Pare che il Baseball sia stato inventato da un giovane militare tale Abner Doubleday: durante un soggiorno nella cittadina di Cooperstown, NY, nell’estate del 1839.
Quest’ipotesi comparve nel 1907, quando un comitato decise di compiere uno studio sulle origini del Baseball: un anziano minatore newyorchese, Abner Graves, affermò di aver assistito nel 1839 al primo incontro della storia, organizzato da Doubleday, tra una selezione mista della Otsego Academy e della Cooperstown's Green's Select School contro un’altra squadra; i membri del comitato accettarono questa testimonianza tanto che nel 1939, quando fu inaugurata la Hall Of Fame, Doubleday e Cooperstown furono dichiarati ufficialmente inventore e luogo originario del baseball.
Ciò almeno secondo la leggenda.
Gli storici sostengono, invece, che il baseball non sia un’invenzione indipendente, quanto piuttosto un’evoluzione di molti giochi con mazza e pallina, praticati in diverse zone del pianeta lungo tutto il corso della storia: tra queste discipline, quelle più interessanti sono alcune di origine inglesi, come ad esempio Paddleball, Trap Ball, One Old Cat, Rounders (XVI secolo) e la sua versione americana Townball.
IL PRIMO INCONTRO UFFICIALE
Nel 1846, gli Elysian Fields di Hoboken, New Jersey, ospitarono la prima partita di Baseball ufficialmente riconosciuta dagli storici, che testimoniò la vittoria del New York Club sui Knickerbockers per 23-1.
In seguito a questa sfida, il Baseball crebbe in popolarità, espandendosi in tutta la nazione; sebbene i Knickerbockers volessero mantenere la loro posizione di predominio, anche le altre società aspiravano al successo e alla notorietà, così nel gennaio del 1857 i delegati dei principali circoli della nazione discussero in un meeting alcune innovazioni al regolamento, mentre un anno più tardi fu fondata la National Association of Base Ball Players, che diventò l’arbitro assoluto del gioco.
Tra le varie risoluzioni proposte, compaiono il pitcher box, la regola dei nove inning e la pratica di far pagare agli spettatori il biglietto d’ingresso.
Nei primi anni ‘60, la National Association contava oltre sessanta squadre, molte di quali provenivano dalla East Coast, dal Midwest oppure erano compagini universitarie; mancavano totalmente formazioni originarie degli stati meridionali, vista la terribile ostilità tra Nord e Sud.
Anche se da un punto di vista quantitativo, le formazioni diminuirono durante la Guerra Civile, la popolarità del gioco aumentò sensibilmente in tutta la Nazione.
Il primo eroe popolare fu il lanciatore di Brooklyn Excelsiors, Jim Creighton, che grazie ad innumerevoli vittorie nel 1860, conquistò le luci della ribalta; tra le squadre più celebri, ne possiamo ricordare due di Brooklyn, gli Eckfords e gli Atlantics, che si proclamarono le migliori formazioni d’America.
Le numerose partite erano disputate in grandi parchi, in cui gli spettatori si sistemavano ad una distanza di sicurezza dal diamante, distendendosi magari su alcune lenzuola portate da casa: non essendo presenti muri, ringhiere o protezioni varie, i tifosi erano veramente a contatto con i giocatori.
Nel 1862 un uomo d’affari di New York, William Cammeyer, decise di approfittare del successo del Baseball, proponendo la costruzione di un’arena dedicata alle partite e così, poco tempo dopo in un quartiere di Brooklyn, fu inaugurato lo Union Grounds, un impianto da 1500 spettatori interamente in legno; le squadre avevano la possibilità di utilizzarlo gratuitamente, mentre i tifosi pagavano dieci cents per l’ingresso.
ALTRE INNOVAZIONI: BUNT E CURVE-BALL
Nel 1865, la National Association contava ben 91 compagini, numero che due anni più tardi salì addirittura a 300; oltre a ciò, si erano verificati dei miglioramenti a livello qualitativo, infatti in campo si potevano ammirare giocate di tutto rilievo: nel 1865 Ed Cuthbert dei Keystones rubò la prima base, nel 1866 Bobby Addy di Rockford utilizzò la prima scivolata e Tommy Barlow dei Brooklyn Atlantics realizzò il primo bunt; l’anno dopo Arthur “Candy” Cummings propose al paese le prime palle curve.
Inoltre, gli interni erano diventato sempre più abili e veloci, di conseguenza fu necessario rivedere le regole: in questo periodo, fu abolita l’eliminazione dopo il primo rimbalzo della pallina.
Tra i centri di diffusione del Baseball, oltre a New York e Boston, s’impose anche lo Stato dell’Ohio, in cui nel 1867, fu fondato il Cincinnati Baseball Club, compagine capitanata da Harry Wright, celebre giocatore bostoniano di cricket. Il Baseball era diventato un affare a tutti gli effetti, tanto che comparvero i primi problemi contrattuali, dovuti alle richieste dei giocatori, che volevano ricevere un salario fisso; sebbene la National Association volesse mantenere il dilettantismo, è certo che molti giocatori furono pagati segretamente.
LA PRIMA COMPAGINE PROFESSIONISTA: CINCINNATI
Nel 1868, Wright convinse la dirigenza della propria squadra a chiamare quattro atleti professionisti, mentre un anno più tardi, il Cincinnati Baseball Club divenne la prima compagine interamente professionistica, i cui salari annuali variavano tra gli 800 e i 1400 dollari.
Il successo dei Red Stockings (questo nomignolo fu scelto per via delle calze rosse indossate dai giocatori) fu immediato, anche perché numerose inserzioni sui giornali locali invitavano i tifosi a recarsi allo stadio: il biglietto per assistere agli incontri costava 25 cents.
Ben presto, i Red Stockings organizzarono una serie di tour che li condussero in tutta la nazione: nel 1869, la compagine dell’Ohio disputò 68 partite (numero non ufficiale), con 67 vittorie ed 1 pareggio, realizzando l’unica stagione senza sconfitte nella storia del Baseball americano; tra i protagonisti di quella squadra (oltre a Harry Wright), vanno segnalati Charlie Gould, George Wright e Fred Waterman.
La striscia di successi consecutivi si protrasse anche l’anno successivo, per interrompersi bruscamente a quota 84, in seguito ad una rocambolesca sconfitta per 8-7 contro i Brooklyn Atlantics; al termine della stagione, il presidente Aaron Champion decise di abbandonare e i Red Stockings ridiventarono una squadra dilettantistica.
Harry e George Wright rientrarono a Boston, dove fondarono una nuova squadra (chiamata Red Stockings), in cui avrebbero militato molti giocatori provenienti da Cincinnati.
Sempre nel 1870, durante il tradizionale meeting della National Association, molti dirigenti cercarono di riproporre il dilettantismo, proponendo l’abolizione del professionismo: questo, tuttavia, non fu possibile, anche perché, seguendo l’esempio dei Red Stockings, diverse squadre erano ormai interessate al professionismo; per la National Association il colpo fu troppo forte, tanto che nel 1874 fallì definitivamente.
LA PRIMA LEGA PROFESSIONISTA
Il 1871 è un anno fondamentale per il Baseball perché fu decisa la creazione di una lega interamente professionistica: il 17 marzo a New York fu fondata la nuova National Association Of Professional Base Ball Players (la vecchia fu denominata National Association Of Amateur Base Ball Players), cui s'iscrissero nove squadre:
Boston Red Stockings
Chicago White Stockings
Cleveland Forest Citys
Fort Wayne (Indiana) Kekiogans
New York Mutuals
Philadelphia Athletics
Rockford (Illinois) Forest Citys
Troy (NY) Haymakers
Washington Olympics
Con la fondazione della National Association, il Major League Baseball ha ufficialmente inizio.
La partita inaugurale della stagione fu disputata il 4 maggio a Fort Wayne, tra i Kekiogans e i Cleveland Forest Citys, con i padroni di casa vincenti per 2-0; ad agosto, la squadra dell’Indiana fallì e fu sostituita dai Brooklyn Eckfords.
Il titolo, invece, fu assegnato ai Philadelphia Athletics, che completarono un bilancio di 21-7.
CONTROVERSIE
Non era però tutto rose e fiori, infatti c'erano diversi problemi:
1) I giocatori, che gestivano il campionato, avevano la possibilità di cambiare continuamente squadra.
2) Il calendario delle partite non era omogeneo
3) Gli scommettitori e i venditori di alcolici avevano la possibilità di arricchirsi illegalmente.
MVP E NO HITTER
La National Association terminò le proprie operazioni dopo appena cinque stagioni, tuttavia nonostante la fine prematura, non deve essere considerata un fallimento totale: questa organizzazione, infatti, permise al pubblico di familiarizzare con il baseball professionistico, che era ancora abbastanza distante dalla società; inoltre, molti giornalisti dell’epoca, tra cui il celebre Henry Chadwick, iniziarono a pubblicare i resoconti delle principali partite.
Dopo il successo degli Athletics nel 1871, la National Association vide il dominio dei Boston Red Stockings, che si laurearono campioni per quattro anni filati, stabilendo nel 1875 una percentuale di vittoria (89,9%, frutto di 71 vittorie, tra cui una striscia di 26 consecutivi, 8 sconfitte ed 1 pareggio), mai più eguagliata in seguito; il giocatore più rappresentativo di quella formazione era il catcher James Deacon White, che segnando 77 punti in 80 partite, si meritò un trofeo, preparato da un tifoso, su cui erano incise le seguenti parole: Won By Jim White Ss Most Valuable Player To Boston Team, 1875.
Un altro protagonista del 1875 fu il pitcher di Philadelphia Joe Borden, che lanciò il primo no-hitter del Major League Baseball.
LA NATIONAL LEAGUE (1876) E IL DIVIETO DI VENDITA DEGLI ALCOLICI
Viste le problematiche della National Association, il proprietario dei Chicago White Stockings, William A. Hulbert, decise di rifondare la lega: nel gennaio del 1876, fu creata una nuova organizzazione, la National League Of Base Ball Clubs, che era controllata non più dai giocatori, bensì dai proprietari.
Alla nuova National League si iscrissero:
Boston Red Stockings
Chicago White Stockings
Cincinnati Red Stockings
Hartford Dark Blues
Louisville Grays
New York Mutuals
Philadelphia Athletics
St. Louis Browns
Per impedire la vendita di alcolici e il proliferarsi di scommesse clandestine nei pressi dello stadio, furono preparate alcune norme piuttosto severe; inoltre, le nuove franchigie dovevano essere inserite in città di almeno 75000 abitanti, pagare 100 dollari annuali e disputare 70 partite.
La squadra che avesse vinto il maggior numero d’incontri si sarebbe aggiudicata una bandiera (il pennant) del valore di 100 dollari; inoltre fu creato un gruppo di arbitri che erano pagati cinque dollari a partita.
Gli impianti in cui si disputavano le partite erano di proprietà delle franchigie e, sebbene più grandi e spaziosi, erano molto simili allo Union Grounds progettato da Cammeyer; tuttavia, questi stadi in legno erano estremamente pericolosi, visto che andavano a fuoco con relativa facilità, come dimostrato dai numerosi incendi che distrussero o danneggiarono moltissime arene.
La partita inaugurale della National League si giocò il 22 aprile tra Boston e Philadelphia, mentre alla fine della stagione il pennant fu assegnato ai Chicago White Stockings, che completarono un bilancio di 52-14.
I protagonisti di quella squadra furono il lanciatore-manager Al Spalding, che qualche anno dopo avrebbe fondato la celebre azienda di articoli sportivi) e il seconda base Ross Barnnes, che completò la migliore media battuta del campionato con .429: in verità, questo risultato fu ottenuto approfittando di una regola che stabiliva che non appena una pallina avesse rimbalzato sul diamante, sarebbe diventata immediatamente buona.
L’anno seguente, fu apportata una modifica che “obbligava” la pallina a superare il cuscino di prima o di terza base, altrimenti sarebbe stata considerata foul: non è un caso che la media di Barnes nel 1877 scese a .272.
Nel 1877 due lanciatori ottennero dei risultati sicuramente significativi: il 15 luglio, George Bradley, di St. Louis, effettuò il primo no-hitter della storia della National League, mentre il suo collega Tommy Bond dei Boston Red Stockings fu il primo a completare la Pitching Triple Crown, dimostrandosi il migliore in tutte e tre le principali classifiche (vittorie, ERA, strikeout); l’anno successivo, Hugh Duffy dei Provindence Grays realizzò, invece, la prima Hitting Triple Crown, grazie ad una media battuta di .358, 4 HR (numero che fa sorridere) e 50 RBI.
PERFECT GAME
Il 1880 fu un altro anno significativo per i lanciatori: il 12 giugno, John Richmond di Worchester entrò nella storia, lanciando contro Cleveland il primo perfect game del Major League Baseball, impresa replicata da Monte Ward di Providence, cinque giorni dopo contro Buffalo; al termine della stagione, Tim Keefe di Providence compilò una ERA di 0.86, un risultato mai più avvicinato in seguito.
L'AMERICAN LEAGUE (1882) E LE DIFFERENZE
Senza dubbio, la National League era la lega professionistica più potente e prestigiosa, tuttavia non era l’unica presente sul territorio nazionale; nel 1882, infatti, fu fondata la American Association, organizzazione presieduta (almeno inizialmente) da Chris Von der Ahe, cui si iscrissero le seguenti formazioni:
Baltimore Orioles (da non confondersi con gli Orioles moderni)
Cincinnati Red Stockings (da non confondersi con i Red Stockings della National League)
Louisville
Philadelphia Athletics (da non confondersi con gli Athletics della National League, che scomparvero nel 1876 e da non confondersi con gli Athletics moderni)
Pittsburgh Allegheny
St. Louis Brown Stockings (presieduti da Von der Ahe)
Per differenziarsi dalla National League, la American Association ideò due proposte sicuramente interessanti: gli incontri domenicali (che la National League avrebbe presentato solo nel 1892) e la possibilità di vendere birra allo stadio; inoltre il biglietto d’ingresso agli impianti sportivi della AA costava solo 25 cents, contro i 50 di quelli della NL.
Nel 1883 il presidente della NL Abraham G. Mills (subentrato a Hulbert, deceduto l’anno precedente) e quello della AA Denny McKnight firmarono uno storico National Agreement che, oltre a concedere alla AA lo status di Major League, ufficializzava lo scontro tra le due squadre vincitrici del pennant: nel 1884, i Providence Grays (NL) e i New York Metropolitans si sfidarono nel primo Championship Of United States, che avrebbe dovuto stabilire quale fosse la migliore squadra della nazione; vincendo 3-0, i Grays furono dichiarati Champions Of The World e da lì a poco il termine World Series entrò a far parte del mondo del baseball.
POST-SEASON
Ad ogni modo, gli incontri di post-season avevano già una tradizione decennale: le squadre della defunta National Association, ad esempio, disputavano al termine della stagione regolare delle esibizioni contro formazioni amatoriali, mentre le compagini della National League chiudevano l’annata con alcune esibizioni contro alcuni team delle minors. Oltre a queste partite amichevoli, esistevano anche delle sfide sicuramente più sentite e cariche di tensione, come ad esempio le City e Regional Series: nel 1882, Cincinnati sconfisse Cleveland per il Championship Of Ohio, mentre l’anno successivo squadre di Philadelphia e New York si sfidarono per il titolo delle rispettive città.
In verità, scontri sul diamante tra National League ed American League erano avvenuti prima della firma del National Agreement, anche se erano considerate null’altro che esibizioni; inoltre i proprietari della National League erano contrari a queste partite, tanto che nel 1882, la dirigenza dei Chicago White Stockings fu costretta a sospendere i contratti, per permettere ai propri giocatori di affrontare la compagine di Cincinnati, vincitrice della American Association: per la cronaca, furono disputate due partite, con una vittoria per parte.
RESERVE CLAUSE
Negli anni ’80, inoltre, i contrasti tra proprietari, che controllavano il Baseball, e i giocatori raggiunsero un punto critico: il nocciolo della discussione era sicuramente la Reserve Clause, un accordo che legava un giocatore ad una squadra praticamente per tutta la sua carriera.
Nell’autunno del 1883, un gruppo di investitori di St.Louis, guidati da Henry Lucas, fondò la Union Association, una nuova organizzazione, che sarebbe stata gestita interamente dai giocatori, ma che fallì miseramente nel 1884; eppure nonostante la brevissima esistenza, la UA propose una regola fondamentale per il baseball, vale a dire la concessione della prima base al battitore colpito da un lancio.
Lo scontro tra proprietari e giocatori continuò anche nelle stagioni successive, culminando nella fondazione della Players’ League nel 1890: molti giocatori della NL e AA furono attratti dalla nuova organizzazione, che acquisì un successo insperato; purtroppo, la PL resistette una sola stagione, terminando la propria esistenza dopo pochi mesi.
Tuttavia, anche tra National League ed American Association, i rapporti erano assai tesi, nonostante il National Agreement del 1883: la NL poteva disporre di una forza maggiore, riuscendo attirare le migliori compagini della AA, che nel 1891 cessò le proprie operazioni.
Per quanto riguarda le World Series, la NL si dimostrò nettamente superiore, infatti soltanto nel 1886 la AA (rappresentata dai St.Louis Brown Stockings) fu in grado di aggiudicarsi la sfida, battendo 4-2 i Chicago White Stockings: prima base e manager di St. Louis era Charlie Comiskey, colui che qualche anno più tardi sarebbe diventato lo storico proprietario dei Chicago White Sox.
OBP
Nel 1887 i dirigenti del Baseball proposero una regola sicuramente interessante per quanto riguarda le statistiche: in quell’unica stagione, le basi su ball furono considerate alla stregua delle battute valide, provocando ovviamente un vertiginoso aumento delle medie, come dimostrato da Tip O’Neill dei St. Louis Browns, che totalizzò una hitting average astronomica (.492).
