocavano, tra gli altri, Kobe Bryant e Pau Gasol.
Artest si inserì bene e diventò titolare, pur tenendo una media un po’ più bassa del solito, intorno agli 11 punti a partita.
Ebbe quella che in questi casi viene definita una “rinascita”, e giocò soprattutto degli ottimi playoff.
I Lakers andarono in finale contro i Boston Celtics: la serie arrivò fino a gara 7, in cui Artest segnò 20 punti, tra cui un canestro da tre decisivo a un minuto dalla fine.
I Lakers vinsero il titolo.
Nel 2011 il cambio di nome e cognome.
Poi la breve esperienza ai New York Knicks e in Cina, prima di approdare in Italia a Cantù.
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lunedì 13 aprile 2015
Tanking In NBA: Perdere Di Proposito
Il Tanking(tradotto impropriamente come "perdere apposta") è antico quanto la NBA: è infatti sempre successo che alcune squadre traballanti prendessero una provvidenziale imbarcata in vista di un draft particolarmente appetitoso.
Oggi la lottery viene additata come la causa del Tanking, ma in realtà venne introdotta proprio (nel 1985) per evitare che si ripetesse lo spettacolo offerto da Houston nel corso del 1983-84, quando i Rockets erano ormai decisi a toccare il fondo e a riemergere con Akeem Olajuwon o, in alternativa, Michael Jordan.
La radicata convinzione è che, per vincere un titolo NBA, serva passare per il draft, e quindi che, per diventare fortissimi, sia inevitabile passare per un periodo di vacche magre.
Così, i fans accettano di buon grado stagioni magre in attesa del gran colpo.
COME FUNZIONA LA DRAFT LOTTERY
Il sistema statistico che regola l’assegnazione delle “palline” nella Draft Lottery risale all’estate del 1990 e, per una curiosa ironia della sorte, fu concepito per annientare lo stesso fenomeno che ha fatto risvegliare nelle ultime stagioni: il Tanking.
Quando la peggior franchigia della Lega aveva la garanzia di scegliere per prima e l’ordine delle chiamate più importanti ribaltava la classifica della stagione, gli incentivi alle débacle di fine stagione erano particolarmente accattivanti; fino ai tardi anni Ottanta i comportamenti antisportivi riguardavano un numero ristretto di partite poiché la profonda cultura sportiva americana aveva mantenuto vivi gli anticorpi del sistema e il minor numero di squadre rendeva più frequenti e vibranti le rivalità regionali.
L’allargamento della Lega e della sua formula ha provocato un peggioramento della qualità dei bassifondi e ha indotto Stern a vagliare la Draft Lottery: dall’estate 1990, la peggior squadra dell’anno ha avuto il 25% di possibilità di ottenere la prima scelta assoluta e ha ricevuto la garanzia di non scendere al di sotto della quarta chiamata, mentre la penultima si è attestata al 19,9% delle palline presenti nell’urna.
Il 15,6% della terzultima proseguiva la discesa verso la prima esclusa dai Playoffs. Negli ultimi anni, le nuove recrudescenze del tanking hanno riaperto il dibattito sull’eticità della Lotteria e hanno portato all’elaborazione di una proposta di riforma del sistema: il testo definitivo ha affidato alle quattro cenerentole della stagione il 12% di chance di ottenere il #1 e ha fatto calare di pochi decimi le opportunità della quintultima e della sestultima, relegando al #7 la garanzia minima legata al record peggiore dell’anno.
PRIME SCELTE
Negli ultimi trent’anni, alcune prime scelte si sono rivelate giocatori vincenti, da Akeem Olajuwon (2 titoli vinti con Houston), a David Robinson (anche lui a quota 2), passando per S.O'Neill (4 titoli), Tim Duncan (ben 5 anelli) e LeBron James.
O ancora Pat Ewing, Chris Webber, Allen Iverson tutta gente che non ha conquistato l’agognato anello ma che qualcosina ha fatto vedere.
Come dimenticare poi le scelte più recenti, da Derrick Rose a Blake Griffin, John Wall, Anthony Davis e Kyrie Irving (stelle che hanno dinanzi anni per tentare l’assalto alle Finali NBA).
È indubbio che, in generale, chi sceglie per primo rimedia ottimi giocatori.
Uno dei più selvaggi, da questo punto di vista, fu quello del 2003 (James, Bosh, etc).
MA E' SEMPRE LA STRATEGIA VINCENTE?
Così, molte squadre si lanciano entusiaste in operazioni di Tanking più o meno dichiarato, sebbene, in realtà, non ci siano prove del fatto che “ricostruire” sia la strategia migliore per vincere.
Quattro anni dopo aver scelto con una top-3 pick, solo il 31% delle squadre fa i Playoffs.
Dal 1976, 51 squadre hanno chiuso con meno di venti vittorie, e di queste, solo una ha vinto il titolo nei cinque anni successivi: si tratta dei Miami Heat (2007-08) dei Big Three, che però non passarono per il draft, ma per la firma di LeBron James e Chris Bosh.
Dal 1985 a oggi, solamente due formazioni hanno vinto il titolo NBA con meno del 66% di vittorie in regular season.
Dal 1985 a oggi, il 90% delle franchigie che hanno vinto meno di 25 partite in una stagione non hanno raggiunto le fatidiche 54 vittorie nel giro di cinque anni.
Insomma il trend è abbastanza chiaro: le pessime squadre tendono a rimanere tali, anche dopo aver scelto alto al draft.
Entro la scadenza del contratto da rookie della propria stella, bisogna aver fatto qualcosa per convincerla a ri-firmare, pena, vederla partire altrove, ma non è facile costruire una formazione d’alto livello in poche stagioni e lo è ancora meno se ci si è sbarazzati di tutti quei buoni giocatori che avrebbero reso impossibile il Tanking “programmato”.
Dal 1985 ad oggi, solo gli Spurs hanno vinto con in squadra una propria prima scelta assoluta (ne avevano due, Robinson e Duncan).
Tutte le altre grandi prime scelte, da Ewing a Webber, da LeBron a O’Neal, o non hanno vinto, oppure per farlo hanno cambiato maglia.
Per giunta, gli Spurs arrivarono alla prima scelta del 1997 in modo anomalo, a seguito degli infortuni che falcidiarono un roster eccellente, che, recuperati tutti gli effettivi, nel giro di due anni vinse il titolo NBA.
È vero che senza una superstar è quasi impossibile pensare di celebrare un titolo NBA, ma non basta avere in squadra un futuro Hall-of-Famer per garantirsi il successo, e non è detto che per selezionarlo occorra la prima scelta.
L'ESPERIMENTO SCIENTIFICO A PHILADELPHIA: SAM HINKIE
Sam Hinkie(GM dei 76ers), brillante laureato della Business School di Stanford, dice che quello dei 76ers è un “esperimento scientifico”.
L’idea è chiaramente quella di accumulare talento, liberare spazio salariale (da usare per assorbire contratti che gli altri non gradiscono, come quello di JaVale McGee, ottenendo in cambio altre scelte) per poi compiere una selezione.
Quindi ha ceduto i giocatori che potevano valere qualche vittoria nell’immediato, come Holiday, Thaddeus Young, Spencer Hawes, Evan Turner, e, ora anche Michael Carter-Williams.
Intanto, Hinkie ha riempito lo staff di Phila di matematici, esperti di scienze cognitive, statistici e anche un Navy SEAL. Il nuovo management analizza tutto, addirittura monitora le ore di sonno dei giocatori, e grazie a Lance Pearson e Vance Walberg, ha implementato una “effort chart”, che misura ogni azione di ogni Sixier secondo una serie di parametri, una versione più specializzata della tecnologia EPV.
Brown e il front-office non incoraggiano i giocatori a perdere, ma è palese che abbiano costruito una squadra che non può vincere.
Tankare in modo scientifico può funzionare?
Esiste un (parziale) precedente a quello che stanno facendo i Sixiers, ed è rappresentato dai Boston Celtics di Danny Ainge; nel 2007, i bianco-verdi avevano accumulato draft-picks, pur trattenendo Paul Pierce. Scambiarono Jeff Green con Ray Allen, e poi impacchettarono un po’ di “talento” (tra cui Al Jefferson, ma anche parecchio ciarpame) in direzione Minneapolis e portarono Kevin Garnett in Massachusetts.
Nel 2013 Hinkie si presentò al colloquio con la proprietà dei Sixers armato di grafici che mostravano quel che avevano appena fatto gli Houston Rockets, ammassando scelte, apparentemente preparandosi a tankare, salvo poi virare bruscamente e usarle per cogliere l’opportunità di ottenere James Harden.
Philadelphia è strategicamente collocata in modo tale da poter fare razzia di tutti i giocatori che riterrà interessanti nelle prossime tre stagioni, incluse molte scommesse al secondo giro.
Il ciclo (scambiare giocatori in cambio di scelte) continuerà finché Hinkie non riterrà di aver trovato i giocatori dai quali ripartire.
L’idea ha del merito teorico, ma non è scontato che poi si traduca in un titolo NBA, perché Phila sta perseguendo il proprio modello gestionale in modo estremo, come visto alla trade deadline, quando Hinkie si è sbarazzato di alcuni dei giocatori migliori in cambio di altre scelte.
Quello che sta facendo Philadelphia mira a garantirsi scelte, ma, ammesso e non concesso che si traducano in un fenomeno, manca tutto il resto.
I Celtics del 2007 si sbarazzarono dei giocatori che avevano allevato a pane e sconfitte spendendoli ai T-Wolves in cambio di Kevin Garnett.
Hinkie invece se ne sta liberando in cambio di altre scelte, ma così facendo, quando Philadelphia metterà le mani sui giocatori che vuole veramente, sarà di fatto una expansion-team, oppure una squadra imbottita di giocatori assuefatti alle sconfitte.
La lista di buoni giocatori dei quali Philadelphia si è sbarazzata inizia ad essere lunga.
In fondo, i 76ers avrebbero potuto scegliere Giannis Antetokounmpo anziché Carter-Willams, e nel 2014 hanno selezionato Joel Embiid, che è fermo per problemi alla schiena.
Forse Embiid è davvero il nuovo Olajuwon, ma potrebbe benissimo rivelarsi il nuovo Olowokandi, e in tal caso, i Sixers avrebbero solo sprecato tempo e due scelte.
Hinkie è uno scout infaticabile, quindi è possibile che, ragionando sui grandi numeri, faccia buon uso delle scelte che sta accatastando, ma la storia NBA è piena di squadre con roster fantastici che non hanno vinto, come i Blazers del 2000, i Kings del 2002-03, i Lakers del 2004.
Inoltre, come detto, scovare il fuoriclasse è solo l’inizio: gli Orlando Magic pensavano d’aver davanti anni e anni per provare a vincere con Shaquille O’Neal, e si ritrovarono con il cerino in mano; i Cleveland Cavs pensavano che LeBron li avrebbe aiutati a vincere finalmente qualcosa, e invece James si trasferì a South Beach.
Persino Sam Presti non dorme sonni tranquilli a causa dell’approssimarsi della scadenza contrattuale di Kevin Durant.
I 76ers sembrano intenzionati a continuare così finché non avranno agguantato l’ambito fenomeno, ma potrebbero volerci anni e anni, durante i quali si costringe l’abbonato a guardare una squadra indegna, in cui militano giocatori che domani potrebbero essere altrove.
A Philadelphia vendono merchandising che recita uno slogan spiritoso: “Avevo un sogno, ma Hinkie l’ha scambiato per una seconda scelta“.
Nessuna lega professionistica dovrebbe mai creare degli incentivi a perdere.
“L’idea di assegnare le scelte in senso opposto al record, per quanto possa suonare moralmente giusto, crea danni al gioco, che non sono immediatamente visibili. Non si può costruire un sistema che premi le sconfitte. Gli economisti se ne preoccupano continuamente, in termini di moral hazard, e cioè l’idea che se assicuri qualcuno contro il rischio, questi diverrà più propenso a prendere decisioni rischiose. Se salvi le banche quando prendono decisioni rischiose e fanno scelte stupide, continueranno a farlo; se mi dai una scelta in lottery per essere stato un GM atroce, dov’è il mio incentivo a non essere un GM atroce?”.
Posto che i 76ers (oppure i Jazz, i Lakers, Boston e i Knicks) rispettano le regole, è evidente che programmare sconfitte va a detrimento della competitività della NBA e della qualità del prodotto.
Le regole attuali incoraggiano quello che gli americani chiamano bottom-out, cioè toccare il fondo.
Anche se la riunione autunnale dei proprietari non ha raccolto i voti necessari per rivedere il meccanismo della lottery, nelle alte sfere dell’Olympic Tower imperversa il dibattito su come eliminare il tanking.
Una delle proposte consiste nel ruotare la prima scelta assoluta tra tutte le trenta franchigie, prescindendo dal record.
Altri invece propugnano una serie di correttivi che alterino le probabilità, oppure un meccanismo più simile alla free-agency, ma con dei limiti all’ammontare dei contratti.
SUPERSTIZIONE
Attorno alla Draft Lottery, negli anni si è sviluppato anche il fenomeno superstizione, con ogni rappresentante di franchigia che ha il proprio portafortuna.
Una “tradizione” nata già nel 1985, alla prima apparizione dell’urna, con Dave DeBusschere che conquistò la 1° scelta assoluta che portò Patrick Ewing ai Knicks grazie ad un ferro di cavallo.
Tra le più note, la palla di cristallo irlandese con cui si presentò Pat Croce al draft 1996 che gli regalò Allen Iverson, o la toccante storia di Nick Gilbert, figlio del Dan proprietario dei Cavaliers e afflitto da una rara malattia, che negli ultimi tre anni ha portato a casa due first pick (2011 e 2013).
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: nel 1992 l’eccentrico Donald Carter, allora proprietario dei Mavericks, si presentò con l’inseparabile cappello da cowboy e una pietra portafortuna, con inciso il nome Shaquille in lingua braille. Peccato che la fece toccare anche a Pat Williams, gm degli Orlando Magic.
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Oggi la lottery viene additata come la causa del Tanking, ma in realtà venne introdotta proprio (nel 1985) per evitare che si ripetesse lo spettacolo offerto da Houston nel corso del 1983-84, quando i Rockets erano ormai decisi a toccare il fondo e a riemergere con Akeem Olajuwon o, in alternativa, Michael Jordan.
La radicata convinzione è che, per vincere un titolo NBA, serva passare per il draft, e quindi che, per diventare fortissimi, sia inevitabile passare per un periodo di vacche magre.
Così, i fans accettano di buon grado stagioni magre in attesa del gran colpo.
COME FUNZIONA LA DRAFT LOTTERY
Il sistema statistico che regola l’assegnazione delle “palline” nella Draft Lottery risale all’estate del 1990 e, per una curiosa ironia della sorte, fu concepito per annientare lo stesso fenomeno che ha fatto risvegliare nelle ultime stagioni: il Tanking.
Quando la peggior franchigia della Lega aveva la garanzia di scegliere per prima e l’ordine delle chiamate più importanti ribaltava la classifica della stagione, gli incentivi alle débacle di fine stagione erano particolarmente accattivanti; fino ai tardi anni Ottanta i comportamenti antisportivi riguardavano un numero ristretto di partite poiché la profonda cultura sportiva americana aveva mantenuto vivi gli anticorpi del sistema e il minor numero di squadre rendeva più frequenti e vibranti le rivalità regionali.
L’allargamento della Lega e della sua formula ha provocato un peggioramento della qualità dei bassifondi e ha indotto Stern a vagliare la Draft Lottery: dall’estate 1990, la peggior squadra dell’anno ha avuto il 25% di possibilità di ottenere la prima scelta assoluta e ha ricevuto la garanzia di non scendere al di sotto della quarta chiamata, mentre la penultima si è attestata al 19,9% delle palline presenti nell’urna.
Il 15,6% della terzultima proseguiva la discesa verso la prima esclusa dai Playoffs. Negli ultimi anni, le nuove recrudescenze del tanking hanno riaperto il dibattito sull’eticità della Lotteria e hanno portato all’elaborazione di una proposta di riforma del sistema: il testo definitivo ha affidato alle quattro cenerentole della stagione il 12% di chance di ottenere il #1 e ha fatto calare di pochi decimi le opportunità della quintultima e della sestultima, relegando al #7 la garanzia minima legata al record peggiore dell’anno.
PRIME SCELTE
Negli ultimi trent’anni, alcune prime scelte si sono rivelate giocatori vincenti, da Akeem Olajuwon (2 titoli vinti con Houston), a David Robinson (anche lui a quota 2), passando per S.O'Neill (4 titoli), Tim Duncan (ben 5 anelli) e LeBron James.
O ancora Pat Ewing, Chris Webber, Allen Iverson tutta gente che non ha conquistato l’agognato anello ma che qualcosina ha fatto vedere.
Come dimenticare poi le scelte più recenti, da Derrick Rose a Blake Griffin, John Wall, Anthony Davis e Kyrie Irving (stelle che hanno dinanzi anni per tentare l’assalto alle Finali NBA).
È indubbio che, in generale, chi sceglie per primo rimedia ottimi giocatori.
Uno dei più selvaggi, da questo punto di vista, fu quello del 2003 (James, Bosh, etc).
MA E' SEMPRE LA STRATEGIA VINCENTE?
Così, molte squadre si lanciano entusiaste in operazioni di Tanking più o meno dichiarato, sebbene, in realtà, non ci siano prove del fatto che “ricostruire” sia la strategia migliore per vincere.
Quattro anni dopo aver scelto con una top-3 pick, solo il 31% delle squadre fa i Playoffs.
Dal 1976, 51 squadre hanno chiuso con meno di venti vittorie, e di queste, solo una ha vinto il titolo nei cinque anni successivi: si tratta dei Miami Heat (2007-08) dei Big Three, che però non passarono per il draft, ma per la firma di LeBron James e Chris Bosh.
Dal 1985 a oggi, solamente due formazioni hanno vinto il titolo NBA con meno del 66% di vittorie in regular season.
Dal 1985 a oggi, il 90% delle franchigie che hanno vinto meno di 25 partite in una stagione non hanno raggiunto le fatidiche 54 vittorie nel giro di cinque anni.
Insomma il trend è abbastanza chiaro: le pessime squadre tendono a rimanere tali, anche dopo aver scelto alto al draft.
Entro la scadenza del contratto da rookie della propria stella, bisogna aver fatto qualcosa per convincerla a ri-firmare, pena, vederla partire altrove, ma non è facile costruire una formazione d’alto livello in poche stagioni e lo è ancora meno se ci si è sbarazzati di tutti quei buoni giocatori che avrebbero reso impossibile il Tanking “programmato”.
Dal 1985 ad oggi, solo gli Spurs hanno vinto con in squadra una propria prima scelta assoluta (ne avevano due, Robinson e Duncan).
Tutte le altre grandi prime scelte, da Ewing a Webber, da LeBron a O’Neal, o non hanno vinto, oppure per farlo hanno cambiato maglia.
Per giunta, gli Spurs arrivarono alla prima scelta del 1997 in modo anomalo, a seguito degli infortuni che falcidiarono un roster eccellente, che, recuperati tutti gli effettivi, nel giro di due anni vinse il titolo NBA.
È vero che senza una superstar è quasi impossibile pensare di celebrare un titolo NBA, ma non basta avere in squadra un futuro Hall-of-Famer per garantirsi il successo, e non è detto che per selezionarlo occorra la prima scelta.
L'ESPERIMENTO SCIENTIFICO A PHILADELPHIA: SAM HINKIE
Sam Hinkie(GM dei 76ers), brillante laureato della Business School di Stanford, dice che quello dei 76ers è un “esperimento scientifico”.
L’idea è chiaramente quella di accumulare talento, liberare spazio salariale (da usare per assorbire contratti che gli altri non gradiscono, come quello di JaVale McGee, ottenendo in cambio altre scelte) per poi compiere una selezione.
Quindi ha ceduto i giocatori che potevano valere qualche vittoria nell’immediato, come Holiday, Thaddeus Young, Spencer Hawes, Evan Turner, e, ora anche Michael Carter-Williams.
Intanto, Hinkie ha riempito lo staff di Phila di matematici, esperti di scienze cognitive, statistici e anche un Navy SEAL. Il nuovo management analizza tutto, addirittura monitora le ore di sonno dei giocatori, e grazie a Lance Pearson e Vance Walberg, ha implementato una “effort chart”, che misura ogni azione di ogni Sixier secondo una serie di parametri, una versione più specializzata della tecnologia EPV.
Brown e il front-office non incoraggiano i giocatori a perdere, ma è palese che abbiano costruito una squadra che non può vincere.
Tankare in modo scientifico può funzionare?
Esiste un (parziale) precedente a quello che stanno facendo i Sixiers, ed è rappresentato dai Boston Celtics di Danny Ainge; nel 2007, i bianco-verdi avevano accumulato draft-picks, pur trattenendo Paul Pierce. Scambiarono Jeff Green con Ray Allen, e poi impacchettarono un po’ di “talento” (tra cui Al Jefferson, ma anche parecchio ciarpame) in direzione Minneapolis e portarono Kevin Garnett in Massachusetts.