Tuttavia nel 1968, lo Special Baseball Records Committee decise di modificare il risultato, cancellando le 50 basi su ball considerate valide, portando il risultato a .435 ma nel 2000, gli editori di Total Baseball (l’enciclopedia ufficiale del Baseball), condannarono questa decisione, riportando il primato a .485 che è ancora oggi la migliore prestazione stagionale di tutti i tempi.
LA SEGREGAZIONE
Purtroppo, anche sui diamanti occorsero episodi di razzismo, che portarono al graduale divieto per i giocatori di colore di partecipare alle partite di Baseball professionistico: fin dalla fondazione, i dirigenti della NL erano contrari ai neri, che vennero ben presto emarginati; in verità non esisteva una regola scritta a riguardo, tuttavia un “accordo tra gentiluomini” precludeva agli atleti afro-americani di giocare a baseball ai massimi livelli.
Uno degli eventi più spiacevoli accadde il 1° maggio 1884, quando Cap Anson (prima base e manager dei Chicago White Stockings e primo uomo a battere 3000 valide), vedendo nella squadra avversaria Moses Walker, gridò "Get that nigger off the field".
Tre anni dopo tutti gli afro-americani furono banditi dalle Majors e successivamente anche dalle leghe minori, di conseguenza nacquero le Negro Leagues, organizzazioni in cui furono relegati tutti gli atleti di colore; la terribile segregazione razziale continuò fino al 1947, quando Jackie Robinson debuttò con la maglia dei Brooklyn Dodgers.
CHAMPIONSHIP SERIES (1892)
In seguito al fallimento della American Association, la National League, che presentava dodici formazioni, era l’unica Major League presente sul territorio nazionale; il sistema proposto per il 1892 fu quello di dividere il campionato in due parti, che furono vinte dai Boston Beaneaters (il nome Red Stockings fu tralasciato) e dai Cleveland Spiders (in cui Cy Young totalizzò 36 vittorie): per determinare la squadra campione, fu organizzata una Championship Series, che vide il successo di Boston per 5-0 (con 1 pareggio).
In quel campionato furono lanciati tre no-hitter, ma due di questi meritano di essere ricordati: quello di Alex Sanders di Chicago contro Baltimore (primo caso di no-hit senza shutout, giacché gli avversari segnarono due punti) e quello di Bumpus Jones, alla prima apparizione nelle majors, di Cincinnati contro Pittsburgh.
BALTIMORE CHOP
Gli Orioles, invece, presentarono un’interessante azione, chiamata non a caso Baltimore Chop: approfittando della durezza del proprio campo di gioco, i giocatori battevano la pallina verso il basso con l’intenzione di ottenere un rimbalzo molto alto; mentre i difensori avversari attendevano che la pallina scendesse, il battitore raggiungeva comodamente la prima base.
Non va dimenticato il bunt, che, seppure utilizzato da diverso tempo, fu trasformato dagli Orioles in un efficace sistema per conquistare la prima base.
Purtroppo Baltimore diventò famosa anche per i suoi comportamenti non propriamente sportivi e leali: gli interni Dirty Jack Doyle, Hugh Jennings, John McGraw molto spesso ostruivano con spinte e trattenute illegali i corridori avversari, mentre gli esterni nascondevano nella propria divisa delle palline, da utilizzare in situazioni critiche; si racconta che il ricevitore Wilbert Robinson conservasse nelle proprie tasche dei sassolini da far cadere sui piedi dei battitori, mentre in attacco, i corridori deliberatamente saltavano le basi.
Tutte queste scorrettezze erano possibili perché in campo era presente un solo arbitro, che ovviamente non poteva controllare ogni azione; per mettere freno alle irregolarità, i dirigenti della lega si resero conto della necessità di aumentare il numero di direttori di gara, che alla fine fu portato a quattro.
LE DIFFICOLTA'
Nonostante fosse l’unica major presente in territorio nazionale, la National League stava attraversando un momento di estrema difficoltà: nel 1899, per ovviare ai numerosi debiti che preoccupavano l’organizzazione, i proprietari decisero di tagliare quattro formazioni, Baltimore Orioles, Cleveland Spiders (che avevano perso addirittura 134 incontri in quella stagione), Louisville Colonels e Washington Senators..
La National League, che dal 1876 aveva visto addirittura 23 franchigie provenienti da altrettante città, fu ri-determinata con la presenza di otto squadre che sarebbero rimaste le stesse per 53 anni.
Nel 1900 i Brooklyn Superbas vinsero il pennant, superando nella classifica Pittsburgh di quattro lunghezze e mezza; nonostante il secondo posto, i Pirates si ritenevano superiori ai rivali, di conseguenza un giornale della Pennsylvania, il Chronicle Telegraph, organizzò una serie al meglio delle cinque partite, mettendo in palio un trofeo d’argento: pur giocando tutte le partite in trasferta, Brooklyn si aggiudicò la contesa per 3-1, confermando ulteriormente la legittimità del pennant.
Nel frattempo, però, all’orizzonte si stava materializzando una vera minaccia per la National League, molto più pericolosa della American Association o della Players League: Ban Johnson, leader incontrastato della Western League (forte lega minore presente nel Midwest dal 1894), decise di sfidare apertamente la National League, quando nel 1900 fondò la American League, per poi concederle lo status di Major League l’anno successivo.
Otto furono le squadre presenti nella American League per la stagione 1901, anche se Ban Johnson (almeno inizialmente) non pareva interessato ad una compagine bostoniana, che fu creata solo grazie ai finanziamenti del magnate Charlie Somers,
Tra coloro che aiutarono Ban Johnson nella formazione della American League, va segnalato Connie Mack, che in seguito fu nominato manager degli Athletics: Mack, che mantenne la guida tecnica degli A’s per oltre cinquant’anni, aveva l’abitudine di indossare sempre (anche durante le partite) la giacca e la cravatta, evitando le classiche divise, sebbene ciò gli impedisse di entrare sul terreno di gioco.
Nel 1902 i Brewers lasciarono Milwaukee e diventarono i nuovi St. Louis Browns, mentre nel 1903 gli Orioles si trasferirono a New York (spostamento molto controverso), formando gli Highlanders, squadra il cui nome qualche anno più tardi sarebbe diventato Yankees.
Lo scontro tra National League (The Senior Circuit) e American League (The Junior Circuit) fu molto aspro e fu sicuramente favorevole alla neonata lega: potendo offrire degli stipendi maggiori, numerosi giocatori lasciarono la National League per trasferirsi nella American League, creando malumori tra i proprietari, che si vedevano privati delle proprie stelle.
Per la American League, invece, tutto stava procedendo a gonfie vele, poiché i primi due campionati si erano rivelati dei successi sotto ogni punto di vista: il titolo del 1901 fu assegnato ai Chicago White Sox, che con un bilancio di 83-53, superarono di quattro lunghezze i Boston Red Sox di Cy Young.
NATIONAL AGREEMENT E LE WORLD SERIES (1905)
Per frenare lo scontro, i massimi dirigenti di National League e American League decisero di firmare un nuovo National Agreement, in cui furono sanciti dei punti importantissimi:
1) NL e AL sarebbero state due major leagues separate, ma di eguale importanza, con regole e leggi comuni e un calendario omogeneo.
2) Furono stabiliti i criteri di scelta dei migliori giocatori
3) Furono ri-organizzate le minor leagues
In verità, il National Agreement non prevedeva un’eventuale sfida tra le due squadre campioni, tuttavia, Barney Dreyfuss (proprietario dei Pittsburgh Pirates) e Henry Killea (presidente dei Boston Pilgrims – Red Sox), notando il grande vantaggio delle proprie formazioni nelle rispettive classifiche, si accordarono per la disputa di una serie al meglio delle nove partite, inaugurando la tradizione delle World Series.
Boston si aggiudicò la sfida per 5-3, ma pur conquistando il pennant della American League anche nel 1904, non poté difendere il titolo di campione del mondo, poiché John T.Brush e John McGraw, proprietario e manager dei New York Giants campioni NL, rifiutarono la sfida contro la compagine del Massachussetts.
Fortunatamente, dal 1905 le World Series ricominciarono ad essere disputate e neanche le due guerre mondiali sarebbero riuscite a fermarle: l’era moderna del Major League Baseball era ufficialmente iniziata!
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lunedì 18 maggio 2015
La Storia Del Baseball: La Nascita Della National e Dell'American League
giovedì 14 maggio 2015
Dave Arsenault e Il Sistema: Tiri Da 3 (Storia e Regole)
La prima statistica che solitamente si va a guardare in una partita di Basket sono, di solito, i punti segnati. Jack Taylor: 109. 109?! No, aspetta, deve esserci un errore. No, no.
Sono proprio 109 punti.
Altre statistiche da controllare: minuti giocati 29, tiri dal campo 35/70, 24/48 da 3 punti.
Com'è possibile? Poi, all’improvviso, un flash: "vuoi vedere che quel Taylor lì è lo stesso dei 138 di qualche mese fa?" (52/108 dal campo, 27/71 triple).
Quello che avete appena letto non è tratto da un film, né tantomeno da un libro.
E’ semplicemente la reazione che la maggior parte degli appassionati di Basket ha avuto appena saputo della performance di tale Jack Taylor, guardia (gli aggettivi “point” o “tiratrice” credo siano superflui) da Grinnell College, Division III della NCAA. Come ha fatto? Semplice, ha sempre e solo tirato.
"Se Jack sbaglia 10 tiri di fila, cosa che ogni tanto fa, non esita a prendersene un altro. Alcuni giocatori non ci riescono"
Prendeva palla, un paio di palleggi e tirava, così dal primo all’ultimo minuto in cui ha calcato il parquet. In pochi, forse, sapranno che una prestazione del genere è possibile in un solo posto sulla terra: Grinnell, IOWA, e agli ordini di un solo allenatore: Dave Arsenault, creatore di quello che viene ormai definito come “The System”(“Il Sistema”).
IL SISTEMA DI GRINNELL
“Il sistema” è, al pari della “Princeton Offense” e del “Run And Gun”, uno stile di gioco del Basket che però, a differenza dei primi due, viene adottato da pochissime squadre sul pianeta, forse a causa della grande stravaganza che desta in chiunque ne legga i principi.
“The System” è stato partorito dopo un attento e minuzioso studio del regolamento FIBA, con tanto di calcoli matematici per associare alla regola dei “35 secondi per tirare” un numero ideale di ribaltamenti da eseguire sul campo, ovviamente in fase offensiva.
Come qualsiasi sistema offensivo che si rispetti, anche questo ha le sue regole che Arsenault enuncia ogni volta con quel ghigno di chi sa di aver inventato qualcosa di eccezionale ed irripetibile.
"Noi attuiamo una strategia di gioco che consiste ne fare pressione difensiva a tutto campo per poi ripartire aggressivi in contropiede.
Il nostro obbiettivo difensivo è quello di cercare di recuperare palle velocemente, e se non riusciamo a farlo preferiamo lasciare un tiro agli avversari.
Offensivamente cerchiamo di prendere un tiro entro i primi 12 secondi dell’azione, il nostro obiettivo è quello di prendere circa 100 tiri nel corso della partita, la metà dei quali da oltre l’arco dei tre punti
Molto del nostro lavoro è quello di stancare l’avversario con la nostra pressione costante.
Questo consente alla nostra squadra di competere contro squadre con giocatori migliori
L'ho inventato per dare ai nostri giocatori qualcosa di buono di cui parlare dopo una sconfitta.
Ma mi stupisco del fatto che siamo sempre riusciti a rimanere competitivi.
Devo ammettere che dopo tanti anni e tante vittorie, per i nostri ragazzi adesso conta più vincere.
Non vedono più nulla di buono di cui parlare quando perdiamo".
La definizione migliore con cui gli abitanti di Grinnell (circa 9.000) hanno definito lui e la sua squadra è: "Sono più divertenti di un branco di scimmie impazzite".
E' indubbio che il gioco di coach Arsenault diverta.
Ma vince? Sì e qui entriamo decisamente nel campo follia pura.
Dal 2000 ad oggi, nella Midwest Conference in cui il college gioca, Grinnell ha ottenuto una volta il titolo, ha raggiunto per tre volte il primo posto nella stagione regolare ed ha comunque mantenuto uno standard buono e costante nelle altre annate. Arsenault giunse a metà anni ’90 ad allenare una squadra che veniva da 25 stagioni perdenti e disastrose consecutive.
LE REGOLE E LA TATTICA
"Per onorare i 5 sacramenti bisogna che i giocatori non stiano in campo più di due minuti e mezzo a volta, per cui vanno cambiati come linee dell’hockey. Col mio metodo un giocatore può resistere fino a 45 anni. Nel mio gioco l’80% è tiro, il 20% uno contro uno"
In sostanza entri, prendi palla, tiri, prendi il rimbalzo, ritiri, difendi o fai tirare in meno di 10 secondi gli avversari, riprendi palla e tiri per l’ennesima volta. Così per 2 minuti, poi lasci spazio ad un altro tuo compagno.
1) La squadra deve prendere almeno 94 tiri a partita, di cui la metà devono essere tiri da 3 punti.
Ritmo elevato è sinonimo di grande condizione atletica dei giocatori, che devono essere sempre pronti a correre avanti e indietro per il campo: e allora quale miglior modo per mantenere freschi i propri ragazzi se non quello di cambiare tutto il quintetto in campo ogni due minuti e mezzo di gioco, richiamando così i giri di cambi tipici dell’Hockey.
Ovviamente può capitare che la superstar rimanga in campo più dei canonici 15/20 minuti, ma non pensate che Taylor abbia giocato tutti e 40 i minuti: anche l’altra notte, come già detto, 29 minuti di utilizzo.
2) La difesa deve forzare almeno 32 palle perse agli avversari.
Come vedete quindi, anche la difesa ha il suo peso in uno schema di gioco come quello di Grinnell.
32 palloni persi, però, sono davvero tanti, e spesso questa è la statistica più difficile da far registrare durante la partita.
Aggiungeteci poi che spesso coach Arsenault ordina ai suoi di far segnare in lay-up gli avversari in 1 contro 5, portando gli altri 4 “difensori” sul perimetro avversario pronti a ricevere il “lancio” e a scoccare il tiro da 3 senza la minima perdita di tempo e capite come possa essere complicato realizzare ciò.
3) Si devono prendere almeno 30 tiri in più della squadra avversaria.
Come si può facilmente immaginare, per prendere così tanti tiri è necessario rubare tanti palloni e catturare tanti rimbalzi in attacco.
4) La squadra che attua il “Sistema” deve segnare almeno un terzo dei tiri derivanti dai propri errori.
Ciò significa avere la necessità di prendere tantissimi rimbalzi offensivi, per poi andare al tiro (possibilmente da 3 punti) il più rapidamente possibile.
5) La situazione ideale è arrivare in svantaggio di 10 punti a 10 minuti dalla fine.
Il motivo? Non lo sappiamo, coach Arsenault però lo definisce come qualcosa di “scientifico”.
Sono proprio 109 punti.
Altre statistiche da controllare: minuti giocati 29, tiri dal campo 35/70, 24/48 da 3 punti.
Com'è possibile? Poi, all’improvviso, un flash: "vuoi vedere che quel Taylor lì è lo stesso dei 138 di qualche mese fa?" (52/108 dal campo, 27/71 triple).
Quello che avete appena letto non è tratto da un film, né tantomeno da un libro.
E’ semplicemente la reazione che la maggior parte degli appassionati di Basket ha avuto appena saputo della performance di tale Jack Taylor, guardia (gli aggettivi “point” o “tiratrice” credo siano superflui) da Grinnell College, Division III della NCAA. Come ha fatto? Semplice, ha sempre e solo tirato.
"Se Jack sbaglia 10 tiri di fila, cosa che ogni tanto fa, non esita a prendersene un altro. Alcuni giocatori non ci riescono"
Prendeva palla, un paio di palleggi e tirava, così dal primo all’ultimo minuto in cui ha calcato il parquet. In pochi, forse, sapranno che una prestazione del genere è possibile in un solo posto sulla terra: Grinnell, IOWA, e agli ordini di un solo allenatore: Dave Arsenault, creatore di quello che viene ormai definito come “The System”(“Il Sistema”).
IL SISTEMA DI GRINNELL
“Il sistema” è, al pari della “Princeton Offense” e del “Run And Gun”, uno stile di gioco del Basket che però, a differenza dei primi due, viene adottato da pochissime squadre sul pianeta, forse a causa della grande stravaganza che desta in chiunque ne legga i principi.
“The System” è stato partorito dopo un attento e minuzioso studio del regolamento FIBA, con tanto di calcoli matematici per associare alla regola dei “35 secondi per tirare” un numero ideale di ribaltamenti da eseguire sul campo, ovviamente in fase offensiva.
Come qualsiasi sistema offensivo che si rispetti, anche questo ha le sue regole che Arsenault enuncia ogni volta con quel ghigno di chi sa di aver inventato qualcosa di eccezionale ed irripetibile.
"Noi attuiamo una strategia di gioco che consiste ne fare pressione difensiva a tutto campo per poi ripartire aggressivi in contropiede.
Il nostro obbiettivo difensivo è quello di cercare di recuperare palle velocemente, e se non riusciamo a farlo preferiamo lasciare un tiro agli avversari.
Offensivamente cerchiamo di prendere un tiro entro i primi 12 secondi dell’azione, il nostro obiettivo è quello di prendere circa 100 tiri nel corso della partita, la metà dei quali da oltre l’arco dei tre punti
Molto del nostro lavoro è quello di stancare l’avversario con la nostra pressione costante.
Questo consente alla nostra squadra di competere contro squadre con giocatori migliori
L'ho inventato per dare ai nostri giocatori qualcosa di buono di cui parlare dopo una sconfitta.