Nel 2013 Hinkie si presentò al colloquio con la proprietà dei Sixers armato di grafici che mostravano quel che avevano appena fatto gli Houston Rockets, ammassando scelte, apparentemente preparandosi a tankare, salvo poi virare bruscamente e usarle per cogliere l’opportunità di ottenere James Harden.
Philadelphia è strategicamente collocata in modo tale da poter fare razzia di tutti i giocatori che riterrà interessanti nelle prossime tre stagioni, incluse molte scommesse al secondo giro.
Il ciclo (scambiare giocatori in cambio di scelte) continuerà finché Hinkie non riterrà di aver trovato i giocatori dai quali ripartire.
L’idea ha del merito teorico, ma non è scontato che poi si traduca in un titolo NBA, perché Phila sta perseguendo il proprio modello gestionale in modo estremo, come visto alla trade deadline, quando Hinkie si è sbarazzato di alcuni dei giocatori migliori in cambio di altre scelte.
Quello che sta facendo Philadelphia mira a garantirsi scelte, ma, ammesso e non concesso che si traducano in un fenomeno, manca tutto il resto.
I Celtics del 2007 si sbarazzarono dei giocatori che avevano allevato a pane e sconfitte spendendoli ai T-Wolves in cambio di Kevin Garnett.
Hinkie invece se ne sta liberando in cambio di altre scelte, ma così facendo, quando Philadelphia metterà le mani sui giocatori che vuole veramente, sarà di fatto una expansion-team, oppure una squadra imbottita di giocatori assuefatti alle sconfitte.
La lista di buoni giocatori dei quali Philadelphia si è sbarazzata inizia ad essere lunga.
In fondo, i 76ers avrebbero potuto scegliere Giannis Antetokounmpo anziché Carter-Willams, e nel 2014 hanno selezionato Joel Embiid, che è fermo per problemi alla schiena.
Forse Embiid è davvero il nuovo Olajuwon, ma potrebbe benissimo rivelarsi il nuovo Olowokandi, e in tal caso, i Sixers avrebbero solo sprecato tempo e due scelte.
Hinkie è uno scout infaticabile, quindi è possibile che, ragionando sui grandi numeri, faccia buon uso delle scelte che sta accatastando, ma la storia NBA è piena di squadre con roster fantastici che non hanno vinto, come i Blazers del 2000, i Kings del 2002-03, i Lakers del 2004.
Inoltre, come detto, scovare il fuoriclasse è solo l’inizio: gli Orlando Magic pensavano d’aver davanti anni e anni per provare a vincere con Shaquille O’Neal, e si ritrovarono con il cerino in mano; i Cleveland Cavs pensavano che LeBron li avrebbe aiutati a vincere finalmente qualcosa, e invece James si trasferì a South Beach.
Persino Sam Presti non dorme sonni tranquilli a causa dell’approssimarsi della scadenza contrattuale di Kevin Durant.
I 76ers sembrano intenzionati a continuare così finché non avranno agguantato l’ambito fenomeno, ma potrebbero volerci anni e anni, durante i quali si costringe l’abbonato a guardare una squadra indegna, in cui militano giocatori che domani potrebbero essere altrove.
A Philadelphia vendono merchandising che recita uno slogan spiritoso: “Avevo un sogno, ma Hinkie l’ha scambiato per una seconda scelta“.
Nessuna lega professionistica dovrebbe mai creare degli incentivi a perdere.
“L’idea di assegnare le scelte in senso opposto al record, per quanto possa suonare moralmente giusto, crea danni al gioco, che non sono immediatamente visibili. Non si può costruire un sistema che premi le sconfitte. Gli economisti se ne preoccupano continuamente, in termini di moral hazard, e cioè l’idea che se assicuri qualcuno contro il rischio, questi diverrà più propenso a prendere decisioni rischiose. Se salvi le banche quando prendono decisioni rischiose e fanno scelte stupide, continueranno a farlo; se mi dai una scelta in lottery per essere stato un GM atroce, dov’è il mio incentivo a non essere un GM atroce?”.
Posto che i 76ers (oppure i Jazz, i Lakers, Boston e i Knicks) rispettano le regole, è evidente che programmare sconfitte va a detrimento della competitività della NBA e della qualità del prodotto.
Le regole attuali incoraggiano quello che gli americani chiamano bottom-out, cioè toccare il fondo.
Anche se la riunione autunnale dei proprietari non ha raccolto i voti necessari per rivedere il meccanismo della lottery, nelle alte sfere dell’Olympic Tower imperversa il dibattito su come eliminare il tanking.
Una delle proposte consiste nel ruotare la prima scelta assoluta tra tutte le trenta franchigie, prescindendo dal record.
Altri invece propugnano una serie di correttivi che alterino le probabilità, oppure un meccanismo più simile alla free-agency, ma con dei limiti all’ammontare dei contratti.
SUPERSTIZIONE
Attorno alla Draft Lottery, negli anni si è sviluppato anche il fenomeno superstizione, con ogni rappresentante di franchigia che ha il proprio portafortuna.
Una “tradizione” nata già nel 1985, alla prima apparizione dell’urna, con Dave DeBusschere che conquistò la 1° scelta assoluta che portò Patrick Ewing ai Knicks grazie ad un ferro di cavallo.
Tra le più note, la palla di cristallo irlandese con cui si presentò Pat Croce al draft 1996 che gli regalò Allen Iverson, o la toccante storia di Nick Gilbert, figlio del Dan proprietario dei Cavaliers e afflitto da una rara malattia, che negli ultimi tre anni ha portato a casa due first pick (2011 e 2013).
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: nel 1992 l’eccentrico Donald Carter, allora proprietario dei Mavericks, si presentò con l’inseparabile cappello da cowboy e una pietra portafortuna, con inciso il nome Shaquille in lingua braille. Peccato che la fece toccare anche a Pat Williams, gm degli Orlando Magic.
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Scandalo Coppe Europee 1960/70: The Years Of The Golden Fix (Brian Glanville)
In tale inchiesta, condotta da Brian Glanville e dal collega americano Keith Botsford, veniva raccontata la confessione dell'arbitro ungherese Gyorgi Vadas, il quale affermava di aver subito un tentativo di corruzione da parte dell'allora presidente dell'Inter Angelo Moratti prima della gara di ritorno della semifinale della Coppa dei Campioni 1965-66 contro il Madrid CF.
L'indagine denunciò altri casi simili di corruzione arbitrale in cui sarebbero stati coinvolti Italo Allodi (allora general manager del club interista) nelle edizioni 1963-64 e 1964-65 del suddetto torneo, ai danni del Borussia Dortmund e del Liverpool, nonché l'allora presidente dell'UEFA Artemio Franchi(coinvolto secondo voci insistenti dell'epoca anche nella finale di Coppa delle Coppe tra Milan e Leeds). Glanville rivolse accuse analoghe contro Allodi circa le sue esperienze lavorative con la Juventus (in relazione alla semifinale della Coppa dei Campioni 1972-73 contro il Derby County) e con la Nazionale italiana (durante il periodo dal 1974 al 1982), sotto accusa erano, principalmente, i suoi contatti con il faccendiere ungherese Dezso Szolti, che sarebbero stati stabiliti per alterare diversi incontri.
L'ARTEFICIE DI TUTTO: DEZSO SZOLTI
Di Szolti non si sa molto. In fuga dall'Ungheria, Szolti si stabilizza a Vienna.
Di lui si parlerà anni dopo come di un "ex arbitro internazionale" ma pochi, per non dire nessuno, confermeranno il fatto che lo fosse stato davvero. Assieme a lui erano fuoriusciti dall'Ungheria i vari Puskas, Czibor e Kocsis, andati a fare la fortuna dei grandi club spagnoli: il Real ed il Barcelona.
A posteriori, pare, che anche il signor Szolti, sia pure con altri mezzi, contribuisse anche lui alle fortune del Real Madrid in misura anche maggiore del suo connazionale Puskas.
In realtà il signor Szolti pare fosse "apolide", nel senso che, come esule, non possedeva un passaporto, o meglio, secondo altri, non ne aveva solo uno. Nell'Europa di quegli anni, il signor Szolti, non è il solo a vivere questa condizione, al giorno d'oggi praticamente sconosciuta.
Oggi lo definiremmo "un faccendiere" , all'epoca vive in una sorta di limbo dorato, coperto dagli interessi, molto più limitati di quelli attuali, ma pur sempre cospicui, dei grandi club del calcio internazionale. E' amico di tutti gli arbitri d'Europa, viaggia al seguito, ora del Real Madrid, ora del Barcelona, alloggia in alberghi di lusso dei quali conosce i direttori.
Durante uno di questi viaggi incontra Angelo Moratti, ambizioso petroliere che da anni sta cercando di portare ad un successo, paragonabile a quello suo personale, la squadra per cui fa il tifo: l'Inter.
Pare che fra i due nasca un rapporto di amicizia, di certo accade che l'Inter, che fino ad allora non ha raccolto nulla, ingaggi Helenio Herrera ed un giovane manager che ha portato il Mantova dalla quarta serie alla Serie A: Italo Allodi. L'Inter vince il campionato, poi gioca, per la prima volta, la Coppa dei Campioni, il cui prestigio lievita anno dopo anno. Qui entra in scena il signor Szolti.
Egli accompagna l'Inter (e non solo) in giro per l'Europa, ufficialmente come una sorta di facoltoso supporter, in realtà come una sorta di eminenza grigia, di "dirigente addetto all'arbitro" come si malignerà già all'epoca. Infatti si narra che gli stanzini dei direttori di gara di tutta Europa per lui non siano mai chiusi. Il signor Szolti diventa una sorta del Mackie Messer brechtiano: dove accade qualcosa di poco chiaro, lui c'è. Scorrazza per l'Europa, organizza le trasferte, sceglie gli alberghi, contatta gli arbitri, secondo qualcuno li sceglie addirittura, ma il suo nome non figura sui libri paga dell'Inter, nè su quelli delle altre aziende di Angelo Moratti. Vent'anni dopo Allodi risponderà con un sorriso alla domanda di un giornalista che definiva Szolti una sorta di "ministro degli esteri" della Grande Inter. Pare infatti che offra i suoi servigi anche ad altre squadre: quando il Bologna, impegnato in uno spareggio con l'Anderlecht in Coppa Campioni rifiuta qualche consiglio, perde "alla monetina".