Ma mi stupisco del fatto che siamo sempre riusciti a rimanere competitivi.
Devo ammettere che dopo tanti anni e tante vittorie, per i nostri ragazzi adesso conta più vincere.
Non vedono più nulla di buono di cui parlare quando perdiamo".
La definizione migliore con cui gli abitanti di Grinnell (circa 9.000) hanno definito lui e la sua squadra è: "Sono più divertenti di un branco di scimmie impazzite".
E' indubbio che il gioco di coach Arsenault diverta.
Ma vince? Sì e qui entriamo decisamente nel campo follia pura.
Dal 2000 ad oggi, nella Midwest Conference in cui il college gioca, Grinnell ha ottenuto una volta il titolo, ha raggiunto per tre volte il primo posto nella stagione regolare ed ha comunque mantenuto uno standard buono e costante nelle altre annate. Arsenault giunse a metà anni ’90 ad allenare una squadra che veniva da 25 stagioni perdenti e disastrose consecutive.
LE REGOLE E LA TATTICA
"Per onorare i 5 sacramenti bisogna che i giocatori non stiano in campo più di due minuti e mezzo a volta, per cui vanno cambiati come linee dell’hockey. Col mio metodo un giocatore può resistere fino a 45 anni. Nel mio gioco l’80% è tiro, il 20% uno contro uno"
In sostanza entri, prendi palla, tiri, prendi il rimbalzo, ritiri, difendi o fai tirare in meno di 10 secondi gli avversari, riprendi palla e tiri per l’ennesima volta. Così per 2 minuti, poi lasci spazio ad un altro tuo compagno.
1) La squadra deve prendere almeno 94 tiri a partita, di cui la metà devono essere tiri da 3 punti.
Ritmo elevato è sinonimo di grande condizione atletica dei giocatori, che devono essere sempre pronti a correre avanti e indietro per il campo: e allora quale miglior modo per mantenere freschi i propri ragazzi se non quello di cambiare tutto il quintetto in campo ogni due minuti e mezzo di gioco, richiamando così i giri di cambi tipici dell’Hockey.
Ovviamente può capitare che la superstar rimanga in campo più dei canonici 15/20 minuti, ma non pensate che Taylor abbia giocato tutti e 40 i minuti: anche l’altra notte, come già detto, 29 minuti di utilizzo.
2) La difesa deve forzare almeno 32 palle perse agli avversari.
Come vedete quindi, anche la difesa ha il suo peso in uno schema di gioco come quello di Grinnell.
32 palloni persi, però, sono davvero tanti, e spesso questa è la statistica più difficile da far registrare durante la partita.
Aggiungeteci poi che spesso coach Arsenault ordina ai suoi di far segnare in lay-up gli avversari in 1 contro 5, portando gli altri 4 “difensori” sul perimetro avversario pronti a ricevere il “lancio” e a scoccare il tiro da 3 senza la minima perdita di tempo e capite come possa essere complicato realizzare ciò.
3) Si devono prendere almeno 30 tiri in più della squadra avversaria.
Come si può facilmente immaginare, per prendere così tanti tiri è necessario rubare tanti palloni e catturare tanti rimbalzi in attacco.
4) La squadra che attua il “Sistema” deve segnare almeno un terzo dei tiri derivanti dai propri errori.
Ciò significa avere la necessità di prendere tantissimi rimbalzi offensivi, per poi andare al tiro (possibilmente da 3 punti) il più rapidamente possibile.
5) La situazione ideale è arrivare in svantaggio di 10 punti a 10 minuti dalla fine.
Il motivo? Non lo sappiamo, coach Arsenault però lo definisce come qualcosa di “scientifico”.
IL FIGLIO
Dave Arsenault padre ha allenato dal 1989 al 2017 (361W e 273L con 3 vittorie nella stagione regolare e il torneo finale della Midwest Conference), il figlio David dal 2018 in poi, non modificando la pallacanestro di Grinnell Pioneers. In una partita contro Bible College la vittoria è arrivata per 124-67 con 40 su 111 tiri da 3 e solo 4 tiri liberi. L'idea di gioco è sempre la stessa: scarsa marcatura in difesa per indurre gli avversari a tirare velocemente e cambi continui dei giocatori stile Hockey su ghiaccio.
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martedì 12 maggio 2015
La Storia Di John Brisker: Risse, Pistole, Cambi D'Identità e Presunta Morte (NBA)
Charlie Williams, membro dei Pittsburgh Pipers: "Era un eccellente giocatore ma avevi quella sensazione che, a dir qualcosa di sbagliato, potesse mettere una mano dentro la borsa, tirare fuori una pistola e spararti"
John Brisker nasce nel quartiere nero di Detroit, una delle città con più criminalità degli Stati Uniti.
Il padre, dopo anni passati ubriaco a malmenare la propria moglie ed i figli, decide di fare le valigie e abbandonare la famiglia, lasciando alla madre di John l’infausto compito di tenere a bada gli istinti del figlio che già da piccolo mostra la propria attitudine alla rissa.
Va alla high school ad Hamtramck nel Michigan dove trova in squadra Rudy Tomjanovich, futuro giocatore e coach NBA e in seguito nonostante sia già considerato un ragazzo violento e pericoloso ottiene una borsa di studio per University Of Toledo, nell’Ohio.
La classe messa in mostra sul terreno da gioco, va di pari passo con la cattiva reputazione che Brisker riesce a costruirsi in poco tempo: a scuola gira la voce che vada in giro con una pistola sempre in borsa; a fare le spese della condotta di John è uno dei bidelli della scuola a cui Brisker estorce del denaro con metodi poco ortodossi. La dirigenza scolastica ne viene a conoscenza e lo sospende, tocca ancora alla madre convincerlo della necessità di finire la scuola per poter proseguire con la carriera cestistica.Come detto, finita l'High School, inizia l'University Of Toledo.
ALTRI GUAI
Nei Rockets di Toledo gioca anche come receiver a football americano e si mette abbastanza in luce per essere contattato da squadre NFL.
In una lega dove la cocaina e gli eccessi sono la normalità il nostro Brisker si trova benissimo ed è qui che nasce la sua leggenda.
Brisker non passa di certo inosservato al college, persino da chi non ha mai visto una partita della squadra di basket, a causa delle grosse cicatrici sul suo corpo che gli valgono il soprannome di Batman (poiché i segni sul suo corpo sono “grandi quanto Robin”: questo è quanto, di enigmatico, passato alla storia). Il college, però, lo mette per la prima volta davanti alla realtà sociale di quel tempo nella quale i ragazzi bianchi evitavano di frequentare gli stessi ambienti dei neri; questo innesca in Brisker un risentimento che, con l’andare degli anni, lo porterà a sposare l’ideale di “potere nero” del Black Panther Party. Al terzo anno di college, la University Of Toledo decide di cacciare Brisker a causa del suo disastroso andamento scolastico e quest’ultimo coglie la palla al balzo per firmare un contratto da professionista con i Pittsburgh Pipers. In campo è un giocatore clamoroso, re del trash talking, vive di sfide. Le sue vittime preferite sono i Dallas Chapparalls contro i quali viaggia durante la stagione 1970-71 a 36.8 punti di media tanto che il loro coach Tom Nissalke mette una taglia di 500$ perché i suoi giocatori lo atterrino definitivamente durante una delle sue penetrazioni, Len Chappell si candida per la missione ed al momento della palla a due stende Brisker a tradimento.
Nessun provvedimento preso e stranamente nemmeno Brisker se la prende troppo, avendo evidentemente apprezzato la furbata di Chappell.
Ma il suo odio per i Chaps era tale che quando Pittsburgh sparisce ed i suoi giocatori vengono assorbiti proprio da Dallas Brisker assume un avvocato pur di non andare a giocare là.
STORIE DI PISTOLE
Durante una partita con i Denver Rockets viene espulso dopo due soli minuti di gioco per una gomitata all’avversario Art Becker; per ragioni sconosciute a chiunque all’infuori della sua testa, Brisker riesce a fare irruzione per tre volte sul campo da gioco (nel tentativo di raggiungere Becker) prima che la polizia riesca a confinarlo nello spogliatoio.
Di certo non va meglio nemmeno negli allenamenti con la sua squadra tanto che coach Dick Tinkham, un nome una garanzia, assume un ex giocatore di football solo per stendere Brisker al suo primo accenno di rissa in allenamento, quando il suo “guardiano” capisce che tenerlo fermo e tranquillo non è così semplice si alza e va negli spogliatoi dichiarando la sua decisione di andare a prendere la sua pistola. Brisker non muove un muscolo del volto ed anzi è felice poiché può andare pure lui negli spogliatoi a prendere la SUA pistola.
Arriva così immediata la decisione di Tinkham di annullare l’allenamento e di licenziare il povero giocatore di football. I compagni restano così alla sua mercé, il povero Walt Szczerbiak, in seguito grande stella del Real Madrid, era la sua vittima preferita, come rookie viene massacrato da Brisker per i più futili motivi.
BOTTE DA ORBI E JOHN BRISKER INTIMIDATION NIGHT
Mentre comunque buca le retine nella ABA tanto da essere costantemente uno dei migliori realizzatori continua ad accrescere il suo mito, quando i Pipers che nel frattempo sono diventati i Condors giocano ad inizio stagione 1971-72 contro gli Utah Stars Willie Wise riesce a tenerlo a soli 4 punti nel primo tempo e nella ripresa un nervosissimo Brisker fa a botte più volte cogli avversari sino alla fine della partita, a Novembre i Condors si presentano nello Utah e viene dichiarata la “John Brisker Intimidation Night” ovvero gli Stars invitano il campione di boxe Ron Lyle ed altri quattro boxeur professionisti messi nei vari angoli a bordo campo...pronti ad intervenire in caso di necessità!
Per una volta Brisker si comporta come un angioletto durante la gara in uno degli “eventi” più clamorosi della storia dello sport.
Memorabile anche quando, appena finito l’All Star Game ABA del 1971 Brisker insegue il commisioner Jack Dolph e gli chiede senza troppi giri di parole di dargli immediatamente il premio in denaro per la partita, Dolph immediatamente apre il portafogli e gli dà senza fiatare i suoi 300$...meglio non aver discussioni con uno che aveva mandato dal chirurgo facciale Sam Smith di Kentucky e Ron Boone di Dallas. Come dicevamo Brisker non aveva nessuna intenzione di giocare per Dallas e grazie ad un avvocato ed un colloquio con Fred Cranwell, l’executive di Pittsburgh, che durante la discussione non poteva far altro che pensare alla pistola nella giacca del giocatore ma che comunque si era affezionato a Brisker, viene lasciato andare nella NBA ai Seattle Supersonics.
NBA
Nel 1972 arriva così a Seattle dove ha subito un impatto fra la gente: bello, selvatico e magnetico ma pure sorprendentemente dolce e paziente coi bambini per i quali organizzava dei camp ed era sempre pronto ad iniziative in loro favore, si presenta subito con una dichiarazione di amore :”Voglio giocare qui, per questa città e per questi fans”.
Ed in campo nella NBA, ben diversa dall'ABA, viaggia a 11.9 punti in 21 minuti a partita nelle tre stagioni coi Sonics.
CACCIATO
“Quel Son Of Bitch sa giocare” disse un coach avversario ma si tratta di NBA e non di ABA ed i giocatori della NBA non hanno paura di Brisker, non si aprono dinanzi alle sue penetrazioni come il mar Rosso dinanzi a Mosè così nella sua terza stagione a Seattle cominciano i problemi: durante un allenamento fa saltare i denti ad un compagno e nel 1975 l’owner Sam Schulman lo taglia dopo 21 partite giocate perché Brisker provoca “dissensi” nello spogliatoio. Ai tempi si diceva che Brisker fosse perennemente sotto gli effetti di alcool e droghe. Senza un lavoro Brisker entra in contatto con quelli del Black Power ed entra in affari con loro, con la moglie va in Liberia e fonda una ditta di import/export chiamata Dahoney, il suo secondo nome, di cui risulta come tesoriere e compra anche una proprietà sul lago Piso vicino a Manrovia dove dice di voler andare a vivere. Torna negli States ma nel Gennaio del 1978 dice alla moglie di essere nei guai...grossi guai...e di dover sparire per un po’ sino a quando le acque non si calmano. John Brisker con un sacco di soldi in tasca prende un aereo e vola in Africa. Ecco ora entriamo decisamente nella Leggenda.
L'INCONTRO CON IL DITTATORE DELL'UGANDA: FUCILATO O ANCORA VIVO?
Deluso dall’essere costretto a lasciare Seattle, città che adora e alla cui vita sociale ha partecipato per tutto il periodo trascorso ai Supersonics (aprendo e gestendo anche un ristorante), rientra a Detroit tentando di avviare un import/export con il continente nero; è proprio quest’obiettivo a spingerlo a volare in Africa nel 1978.
Da lì in poi un paio di telefonate, l’ultima da Kampala, capitale dell’Uganda, e poi solo silenzio: la storia documentata di John Brisker per noi, l’FBI, l’Uganda stesso, si chiude qui.
Cosa realmente sia successo è un mistero e resterà tale probabilmente per sempre, anche se alcune ipotesi sono state avanzate: il cambio d’identità di un Brisker sommerso dai debiti, la partecipazione al suicidio di massa religioso avvenuto a Jonestown in Guyana, o addirittura l’arruolamento presso un esercito mercenario. Viene visto per l’ultima volta a Manrovia nel mese di maggio e chiama la moglie dicendole che sta per andare in Uganda.
In Uganda comanda il dittatore Idi Amin una delle personalità più feroci dello scorso secolo autore di crimini contro l’umanità, repressione politica, stragi etniche, sotto il suo regime moriranno mezzo milione di persone. Secondo molti storici affetto da disordini bipolari era anche un grande appassionato di sport e di basket in particolare e financo cannibale, secondo alcuni.
Dopo alcuni mesi di silenzio la signora Brisker comincia a preoccuparsi e si affida all’ambasciata americana ed al FBI per ritrovare il marito, convinta che qualcosa di grave è accaduto.
In realtà non si sa se Brisker sia mai giunto là in Uganda.
Non si è mai registrato all’ambasciata americana. La voce più affidabile dice che giunto al cospetto del dittatore con un socio americano per fare affari non ben precisati viene invece imprigionato come spia e nemico del popolo e poi giustiziato. Come detto...voci più fantasiose lo vedono invece assoldato come mercenario dallo stesso Amin e fucilato nel 1979 durante la rivolta che fa cadere la dittatura.
Nel 1985 viene dichiarato legalmente morto(il suo corpo non verrà mai trovato), dopo richiesta della moglie che ottiene così la pensione del marito, dal giudice della Contea di King nello stato di Washington. Ma si dice che a Manrovia, in Liberia, viva un uomo, alto e pericoloso.
Si narra che sia stato un atleta nel passato e che sia americano.
Chi ha provato ad avvicinarlo è stato minacciato: “Posso ucciderti qui ed ora… ora vattene e se domani torni non mi troverai…” Forse John Brisker è morto.
Forse ha solo cambiato nome.
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La Storia Di Reggie Harding: Rapine, Droga e Sparatorie
Reggie Harding nacque nel Michigan a Detroit nel 1961.
Si laureò all'Eastern High School, centro alto 2 metri e 13, venne selezionato dai Detroit Pistons nel quarto turno del Draft NBA 1962.
L'esordio con i Pistons avvenne 2 anni dopo, nel 1964.
In un certo senso passò alla storia per esser stato il primo giocatore a passare dal college direttamente alla NBA.
Anzi, più che dal college, potremmo dire che passò dalla prigione alla NBA.
In quattro stagioni con i Pistons e Chicago Bulls, Harding portò discrete medie 9 punti e 9.1 rimbalzi a partita Nel 1967-1968 con gli Indiana Pacers chiuse con una media di 13.4 punti e 13.4 rimbalzi in 25 partite.
DROGHE, RAPINE, PISTOLE E MORTE
Dicevamo della prigione perchè la carriera di Harding è stata più volte interrotta per una serie di problemi personali che lo portarono più volte dietro le sbarre.
Rapine, dipendenza da droghe e molto altro.
Inoltre si diceva che portava una pistola nella sua borsa da palestra.
Durante un'intervista televisiva, minacciò di sparare al general manager degli Indiana Pacers, Mike Storen. Inoltre minacciò di sparare anche il compagno Jimmy Rayl quando i due dividevano la stessa stanza.
Secondo Peter Benjaminson, Harding nel 1960 violentò Florence Ballard, cantante della band The Supremes.
Harding rimase ucciso in una sparatoria in un incrocio a Detroit nel 1972, all'età di 30.
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Si laureò all'Eastern High School, centro alto 2 metri e 13, venne selezionato dai Detroit Pistons nel quarto turno del Draft NBA 1962.
L'esordio con i Pistons avvenne 2 anni dopo, nel 1964.
In un certo senso passò alla storia per esser stato il primo giocatore a passare dal college direttamente alla NBA.
Anzi, più che dal college, potremmo dire che passò dalla prigione alla NBA.
In quattro stagioni con i Pistons e Chicago Bulls, Harding portò discrete medie 9 punti e 9.1 rimbalzi a partita Nel 1967-1968 con gli Indiana Pacers chiuse con una media di 13.4 punti e 13.4 rimbalzi in 25 partite.
DROGHE, RAPINE, PISTOLE E MORTE
Dicevamo della prigione perchè la carriera di Harding è stata più volte interrotta per una serie di problemi personali che lo portarono più volte dietro le sbarre.
Rapine, dipendenza da droghe e molto altro.
Inoltre si diceva che portava una pistola nella sua borsa da palestra.
Durante un'intervista televisiva, minacciò di sparare al general manager degli Indiana Pacers, Mike Storen. Inoltre minacciò di sparare anche il compagno Jimmy Rayl quando i due dividevano la stessa stanza.