INTER-BORUSSIA DORTMUND 2-0 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1963/64)
Nella Coppa Campioni 1963-64, dopo avere superato l’Everton nel primo turno con una lectio magistralis sul catenaccio impartita da Herrera, dopo essersi liberati del Monaco e del Partizan Belgrado nei turni successivi grazie alle prodezze di Corso, Jair e Mazzola, l’Inter in semifinale si trova di fronte il Borussia Dortmund. E’ qui che entra in gioco l’addetto agli arbitri. Dopo il 2-2 dell’andata allo Stadion Rote Erde (doppietta di Brungs per i gialloneri e gol di Mazzola e Corso per i nerazzurri), il ritorno è affidato al fischietto slavo Tesanic. Le cronache dell’epoca raccontano come il direttore di gara decida di non espellere i giocatori nerazzurri, soprassedendo su un violentissimo tackle di Suarez che manda in ospedale un avversario. Le cronache più recenti di Granville e Borenich suggeriscono che l’arbitro Tesanic sia stato corrotto dal faccendiere Szolti per conto di Allodi. Fatto sta che questo discutibile arbitraggio della semifinale di ritorno contro il Borussia permette all'Inter di vincere 2-0 (Mazzola e Jair) e di accedere alla finale al Prater di Vienna.
Finale che si disputa nella "sua" Vienna contro il Real Madrid una società che Szolti ha servito in passato e che è maestra a gestire certi rapporti con i direttori di gara. Szolti, raccontano, fa in modo che quella volta l'arbitro non sia troppo affascinato dagli spagnoli, così l'Inter trionfa.
Angelo Moratti gli è grato e Deszo Szolti diventa una sorta di "factotum" della società nerazzurra.
Finale che si disputa nella "sua" Vienna contro il Real Madrid una società che Szolti ha servito in passato e che è maestra a gestire certi rapporti con i direttori di gara. Szolti, raccontano, fa in modo che quella volta l'arbitro non sia troppo affascinato dagli spagnoli, così l'Inter trionfa.
Angelo Moratti gli è grato e Deszo Szolti diventa una sorta di "factotum" della società nerazzurra.
INTER-LIVERPOOL 3-0 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1964/65)
Lawrence, Lawler, Moran, forte, Yeats, Stevenson, Callaghan, Hunt, St.John, Smith, Thompson.
Se il calcio fosse stato pulito, questi nomi sarebbero incisi in "oro" ad Anfield.
O almeno questa è credenza diffusa a Liverpool. Questa squadra avrebbe dovuto essere la prima britannica a vincere la Champions League. Nella Coppa Campioni 1964-65 l'andata della semifinale tra il Liverpool di Shankly e l'Inter finisce 3-1. Shankly, figura archetipica del calcio britannico, figlio di minatori che grazie al calcio esce dalla povertà ma non dalla dimensione della dignità umana propria della working class. Ha appena portato il Liverpool dalla seconda divisione al titolo che mancava da 17 anni e, con un manipolo di ragazzi sottoproletari del vivaio del Merseyside ed una inarrivabile lungimiranza tattica, sta gettando le basi di uno dei più bei capolavori della storia dell’arte calcistica: quel 3-1 all’Inter ad Anfield ne è l’incipit, o almeno avrebbe dovuto esserlo. Siccome dall’altra parte del tabellone il Benfica si sbarazza facilmente degli ungheresi del Gyor, tutto fa propendere per una finale di Coppa dei Campioni tra le città portuali di Liverpool e Lisbona: estremo occidente d’Europa da cui secoli prima erano salpati i primi macellai della democrazia da esportazione sotto l’egida della chiesa e del capitale. Ma nella successiva finale di San Siro i portoghesi non se la vedranno contro gli inglesi.
Nella semifinale di ritorno infatti l’arbitro spagnolo Jose Maria Ortiz de Mendibil fischia a senso unico e l’Inter ribalta il risultato dell’andata di Anfield vincendo 3-0. A fare sorgere il sospetto che qualcosa non quadri sono i primi due gol della compagine nerazzurra: il primo, di Corso, è una punizione a due battuta direttamente in porta e convalidata. Il secondo, di Peirò, viene realizzato sottraendo il pallone al portiere dopo che quest’ultimo ha fatto i classici tre palleggi prima del rinvio...anche se in quest’ultimo può esserci una responsabilità (disattenzione) dell’estremo difensore. Al Liverpool venne annullato anche un gol (Ian St.John) per un motivo mai chiarito (forse fuorigioco).
A confermare i sospetti, è comunque la direzione della gara in generale: “Non ci diede né un fallo né una rimessa laterale a favore” ricorda il mitico Shankly nella sua autobiografia. E sono due semifinali su due passate grazie ad arbitraggi compiacenti. E sono due Coppe dei Campioni consecutive: la prima doppietta nella storia del calcio italiano(visto che poi nella finale di Milano l’Inter batte 1-0 il Benfica con gol di Jair al 42’).
INTER-REAL MADRID 1-1 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1965/66)
INTER-REAL MADRID 1-1 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1965/66)
20 aprile 1966, giorno della terza semifinale in tre anni che l’Inter disputa in Coppa Campioni: la famigerata semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid dopo che i bianchi hanno vinto 1-0 all’andata. Ritorniamo a Budapest, dove leggiamo il racconto che fa l’arbitro ungherese Vadas nel libro Only The Ball Has A Skin di Borenich sulla semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid che ebbe luogo dieci anni dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria.
“Nei giorni precedenti alla gara il faccendiere Sotzi non ci mollò per un secondo, venne nella nostra camera d’albergo e fece a me ed al guardalinee un’offerta in dollari di una tale portata che avremmo potuto comprarci cinque Mercedes nuove, in cambio voleva che arbitrassimo a favore dei nerazzurri.
Il giorno stesso della partita poi, fummo invitati a pranzo nella villa di Imbersago appartenente al presidente dell’Inter Angelo Moratti. Accolti con tutti gli onori, a me e al mio guardalinee fu fatto dono di un orologio d’oro. Poi, durante il pranzo, ci disse che Sotzi ci avrebbe regalato, come gesto di cortesia, una televisione e altri elettrodomestici”. Questa è tentata corruzione ma l’arbitro Vadas non ci sta: e dice no e fa sentire la sua voce del dissenso. E quella sera del 20 aprile 1966 a San Siro decide di arbitrare secondo le regole. E il Real, che all’andata aveva vinto 1-0 (Pirri al 12’) va subito in vantaggio con Amancio dopo 20 minuti. E così, durante l’intervallo, negli spogliatoi succede il finimondo, Sotzi passa dalle offerte in denaro alle minacce ma Vadas non ascolta e la partita finisce 1-1. L’Inter è eliminata. La mattina dopo, Sotzi telefona al capo della federcalcio ungherese Honti.
Al suo ritorno a Budapest, dopo un faccia a faccia con Honti, Vadas sarà impossibilitato a continuare la carriera di arbitro.
BORUSSIA MOENCHENGLADBACH-INTER 7-1: ANNULLATA (OTTAVI COPPA CAMPIONI 1971/72)
L’edizione di questa Coppa Campioni passò alla storia per un episodio incredibile che vide l’Inter protagonista. Gli italiani si trovano ad affrontare negli ottavi di finale il Borussia Moenchengladbach, formazione priva di stelle di primissimo piano, ma capace di vincere due campionati consecutivi davanti al Bayern Monaco, di lì a poco dominatore in Europa. Il 20 ottobre 1971 si gioca in Germania la gara di andata che passerà alla storia come la "partita della latina". Si arriva al 29’: Boninsegna si appresta a battere una rimessa laterale quando, improvvisamente casca a terra. A quanto pare, una lattina di Coca-Cola lo ha colpito alla testa.
In campo si scatena il putiferio: si formano capannelli di giocatori rinforzati dall’ingresso in campo di uomini dalle panchine e l’arbitro olandese Dorpmans fatica a ristabilire l’ordine.
Il centrocampista tedesco Netzer, scorge per terra una lattina vuota mezza accartocciata e con un calcio la spinge verso un agente di polizia a bordo campo. Questi, sveltissimo, la prende e la infila sotto al cappotto. Mazzola vede la scena e cerca di recuperare la lattina ma trova solo l’opposizione del poliziotto. Poi, colpo di genio, nota due tifosi italiani dietro le transenne di recinzione.
Uno di loro ha in mano una lattina piena. Mazzola lo guarda, il tifoso capisce al volo e passa la lattina nelle mani dell’interista che poi a grandi passi va a consegnarla all’arbitro.
Boninsegna, nel frattempo è ancora a terra ma non sembra aver subito un grave danno.
La partita ricomincia tra i fischi dello stadio e con i calciatori tedeschi che, più agguerriti che mai, distruggono l’Inter: alla fine è un pesantissimo 7-1. Il giorno dopo l’Inter, nella persona dell’avvocato Prisco, sporge reclamo alla Commissione Disciplinare dell’Uefa.
Il regolamento europeo non contempla però il principio della responsabilità oggettiva, secondo la quale una società deve pagare per il comportamento dei suoi tifosi.
Ma Prisco non demorde e alla fine ne esce vincitore: per la prima volta viene riconosciuta la responsabilità oggettiva e il risultato di Monchengladbach non viene omologato.
Il 28 ottobre l’Uefa decreta l’annullamento della partita e ordina che la sua ripetizione venga giocata dopo il match di Milano, a quel punto da considerarsi come gara d’andata.
Le reazioni dei tedeschi sono veementi e piovono accuse pesanti: secondo loro è stata l’Inter a spingere l’Uefa a prendere una decisione che, fino a quel momento, non era stata mai presa.
La Disciplinare, oltre alla ripetizione, sanziona un turno di squalifica al terreno di gioco del Borussia, che si ritrova così ad ospitare l’Inter in campo neutro.
Il 3 novembre finalmente si torna a giocare, con la partita di “andata” a Milano, vince l’Inter 4-2.
Il primo dicembre si gioca la gara di ritorno sul campo neutro di Berlino.
In un clima infuocato l’Inter resiste e porta a casa la qualificazione grazie ad uno 0-0 giocato tutto in difesa. Eroe della serata è il giovane portiere Ivano Bordon che, con strepitosi interventi, para l’impossibile, compreso un rigore di Sieloff. Ma il vero protagonista del passaggio del turno non è Bordon ma Prisco che, alla fine della partita, riceve un biglietto di Angelo Moratti: «Avete giocato in undici, ma il migliore in campo sei stato tu. Angelo Moratti».
JUVENTUS-DERBY COUNTY 3-1 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1972/73)
Szolti e l'Inter si sono lasciati qualche anno prima dopo qualche incomprensione.
Angelo Moratti ha lasciato la presidenza, Helenio Herrera sverna da qualche anno a Roma ed Italo Allodi è approdato alla corte della Juventus. E’ sempre una semifinale di Coppa Campioni, c’è sempre di mezzo il faccendiere ungherese Szolzi ma questa volta le conseguenze rischiano di essere pesantissime. Tutto comincia l’11 aprile del 1973, quando la Juve ospita per la partita di andata la scheggia impazzita Derby County. I Rams di Derby solo cinque anni prima navigavano nei bassifondi della quarta divisione inglese prima che si manifestasse loro il profeta Brian Clough che li porta, promozione dopo promozione, a vincere il primo campionato della loro storia. Formazione ostica ed anche agnostica: giocatori grandi, grossi e cattivi, energumeni colossali che sputano sangue dopo aver drenato quello degli avversari ma che in campo cercano anche l’estetica nell’essenza del gioco del calcio. Spaventato da cotanta bellezza, Allodi è costretto a ricorrere alla difesa estrema.
A Torino, Furino viene mandato a spezzare caviglie senza ritegno e, curiosamente, l’arbitro tedesco Schulenburg quella sera non trova di meglio da fare che ammonire giocatori del Derby, tra cui le colonne della squadra Archie Gemmill e Roy McFarland che già diffidati devono saltare la sfida di ritorno. Finisce 3-1 per la Juve e nel dopopartita l’immenso Clough si rifiuta di parlare coi giornalisti italiani, apostrofandoli come “cheating bastards” e mettendo in discussione l’onestà, la lealtà ed il coraggio dell’italico stivale nelle guerre mondiali. Ma quello che deve accadere accade al termine della partita di ritorno al Baseball Ground, dove il Derby non va oltre lo 0-0.
Nei giorni seguenti la partita infatti, l’arbitro Francisco Marques Lobo denuncia alla Uefa di essere stato contattato da Dezso Solti che, su esplicito mandato di Allodi, gli ha offerto dei soldi per non fare vincere il Derby. La terra trema. Il comitato disciplinare della Uefa convoca Lobo, Allodi e Solti per chiarire la faccenda: a Zurigo si presenta solo Lobo, di Allodi e della Juve nessuna traccia.
La Juve riceve una lettera autografata dal presidente della Uefa Artemio Franchi che la ringrazia per la disponibilità mostrata nel fare luce sulla spinosa vicenda (non presentandosi nemmeno al dibattito) e la proscioglie da ogni accusa. Una breve squalifica viene invece comminata nel 1974 al faccendiere ungherese Solti, ma il suo tempo è comunque finito.
La Juve infatti ha già deciso di sbarazzarsi di lui e di Allodi, dirottando il primo ad una dignitosa pensione con l’indotto Fiat e l’ultimo ancora una volta verso la nazionale.
MILAN-LEEDS 1-0 (FINALE COPPA DELLE COPPE 1972/73)
Il Milan vincerà, a Salonicco, la Coppa Delle Coppe battendo il Leeds grazie ad una rete di Chiarugi al terzo minuto di gioco. Ma nell'area rossonera accadde di tutto con l'arbitro Michas che in varie occasioni finse di non vedere niente. Durante il match i giocatori del Leeds protestarono accanitamente perché alla squadra inglese furono annullati alcune reti e non le furono concessi diversi calci di rigore(ben 4, di cui 3 abbastanza netti). Evidentissimi i falli in area di rigore su Mick Jones e Lorimer (letteralmente falciati), idem il cross di Reaney respinto con un fallo di mano da Benetti.
Inoltre alcuni falli cattivi commessi dai giocatori rossoneri non furono sanzionati(come quello a centrocampo dopo 3 minuti di gioco che darà il via all'azione che porterà alla punizione, inesistente, che poi originerà il vantaggio rossonero). L'esito della partita era stato subito criticato.
I tifosi neutrali(greci), inizialmente schierati con il Milan, al termine della partita aspettano l'arbitro fuori per insultarlo. La partita termina tra boati di disapprovazione e con il coro "Ladri! Ladri! Vergogna!". Il Leeds diserta la cerimonia post-partita. I giornali ci vanno giù durissimo contro Artemio Franchi(presidente della UEFA). L'arbitro Michas fu poi sospeso dalla UEFA e dalla Federazione calcio ellenica per il suo comportamento scorretto ma non ci fu mai un'inchiesta o un replay della partita, come chiedevano gli inglesi.
BAYERN MONACO-LEEDS 2-0 (FINALE COPPA CAMPIONI 1974/75)
L'esito della finale tra il Bayern Monaco e il Leeds United, fu ampiamente criticato dai mezzi di comunicazione europei, i quali ritenevano che l'arbitro francese Michel Kitabdjian avesse favorito la formazione tedesca con decisioni a senso unico nonostante la superiorità espressa in campo da parte dalla squadra inglese, con due rigori netti e un gol non convalidato (di Lorimer) in cui fu decisivo l'appello che Franz Beckenbauer fece a Kitabdjian.
Gli incidenti causati dai sostenitori del Leeds spinsero la UEFA ad estromettere i Whites dall'Europa per quattro stagioni sino al 1980, che furono successivamente ridotte a due, segnando comunque la fine del ciclo continentale dei Peacocks iniziato alla fine degli anni 1960.
MILAN-LEVSKI SPARTAK 3-0 (SECONDO TURNO COPPA UEFA 1978/79)
Nel novembre 1978 il Milan fu penalizzato dalla Commissione Disciplinare dell'UEFA con una multa di 25000 franchi svizzeri per avere offerto «doni di eccessivo valore» all'arbitro scozzese John Gordon prima della gara di ritorno del secondo turno della competizione contro il Levski Spartak.
A conseguenza di ciò, Gordon ed i suoi assistenti Rollo Kyle and David McCartney furono squalificati a tempo indeterminato dall'associazione nazionale scozzese (SFA).
ANDERLECHT-NOTTINGHAM FOREST 3-0 (SEMIFINALE COPPA DELLE COPPE 1983/84)
Una delle due semifinali vede coinvolti Nottingham Forest e Anderlecht.
Gli inglesi vincono 2-0 l'andata con doppietta di Hodge negli ultimi sei minuti di gioco e si presentano al Parc Astrici con un piede già in finale. I belgi però non ci stanno e attaccano con foga portandosi sul 2-0 grazie a Scifo e Brylle, quando a due minuti dalla fine l'arbitro spagnolo Emilio Guruceta Muru assegna loro un rigore inesistente. Trasforma Van den Bergh.
Palla al centro e il Nottingham segna con il difensore Paul Hart il gol qualificazione che viene misteriosamente annullato. Passano i padroni di casa fra le polemiche vivaci degli inglesi.
Nel febbraio del 1997 l'ex presidente dell'Anderlecht, in carica al momento della famosa semifinale, Constant Vanden Stock ammette di aver affidato una somma di 350mila sterline a due agenti affinchè questi corrompessero Guruceta Muru prima della gara di ritorno contro il Nottingham.
Nel 1991, l'Anderlecht aveva reso noto questa trama alla polizia e alla federazione belga, la quale, per mano del presidente Michel D'Hooghe, inviò un ricco dossier alla Uefa che fece però passare tutto sotto silenzio. Fino al momento in cui anche i media belgi, nel 1997, sono venuti a conoscenza della corruzione perpetrata dall'Anderlecht nei confronti dell'arbitro iberico. La Uefa questa volta non potè fare orecchie da mercante e sancì la squalifica per un anno dalle competizioni europee per l'Anderlecht. «Ricordo che il nostro allenatore Brian Clough si era lamentato dell'arbitro spagnolo prima della partita», rammenta Kenny Swain, terzino del Forest.
«Quando eravamo nello spogliatoio per cambiarci prima della partita, insistette perché tenessimo la porta aperta affinchè potesse controllare che nessuno entrasse in contatto con l'arbitro prima della gara». «All'epoca ero convinto e nulla mi avrebbe fatto cambiare idea che l'arbitro era stato corrotto» dichiarò nel '97 Paul Hart. «Abbiamo sempre sospettato qualcosa, ma non potevamo provarlo.
Alcune decisioni a nostro sfavore, compreso il gol che mi annullò allo scadere, furono incredibili».
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“Nei giorni precedenti alla gara il faccendiere Sotzi non ci mollò per un secondo, venne nella nostra camera d’albergo e fece a me ed al guardalinee un’offerta in dollari di una tale portata che avremmo potuto comprarci cinque Mercedes nuove, in cambio voleva che arbitrassimo a favore dei nerazzurri.
Il giorno stesso della partita poi, fummo invitati a pranzo nella villa di Imbersago appartenente al presidente dell’Inter Angelo Moratti. Accolti con tutti gli onori, a me e al mio guardalinee fu fatto dono di un orologio d’oro. Poi, durante il pranzo, ci disse che Sotzi ci avrebbe regalato, come gesto di cortesia, una televisione e altri elettrodomestici”. Questa è tentata corruzione ma l’arbitro Vadas non ci sta: e dice no e fa sentire la sua voce del dissenso. E quella sera del 20 aprile 1966 a San Siro decide di arbitrare secondo le regole. E il Real, che all’andata aveva vinto 1-0 (Pirri al 12’) va subito in vantaggio con Amancio dopo 20 minuti. E così, durante l’intervallo, negli spogliatoi succede il finimondo, Sotzi passa dalle offerte in denaro alle minacce ma Vadas non ascolta e la partita finisce 1-1. L’Inter è eliminata. La mattina dopo, Sotzi telefona al capo della federcalcio ungherese Honti.
Al suo ritorno a Budapest, dopo un faccia a faccia con Honti, Vadas sarà impossibilitato a continuare la carriera di arbitro.
BORUSSIA MOENCHENGLADBACH-INTER 7-1: ANNULLATA (OTTAVI COPPA CAMPIONI 1971/72)
L’edizione di questa Coppa Campioni passò alla storia per un episodio incredibile che vide l’Inter protagonista. Gli italiani si trovano ad affrontare negli ottavi di finale il Borussia Moenchengladbach, formazione priva di stelle di primissimo piano, ma capace di vincere due campionati consecutivi davanti al Bayern Monaco, di lì a poco dominatore in Europa. Il 20 ottobre 1971 si gioca in Germania la gara di andata che passerà alla storia come la "partita della latina". Si arriva al 29’: Boninsegna si appresta a battere una rimessa laterale quando, improvvisamente casca a terra. A quanto pare, una lattina di Coca-Cola lo ha colpito alla testa.
In campo si scatena il putiferio: si formano capannelli di giocatori rinforzati dall’ingresso in campo di uomini dalle panchine e l’arbitro olandese Dorpmans fatica a ristabilire l’ordine.
Il centrocampista tedesco Netzer, scorge per terra una lattina vuota mezza accartocciata e con un calcio la spinge verso un agente di polizia a bordo campo. Questi, sveltissimo, la prende e la infila sotto al cappotto. Mazzola vede la scena e cerca di recuperare la lattina ma trova solo l’opposizione del poliziotto. Poi, colpo di genio, nota due tifosi italiani dietro le transenne di recinzione.