Secondo Peter Benjaminson, Harding nel 1960 violentò Florence Ballard, cantante della band The Supremes.
Harding rimase ucciso in una sparatoria in un incrocio a Detroit nel 1972, all'età di 30.
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venerdì 1 maggio 2015
La Storia Di Mike Tyson: Risse, Arresti, Cocaina
Michael Tyson nasce nel quartiere popolare di Brooklyn noto come Bedford-Stuyvesant.
E' stato uno dei pugili più forti del mondo.
Il suo temperamento, la sua imponente fisionomia e non meno la sua fama, nel corso della sua vita, non hanno potuto fare altro che incrementare negli avversari sportivi che lo hanno affrontato il timore di tutti coloro che lo vedevano fare anche due semplici scambi di boxe.
I soprannomi che gli furono attribuiti, Iron Mike, The Baddest Man On The Planet, Kid Dinamite e King Kong, rendono un’idea della brutalità presente nel pugile di cui ci appropinquiamo a parlare.
Nacque comunque in una famiglia molto povera.
Il padre Jimmy lavora come manovale ma, due anni dopo la nascita di Mike, soffrendo di gravi disturbi al cuore decide di lasciare il lavoro.
Con esso abbandona anche la compagna(Lorna Smith) e i figli per rifarsi una vita lontano da Brooklyn. Lorna quindi, incapace di sostenere da sola l'intera famiglia, si trasferisce con i suoi tre figli a Brownsville(quartiere antistante).
Lì, pensa, che le spese saranno sicuramente inferiori ma sà anche che la vita diventerà più pericolosa dato che quel distretto si trova in cima a tutte le liste dei quartieri più pericolosi d' America.
L'INFANZIA DIFFICILE E LE RISSE
Mike, senza un padre e con la madre che nel frattempo trova nell'alcol la soluzione ai mali della propria esistenza, cresce senza una guida sulle strade del ghetto dove trascorre un' infanzia parecchio difficile in cui viene spesso malmenato e schernito dai ragazzi della zona.
Tyson da bambino è introverso e solitario.
Egli parla poco e non si unisce volentieri ai giochi degli altri ragazzi.
I piccioni sono la sua unica compagnia assieme ad un cane trovatello che battezza con il nome "Killer".
Mike, a soli dieci anni, non è alto ma il suo fisico è molto più sviluppato di quello di molti suoi coetanei.
Essi tuttavia, notato il carattere remissivo e incuranti della sua mole, lo deridono costantemente.
Infatti gli affibbiano nomignoli come: "big head Mike" per la sua testa grande; "dirty Mike" perché veste sempre gli stessi vestiti sudici e consumati; "little fairy boy" per i modi gentili, la voce sottile e un lieve difetto di pronuncia.
Il piccolo Tyson si stanca infine dei continui abusi di cui è vittima la sua persona e si convince che, per essere rispettati sulle strade di Brownsville, paga di più l'uso della violenza che quello delle buone maniere.
Un giorno Mike picchia furiosamente un ragazzo più grande che, "per divertimento", aveva staccato la testa ad uno dei suoi piccioni e continua in seguito a ricorrere alle maniere forti qualora gliene si presenti l'occasione.
I risultati di questo suo nuovo comportamento, favoriti dalla sua corporatura sempre più imponente, non tardano a manifestarsi e ben presto egli diventa uno dei soggetti più temuti del quartiere.
La leggenda sui pugni di un ragazzino undicenne chiamato Mike Tyson comincia infatti a circolare a Brownsville e in breve tempo non esiste più nessun "dirty Mike" in zona.
Adesso chi lo conosce si limita a rivolgerglisi con un certo timore.
Mike smette di andare a scuola e comicia a farsi largo nella sua mente l'idea di diventare pugile un giorno. Egli incoraggia tale proposito appendendo un poster del Campione dei pesi massimi Joe Frazier in camera sua.
THE JOLLY STOMPERS: LA GANG E I 38 ARRESTI
Tyson comunque deve rinunciare, per il momento, ad avvicinarsi alla boxe perché, nonostante la giovane età, si trova sempre più coinvolto dalla violenza che caratterizza il contesto in cui cresce.
Egli, ad appena dodici anni, diventa il membro più giovane della "gang" di strada conosciuta a Brownsville con il nome di "The Jolly Stompers" cacciandosi in ogni sorta di guaio.
Mike infatti diventa un esperto in furti, aggressioni, risse e, inevitabilmente, anche di soggiorni in riformatorio (in particolare nel centro di detenzione "Spofford", situato nel quartiere del Bronx).
In seguito all' ennesimo scippo, e dopo aver raggiunto il discutibile primato dei 38 arresti, per allontanarlo da Brooklyn e da un sicuro avvenire fatto di crimini più gravi, Tyson viene destinato al riformatorio "Tryon" dove cambierà il corso della sua esistenza.
RIFORMATORIO TRYON E IL PUGILATO
In questo centro per "ragazzi incorreggibili", infatti, egli parteciperà alle lezioni di boxe tenute da Bobby Stewart.
Quest' ultimo viene immediatamente colpito dalla prestanza fisica del "piccolo" Tyson (che a tredici anni pesa più di 80 chili) e nota fin dalle prime volte che gli permette di salire sul ring sia la forza impressionante che la straordinaria attitudine per la boxe del ragazzo.
Stewart decide pertanto di presentare Mike al leggendario allenatore Cus D'Amato.
Questo resta favorevolmente impressionato dalla vista del giovane Mike e arriva addirittura a predire, che quel ragazzo tredicenne, se guidato e allenato a dovere, sarà indubbiamente il prossimo grande campione dei pesi massimi.
Due anni dopo, nel 1982, D' Amato adotta Tyson legalmente (quando la madre di Mike muore di cancro) facendogli da padre e guida negli anni futuri.
Mike Tyson, allenato da D' amato (e da un altro "discepolo" di Cus: Teddy Atlas), disputa una eccellente carriera da dilettante sostenendo in tutto 54 incontri di cui 48 vinti.
CAMPIONE DEL MONDO (1986)
Cus D' Amato decide allora che è tempo per " il suo Tyson" di passare al pugilato dei professionisti e il debutto di Mike nel marzo del 1985 si risolve in una fulminea vittoria per KO al primo round quando egli batte Hector Mercedes in appena 77 secondi.
L'allenatore comunque non ce la farà a vedere il suo pupillo che conquista il titolo mondiale perché morirà a causa di una polmonite nel novembre del 1985 all'età di 77 anni.
Mike Tyson tuttavia, poco più di un anno dopo, il 22 novembre 1986 diventa il più giovane Campione del mondo dei pesi massimi nella storia del pugilato.
Infatti egli conquista il titolo mondiale WBC a soli 20 anni 4 mesi e 22 giorni battendo brutalmente per KO alla seconda ripresa il canadese Trevor Berbick.
Il giovane pugile dedicherà questa vittoria al suo indimenticato tutore Cus D' Amato e, nel corso dei nove mesi successivi, riunificherà la corona dei pesi massimi sconfiggendo prima ai punti in 12 riprese James Smith per la cintura WBA e poi, sempre ai punti, l'ottimo Tony "TNT" Tucker per il titolo della International Boxing Federation (IBF).
Il regno di "Iron Mike" dura più di tre anni duranti i quali egli appare una imbattibile macchina da pugni. Nessun avversario sembra potergli resistere e ogni suo incontro si risolve inevitabilmente in impressionanti e rapidissimi KO' s.
Nel 1988 Tyson licenzia Kevin Rooney, l'allenatore che lo aveva preparato a tutti i suoi match da professionista, per firmare un contratto che lo lega al promoter Don King.
Molti interpretano questo momento come l'inizio del declino professionale e personale di "Iron Mike".
La supremazia di Tyson nei pesi massimi si conclude bruscamente e con grande sorpresa l'11 febbraio 1990 quando, a Tokyo, viene pesantemente sconfitto da James "Buster" Douglas per KO alla decima ripresa.
Comincia così la corsa di Tyson verso la riconquista del titolo mondiale ma nei due anni successivi egli disputa e vince solo 4 incontri (di cui 3 per KO).
LA VIOLENZA DOMESTICA E IL DIVORZIO (1998)
Sul piano umano le cose vanno un po' diversamente.
Il 9 febbraio 1988 aveva sposato a New York l'attrice Robin Givens che però poco dopo inizia le pratiche di divorzio dichiarando più volte di essere stata picchiata dal marito.
I due poi divorzieranno nella Repubblica Dominicana il 14 febbraio dell'anno successivo.
L'ACCUSA DI STUPRO E IL CARCERE (1992)
Alla fine del 1991 tuttavia, il proposito della riconquista del titolo mondiale viene bloccato dall'accusa di stupro da parte della reginetta di bellezza Desiree Washington.
Segue un processo che viene seguito dall'intera America, divisa tra coloro che vedono in Tyson unicamente un criminale che deve pagare per la propria malefatta e coloro che invece credono nell'innocenza dell'ex campione del mondo.
Ad emettere la sentenza è il giudice donna Patricia J.Gifford che lo condanna a 10 anni di carcere (di cui 4 con pena sospesa).
Tyson entra nel carcere di Plainfield, nello Stato dell' Indiana, nel febbraio del 1992 e ne esce soltanto nel marzo del 1995 dopo 1095 giorni di reclusione e beneficiando, tra l'altro, di uno sconto sulla pena per buona condotta.
La vita dell'ex- campione sta andando evidentemente a rotoli e in molti aspetti somiglia a quella, altrettanto tragica, di un altro pugile peso massimo che Tyson considera da sempre uno dei suoi idoli: Charles "Sonny" Liston.
IL RITORNO AL PUGILATO (1995)
Tyson, dal momento del rilascio, riprende subito la sua attività pugilistica e sostiene alcuni incontri con pugili di medio livello che batte con disinvoltura.
I suoi tifosi e l'intero mondo della boxe, bisognoso di una figura carismatica in un' epoca di grossa crisi per questo sport, sperano in un ritorno in grande stile di "Iron Mike".
Tyson non delude nessuno perché conquista prima la versione WBC del titolo dei pesi massimi battendo il valido britannico Frank Bruno alla vecchia maniera(un KO alla terza ripresa) e poi impiegando un solo round per sbarazzarsi di Bruce Seldon e fare sua anche la cintura WBA.
Ma nel novembre del 1996, dieci anni dopo aver conquistato il primo titolo mondiale, arriva il momento di difendere il titolo WBA contro un avversario di grande prestigio: l'ex re dei massimi leggeri e dei massimi "The Real Deal" Evander Holyfield (un incontro che era stato già fissato nel 1991, prima della condanna di Tyson, e che quindi ora è molto atteso dagli appassionati).
Mike Tyson, in questo match molto combattuto e altamente spettacolare, viene prima messo a sedere da un colpo di Holyfield nella sesta ripresa e poi sconfitto, tra lo stupore collettivo, per KOT all'undicesima ripresa. I dubbi su quanto sia rimasto delle sue qualità pugilistiche, in seguito alla prigione, si fanno sempre più reali.
IL MORSO AD HOLYFIELD (1997) E LA SQUALIFICA
La rivincita con Holyfield si tiene a Las Vegas, nel Nevada, il 28 giugno del 1997 ma questa volta le possibilità di vittoria per "Iron Mike", solitamente favorito dai pronostici, sembrano essere poche.
Mike Tyson durante questo match perde il controllo e nel corso del terzo round, vistosi nuovamente vicino alla sconfitta, morde ripetutamente l'orecchio dell'avversario staccandogliene un pezzo e costringendo quindi l'arbitro Mills Lane a interrompere l'incontro, a squalificarlo e a decretare la vittoria in favore di Evander Holyfield.
"Lo volevo uccidere. Chiunque fosse presente a bordo ring ha potuto vedere la mia rabbia cieca, ero furioso, ero come un soldato indisciplinato fuori controllo, così l'ho colpito alla testa", ricordando che l'anno prima aveva visto Holyfield lo aveva battuto anche causandogli una ferita al sopracciglio dovuto a una testata.
Dopo il secondo morso, e la conseguente squalifica decretata dall'arbitro Mills Lane, Tyson ammette di aver perso completamente il controllo: "C'era gente che tentava di tenermi mentre Holyfield era rannicchiato a terra nel suo angolo, ho provato più volte a raggiungerlo. Avevo addosso 50 persone, ho cercato di liberarmi dagli agenti che mi bloccavano".
La reazione dell'opinione pubblica al suo gesto non fu tenera.
"Qualcuno gettò persino una testa di pesce.
E la cosa è proseguita con una aggressione agli uomini della sorveglianza.
Alla fine, ho fumato dell'erba e bevuto del liquore prima di andare a dormire.
Fuori dall'Mgm c'era una gigantesca rissa".
In seguito a questo episodio, forse senza precedenti nella storia della boxe, la Commissione Atletica del Nevada decide di revocare a Tyson la licenza di pugile per un anno.
Mike, riottenuta la licenza e nonostante i guai che caratterizzano ormai la sua vita fuori dalle sedici corde, continua con altre rapide vittorie per KO che servono a ricostruire la sua immagine di pugile e a fargli ottenere una nuova chance per il titolo mondiale.
Egli intanto divorzia dal socio-promoter Don King accusandolo di avergli sottratto circa 100 milioni di dollari dei suoi guadagni. (Tyson vincerà anni dopo la causa ottendendo 14 milioni dollari).
IL NUOVO ARRESTO (1999) E LA RISSA CON LENNOX LEWIS (2002)
Nel 1999 Mike torna ancora una volta in prigione dove sconta 5 mesi dell'anno di reclusione inflittogli per aver aggredito fisicamente due automobilisti in seguito ad un tamponamento avvenuto nel Maryland.
Per "Iron Mike" seguono altri inevitabili ritorni sul ring con altrettante rapide vittorie che alimentano i dubbi a proposito del valore degli avversari scelti per affrontarlo.
Infine, l'8 maggio 2002 a Memphis, Tyson ha una nuova possibilità per il titolo mondiale contro il legittimo Campione dei pesi massimi: il britannico Lennox Lewis.
Nella conferenza stampa pre-match volano parole grosse, minacce, schiaffi, pugni con tanto di mega rissa che ha coinvolto una ventina di persone.
Tutto è iniziato quando Tyson senza apparenti motivi ha attraversato il palco per raggiungere dalla parte opposta un membro dello staff del suo avversario e colpirlo con un pugno.
Un attimo dopo la confusione e il nervosismo si sono impadroniti della scena: sedie che volavano, schiaffi e spintoni tra la ventina di persone dei rispettivi staff dei due campioni.
Che, intanto, venivano trattenuti perché non arrivassero ad affrontarsi in un match anticipato.
"Vi garantisco che metterò Lennox fuori combattimento, il mio destino è quello di riprendermi la corona dei massimi", ha urlato Tyson verso il pubblico dei giornalisti.
"Non vedo l'ora di sbarazzarmi di Tyson", ha risposto a tono il pugile britannico.
Le "battute" dei due, calmati e allontanati l'uno dall'altro, hanno concluso i cinque minuti di scontro sul palco di New York.
In quello che viene definito "l'incontro del secolo" e che desta interesse in tutto il mondo per il valore dei due pugili (ma anche in seguito, come detto, alla rissa scoppiata di fronte alle telecamere in seguito durante la conferenza stampa che presentava questo evento) Mike viene impietosamente messo KO dall' inglese all'ottava ripresa.
LA BANCAROTTA (2003) E IL RITIRO DEFINITIVO (2005)
Tyson nel 2003 dichiara bancarotta non essendo in grado di far fronte ai debiti maturati nei confronti del fisco americano che ammontano a 38 milioni di dollari.
Il pugile arriva a questo dopo aver dilapidato circa 300 milioni di dollari guadagnati in carriera con spese folli (due matrimoni falliti, figli da mantenere, parcelle di avvocati che lo difendono nelle sue svariate cause, un esemplare di tigre bianca in giardino, macchine di lusso, gioielli...).
Nel 2004, oppresso dai debiti, egli tenta un nuovo ritorno sul ring, ma viene messo KO in quattro riprese dall'inglese Danny Williams.
L'anno dopo, ritirandosi dopo la sesta ripresa dell'incontro che lo vede opposto all'irlandese Kevin McBride, Mike conclude definitivamente la sua carriera agonistica.
Tyson, nella conferenza stampa che si svolge immediatamente dopo questo incontro, dichiarerà di "non avere più il cuore e la disciplina necessari per fare bene la boxe" e, cosa non meno importante, di "non voler discreditare con prestazioni deludenti questo sport a cui deve tanto".
Mike indossa nuovamente un paio di guantoni, solo per esibizione questa volta, il 20 ottobre 2006 quando affronta sulla distanza delle quattro riprese il peso massimo Corey "T- Rex" Sanders.
Si tratta del primo incontro del "Mike Tyson' s World Tour", che si tiene a Youngston nello Stato dell'Ohio e che, in futuro, prevede altri incontri del genere in diverse parti del mondo.
Il "Mike Tyson' s World Tour" era stato annunciato dallo stesso pugile qualche mese prima ed aveva lo scopo, neanche troppo taciuto, di riassestare le finanze dell'ex campione.
L'ARRESTO IN ARIZONA (2006)
Per Mike Tyson il 2006 si conclude con un altro guaio giudiziario perché il 29 dicembre egli viene arrestato all'uscita di un night club di Scottsdale, un sobborgo elegante della città di Phoenix, nell' Arizona.
Questo accade dopo che Mike, a bordo della sua Bmw nera, aveva quasi tamponato l'auto dello sceriffo destando pertanto i sospetti delle forze dell'ordine.
Tyson veniva fermato e, in seguito all' immediato controllo, appariva in evidente stato confusionale e nella sua auto venivano rinvenuti diversi grammi di cocaina.