Uno di loro ha in mano una lattina piena. Mazzola lo guarda, il tifoso capisce al volo e passa la lattina nelle mani dell’interista che poi a grandi passi va a consegnarla all’arbitro.
Boninsegna, nel frattempo è ancora a terra ma non sembra aver subito un grave danno.
La partita ricomincia tra i fischi dello stadio e con i calciatori tedeschi che, più agguerriti che mai, distruggono l’Inter: alla fine è un pesantissimo 7-1. Il giorno dopo l’Inter, nella persona dell’avvocato Prisco, sporge reclamo alla Commissione Disciplinare dell’Uefa.
Il regolamento europeo non contempla però il principio della responsabilità oggettiva, secondo la quale una società deve pagare per il comportamento dei suoi tifosi.
Ma Prisco non demorde e alla fine ne esce vincitore: per la prima volta viene riconosciuta la responsabilità oggettiva e il risultato di Monchengladbach non viene omologato.
Il 28 ottobre l’Uefa decreta l’annullamento della partita e ordina che la sua ripetizione venga giocata dopo il match di Milano, a quel punto da considerarsi come gara d’andata.
Le reazioni dei tedeschi sono veementi e piovono accuse pesanti: secondo loro è stata l’Inter a spingere l’Uefa a prendere una decisione che, fino a quel momento, non era stata mai presa.
La Disciplinare, oltre alla ripetizione, sanziona un turno di squalifica al terreno di gioco del Borussia, che si ritrova così ad ospitare l’Inter in campo neutro.
Il 3 novembre finalmente si torna a giocare, con la partita di “andata” a Milano, vince l’Inter 4-2.
Il primo dicembre si gioca la gara di ritorno sul campo neutro di Berlino.
In un clima infuocato l’Inter resiste e porta a casa la qualificazione grazie ad uno 0-0 giocato tutto in difesa. Eroe della serata è il giovane portiere Ivano Bordon che, con strepitosi interventi, para l’impossibile, compreso un rigore di Sieloff. Ma il vero protagonista del passaggio del turno non è Bordon ma Prisco che, alla fine della partita, riceve un biglietto di Angelo Moratti: «Avete giocato in undici, ma il migliore in campo sei stato tu. Angelo Moratti».
JUVENTUS-DERBY COUNTY 3-1 (SEMIFINALE COPPA CAMPIONI 1972/73)
Szolti e l'Inter si sono lasciati qualche anno prima dopo qualche incomprensione.
Angelo Moratti ha lasciato la presidenza, Helenio Herrera sverna da qualche anno a Roma ed Italo Allodi è approdato alla corte della Juventus. E’ sempre una semifinale di Coppa Campioni, c’è sempre di mezzo il faccendiere ungherese Szolzi ma questa volta le conseguenze rischiano di essere pesantissime. Tutto comincia l’11 aprile del 1973, quando la Juve ospita per la partita di andata la scheggia impazzita Derby County. I Rams di Derby solo cinque anni prima navigavano nei bassifondi della quarta divisione inglese prima che si manifestasse loro il profeta Brian Clough che li porta, promozione dopo promozione, a vincere il primo campionato della loro storia. Formazione ostica ed anche agnostica: giocatori grandi, grossi e cattivi, energumeni colossali che sputano sangue dopo aver drenato quello degli avversari ma che in campo cercano anche l’estetica nell’essenza del gioco del calcio. Spaventato da cotanta bellezza, Allodi è costretto a ricorrere alla difesa estrema.
A Torino, Furino viene mandato a spezzare caviglie senza ritegno e, curiosamente, l’arbitro tedesco Schulenburg quella sera non trova di meglio da fare che ammonire giocatori del Derby, tra cui le colonne della squadra Archie Gemmill e Roy McFarland che già diffidati devono saltare la sfida di ritorno. Finisce 3-1 per la Juve e nel dopopartita l’immenso Clough si rifiuta di parlare coi giornalisti italiani, apostrofandoli come “cheating bastards” e mettendo in discussione l’onestà, la lealtà ed il coraggio dell’italico stivale nelle guerre mondiali. Ma quello che deve accadere accade al termine della partita di ritorno al Baseball Ground, dove il Derby non va oltre lo 0-0.
Nei giorni seguenti la partita infatti, l’arbitro Francisco Marques Lobo denuncia alla Uefa di essere stato contattato da Dezso Solti che, su esplicito mandato di Allodi, gli ha offerto dei soldi per non fare vincere il Derby. La terra trema. Il comitato disciplinare della Uefa convoca Lobo, Allodi e Solti per chiarire la faccenda: a Zurigo si presenta solo Lobo, di Allodi e della Juve nessuna traccia.
La Juve riceve una lettera autografata dal presidente della Uefa Artemio Franchi che la ringrazia per la disponibilità mostrata nel fare luce sulla spinosa vicenda (non presentandosi nemmeno al dibattito) e la proscioglie da ogni accusa. Una breve squalifica viene invece comminata nel 1974 al faccendiere ungherese Solti, ma il suo tempo è comunque finito.
La Juve infatti ha già deciso di sbarazzarsi di lui e di Allodi, dirottando il primo ad una dignitosa pensione con l’indotto Fiat e l’ultimo ancora una volta verso la nazionale.
MILAN-LEEDS 1-0 (FINALE COPPA DELLE COPPE 1972/73)
Il Milan vincerà, a Salonicco, la Coppa Delle Coppe battendo il Leeds grazie ad una rete di Chiarugi al terzo minuto di gioco. Ma nell'area rossonera accadde di tutto con l'arbitro Michas che in varie occasioni finse di non vedere niente. Durante il match i giocatori del Leeds protestarono accanitamente perché alla squadra inglese furono annullati alcune reti e non le furono concessi diversi calci di rigore(ben 4, di cui 3 abbastanza netti). Evidentissimi i falli in area di rigore su Mick Jones e Lorimer (letteralmente falciati), idem il cross di Reaney respinto con un fallo di mano da Benetti.
Inoltre alcuni falli cattivi commessi dai giocatori rossoneri non furono sanzionati(come quello a centrocampo dopo 3 minuti di gioco che darà il via all'azione che porterà alla punizione, inesistente, che poi originerà il vantaggio rossonero). L'esito della partita era stato subito criticato.
I tifosi neutrali(greci), inizialmente schierati con il Milan, al termine della partita aspettano l'arbitro fuori per insultarlo. La partita termina tra boati di disapprovazione e con il coro "Ladri! Ladri! Vergogna!". Il Leeds diserta la cerimonia post-partita. I giornali ci vanno giù durissimo contro Artemio Franchi(presidente della UEFA). L'arbitro Michas fu poi sospeso dalla UEFA e dalla Federazione calcio ellenica per il suo comportamento scorretto ma non ci fu mai un'inchiesta o un replay della partita, come chiedevano gli inglesi.
BAYERN MONACO-LEEDS 2-0 (FINALE COPPA CAMPIONI 1974/75)
L'esito della finale tra il Bayern Monaco e il Leeds United, fu ampiamente criticato dai mezzi di comunicazione europei, i quali ritenevano che l'arbitro francese Michel Kitabdjian avesse favorito la formazione tedesca con decisioni a senso unico nonostante la superiorità espressa in campo da parte dalla squadra inglese, con due rigori netti e un gol non convalidato (di Lorimer) in cui fu decisivo l'appello che Franz Beckenbauer fece a Kitabdjian.
Gli incidenti causati dai sostenitori del Leeds spinsero la UEFA ad estromettere i Whites dall'Europa per quattro stagioni sino al 1980, che furono successivamente ridotte a due, segnando comunque la fine del ciclo continentale dei Peacocks iniziato alla fine degli anni 1960.
MILAN-LEVSKI SPARTAK 3-0 (SECONDO TURNO COPPA UEFA 1978/79)
Nel novembre 1978 il Milan fu penalizzato dalla Commissione Disciplinare dell'UEFA con una multa di 25000 franchi svizzeri per avere offerto «doni di eccessivo valore» all'arbitro scozzese John Gordon prima della gara di ritorno del secondo turno della competizione contro il Levski Spartak.
A conseguenza di ciò, Gordon ed i suoi assistenti Rollo Kyle and David McCartney furono squalificati a tempo indeterminato dall'associazione nazionale scozzese (SFA).
ANDERLECHT-NOTTINGHAM FOREST 3-0 (SEMIFINALE COPPA DELLE COPPE 1983/84)
Una delle due semifinali vede coinvolti Nottingham Forest e Anderlecht.
Gli inglesi vincono 2-0 l'andata con doppietta di Hodge negli ultimi sei minuti di gioco e si presentano al Parc Astrici con un piede già in finale. I belgi però non ci stanno e attaccano con foga portandosi sul 2-0 grazie a Scifo e Brylle, quando a due minuti dalla fine l'arbitro spagnolo Emilio Guruceta Muru assegna loro un rigore inesistente. Trasforma Van den Bergh.
Palla al centro e il Nottingham segna con il difensore Paul Hart il gol qualificazione che viene misteriosamente annullato. Passano i padroni di casa fra le polemiche vivaci degli inglesi.
Nel febbraio del 1997 l'ex presidente dell'Anderlecht, in carica al momento della famosa semifinale, Constant Vanden Stock ammette di aver affidato una somma di 350mila sterline a due agenti affinchè questi corrompessero Guruceta Muru prima della gara di ritorno contro il Nottingham.
Nel 1991, l'Anderlecht aveva reso noto questa trama alla polizia e alla federazione belga, la quale, per mano del presidente Michel D'Hooghe, inviò un ricco dossier alla Uefa che fece però passare tutto sotto silenzio. Fino al momento in cui anche i media belgi, nel 1997, sono venuti a conoscenza della corruzione perpetrata dall'Anderlecht nei confronti dell'arbitro iberico. La Uefa questa volta non potè fare orecchie da mercante e sancì la squalifica per un anno dalle competizioni europee per l'Anderlecht. «Ricordo che il nostro allenatore Brian Clough si era lamentato dell'arbitro spagnolo prima della partita», rammenta Kenny Swain, terzino del Forest.
«Quando eravamo nello spogliatoio per cambiarci prima della partita, insistette perché tenessimo la porta aperta affinchè potesse controllare che nessuno entrasse in contatto con l'arbitro prima della gara». «All'epoca ero convinto e nulla mi avrebbe fatto cambiare idea che l'arbitro era stato corrotto» dichiarò nel '97 Paul Hart. «Abbiamo sempre sospettato qualcosa, ma non potevamo provarlo.