L'ex pugile veniva quindi incriminato per possesso di sostanze stupefacenti e guida in stato di ebbrezza.
Il processo contro Mike Tyson si è concluso quasi un anno dopo quando, il 19 novembre del 2007, Tyson è stato riconosciuto colpevole dal giudice donna Helene Abrams del tribunale di Mesa (Arizona) di tutti i capi d' accusa.
Mike Tyson, che rischiava fino a tre anni e mezzo di prigione, è stato invece condannato a scontare un solo giorno di detenzione nel carcere "Maricopa County Jail" (vicino Phoenix), a pagare una multa di circa 3500 dollari e a prestare 360 ore di servizi sociali.
Egli inoltre dovrà sottoporsi a controlli periodici nei prossimi tre anni.
A molto hanno valso, per il raggiungimento di questa sentenza minima per Tyson, le lettere di clemenza scritte al giudice dalla Dottoressa Monica Turner, ex moglie di Mike, e soprattutto il fatto che Tyson, dopo aver riconosciuto la sua dipendenza da cocaina e marijuana, abbia intrapreso un programma di riabilitazione per dipendenza da diverse sostanze e, fino alla data del processo abbia superato con successo ben 29 test antidroga.
Il 20 ottobre 2007 alle 9 del mattino Mike Tyson è stato rinchiuso nel carcere "Maricopa County Jail", isolato dagli altri 1500 detenuti, per scontare la pena di 24 ore di incarcerazione.
L'AMMISSIONE DELL'USO DI COCAINA (2013)
"Ero sotto l'effetto della cocaina durante gli ultimi incontri più importanti.
Agli esami del doping avevo sotto i pantaloncini un pene finto con la pipì fatta da un mio amico.
Usavo quella per riempire le boccette degli esami ed è sempre andata bene.
Sono 90 giorni che non sto toccando nulla.
Ho iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi che mi stanno aiutando.
Sto soffrendo ma ho ritrovato mia moglie Kiki al mio fianco.
Voglio continuare a vivere la boxe come promoter, a occuparmi di spettacolo e cinema.
Non ho mai abusato di Desiree Washington, le conseguenze della sua azione sono una cosa con la quale dovrà convivere per il resto della sua vita".
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Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
E' stato uno dei pugili più forti del mondo.
Il suo temperamento, la sua imponente fisionomia e non meno la sua fama, nel corso della sua vita, non hanno potuto fare altro che incrementare negli avversari sportivi che lo hanno affrontato il timore di tutti coloro che lo vedevano fare anche due semplici scambi di boxe.
I soprannomi che gli furono attribuiti, Iron Mike, The Baddest Man On The Planet, Kid Dinamite e King Kong, rendono un’idea della brutalità presente nel pugile di cui ci appropinquiamo a parlare.
Nacque comunque in una famiglia molto povera.
Il padre Jimmy lavora come manovale ma, due anni dopo la nascita di Mike, soffrendo di gravi disturbi al cuore decide di lasciare il lavoro.
Con esso abbandona anche la compagna(Lorna Smith) e i figli per rifarsi una vita lontano da Brooklyn. Lorna quindi, incapace di sostenere da sola l'intera famiglia, si trasferisce con i suoi tre figli a Brownsville(quartiere antistante).
Lì, pensa, che le spese saranno sicuramente inferiori ma sà anche che la vita diventerà più pericolosa dato che quel distretto si trova in cima a tutte le liste dei quartieri più pericolosi d' America.
L'INFANZIA DIFFICILE E LE RISSE
Mike, senza un padre e con la madre che nel frattempo trova nell'alcol la soluzione ai mali della propria esistenza, cresce senza una guida sulle strade del ghetto dove trascorre un' infanzia parecchio difficile in cui viene spesso malmenato e schernito dai ragazzi della zona.
Tyson da bambino è introverso e solitario.
Egli parla poco e non si unisce volentieri ai giochi degli altri ragazzi.
I piccioni sono la sua unica compagnia assieme ad un cane trovatello che battezza con il nome "Killer".
Mike, a soli dieci anni, non è alto ma il suo fisico è molto più sviluppato di quello di molti suoi coetanei.
Essi tuttavia, notato il carattere remissivo e incuranti della sua mole, lo deridono costantemente.
Infatti gli affibbiano nomignoli come: "big head Mike" per la sua testa grande; "dirty Mike" perché veste sempre gli stessi vestiti sudici e consumati; "little fairy boy" per i modi gentili, la voce sottile e un lieve difetto di pronuncia.
Il piccolo Tyson si stanca infine dei continui abusi di cui è vittima la sua persona e si convince che, per essere rispettati sulle strade di Brownsville, paga di più l'uso della violenza che quello delle buone maniere.
Un giorno Mike picchia furiosamente un ragazzo più grande che, "per divertimento", aveva staccato la testa ad uno dei suoi piccioni e continua in seguito a ricorrere alle maniere forti qualora gliene si presenti l'occasione.
I risultati di questo suo nuovo comportamento, favoriti dalla sua corporatura sempre più imponente, non tardano a manifestarsi e ben presto egli diventa uno dei soggetti più temuti del quartiere.
La leggenda sui pugni di un ragazzino undicenne chiamato Mike Tyson comincia infatti a circolare a Brownsville e in breve tempo non esiste più nessun "dirty Mike" in zona.
Adesso chi lo conosce si limita a rivolgerglisi con un certo timore.
Mike smette di andare a scuola e comicia a farsi largo nella sua mente l'idea di diventare pugile un giorno. Egli incoraggia tale proposito appendendo un poster del Campione dei pesi massimi Joe Frazier in camera sua.
THE JOLLY STOMPERS: LA GANG E I 38 ARRESTI
Tyson comunque deve rinunciare, per il momento, ad avvicinarsi alla boxe perché, nonostante la giovane età, si trova sempre più coinvolto dalla violenza che caratterizza il contesto in cui cresce.
Egli, ad appena dodici anni, diventa il membro più giovane della "gang" di strada conosciuta a Brownsville con il nome di "The Jolly Stompers" cacciandosi in ogni sorta di guaio.
Mike infatti diventa un esperto in furti, aggressioni, risse e, inevitabilmente, anche di soggiorni in riformatorio (in particolare nel centro di detenzione "Spofford", situato nel quartiere del Bronx).
In seguito all' ennesimo scippo, e dopo aver raggiunto il discutibile primato dei 38 arresti, per allontanarlo da Brooklyn e da un sicuro avvenire fatto di crimini più gravi, Tyson viene destinato al riformatorio "Tryon" dove cambierà il corso della sua esistenza.
RIFORMATORIO TRYON E IL PUGILATO
In questo centro per "ragazzi incorreggibili", infatti, egli parteciperà alle lezioni di boxe tenute da Bobby Stewart.
Quest' ultimo viene immediatamente colpito dalla prestanza fisica del "piccolo" Tyson (che a tredici anni pesa più di 80 chili) e nota fin dalle prime volte che gli permette di salire sul ring sia la forza impressionante che la straordinaria attitudine per la boxe del ragazzo.
Stewart decide pertanto di presentare Mike al leggendario allenatore Cus D'Amato.
Questo resta favorevolmente impressionato dalla vista del giovane Mike e arriva addirittura a predire, che quel ragazzo tredicenne, se guidato e allenato a dovere, sarà indubbiamente il prossimo grande campione dei pesi massimi.
Due anni dopo, nel 1982, D' Amato adotta Tyson legalmente (quando la madre di Mike muore di cancro) facendogli da padre e guida negli anni futuri.
Mike Tyson, allenato da D' amato (e da un altro "discepolo" di Cus: Teddy Atlas), disputa una eccellente carriera da dilettante sostenendo in tutto 54 incontri di cui 48 vinti.
CAMPIONE DEL MONDO (1986)
Cus D' Amato decide allora che è tempo per " il suo Tyson" di passare al pugilato dei professionisti e il debutto di Mike nel marzo del 1985 si risolve in una fulminea vittoria per KO al primo round quando egli batte Hector Mercedes in appena 77 secondi.
L'allenatore comunque non ce la farà a vedere il suo pupillo che conquista il titolo mondiale perché morirà a causa di una polmonite nel novembre del 1985 all'età di 77 anni.
Mike Tyson tuttavia, poco più di un anno dopo, il 22 novembre 1986 diventa il più giovane Campione del mondo dei pesi massimi nella storia del pugilato.
Infatti egli conquista il titolo mondiale WBC a soli 20 anni 4 mesi e 22 giorni battendo brutalmente per KO alla seconda ripresa il canadese Trevor Berbick.
Il giovane pugile dedicherà questa vittoria al suo indimenticato tutore Cus D' Amato e, nel corso dei nove mesi successivi, riunificherà la corona dei pesi massimi sconfiggendo prima ai punti in 12 riprese James Smith per la cintura WBA e poi, sempre ai punti, l'ottimo Tony "TNT" Tucker per il titolo della International Boxing Federation (IBF).
Il regno di "Iron Mike" dura più di tre anni duranti i quali egli appare una imbattibile macchina da pugni. Nessun avversario sembra potergli resistere e ogni suo incontro si risolve inevitabilmente in impressionanti e rapidissimi KO' s.
Nel 1988 Tyson licenzia Kevin Rooney, l'allenatore che lo aveva preparato a tutti i suoi match da professionista, per firmare un contratto che lo lega al promoter Don King.
Molti interpretano questo momento come l'inizio del declino professionale e personale di "Iron Mike".
La supremazia di Tyson nei pesi massimi si conclude bruscamente e con grande sorpresa l'11 febbraio 1990 quando, a Tokyo, viene pesantemente sconfitto da James "Buster" Douglas per KO alla decima ripresa.
Comincia così la corsa di Tyson verso la riconquista del titolo mondiale ma nei due anni successivi egli disputa e vince solo 4 incontri (di cui 3 per KO).
LA VIOLENZA DOMESTICA E IL DIVORZIO (1998)
Sul piano umano le cose vanno un po' diversamente.
Il 9 febbraio 1988 aveva sposato a New York l'attrice Robin Givens che però poco dopo inizia le pratiche di divorzio dichiarando più volte di essere stata picchiata dal marito.
I due poi divorzieranno nella Repubblica Dominicana il 14 febbraio dell'anno successivo.
L'ACCUSA DI STUPRO E IL CARCERE (1992)
Alla fine del 1991 tuttavia, il proposito della riconquista del titolo mondiale viene bloccato dall'accusa di stupro da parte della reginetta di bellezza Desiree Washington.
Segue un processo che viene seguito dall'intera America, divisa tra coloro che vedono in Tyson unicamente un criminale che deve pagare per la propria malefatta e coloro che invece credono nell'innocenza dell'ex campione del mondo.
Ad emettere la sentenza è il giudice donna Patricia J.Gifford che lo condanna a 10 anni di carcere (di cui 4 con pena sospesa).
Tyson entra nel carcere di Plainfield, nello Stato dell' Indiana, nel febbraio del 1992 e ne esce soltanto nel marzo del 1995 dopo 1095 giorni di reclusione e beneficiando, tra l'altro, di uno sconto sulla pena per buona condotta.
La vita dell'ex- campione sta andando evidentemente a rotoli e in molti aspetti somiglia a quella, altrettanto tragica, di un altro pugile peso massimo che Tyson considera da sempre uno dei suoi idoli: Charles "Sonny" Liston.
IL RITORNO AL PUGILATO (1995)
Tyson, dal momento del rilascio, riprende subito la sua attività pugilistica e sostiene alcuni incontri con pugili di medio livello che batte con disinvoltura.
I suoi tifosi e l'intero mondo della boxe, bisognoso di una figura carismatica in un' epoca di grossa crisi per questo sport, sperano in un ritorno in grande stile di "Iron Mike".
Tyson non delude nessuno perché conquista prima la versione WBC del titolo dei pesi massimi battendo il valido britannico Frank Bruno alla vecchia maniera(un KO alla terza ripresa) e poi impiegando un solo round per sbarazzarsi di Bruce Seldon e fare sua anche la cintura WBA.
Ma nel novembre del 1996, dieci anni dopo aver conquistato il primo titolo mondiale, arriva il momento di difendere il titolo WBA contro un avversario di grande prestigio: l'ex re dei massimi leggeri e dei massimi "The Real Deal" Evander Holyfield (un incontro che era stato già fissato nel 1991, prima della condanna di Tyson, e che quindi ora è molto atteso dagli appassionati).
Mike Tyson, in questo match molto combattuto e altamente spettacolare, viene prima messo a sedere da un colpo di Holyfield nella sesta ripresa e poi sconfitto, tra lo stupore collettivo, per KOT all'undicesima ripresa. I dubbi su quanto sia rimasto delle sue qualità pugilistiche, in seguito alla prigione, si fanno sempre più reali.
IL MORSO AD HOLYFIELD (1997) E LA SQUALIFICA
La rivincita con Holyfield si tiene a Las Vegas, nel Nevada, il 28 giugno del 1997 ma questa volta le possibilità di vittoria per "Iron Mike", solitamente favorito dai pronostici, sembrano essere poche.
Mike Tyson durante questo match perde il controllo e nel corso del terzo round, vistosi nuovamente vicino alla sconfitta, morde ripetutamente l'orecchio dell'avversario staccandogliene un pezzo e costringendo quindi l'arbitro Mills Lane a interrompere l'incontro, a squalificarlo e a decretare la vittoria in favore di Evander Holyfield.
"Lo volevo uccidere. Chiunque fosse presente a bordo ring ha potuto vedere la mia rabbia cieca, ero furioso, ero come un soldato indisciplinato fuori controllo, così l'ho colpito alla testa", ricordando che l'anno prima aveva visto Holyfield lo aveva battuto anche causandogli una ferita al sopracciglio dovuto a una testata.
Dopo il secondo morso, e la conseguente squalifica decretata dall'arbitro Mills Lane, Tyson ammette di aver perso completamente il controllo: "C'era gente che tentava di tenermi mentre Holyfield era rannicchiato a terra nel suo angolo, ho provato più volte a raggiungerlo. Avevo addosso 50 persone, ho cercato di liberarmi dagli agenti che mi bloccavano".
La reazione dell'opinione pubblica al suo gesto non fu tenera.
"Qualcuno gettò persino una testa di pesce.
E la cosa è proseguita con una aggressione agli uomini della sorveglianza.
Alla fine, ho fumato dell'erba e bevuto del liquore prima di andare a dormire.
Fuori dall'Mgm c'era una gigantesca rissa".
In seguito a questo episodio, forse senza precedenti nella storia della boxe, la Commissione Atletica del Nevada decide di revocare a Tyson la licenza di pugile per un anno.
Mike, riottenuta la licenza e nonostante i guai che caratterizzano ormai la sua vita fuori dalle sedici corde, continua con altre rapide vittorie per KO che servono a ricostruire la sua immagine di pugile e a fargli ottenere una nuova chance per il titolo mondiale.
Egli intanto divorzia dal socio-promoter Don King accusandolo di avergli sottratto circa 100 milioni di dollari dei suoi guadagni. (Tyson vincerà anni dopo la causa ottendendo 14 milioni dollari).
IL NUOVO ARRESTO (1999) E LA RISSA CON LENNOX LEWIS (2002)
Nel 1999 Mike torna ancora una volta in prigione dove sconta 5 mesi dell'anno di reclusione inflittogli per aver aggredito fisicamente due automobilisti in seguito ad un tamponamento avvenuto nel Maryland.
Per "Iron Mike" seguono altri inevitabili ritorni sul ring con altrettante rapide vittorie che alimentano i dubbi a proposito del valore degli avversari scelti per affrontarlo.
Infine, l'8 maggio 2002 a Memphis, Tyson ha una nuova possibilità per il titolo mondiale contro il legittimo Campione dei pesi massimi: il britannico Lennox Lewis.
Nella conferenza stampa pre-match volano parole grosse, minacce, schiaffi, pugni con tanto di mega rissa che ha coinvolto una ventina di persone.
Tutto è iniziato quando Tyson senza apparenti motivi ha attraversato il palco per raggiungere dalla parte opposta un membro dello staff del suo avversario e colpirlo con un pugno.
Un attimo dopo la confusione e il nervosismo si sono impadroniti della scena: sedie che volavano, schiaffi e spintoni tra la ventina di persone dei rispettivi staff dei due campioni.
Che, intanto, venivano trattenuti perché non arrivassero ad affrontarsi in un match anticipato.
"Vi garantisco che metterò Lennox fuori combattimento, il mio destino è quello di riprendermi la corona dei massimi", ha urlato Tyson verso il pubblico dei giornalisti.
"Non vedo l'ora di sbarazzarmi di Tyson", ha risposto a tono il pugile britannico.
Le "battute" dei due, calmati e allontanati l'uno dall'altro, hanno concluso i cinque minuti di scontro sul palco di New York.
In quello che viene definito "l'incontro del secolo" e che desta interesse in tutto il mondo per il valore dei due pugili (ma anche in seguito, come detto, alla rissa scoppiata di fronte alle telecamere in seguito durante la conferenza stampa che presentava questo evento) Mike viene impietosamente messo KO dall' inglese all'ottava ripresa.
LA BANCAROTTA (2003) E IL RITIRO DEFINITIVO (2005)
Tyson nel 2003 dichiara bancarotta non essendo in grado di far fronte ai debiti maturati nei confronti del fisco americano che ammontano a 38 milioni di dollari.
Il pugile arriva a questo dopo aver dilapidato circa 300 milioni di dollari guadagnati in carriera con spese folli (due matrimoni falliti, figli da mantenere, parcelle di avvocati che lo difendono nelle sue svariate cause, un esemplare di tigre bianca in giardino, macchine di lusso, gioielli...).
Nel 2004, oppresso dai debiti, egli tenta un nuovo ritorno sul ring, ma viene messo KO in quattro riprese dall'inglese Danny Williams.