Alcune decisioni a nostro sfavore, compreso il gol che mi annullò allo scadere, furono incredibili».
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giovedì 9 aprile 2015
Lo Scandalo Di Milan-Leeds: Coppa Coppe 1973 (Cronaca ed Errori Arbitrali)
Secondo Richard Corbett, eurodeputato laburista dello Yorkshire, il Leeds, avrebbe dovuto vincere la finale della Coppa delle Coppe del 1973. Invece a vincere fu il Milan, per 1 a 0, grazie ad un arbitro troppo di parte e ad una fortuna smisurata. Qualche anno fa la vicenda è uscita dagli annali storici del calcio perchè Corbett ha voluto agire per riparare, anche se tardivamente, il torto subito: ha deciso di presentare una petizione per chiedere che la Uefa apra un'inchiesta e decida di cambiare retroattivamente l'esito della partita. L'accusa è che l'arbitro greco, Christos Michas, fosse corrotto, pagato dal Milan per favorirsi.
LA CRONACA DELLA PARTITA
Il Leeds Utd, ai tempi, era una delle squadre più forti non solo del Regno Unito ma proprio a livello mondiale. Il manager era Don Revie, il Leeds si schierò così:
Harvey
Cherry, Hunter, Reaney
Madeley
Bates, Gray, Yorath
Lorimer, Jordan, M.Jones
Assenti 5 giocatori di cui 3 titolari: il capitano Bremner, poi Clarke e Gilles.
Rocco invece schiera Vecchi, Sabadini, Zignoli, Anquiletti, Turone, Rosato, Sogliano, Benetti, Bigon, Rivera e Chiarugi, praticamente un 4-5-1 con l’unica punta che in realtà è un’ala offensiva quindi si può parlare anche di 5-5-0 con tanto di “libero” staccato all’indietro.
Il Milan parte bene, dopo soli tre minuti intercetta una palla a centrocampo(con un tackle che sembrerebbe falloso) ed arriva nei pressi dell'area del Leeds dove ottiene un calcio di punizione (abbastanza dubbio) appena fuori dall'area di rigore per un (non) contatto provocato da Medeley (che sembra intervenire in modo pulito sulla palla). Rivera finta il tocco ma è Chiarugi a scoccare un violento rasoterra che batte sul palo alla sinistra dell'estremo difensore del Leeds e si insacca, 1-0 per il Milan.
Ma quella che poteva sembrare una partita in discesa da lì a poco si trasformerà in un incubo.
Sotto una pioggia battente che rende le condizioni ancora più da battaglia, comincia un autentico assedio da parte degli inglesi. Soverchiati sul piano dell’agonismo e della forza fisica, gli uomini di Rocco non riescono più a passare il centrocampo e sembrano più volte sul punto di crollare.
Ma qui Vecchi costruisce la sua serata perfetta, respingendo incredibilmente tutti gli attacchi degli avversari. Una serie di interventi al limite del miracoloso: nasce ufficialmente per tutti "l’Eroe di Salonicco". Ma andiamo con ordine.
Il Leeds reagisce allo svantaggio e si rende pericoloso prima sugli sviluppi di un calcio di punizione ma Vecchi esce e blocca il pallone e poi con una punizione di Lorimer parata in due tempi da Vecchi.
Gli inglesi poi reclamano un calcio di rigore per un fallo su Jones, rigore che appare evidentissimo ma l'arbitro Michas lascia proseguire il gioco tra le proteste dei giocatori del Leeds.
I rossoneri ripartono in contropiede con Bigon che serve Chiarugi, il centravanti rossonero entra in area e con un diagonale di sinistro impegna Harvey che però para in due tempi. Ancora in avanti il Leeds, cross di Bates per la testa di Jordan che impegna severamente Vecchi, palla deviata in calcio d'angolo. Sugli sviluppi dell'angolo palla a Lorimer che di sinistro chiama ancora una volta Vecchi ad un difficile intervento. Poi tocca a Madeley ma palla lontana dalla porta.
Il primo tempo si chiude con il Milan in vantaggio per 1-0 ma Leeds che si è reso più pericoloso impegnando a più riprese la retroguardia rossonera. Nella ripresa la prima azione pericolosa è del Milan, Bigon parte da trequarti campo ed entra in area di rigore ma Harvey compie un grande parata deviando il pallone in calcio d'angolo. Si rivede il Leeds in attacco, calcio di punizione di Hunter stacco di testa di McQueen subentrato a Gray ma ancora Vecchi respinge il pallone e mantiene il Milan in vantaggio di una rete. Altra punizione per gli inglesi, calcia Lorimer ma Vecchi blocca il pallone con un grande intervento. Poco prima del ventesimo minuto altro episodio molto dubbio in area rossonera ma ancora una volta l'arbitro lascia correre il gioco. Il finale di gara è a senso unico con il Milan schiacciato nella sua area di rigore e con il Leeds che reclama altri due calci di rigore ma il fischietto greco non è della stessa opinione, a pochi minuti dal termine vengono espulsi Hunter e Sogliano per reciproche scorrettezze e rissa. Il risultato non cambia, l'assedio del Leeds alla porta rossonera è vanificato dalla splendida serata di Vecchi, l'estremo difensore rossonero si oppone a qualsiasi tentativo degli inglesi. Il Milan vince così la sua seconda Coppa delle Coppe tra le proteste degli avversari e del pubblico neutrale (greco) che al termine del match scandirà il coro "Ladri! Ladri! Vergogna".
Carlo Nesti dirà: “A Salonicco, il 16 maggio 1973, il Milan di Rocco spese tutte le energie che attraversavano ancora i suoi muscoli e i suoi nervi, affrontando gli inglesi del Leeds nella finale di Coppa delle Coppe. Chiarugi segnò dopo appena 3 minuti, e in funzione di quella rete, la squadra diede vita ad una delle più ciniche esibizioni di calcio speculativo che si possano ricordare.
Fu tanto catenaccio e poco contropiede, il gioco all'italiana espresso nella sua chiave più sparagnina …”
I giornali neutrali parleranno di vittoria scandalosa maturata dal non gioco e soprattutto dalle clamorose sviste arbitrali, molti tifosi neutrali attenderanno l'arbitro (greco, anch'egli) fuori dallo stadio, per insultarlo. La delegazione inglese non partecipa al post-partita in senso di protesta, le accuse ricadono anche sull'allora presidente della UEFA Franchi, reo di aver "addomesticato" per benino l'arbitro.
GLI ERRORI ARBITRALI: RIGORI NON CONCESSI E GOL ANNULLATI
Nell'area rossonera accadde di tutto ma Michas in varie occasioni finse di non vedere niente.
Durante il match i giocatori del Leeds protestarono accanitamente perché alla squadra inglese furono annullate alcune reti e non le furono concessi diversi calci di rigore(ben 4, di cui 3 abbastanza netti).
Netti i falli in area di rigore su Mick Jones e Lorimer(letteralmente falciati), idem il cross di Reaney respinto da un tocco di mano da Benetti. Inoltre alcuni falli cattivi commessi dai giocatori rossoneri non furono sanzionati(come quello a centrocampo dopo 3 minuti di gioco che darà il via all'azione che porterà alla punizione, inesistente, che poi originerà il vantaggio rossonero).
L'esito della partita era stato subito criticato. Il Leeds era considerata allora la squadra più forte e l'arbitro era stato accusato di parzialità dagli stessi tifosi greci che avevano assistito alla partita.
L'arbitro Michas fu poi sospeso dalla Uefa e dalla Federazione calcio ellenica per il suo comportamento scorretto ma non ci fu mai un'inchiesta o un replay della partita, come chiedevano gli inglesi. Inoltre l'esito della finale tra il Milan ed il Leeds, inclusa nell'inchiesta sul calcio europeo condotta dal giornalista inglese Brian Glanville, fu ampiamente criticato dai mezzi di comunicazione europei. Effettivamente persino i tifosi ellenici che assistettero alla partita contestarono l'operato di Michas.
LE REAZIONI DEI GIORNALI DEL TEMPO
L'Equipe titolerà: "La scandalosa vittoria del Milan"
"Non si può dire che la finale di Coppa Delle Coppe sia stata una propaganda per il football. Tutta l'Europa ha assistito ad uno dei più scandalosi avvenimenti di tutti i tempi: la squadra inglese del Leeds derubata da un arbitro greco che si spera di non rivedere più in campo".
"...i giocatori del Milan non hanno avuto neppure il pudore di limitare le loro dimostrazioni di gioia".
Il giornale greco To Vima scrisse: "I due M(Milan ed arbitro Michas) hanno sottratto agli inglesi una vittoria che spettava loro per orgoglio, gioco e forza d'animo mostrata nei 90 minuti o meglio negli 86 minuti di dominio".
Nea, critica invece il presidente della UEFA, Artemio Franchi. Accusandolo nella sua breve presidenza di aver "lavorato" per la seconda volta a favore di una squadra italiana (l'altro riferimento era a Derby County-Juventus).
LA RIAPERTURA DEL CASO(2009)
Trentasei anni dopo l'accaduto, come detto all'inizio, le polemiche furono riaperte dall'europarlamentare Richard Corbett, il quale consegnò una petizione al massimo organismo calcistico europeo con cui chiedeva la revoca del titolo al Milan, accusato senza mezzi termini di aver corrotto il giudice di gara, e l'assegnazione dello stesso al Leeds.
La petizione è stata pubblicata sul sito web dello stesso parlamentare europeo.
E’ stata creata anche una pagina di Facebook dedicata alla squadra del Leeds del 1973 .
«Nel 1973 il Leeds United fu truffato nella competizione della Coppa delle Coppe» scrive il parlamentare nella petizione. «Christos Michas prese nella finale una serie di decisioni scandalose che permisero al Milan di ottenere la vittoria per 1-0 a Salonicco. La prestazione di Michas non fu apprezzata anche dalla Uefa che da allora non gli fece più arbitrare partite internazionali».
Quindi l'accusa finale: «Pochi dubitano del fatto che il Milan abbia corrotto l'arbitro greco, ma la squadra rossonera continua a custodire il trofeo».
Peter Lorimer, uno dei più famosi giocatori del Leeds durante gli anni '70, ricorda bene quella finale:
«E' stata una partita talmente falsata che persino gli spettatori greci seduti in tribuna gridavano vergogna all'indirizzo dell'arbitro» dichiara Lorimer al Times di Londra.
«La UEFA deve iniziare a mostrare un serio impegno contro il problema della corruzione che rovina lo sport».
Tuttavia, la confederazione europea non si pronunciò sulla natura del esito del citato incontro sportivo.
Il Leeds sarebbe stato (ri)derubato 2 anni dopo, altro rigore nettissimo non dato e gol di Lorimer annullato senza motivo dall'arbitro francese in Bayern Monaco-Leeds finale di Coppa Campioni.