L'anno dopo, ritirandosi dopo la sesta ripresa dell'incontro che lo vede opposto all'irlandese Kevin McBride, Mike conclude definitivamente la sua carriera agonistica.
Tyson, nella conferenza stampa che si svolge immediatamente dopo questo incontro, dichiarerà di "non avere più il cuore e la disciplina necessari per fare bene la boxe" e, cosa non meno importante, di "non voler discreditare con prestazioni deludenti questo sport a cui deve tanto".
Mike indossa nuovamente un paio di guantoni, solo per esibizione questa volta, il 20 ottobre 2006 quando affronta sulla distanza delle quattro riprese il peso massimo Corey "T- Rex" Sanders.
Si tratta del primo incontro del "Mike Tyson' s World Tour", che si tiene a Youngston nello Stato dell'Ohio e che, in futuro, prevede altri incontri del genere in diverse parti del mondo.
Il "Mike Tyson' s World Tour" era stato annunciato dallo stesso pugile qualche mese prima ed aveva lo scopo, neanche troppo taciuto, di riassestare le finanze dell'ex campione.
L'ARRESTO IN ARIZONA (2006)
Per Mike Tyson il 2006 si conclude con un altro guaio giudiziario perché il 29 dicembre egli viene arrestato all'uscita di un night club di Scottsdale, un sobborgo elegante della città di Phoenix, nell' Arizona.
Questo accade dopo che Mike, a bordo della sua Bmw nera, aveva quasi tamponato l'auto dello sceriffo destando pertanto i sospetti delle forze dell'ordine.
Tyson veniva fermato e, in seguito all' immediato controllo, appariva in evidente stato confusionale e nella sua auto venivano rinvenuti diversi grammi di cocaina.
L'ex pugile veniva quindi incriminato per possesso di sostanze stupefacenti e guida in stato di ebbrezza.
Il processo contro Mike Tyson si è concluso quasi un anno dopo quando, il 19 novembre del 2007, Tyson è stato riconosciuto colpevole dal giudice donna Helene Abrams del tribunale di Mesa (Arizona) di tutti i capi d' accusa.
Mike Tyson, che rischiava fino a tre anni e mezzo di prigione, è stato invece condannato a scontare un solo giorno di detenzione nel carcere "Maricopa County Jail" (vicino Phoenix), a pagare una multa di circa 3500 dollari e a prestare 360 ore di servizi sociali.
Egli inoltre dovrà sottoporsi a controlli periodici nei prossimi tre anni.
A molto hanno valso, per il raggiungimento di questa sentenza minima per Tyson, le lettere di clemenza scritte al giudice dalla Dottoressa Monica Turner, ex moglie di Mike, e soprattutto il fatto che Tyson, dopo aver riconosciuto la sua dipendenza da cocaina e marijuana, abbia intrapreso un programma di riabilitazione per dipendenza da diverse sostanze e, fino alla data del processo abbia superato con successo ben 29 test antidroga.
Il 20 ottobre 2007 alle 9 del mattino Mike Tyson è stato rinchiuso nel carcere "Maricopa County Jail", isolato dagli altri 1500 detenuti, per scontare la pena di 24 ore di incarcerazione.
L'AMMISSIONE DELL'USO DI COCAINA (2013)
"Ero sotto l'effetto della cocaina durante gli ultimi incontri più importanti.
Agli esami del doping avevo sotto i pantaloncini un pene finto con la pipì fatta da un mio amico.
Usavo quella per riempire le boccette degli esami ed è sempre andata bene.
Sono 90 giorni che non sto toccando nulla.
Ho iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi che mi stanno aiutando.
Sto soffrendo ma ho ritrovato mia moglie Kiki al mio fianco.
Voglio continuare a vivere la boxe come promoter, a occuparmi di spettacolo e cinema.
Non ho mai abusato di Desiree Washington, le conseguenze della sua azione sono una cosa con la quale dovrà convivere per il resto della sua vita".
T'interessano altri articoli su storie sportive(doping, scandali, suicidi, partite vendute, etc) e scommesse?
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mercoledì 29 aprile 2015
La Volvo Ocean Race, Capo Horn e I Pirati
La Volvo Ocean Race è considerata come il più importante evento velico oceanico al mondo, si basa sul motto “nulla è grande e facile”: è un’eccezionale prova di marineria, costruita sullo spirito degli abili navigatori del passato, uomini senza paura che solcavano gli oceani del pianeta più di un secolo fa e il cui valore si ritrova negli equipaggi di oggi.
Un mix unico di competizione, avventura e tecnologia dove si uniscono il fascino delle località toccate con il dramma e la resistenza dell’uomo agli elementi naturali.
Ognuno dei partecipanti ha una squadra velica composta da 11 membri d’equipaggio che possono gareggiare giorno e notte per più di 20 giorni alla volta in alcune tappe.
Ciascuno di essi assume diversi compiti a bordo della barca, e in cima a questi ruoli ci sono due marinai con formazione medica, un velaio, un ingegnere e un apposito membro dell'equipaggio dedito alle comunicazioni.
PERCORSO
Anche se il percorso è cambiato per adattarlo a vari porti di scalo, la gara parte in genere dall'Europa nel mese di ottobre, e nelle ultime edizioni ha avuto 9 o 10 tappe.
Il percorso per la gara 2008-2009 è stato modificato rispetto agli anni precedenti per includere per la prima volta scali in India ed in Asia.
Durante i nove mesi della Volvo Ocean Race 2011-12, le squadre hanno regatato le oltre 39.000 miglia nei più pericolosi mari del mondo, toccando Città del Capo, Abu Dhabi, Sanya, Auckland, passando da Capo Horn a Itajai, Miami, Lisbona e Lorient.
LA NASCITA
La “leggenda” vuole che tutto sia nato davanti una birra, su un bancone di un pub di Portsmouth.
Nel 1969 Robin Knox-Johnston vinse il Sunday Times Golden Globe Race entrando nella storia della vela: è stato il primo uomo a compiere una circumnavigazione in solitario del pianeta.
Pare che proprio la sua impresa colpì due personaggi chiave per la Volvo Ocean Race, Guy Pierce e Anthony Churchill, noti per le loro imprese in solitario e considerati i “padri” di questa competizione, convinti del potenziale di una regata simile a quella di Knox-Johnston ma affrontata in equipaggio.
All’epoca non esisteva una competizione simile e cominciarono a cercare uno sponsor che appoggiasse la loro idea, finché non la illustrarono alla Royal Naval Sailing Association.
Nel 1971, in quel famoso pub di Portsmouth, il colonnello Bill Whitbread e l’ammiraglio Otto Steiner della RNSA incontrarono Pierce e Churchill e tutto ebbe inizio.
I PERICOLI DEL MARE: TEMPESTE, DISPERSI E PIRATI
La prima competizione si è disputata nel 1973 e si chiamava Whitbread Race.
Vi parteciparono 17 imbarcazioni a vele quadre con a bordo 167 velisti che l’8 settembre partirono da Solent alla volta di Città del Capo.
La maggior parte erano semplici avventurieri “paganti” o marinai con poca esperienza: solo gli skipper erano pagati e avevano l’esperienza adeguata a questo tipo di navigazione.
All’epoca, inoltre, non esistevano le tecnologie odierne ed era tutto molto più spartano, qualità che rendeva la regata ancora più avvincente perché era probabilmente l’evento sportivo più lungo, difficile e pericoloso esistente.
E il pericolo fu subito evidente, visto che proprio in quella prima edizione tre velisti scomparsero in mare durante tempeste terribili.
Naturalmente ci fu chi subito chiese che la regata non venisse mai più ripetuta, ma il desiderio di avventura e di competizione ebbe la meglio e l’evento continuò ad esistere e a svolgersi ogni quattro anni.
Per oltre un trentennio la regata ha prodotto incredibili campioni, uno fra tutti il leggendario Peter Blake, lo skipper neozelandese che fu tragicamente assassinato dai pirati durante una missione di ricerca sul Rio delle Amazzoni, nel 2001.
I pirati gli spararono, uccidendolo, a bordo del suo veliero "Seamaster".
Ai tempi Sir Peter Blake, aveva 53 anni ed era stato il navigatore neozelandese del Team New Zealand vittorioso nelle due ultime Amarica's Cup, skipper nel 1995 a San Diego e presidente del team nel 2000 a Auckland.
La polizia brasiliana spiegò che a compiere l'omicidio era stato un gruppo di pirati conosciuti nella regione come "ratos da agua", topi di fiume: armati e mascherati sono saliti a bordo del veliero di soppiatto, di notte. La rapina è finita con una sparatoria.
Due membri dell'equipaggio di Blake sono stati feriti in modo serio e trasportati in ospedale.
Sempre secondo la polizia Blake ha reagito.
E' stato ucciso sul colpo.
I "topi di fiume" sono poi fuggiti rubando il motore del veliero e un orologio.
Nella prima edizione della Whitbread, Blake era imbarcato su Burton Cutter, ma fu solo in occasione della sesta edizione che fu incoronato come il campione più grande grazie alla vittoria in tutte le sei tappe dell’evento con Steinlager 2 (1989).
Altri nomi che hanno fatto la storia del giro del mondo, e della vela in generale, e che hanno partecipato alla “grande sfida” sono Dennis Conner, Paul Cayard, Chris Dickson, Eric Tabarly e Grant Dalton.
Nel tempo sono cambiate diverse cose.
Nel 2001-2002 il marchio Volvo acquistò l’evento, che fu ribattezzato Volvo Ocean Race, e portò una nuova forma di professionalità e un ruolo sempre più rilevante della vela come veicolo promozionale.
Gli equipaggi sono composti da 11 velisti professionisti (molti dei quali olimpici), la cui abilità, resistenza fisica e spirito agonistico vengono messi alla prova notte e giorno per oltre 30 giorni, in alcune delle tappe.
A bordo sono stati introdotti GPS, dissalatori e vari comfort nelle cabine e nella cambusa.
Nel 2008-09 l’evento è stato seguito in televisione da un miliardo e 300 milioni di persone.
La Volvo Ocean Race 2011-12 è stata l’11a edizione dell’evento, partita dal porto spagnolo di Alicante per finire a Galway, in Irlanda, nel luglio 2012.
Nel 2015 in corso la nuova edizione.
RACE CONTROL
Il cuore tecnologico della regata è il Race Control, ad Alicante, che ha tre scopi principali: la sicurezza delle barche, la gestione dei dati di posizionamento e la comunicazione con gli equipaggi, inclusa la trasmissione di una imponente massa di dati che vanno dalle e-mail personali, alle immagini fotografiche, testi, audio e video.
Quando la flotta è in navigazione, un gruppo di “ufficiali” gestisce l’operatività del Race Control costituendo il primo punto di contatto con le barche.
In eventuali situazioni critiche, il loro compito è quello di contattare il personale medico, il ceo della regata, il direttore e il servizio di soccorso in mare, il Rescue Coordination Centre, di Falmouth, nel Regno Unito.
Gli ufficiali monitorano e comunicano con la flotta attraverso uno speciale sistema detto Race Management System (RMS), mentre un enorme schermo mostra le immagini fotografiche e video provenienti dalle barche e un race tracker (sistema di posizionamento) ne indica la posizioni su una carta Google Earth.
Il centro ha otto posizioni di controllo, ognuna delle quali riporta dati differenti: meteo, posizione, temperatura dell’acqua, altezza delle onde etc.
Il monitoraggio della flotta è reso possibile dalla tecnologia satellitare.
Ogni barca è dotata di due unità di tracking, una collegata all’impianto elettrico (batteria/motore) usata come back up e in caso d’emergenza, e una portatile che può essere eventualmente utilizzata sulla zattera di salvataggio.
Nel caso in cui gli ufficiali di guardia non ricevano la posizione, questo sistema secondario può essere usato con una frequenza che va dall’ora fino a cinque minuti, per la gestione della crisi.
Grazie alla tecnologia satellitare, la flotta è in grado di connettersi al server della Volvo Ocean Race per scaricare le previsioni due volte al giorno.
I file contengono mappe e diagrammi meteo, immagini satellitari della copertura nuvolosa, mappe isobariche, del vento e dei fronti.
Gli equipaggi possono utilizzare tali dati con i software di navigazione che permettono loro di comparare e avere conferma delle situazioni meteo con le previsioni.
Il Race Control funziona anche da tramite fra il media team e la flotta, su ognuno degli scafi è infatti imbarcato un componente dell’equipaggio (media crew member) responsabile di produrre immagini foto e video della vita di bordo e di inviarle a terra.
OCEANO PACIFICO E TEMPERATURE
Le temperature scendono, compaiono coperte, a bordo si effettuano ispezioni approfondite ad albero e sartiame e si mettono in sicurezza gli effetti personali in vista del deteriorarsi delle condizioni meteo.
Segnali che richiamano il profondo sud, ma prima, per gli equipaggi, l’imperativo è stare concentrati sul raggiungimento del cancello posto a 36 gradi di latitudine sud, primo mark della frazione che assegnerà punti pesanti ai fini della classifica generale.
Wouter Verbraak, navigatore di Green Dragon: “Mi fa piacere vedere che tutti stanno prendendo sul serio l’aspetto sicurezza: dentro noi c’è ancora il ricordo della morte di Hans Horrevoets, finito in mare nel corso dell’ultima Volvo da bordo di ABN Amro Two.
Guillermo Altadill ha esortato tutti ad indossare le cinture di sicurezza, ricordando che il salvagente garantisce solo di poter galleggiare anche da morti.
Alle velocità raggiunte da queste barche, non c’è tempo per tornare indietro prima che l’ipotermia abbia completato il suo lavoro. E’ una realtà da tenere bene a mente”.
OCEANO INDIANO E RISCHIO PIRATI
Gli organizzatori della regata avevano annunciato nell' agosto 2011 che il percorso della seconda e terza tappa sarebbe stato ridisegnato a causa dell’aumentato rischio di attacchi di pirateria nell’Oceano Indiano(vicino la Somalia).
A pochi giorni dalla partenza della seconda tappa da Città del Capo, Jack Lloyd (direttore di regata) rese pubbliche parti del piano.
Le misure di sicurezza furono molto severe: la prima prevedeva una zona di esclusione che non permetteva alle barche di navigare in acque pericolose; la seconda prevedeva che gli scafi si dirigessero verso un porto sicuro per essere caricati su una nave che li ha trasportati verso la costa settentrionale degli Emirati, seguendo una rotta il più possibile sicura.
Da quella località, le barche hanno navigato in regata fino ad Abu Dhabi, con una prova sprint.
Per la terza tappa si ripete il processo ma in maniera inversa, le barche partono da Abu Dhabi e sono poi caricate su una nave per raggiungere un porto sicuro e di lì riprendono la terza tappa con destinazione Sanya, in Cina.
LO SVILUPPO DELLA PIRATERIA NELL'OCEANO INDIANO
La pirateria soprattutto nelle zone della Somalia e dell'Indonesia si sviluppò nei primi anni 90.
Per contrastare questa minaccia è stata creata una task force navale internazionale denominata Combined Task Force 150, che si assume il compito di contrastare militarmente l'azione dei pirati.
Nel 2006 si registrò un lieve calo della pirateria in seguito all'attività dell'Unione delle Corti Islamiche. Tuttavia in seguito alla guerra in Somalia, sempre nel 2006 c'è stato un ulteriore incremento degli attacchi.
Nel maggio 2008 i guerriglieri islamici che si oppongono al Governo Federale di Transizione somalo hanno attaccato i pirati.
Nel giugno 2008 il governo somalo ha inviato una lettera con la quale richiedeva l'aiuto della comunità internazionale nell'affrontare atti di pirateria contro le navi che passano al largo delle coste somale.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato varie risoluzioni sulla pirateria somala, tramite le quali viene consentito alle nazioni che hanno preso accordi con il governo federale transitorio somalo, di entrare nelle acque territoriali somale per inseguire i pirati.
La Russia nel settembre 2008 ha annunciato di voler contribuire allo sforzo internazionale nella lotta contro la pirateria.
Nonostante il grande dispiegamento di forze da parte delle varie marine nazionali interessate, il fenomeno nel 2009 si è spostato verso le acque più profonde, minacciando navi a centinaia di km al largo delle coste somale.
Il 25 aprile 2009 al largo delle coste somale un'imbarcazione di pirati tenta di abbordare una nave da crociera italiana, la MSC Melody, con 991 passeggeri a bordo, ma il comandante Ciro Pinto riesce con delle manovre evasive a sfuggire, nonostante i pirati sparino con i Kalašnikov.
Nel 2010 un cargo con bandiera panamense ma con proprietà negli Emirati Arabi Uniti hanno reagito con successo ad un attacco e successivamente allertato una nave di pattuglia nella zona, il cui elicottero ha trovato l'imbarcazione attaccante con sette uomini a bordo, uno dei quali ucciso dal fuoco di armi leggere.
L'8 febbraio 2011 la petroliera italiana Savina Caylin da 105.000 t è stata sequestrata da pirati somali 500 miglia al largo delle coste africane, a metà strada con la costa indiana.
La nave è stata rilasciata solo a fine dicembre 2011.
Il 27 dicembre è stata sequestrata la nave Enrico Ievoli.
Altro attacco il 15 gennaio 2012 alla cisterna italiana Valdarno, sventato da una squadra della Marina Militare italiana dopo che l'equipaggio aveva dato l'allarme via radio e si era rifugiato nella cittadella (il locale blindato della nave) in attesa dei soccorsi.
Nell'incidente del 15 febbraio 2012, a circa 20 miglia nautiche dalla costa dell'India meridionale, nello Stato di Kerala, il distaccamento di protezione naviglio (DPN) a bordo della petroliera NM Enrica Lexie ritiene di aver sventato un tentativo di abbordaggio, sparando e mettendo in fuga un battello avvicinatosi alla nave.