La notte, per intenderci, dove gli Hooligans inglesi poi misero a ferro e fuoco Parigi distruggendo gli spalti, incendiando macchine e dando la caccia ai tifosi tedeschi. Leeds che poi sarà punito dalla UEFA ed escluso dalle Coppe Europee per 4 anni (poi ridotti a 2). Ma questa è tutta un'altra storia.
LA CRONACA DELLA PARTITA
Il Leeds Utd, ai tempi, era una delle squadre più forti non solo del Regno Unito ma proprio a livello mondiale. Il manager era Don Revie, il Leeds si schierò così:
Harvey
Cherry, Hunter, Reaney
Madeley
Bates, Gray, Yorath
Lorimer, Jordan, M.Jones
Assenti 5 giocatori di cui 3 titolari: il capitano Bremner, poi Clarke e Gilles.
Rocco invece schiera Vecchi, Sabadini, Zignoli, Anquiletti, Turone, Rosato, Sogliano, Benetti, Bigon, Rivera e Chiarugi, praticamente un 4-5-1 con l’unica punta che in realtà è un’ala offensiva quindi si può parlare anche di 5-5-0 con tanto di “libero” staccato all’indietro.
Il Milan parte bene, dopo soli tre minuti intercetta una palla a centrocampo(con un tackle che sembrerebbe falloso) ed arriva nei pressi dell'area del Leeds dove ottiene un calcio di punizione (abbastanza dubbio) appena fuori dall'area di rigore per un (non) contatto provocato da Medeley (che sembra intervenire in modo pulito sulla palla). Rivera finta il tocco ma è Chiarugi a scoccare un violento rasoterra che batte sul palo alla sinistra dell'estremo difensore del Leeds e si insacca, 1-0 per il Milan.
Ma quella che poteva sembrare una partita in discesa da lì a poco si trasformerà in un incubo.
Sotto una pioggia battente che rende le condizioni ancora più da battaglia, comincia un autentico assedio da parte degli inglesi. Soverchiati sul piano dell’agonismo e della forza fisica, gli uomini di Rocco non riescono più a passare il centrocampo e sembrano più volte sul punto di crollare.
Ma qui Vecchi costruisce la sua serata perfetta, respingendo incredibilmente tutti gli attacchi degli avversari. Una serie di interventi al limite del miracoloso: nasce ufficialmente per tutti "l’Eroe di Salonicco". Ma andiamo con ordine.
Il Leeds reagisce allo svantaggio e si rende pericoloso prima sugli sviluppi di un calcio di punizione ma Vecchi esce e blocca il pallone e poi con una punizione di Lorimer parata in due tempi da Vecchi.
Gli inglesi poi reclamano un calcio di rigore per un fallo su Jones, rigore che appare evidentissimo ma l'arbitro Michas lascia proseguire il gioco tra le proteste dei giocatori del Leeds.
I rossoneri ripartono in contropiede con Bigon che serve Chiarugi, il centravanti rossonero entra in area e con un diagonale di sinistro impegna Harvey che però para in due tempi. Ancora in avanti il Leeds, cross di Bates per la testa di Jordan che impegna severamente Vecchi, palla deviata in calcio d'angolo. Sugli sviluppi dell'angolo palla a Lorimer che di sinistro chiama ancora una volta Vecchi ad un difficile intervento. Poi tocca a Madeley ma palla lontana dalla porta.
Il primo tempo si chiude con il Milan in vantaggio per 1-0 ma Leeds che si è reso più pericoloso impegnando a più riprese la retroguardia rossonera. Nella ripresa la prima azione pericolosa è del Milan, Bigon parte da trequarti campo ed entra in area di rigore ma Harvey compie un grande parata deviando il pallone in calcio d'angolo. Si rivede il Leeds in attacco, calcio di punizione di Hunter stacco di testa di McQueen subentrato a Gray ma ancora Vecchi respinge il pallone e mantiene il Milan in vantaggio di una rete. Altra punizione per gli inglesi, calcia Lorimer ma Vecchi blocca il pallone con un grande intervento. Poco prima del ventesimo minuto altro episodio molto dubbio in area rossonera ma ancora una volta l'arbitro lascia correre il gioco. Il finale di gara è a senso unico con il Milan schiacciato nella sua area di rigore e con il Leeds che reclama altri due calci di rigore ma il fischietto greco non è della stessa opinione, a pochi minuti dal termine vengono espulsi Hunter e Sogliano per reciproche scorrettezze e rissa. Il risultato non cambia, l'assedio del Leeds alla porta rossonera è vanificato dalla splendida serata di Vecchi, l'estremo difensore rossonero si oppone a qualsiasi tentativo degli inglesi. Il Milan vince così la sua seconda Coppa delle Coppe tra le proteste degli avversari e del pubblico neutrale (greco) che al termine del match scandirà il coro "Ladri! Ladri! Vergogna".
Carlo Nesti dirà: “A Salonicco, il 16 maggio 1973, il Milan di Rocco spese tutte le energie che attraversavano ancora i suoi muscoli e i suoi nervi, affrontando gli inglesi del Leeds nella finale di Coppa delle Coppe. Chiarugi segnò dopo appena 3 minuti, e in funzione di quella rete, la squadra diede vita ad una delle più ciniche esibizioni di calcio speculativo che si possano ricordare.
Fu tanto catenaccio e poco contropiede, il gioco all'italiana espresso nella sua chiave più sparagnina …”
I giornali neutrali parleranno di vittoria scandalosa maturata dal non gioco e soprattutto dalle clamorose sviste arbitrali, molti tifosi neutrali attenderanno l'arbitro (greco, anch'egli) fuori dallo stadio, per insultarlo. La delegazione inglese non partecipa al post-partita in senso di protesta, le accuse ricadono anche sull'allora presidente della UEFA Franchi, reo di aver "addomesticato" per benino l'arbitro.
GLI ERRORI ARBITRALI: RIGORI NON CONCESSI E GOL ANNULLATI
Nell'area rossonera accadde di tutto ma Michas in varie occasioni finse di non vedere niente.
Durante il match i giocatori del Leeds protestarono accanitamente perché alla squadra inglese furono annullate alcune reti e non le furono concessi diversi calci di rigore(ben 4, di cui 3 abbastanza netti).
Netti i falli in area di rigore su Mick Jones e Lorimer(letteralmente falciati), idem il cross di Reaney respinto da un tocco di mano da Benetti. Inoltre alcuni falli cattivi commessi dai giocatori rossoneri non furono sanzionati(come quello a centrocampo dopo 3 minuti di gioco che darà il via all'azione che porterà alla punizione, inesistente, che poi originerà il vantaggio rossonero).
L'esito della partita era stato subito criticato. Il Leeds era considerata allora la squadra più forte e l'arbitro era stato accusato di parzialità dagli stessi tifosi greci che avevano assistito alla partita.
L'arbitro Michas fu poi sospeso dalla Uefa e dalla Federazione calcio ellenica per il suo comportamento scorretto ma non ci fu mai un'inchiesta o un replay della partita, come chiedevano gli inglesi. Inoltre l'esito della finale tra il Milan ed il Leeds, inclusa nell'inchiesta sul calcio europeo condotta dal giornalista inglese Brian Glanville, fu ampiamente criticato dai mezzi di comunicazione europei. Effettivamente persino i tifosi ellenici che assistettero alla partita contestarono l'operato di Michas.
LE REAZIONI DEI GIORNALI DEL TEMPO
L'Equipe titolerà: "La scandalosa vittoria del Milan"
"Non si può dire che la finale di Coppa Delle Coppe sia stata una propaganda per il football. Tutta l'Europa ha assistito ad uno dei più scandalosi avvenimenti di tutti i tempi: la squadra inglese del Leeds derubata da un arbitro greco che si spera di non rivedere più in campo".
"...i giocatori del Milan non hanno avuto neppure il pudore di limitare le loro dimostrazioni di gioia".
Il giornale greco To Vima scrisse: "I due M(Milan ed arbitro Michas) hanno sottratto agli inglesi una vittoria che spettava loro per orgoglio, gioco e forza d'animo mostrata nei 90 minuti o meglio negli 86 minuti di dominio".
Nea, critica invece il presidente della UEFA, Artemio Franchi. Accusandolo nella sua breve presidenza di aver "lavorato" per la seconda volta a favore di una squadra italiana (l'altro riferimento era a Derby County-Juventus).
LA RIAPERTURA DEL CASO(2009)
Trentasei anni dopo l'accaduto, come detto all'inizio, le polemiche furono riaperte dall'europarlamentare Richard Corbett, il quale consegnò una petizione al massimo organismo calcistico europeo con cui chiedeva la revoca del titolo al Milan, accusato senza mezzi termini di aver corrotto il giudice di gara, e l'assegnazione dello stesso al Leeds.
La petizione è stata pubblicata sul sito web dello stesso parlamentare europeo.
E’ stata creata anche una pagina di Facebook dedicata alla squadra del Leeds del 1973 .
«Nel 1973 il Leeds United fu truffato nella competizione della Coppa delle Coppe» scrive il parlamentare nella petizione. «Christos Michas prese nella finale una serie di decisioni scandalose che permisero al Milan di ottenere la vittoria per 1-0 a Salonicco. La prestazione di Michas non fu apprezzata anche dalla Uefa che da allora non gli fece più arbitrare partite internazionali».
Quindi l'accusa finale: «Pochi dubitano del fatto che il Milan abbia corrotto l'arbitro greco, ma la squadra rossonera continua a custodire il trofeo».
Peter Lorimer, uno dei più famosi giocatori del Leeds durante gli anni '70, ricorda bene quella finale:
«E' stata una partita talmente falsata che persino gli spettatori greci seduti in tribuna gridavano vergogna all'indirizzo dell'arbitro» dichiara Lorimer al Times di Londra.
«La UEFA deve iniziare a mostrare un serio impegno contro il problema della corruzione che rovina lo sport».
Tuttavia, la confederazione europea non si pronunciò sulla natura del esito del citato incontro sportivo.
Il Leeds sarebbe stato (ri)derubato 2 anni dopo, altro rigore nettissimo non dato e gol di Lorimer annullato senza motivo dall'arbitro francese in Bayern Monaco-Leeds finale di Coppa Campioni.
La notte, per intenderci, dove gli Hooligans inglesi poi misero a ferro e fuoco Parigi distruggendo gli spalti, incendiando macchine e dando la caccia ai tifosi tedeschi. Leeds che poi sarà punito dalla UEFA ed escluso dalle Coppe Europee per 4 anni (poi ridotti a 2). Ma questa è tutta un'altra storia.
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