L'attacco tipico dei pirati somali mostra che, anche se gli attacchi possono avvenire in qualsiasi momento, la maggior parte di essi si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore.
L'attacco inizia con piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità massima di 25 nodi.
Con l'aiuto di imbarcazioni d'appoggio, che includono barche da pesca e imbarcazioni mercantili precedentemente catturate, il raggio di azione dei pirati è aumentato di gran lunga fino ad estendersi all'Oceano Indiano.
Nel 2011, su 437 incidenti in cui erano coinvolti pirati (abbordaggi, dirottamenti e spari contro navi mercantili) 257 avvennero a largo delle coste della Somalia.
Nel 2013, nelle stesse acque, ci sono stati soltanto 11 incidenti (mentre sono stati 216 in tutto il mondo).
Secondo il Dipartimento di Stato americano, che ha una divisione che si occupa in modo specifico della lotta alla pirateria, ci sono diverse ragioni per spiegare la diminuizione degli attacchi da parte della pirateria somala.
La prima: le società di navigazione hanno cominciato ad adottare varie pratiche per proteggere le loro navi dagli attacchi dei pirati.
Manovre ad alta velocità, in modo da generare onde così alte da danneggiare le imbarcazioni inseguitrici, idranti posizionati intorno alla nave che sparano getti in grado di affondare piccole imbarcazioni.
Oppure: aree della nave sigillate e impenetrabili, dove l’equipaggio può ritirarsi, dopo aver spento i motori, in attesa che arrivino i soccorsi.
Alcune società hanno anche dotato le navi di una scorta armata: una misura che protegge dai pirati con molta efficacia.
La seconda: il grande dispiegamento di navi da guerra lungo le coste somale da parte delle marine di 25 paesi diversi.
La terza: l’approccio sempre più deciso con cui i vari governi hanno perseguito i pirati una volta arrestati che spesso in passato veniva rilasciati subito dopo l’arresto per via di una serie di complicazioni del diritto marittimo.
Comunque generalmente una nave attaccata viene affrontata di fianco e sono usate armi di piccolo calibro per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'attracco.
Vengono utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, poi i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte per prendere il controllo operativo della nave.
MARE PERICOLOSI
I tratti di mare pericolosi per la navigazione sono tanti in tutto il mondo.
Alcuni Oceani sono rinomati per le violente e frequenti tempeste ma ci sono almeno quattro punti critici, rinomati in tutto il mondo e fin dall’antichità.
CAPO HORN
Capo Horn (in spagnolo Cabo de Hornos) viene indicato convenzionalmente come il punto più meridionale del Sudamerica.
Situato nell'arcipelago della Terra del Fuoco, nell'isola detta di capo Horn, non è in realtà il punto più meridionale del Sud America continentale che è rappresentato invece da Capo Froward.
A circa 100 km a sud-ovest di Capo Horn si trovano poi le piccole Isole Diego Ramirez, anch'esse considerate uno dei punti più a meridione del'America del sud.
Venne doppiato per la prima volta dagli europei il 26 gennaio 1616.
A scoprirla, nel 1616, furono due coraggiosi marinai olandesi, Schouten e Le Maire i quali non potevano raggiungere il Pacifico attraverso lo stretto di Magellano, scoperto quasi un secolo prima, perchè questo era riservato solo alle navi della Compagnia delle Indie.
Così prima di partire da Hoorn, la loro città natale da cui il nome dato all'isola e inglesizzato successivamente togliendo una o, le autorità dissero loro:
"Cari giovanotti, se scoprite una nuova rotta per andare nel Pacifico, allora potete commerciare liberamente, altrimenti...".
Altrimenti la galera perchè a quell' epoca nessuno poteva sfidare la Onorevole Compagnia, più potente di tutte le multinazionali di oggi messe insieme.
E galera fu perchè quando la loro nave arrivò nell' attuale Indonesia, Le Maire era misteriosamente morto e Schouten fu arrestato, mandato ad Amsterdam in catene e solo qualche anno dopo riabilitato.
Nessuno aveva creduto alla sua scoperta.
Comunque dal Capo si può scegliere di passare in mare aperto, dal canale di Drake, oppure nello Stretto di Magellano, attraverso le isole della Terra del Fuoco, che però offrono un passaggio lento e ricco di insidie.
In ogni caso Capo Horn va affrontato nella stagione estiva, quando le giornate durano circa 20 ore e le temperature sono un po meno proibitive.
Capo Horn è noto per le spesso avverse condizioni climatiche che rendono difficile il doppiarlo con imbarcazioni a vela.
Le acque aperte del Canale di Drake, a sud del capo, offrono ampi spazi di manovra, mentre lo stretto di Magellano, attraverso le isole della Terra del Fuoco, può offrire un passaggio lento e difficoltoso.
Il capo si trova nelle acque territoriali del Cile e la Marina di quel paese è rappresentata dal guardiano del faro che vi abita con la famiglia e che sovrintende la zona.
Il terreno è completamente privo di alberi, anche se la vegetazione è comunque presente grazie alle frequenti precipitazioni (il capo è spesso avvolto nella foschia e nella nebbia, essendo il tasso d'umidità dell'atmosfera sempre compreso tra il 70 % ed il 95 %).
Il motivo delle violenti tempeste che si infrangono su Capo Horn risiede nella costante presenza di vento da Ovest, che corre lungo l’Oceano australe, unita ad un repentino abbassamento della profondità del mare. Nello stretto di Drake il fondale passa improvvisamente da 4.000 m ad appena 100 m e questo causa la formazione di onde estremamente violente.
Questa impressionante differenza di profondità marina, unitamente alla forza dei venti circumpolari crea onde che spesso hanno il carattere della micidiale onda anomala, ragion per cui Capo Horn è considerato un "cimitero di navi".
Sotto capo Horn lo schiacciamento dovuto al basso fondale accorcia la lunghezza e aumenta l' altezza dell' onda con effetti disastrosi dovuti al rotolamento delle creste.
Non per niente ai timonieri delle navi impegnate a Capo Horn si ordinava di non guardare mai indietro. Come avrete capito, se le onde e i venti vanno da ovest a est, quella è anche la direzione più facile (si fa per dire!) in cui navigare.
Per chi invece vuole andare dall'Atlantico al Pacifico, Capo Horn può rivelarsi impossibile.
La navigazione controvento in quelle condizioni è una sfida mortale.
Questa è una delle ragioni per cui dopo la scoperta, Capo Horn fu poco frequentato dai velieri dei secoli passati.
L' ammiraglio inglese Lord Anson partito con otto navi nel 1741 arrivò nel Pacifico con tre soli vascelli perdendo un migliaio di uomini.
Capo Horn diventò celebre e frequentato solo verso la metà del secolo scorso quando la scoperta dell' oro in California spinse moltissimi velieri su quella rotta che era anche l' unica per collegare le due coste degli Stati Uniti.
Molti emigranti raggiunsero San Francisco ma molti altri riposano sotto Capo Horn.
Il primo yacht a vela a doppiare il capo è stato nel 1911 il Pandora di 11 metri dell' australiano Smeeton che però naufragò subito dopo e insieme ai sui tre compagni di sventura venne ripescato da una nave al largo delle Falkland.
Il primo navigatore solitario cui riuscì l' impresa fu invece l' argentino Vito Dumas che vi passò nel 1943 con una barca di appena nove metri.
I suoi venti terribili, soffiano tra i 160 km/h ed i 220 km/h e la grande massa d'acqua che vi confluisce fa scontrare le correnti atlantiche con quelle pacifiche.
I forti venti sono dovuti alle correnti d'aria da Ovest che corrono lungo l'Oceano australe, che poi colpiscono la catena delle Ande in Cile e sono forzate ad accelerare intorno a capo Horn, una roccia dalla forma semilunare ben definita, che cresce a picco dalle acque gelide, in altezza, avvicinandovisi progressivamente.
Esso segna il confine Nord del Passaggio di Drake, un braccio di mare tra Antartide e Terra del Fuoco, largo 440 miglia nautiche (quasi 815 km) che si abbassa drasticamente di profondità, così da creare un varco stretto tra il Sud America e l'Antartide.
I venti, come detto, sono spesso accompagnati da onde spaventose, che qui diventano ancora più impressionanti per la grande estensione dell'Oceano del Sud, che spesso è spinta da un regime di venti da Ovest a forzare attraverso il Passaggio di Drake.
La Marina ha registrato qui onde con altezze superiori ai 20 metri e non sono rari gli iceberg alla deriva.
La temperatura dell'aria è di 12 °C in estate (a gennaio) e di - 5 °C in inverno (a luglio).
La temperatura dell'acqua, invece, è sempre prossima allo zero.
PASSAGGIO A NORD-OVEST
Il leggendario Passaggio a Nord-Ovest è una rotta di circa 5.000 miglia, che va dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, attraversando l’arcipelago artico del Canada.
I primi tentativi di esplorazione risalgono al XV-XX secolo, quando gli europei iniziarono a cercare possibili rotte commerciali.
Il primo a completare il passaggio (in tre anni) fu il norvegese Roald Amundsen con un ex-peschereccio di 47 tonnellate.
Il passaggio a Nord-Ovest, una volta considerato quasi impossibile, si sta in realtà aprendo progressivamente per effetto del surriscaldamento globale.
I ghiacci si sono ritirati di diversi km, tanto da aprire la via anche alle grandi navi commerciali.
Nonostante ciò, resta uno dei tratti di mare più pericolosi da percorrere, a causa della costante presenza di ghiacci, che possono ancora bloccare il passaggio in ogni momento.
CAPO DI BUONA SPERANZA
Il Capo Di Buona Speranza, estremità meridionale del continente Africano, è un altro dei leggendari tratti di mare più pericolosi al mondo.
In realtà il punto più a sud e il punto d’incontro tra le acque del Oceano Atlantico e dell’Oceano Indiano sarebbe Capo Agulhas ma, chissà per quale motivo, la fama è toccata al Capo di Buona Speranza.
Il primo a doppiare questo angolo di mondo fu Bartolomeo Diaz, nel 1487, che lo chiamò “Capo tempestoso”.
Capo di Buona Speranza è infatti un altro di quei punti davvero critici per la navigazione.
Anche in questo caso si sommano l’incontro delle acque con differenti temperature e correnti, un abbassamento repentino del fondale, il forte vento da Ovest e le temperature antartiche.
Sono innumerevoli i naufragi documentati in questo tratto di mare, sia di barche da diporto che di navi commerciali.
Sicuramente conoscerete la leggenda dell’Olandese Volante, che aveva giurato di navigare in eterno pur di riuscire a doppiare il capo e che affondò ancora prima di passarlo.
CAPO LEEUWIN
Capo Leeuwin è considerato erroneamente il punto più a sud dell’Australia e il punto d’incontro tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Glaciale Antartico.
Il nome gli fu assegnato nel 1801 dal navigatore inglese Matthew Flinderscapo, in onore del vascello olandese “Leeuwin” che per primo lo doppiò, nel 1622.
Pur non essendo il punto più meridionale dell’Australia Capo Leeuwin fa parte delle “boe” naturali, utilizzate dalla maggior parte delle regate intorno al mondo (come la Vendée Globe)
Assieme agli altri due capi nominati fa parte della fascia di latitudine dei “Quaranta ruggenti“, così denominata proprio per indicare alcuni dei tratti di mare più pericolosi al mondo.
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Qui trovi l'indice completo ed aggiornato del blog: Indice Storie Sportive(Doping, Suicidi, Partite Vendute, Stake, etc)
Un mix unico di competizione, avventura e tecnologia dove si uniscono il fascino delle località toccate con il dramma e la resistenza dell’uomo agli elementi naturali.
Ognuno dei partecipanti ha una squadra velica composta da 11 membri d’equipaggio che possono gareggiare giorno e notte per più di 20 giorni alla volta in alcune tappe.
Ciascuno di essi assume diversi compiti a bordo della barca, e in cima a questi ruoli ci sono due marinai con formazione medica, un velaio, un ingegnere e un apposito membro dell'equipaggio dedito alle comunicazioni.
PERCORSO
Anche se il percorso è cambiato per adattarlo a vari porti di scalo, la gara parte in genere dall'Europa nel mese di ottobre, e nelle ultime edizioni ha avuto 9 o 10 tappe.
Il percorso per la gara 2008-2009 è stato modificato rispetto agli anni precedenti per includere per la prima volta scali in India ed in Asia.
Durante i nove mesi della Volvo Ocean Race 2011-12, le squadre hanno regatato le oltre 39.000 miglia nei più pericolosi mari del mondo, toccando Città del Capo, Abu Dhabi, Sanya, Auckland, passando da Capo Horn a Itajai, Miami, Lisbona e Lorient.
LA NASCITA
La “leggenda” vuole che tutto sia nato davanti una birra, su un bancone di un pub di Portsmouth.
Nel 1969 Robin Knox-Johnston vinse il Sunday Times Golden Globe Race entrando nella storia della vela: è stato il primo uomo a compiere una circumnavigazione in solitario del pianeta.
Pare che proprio la sua impresa colpì due personaggi chiave per la Volvo Ocean Race, Guy Pierce e Anthony Churchill, noti per le loro imprese in solitario e considerati i “padri” di questa competizione, convinti del potenziale di una regata simile a quella di Knox-Johnston ma affrontata in equipaggio.
All’epoca non esisteva una competizione simile e cominciarono a cercare uno sponsor che appoggiasse la loro idea, finché non la illustrarono alla Royal Naval Sailing Association.
Nel 1971, in quel famoso pub di Portsmouth, il colonnello Bill Whitbread e l’ammiraglio Otto Steiner della RNSA incontrarono Pierce e Churchill e tutto ebbe inizio.
I PERICOLI DEL MARE: TEMPESTE, DISPERSI E PIRATI
La prima competizione si è disputata nel 1973 e si chiamava Whitbread Race.
Vi parteciparono 17 imbarcazioni a vele quadre con a bordo 167 velisti che l’8 settembre partirono da Solent alla volta di Città del Capo.
La maggior parte erano semplici avventurieri “paganti” o marinai con poca esperienza: solo gli skipper erano pagati e avevano l’esperienza adeguata a questo tipo di navigazione.
All’epoca, inoltre, non esistevano le tecnologie odierne ed era tutto molto più spartano, qualità che rendeva la regata ancora più avvincente perché era probabilmente l’evento sportivo più lungo, difficile e pericoloso esistente.
E il pericolo fu subito evidente, visto che proprio in quella prima edizione tre velisti scomparsero in mare durante tempeste terribili.
Naturalmente ci fu chi subito chiese che la regata non venisse mai più ripetuta, ma il desiderio di avventura e di competizione ebbe la meglio e l’evento continuò ad esistere e a svolgersi ogni quattro anni.
Per oltre un trentennio la regata ha prodotto incredibili campioni, uno fra tutti il leggendario Peter Blake, lo skipper neozelandese che fu tragicamente assassinato dai pirati durante una missione di ricerca sul Rio delle Amazzoni, nel 2001.
I pirati gli spararono, uccidendolo, a bordo del suo veliero "Seamaster".
Ai tempi Sir Peter Blake, aveva 53 anni ed era stato il navigatore neozelandese del Team New Zealand vittorioso nelle due ultime Amarica's Cup, skipper nel 1995 a San Diego e presidente del team nel 2000 a Auckland.
La polizia brasiliana spiegò che a compiere l'omicidio era stato un gruppo di pirati conosciuti nella regione come "ratos da agua", topi di fiume: armati e mascherati sono saliti a bordo del veliero di soppiatto, di notte. La rapina è finita con una sparatoria.
Due membri dell'equipaggio di Blake sono stati feriti in modo serio e trasportati in ospedale.
Sempre secondo la polizia Blake ha reagito.
E' stato ucciso sul colpo.
I "topi di fiume" sono poi fuggiti rubando il motore del veliero e un orologio.
Nella prima edizione della Whitbread, Blake era imbarcato su Burton Cutter, ma fu solo in occasione della sesta edizione che fu incoronato come il campione più grande grazie alla vittoria in tutte le sei tappe dell’evento con Steinlager 2 (1989).
Altri nomi che hanno fatto la storia del giro del mondo, e della vela in generale, e che hanno partecipato alla “grande sfida” sono Dennis Conner, Paul Cayard, Chris Dickson, Eric Tabarly e Grant Dalton.
Nel tempo sono cambiate diverse cose.
Nel 2001-2002 il marchio Volvo acquistò l’evento, che fu ribattezzato Volvo Ocean Race, e portò una nuova forma di professionalità e un ruolo sempre più rilevante della vela come veicolo promozionale.
Gli equipaggi sono composti da 11 velisti professionisti (molti dei quali olimpici), la cui abilità, resistenza fisica e spirito agonistico vengono messi alla prova notte e giorno per oltre 30 giorni, in alcune delle tappe.
A bordo sono stati introdotti GPS, dissalatori e vari comfort nelle cabine e nella cambusa.
Nel 2008-09 l’evento è stato seguito in televisione da un miliardo e 300 milioni di persone.
La Volvo Ocean Race 2011-12 è stata l’11a edizione dell’evento, partita dal porto spagnolo di Alicante per finire a Galway, in Irlanda, nel luglio 2012.
Nel 2015 in corso la nuova edizione.
RACE CONTROL
Il cuore tecnologico della regata è il Race Control, ad Alicante, che ha tre scopi principali: la sicurezza delle barche, la gestione dei dati di posizionamento e la comunicazione con gli equipaggi, inclusa la trasmissione di una imponente massa di dati che vanno dalle e-mail personali, alle immagini fotografiche, testi, audio e video.
Quando la flotta è in navigazione, un gruppo di “ufficiali” gestisce l’operatività del Race Control costituendo il primo punto di contatto con le barche.
In eventuali situazioni critiche, il loro compito è quello di contattare il personale medico, il ceo della regata, il direttore e il servizio di soccorso in mare, il Rescue Coordination Centre, di Falmouth, nel Regno Unito.
Gli ufficiali monitorano e comunicano con la flotta attraverso uno speciale sistema detto Race Management System (RMS), mentre un enorme schermo mostra le immagini fotografiche e video provenienti dalle barche e un race tracker (sistema di posizionamento) ne indica la posizioni su una carta Google Earth.
Il centro ha otto posizioni di controllo, ognuna delle quali riporta dati differenti: meteo, posizione, temperatura dell’acqua, altezza delle onde etc.
Il monitoraggio della flotta è reso possibile dalla tecnologia satellitare.
Ogni barca è dotata di due unità di tracking, una collegata all’impianto elettrico (batteria/motore) usata come back up e in caso d’emergenza, e una portatile che può essere eventualmente utilizzata sulla zattera di salvataggio.
Nel caso in cui gli ufficiali di guardia non ricevano la posizione, questo sistema secondario può essere usato con una frequenza che va dall’ora fino a cinque minuti, per la gestione della crisi.
Grazie alla tecnologia satellitare, la flotta è in grado di connettersi al server della Volvo Ocean Race per scaricare le previsioni due volte al giorno.
I file contengono mappe e diagrammi meteo, immagini satellitari della copertura nuvolosa, mappe isobariche, del vento e dei fronti.
Gli equipaggi possono utilizzare tali dati con i software di navigazione che permettono loro di comparare e avere conferma delle situazioni meteo con le previsioni.
Il Race Control funziona anche da tramite fra il media team e la flotta, su ognuno degli scafi è infatti imbarcato un componente dell’equipaggio (media crew member) responsabile di produrre immagini foto e video della vita di bordo e di inviarle a terra.
OCEANO PACIFICO E TEMPERATURE
Le temperature scendono, compaiono coperte, a bordo si effettuano ispezioni approfondite ad albero e sartiame e si mettono in sicurezza gli effetti personali in vista del deteriorarsi delle condizioni meteo.
Segnali che richiamano il profondo sud, ma prima, per gli equipaggi, l’imperativo è stare concentrati sul raggiungimento del cancello posto a 36 gradi di latitudine sud, primo mark della frazione che assegnerà punti pesanti ai fini della classifica generale.
Wouter Verbraak, navigatore di Green Dragon: “Mi fa piacere vedere che tutti stanno prendendo sul serio l’aspetto sicurezza: dentro noi c’è ancora il ricordo della morte di Hans Horrevoets, finito in mare nel corso dell’ultima Volvo da bordo di ABN Amro Two.
Guillermo Altadill ha esortato tutti ad indossare le cinture di sicurezza, ricordando che il salvagente garantisce solo di poter galleggiare anche da morti.
Alle velocità raggiunte da queste barche, non c’è tempo per tornare indietro prima che l’ipotermia abbia completato il suo lavoro. E’ una realtà da tenere bene a mente”.
OCEANO INDIANO E RISCHIO PIRATI
Gli organizzatori della regata avevano annunciato nell' agosto 2011 che il percorso della seconda e terza tappa sarebbe stato ridisegnato a causa dell’aumentato rischio di attacchi di pirateria nell’Oceano Indiano(vicino la Somalia).
A pochi giorni dalla partenza della seconda tappa da Città del Capo, Jack Lloyd (direttore di regata) rese pubbliche parti del piano.
Le misure di sicurezza furono molto severe: la prima prevedeva una zona di esclusione che non permetteva alle barche di navigare in acque pericolose; la seconda prevedeva che gli scafi si dirigessero verso un porto sicuro per essere caricati su una nave che li ha trasportati verso la costa settentrionale degli Emirati, seguendo una rotta il più possibile sicura.
Da quella località, le barche hanno navigato in regata fino ad Abu Dhabi, con una prova sprint.
Per la terza tappa si ripete il processo ma in maniera inversa, le barche partono da Abu Dhabi e sono poi caricate su una nave per raggiungere un porto sicuro e di lì riprendono la terza tappa con destinazione Sanya, in Cina.
LO SVILUPPO DELLA PIRATERIA NELL'OCEANO INDIANO
La pirateria soprattutto nelle zone della Somalia e dell'Indonesia si sviluppò nei primi anni 90.
Per contrastare questa minaccia è stata creata una task force navale internazionale denominata Combined Task Force 150, che si assume il compito di contrastare militarmente l'azione dei pirati.
Nel 2006 si registrò un lieve calo della pirateria in seguito all'attività dell'Unione delle Corti Islamiche. Tuttavia in seguito alla guerra in Somalia, sempre nel 2006 c'è stato un ulteriore incremento degli attacchi.
Nel maggio 2008 i guerriglieri islamici che si oppongono al Governo Federale di Transizione somalo hanno attaccato i pirati.
Nel giugno 2008 il governo somalo ha inviato una lettera con la quale richiedeva l'aiuto della comunità internazionale nell'affrontare atti di pirateria contro le navi che passano al largo delle coste somale.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato varie risoluzioni sulla pirateria somala, tramite le quali viene consentito alle nazioni che hanno preso accordi con il governo federale transitorio somalo, di entrare nelle acque territoriali somale per inseguire i pirati.
La Russia nel settembre 2008 ha annunciato di voler contribuire allo sforzo internazionale nella lotta contro la pirateria.
Nonostante il grande dispiegamento di forze da parte delle varie marine nazionali interessate, il fenomeno nel 2009 si è spostato verso le acque più profonde, minacciando navi a centinaia di km al largo delle coste somale.
Il 25 aprile 2009 al largo delle coste somale un'imbarcazione di pirati tenta di abbordare una nave da crociera italiana, la MSC Melody, con 991 passeggeri a bordo, ma il comandante Ciro Pinto riesce con delle manovre evasive a sfuggire, nonostante i pirati sparino con i Kalašnikov.
Nel 2010 un cargo con bandiera panamense ma con proprietà negli Emirati Arabi Uniti hanno reagito con successo ad un attacco e successivamente allertato una nave di pattuglia nella zona, il cui elicottero ha trovato l'imbarcazione attaccante con sette uomini a bordo, uno dei quali ucciso dal fuoco di armi leggere.
L'8 febbraio 2011 la petroliera italiana Savina Caylin da 105.000 t è stata sequestrata da pirati somali 500 miglia al largo delle coste africane, a metà strada con la costa indiana.
La nave è stata rilasciata solo a fine dicembre 2011.
Il 27 dicembre è stata sequestrata la nave Enrico Ievoli.
Altro attacco il 15 gennaio 2012 alla cisterna italiana Valdarno, sventato da una squadra della Marina Militare italiana dopo che l'equipaggio aveva dato l'allarme via radio e si era rifugiato nella cittadella (il locale blindato della nave) in attesa dei soccorsi.
Nell'incidente del 15 febbraio 2012, a circa 20 miglia nautiche dalla costa dell'India meridionale, nello Stato di Kerala, il distaccamento di protezione naviglio (DPN) a bordo della petroliera NM Enrica Lexie ritiene di aver sventato un tentativo di abbordaggio, sparando e mettendo in fuga un battello avvicinatosi alla nave.
L'attacco tipico dei pirati somali mostra che, anche se gli attacchi possono avvenire in qualsiasi momento, la maggior parte di essi si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore.
L'attacco inizia con piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità massima di 25 nodi.
Con l'aiuto di imbarcazioni d'appoggio, che includono barche da pesca e imbarcazioni mercantili precedentemente catturate, il raggio di azione dei pirati è aumentato di gran lunga fino ad estendersi all'Oceano Indiano.
Nel 2011, su 437 incidenti in cui erano coinvolti pirati (abbordaggi, dirottamenti e spari contro navi mercantili) 257 avvennero a largo delle coste della Somalia.
Nel 2013, nelle stesse acque, ci sono stati soltanto 11 incidenti (mentre sono stati 216 in tutto il mondo).
Secondo il Dipartimento di Stato americano, che ha una divisione che si occupa in modo specifico della lotta alla pirateria, ci sono diverse ragioni per spiegare la diminuizione degli attacchi da parte della pirateria somala.
La prima: le società di navigazione hanno cominciato ad adottare varie pratiche per proteggere le loro navi dagli attacchi dei pirati.
Manovre ad alta velocità, in modo da generare onde così alte da danneggiare le imbarcazioni inseguitrici, idranti posizionati intorno alla nave che sparano getti in grado di affondare piccole imbarcazioni.
Oppure: aree della nave sigillate e impenetrabili, dove l’equipaggio può ritirarsi, dopo aver spento i motori, in attesa che arrivino i soccorsi.
Alcune società hanno anche dotato le navi di una scorta armata: una misura che protegge dai pirati con molta efficacia.
La seconda: il grande dispiegamento di navi da guerra lungo le coste somale da parte delle marine di 25 paesi diversi.
La terza: l’approccio sempre più deciso con cui i vari governi hanno perseguito i pirati una volta arrestati che spesso in passato veniva rilasciati subito dopo l’arresto per via di una serie di complicazioni del diritto marittimo.
Comunque generalmente una nave attaccata viene affrontata di fianco e sono usate armi di piccolo calibro per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'attracco.
Vengono utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, poi i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte per prendere il controllo operativo della nave.
MARE PERICOLOSI
I tratti di mare pericolosi per la navigazione sono tanti in tutto il mondo.
Alcuni Oceani sono rinomati per le violente e frequenti tempeste ma ci sono almeno quattro punti critici, rinomati in tutto il mondo e fin dall’antichità.
CAPO HORN
Capo Horn (in spagnolo Cabo de Hornos) viene indicato convenzionalmente come il punto più meridionale del Sudamerica.
Situato nell'arcipelago della Terra del Fuoco, nell'isola detta di capo Horn, non è in realtà il punto più meridionale del Sud America continentale che è rappresentato invece da Capo Froward.
A circa 100 km a sud-ovest di Capo Horn si trovano poi le piccole Isole Diego Ramirez, anch'esse considerate uno dei punti più a meridione del'America del sud.
Venne doppiato per la prima volta dagli europei il 26 gennaio 1616.
A scoprirla, nel 1616, furono due coraggiosi marinai olandesi, Schouten e Le Maire i quali non potevano raggiungere il Pacifico attraverso lo stretto di Magellano, scoperto quasi un secolo prima, perchè questo era riservato solo alle navi della Compagnia delle Indie.
Così prima di partire da Hoorn, la loro città natale da cui il nome dato all'isola e inglesizzato successivamente togliendo una o, le autorità dissero loro:
"Cari giovanotti, se scoprite una nuova rotta per andare nel Pacifico, allora potete commerciare liberamente, altrimenti...".
Altrimenti la galera perchè a quell' epoca nessuno poteva sfidare la Onorevole Compagnia, più potente di tutte le multinazionali di oggi messe insieme.
E galera fu perchè quando la loro nave arrivò nell' attuale Indonesia, Le Maire era misteriosamente morto e Schouten fu arrestato, mandato ad Amsterdam in catene e solo qualche anno dopo riabilitato.
Nessuno aveva creduto alla sua scoperta.
Comunque dal Capo si può scegliere di passare in mare aperto, dal canale di Drake, oppure nello Stretto di Magellano, attraverso le isole della Terra del Fuoco, che però offrono un passaggio lento e ricco di insidie.
In ogni caso Capo Horn va affrontato nella stagione estiva, quando le giornate durano circa 20 ore e le temperature sono un po meno proibitive.
Capo Horn è noto per le spesso avverse condizioni climatiche che rendono difficile il doppiarlo con imbarcazioni a vela.
Le acque aperte del Canale di Drake, a sud del capo, offrono ampi spazi di manovra, mentre lo stretto di Magellano, attraverso le isole della Terra del Fuoco, può offrire un passaggio lento e difficoltoso.
Il capo si trova nelle acque territoriali del Cile e la Marina di quel paese è rappresentata dal guardiano del faro che vi abita con la famiglia e che sovrintende la zona.
Il terreno è completamente privo di alberi, anche se la vegetazione è comunque presente grazie alle frequenti precipitazioni (il capo è spesso avvolto nella foschia e nella nebbia, essendo il tasso d'umidità dell'atmosfera sempre compreso tra il 70 % ed il 95 %).
Il motivo delle violenti tempeste che si infrangono su Capo Horn risiede nella costante presenza di vento da Ovest, che corre lungo l’Oceano australe, unita ad un repentino abbassamento della profondità del mare. Nello stretto di Drake il fondale passa improvvisamente da 4.000 m ad appena 100 m e questo causa la formazione di onde estremamente violente.
Questa impressionante differenza di profondità marina, unitamente alla forza dei venti circumpolari crea onde che spesso hanno il carattere della micidiale onda anomala, ragion per cui Capo Horn è considerato un "cimitero di navi".
Sotto capo Horn lo schiacciamento dovuto al basso fondale accorcia la lunghezza e aumenta l' altezza dell' onda con effetti disastrosi dovuti al rotolamento delle creste.
Non per niente ai timonieri delle navi impegnate a Capo Horn si ordinava di non guardare mai indietro. Come avrete capito, se le onde e i venti vanno da ovest a est, quella è anche la direzione più facile (si fa per dire!) in cui navigare.
Per chi invece vuole andare dall'Atlantico al Pacifico, Capo Horn può rivelarsi impossibile.
La navigazione controvento in quelle condizioni è una sfida mortale.
Questa è una delle ragioni per cui dopo la scoperta, Capo Horn fu poco frequentato dai velieri dei secoli passati.
L' ammiraglio inglese Lord Anson partito con otto navi nel 1741 arrivò nel Pacifico con tre soli vascelli perdendo un migliaio di uomini.
Capo Horn diventò celebre e frequentato solo verso la metà del secolo scorso quando la scoperta dell' oro in California spinse moltissimi velieri su quella rotta che era anche l' unica per collegare le due coste degli Stati Uniti.
Molti emigranti raggiunsero San Francisco ma molti altri riposano sotto Capo Horn.
Il primo yacht a vela a doppiare il capo è stato nel 1911 il Pandora di 11 metri dell' australiano Smeeton che però naufragò subito dopo e insieme ai sui tre compagni di sventura venne ripescato da una nave al largo delle Falkland.
Il primo navigatore solitario cui riuscì l' impresa fu invece l' argentino Vito Dumas che vi passò nel 1943 con una barca di appena nove metri.
I suoi venti terribili, soffiano tra i 160 km/h ed i 220 km/h e la grande massa d'acqua che vi confluisce fa scontrare le correnti atlantiche con quelle pacifiche.
I forti venti sono dovuti alle correnti d'aria da Ovest che corrono lungo l'Oceano australe, che poi colpiscono la catena delle Ande in Cile e sono forzate ad accelerare intorno a capo Horn, una roccia dalla forma semilunare ben definita, che cresce a picco dalle acque gelide, in altezza, avvicinandovisi progressivamente.
Esso segna il confine Nord del Passaggio di Drake, un braccio di mare tra Antartide e Terra del Fuoco, largo 440 miglia nautiche (quasi 815 km) che si abbassa drasticamente di profondità, così da creare un varco stretto tra il Sud America e l'Antartide.
I venti, come detto, sono spesso accompagnati da onde spaventose, che qui diventano ancora più impressionanti per la grande estensione dell'Oceano del Sud, che spesso è spinta da un regime di venti da Ovest a forzare attraverso il Passaggio di Drake.
La Marina ha registrato qui onde con altezze superiori ai 20 metri e non sono rari gli iceberg alla deriva.
La temperatura dell'aria è di 12 °C in estate (a gennaio) e di - 5 °C in inverno (a luglio).
La temperatura dell'acqua, invece, è sempre prossima allo zero.
PASSAGGIO A NORD-OVEST
Il leggendario Passaggio a Nord-Ovest è una rotta di circa 5.000 miglia, che va dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, attraversando l’arcipelago artico del Canada.
I primi tentativi di esplorazione risalgono al XV-XX secolo, quando gli europei iniziarono a cercare possibili rotte commerciali.
Il passaggio a Nord-Ovest, una volta considerato quasi impossibile, si sta in realtà aprendo progressivamente per effetto del surriscaldamento globale.
I ghiacci si sono ritirati di diversi km, tanto da aprire la via anche alle grandi navi commerciali.
Nonostante ciò, resta uno dei tratti di mare più pericolosi da percorrere, a causa della costante presenza di ghiacci, che possono ancora bloccare il passaggio in ogni momento.
CAPO DI BUONA SPERANZA
Il Capo Di Buona Speranza, estremità meridionale del continente Africano, è un altro dei leggendari tratti di mare più pericolosi al mondo.
In realtà il punto più a sud e il punto d’incontro tra le acque del Oceano Atlantico e dell’Oceano Indiano sarebbe Capo Agulhas ma, chissà per quale motivo, la fama è toccata al Capo di Buona Speranza.
Il primo a doppiare questo angolo di mondo fu Bartolomeo Diaz, nel 1487, che lo chiamò “Capo tempestoso”.
Capo di Buona Speranza è infatti un altro di quei punti davvero critici per la navigazione.
Anche in questo caso si sommano l’incontro delle acque con differenti temperature e correnti, un abbassamento repentino del fondale, il forte vento da Ovest e le temperature antartiche.
Sono innumerevoli i naufragi documentati in questo tratto di mare, sia di barche da diporto che di navi commerciali.
Sicuramente conoscerete la leggenda dell’Olandese Volante, che aveva giurato di navigare in eterno pur di riuscire a doppiare il capo e che affondò ancora prima di passarlo.
CAPO LEEUWIN
Capo Leeuwin è considerato erroneamente il punto più a sud dell’Australia e il punto d’incontro tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Glaciale Antartico.
Il nome gli fu assegnato nel 1801 dal navigatore inglese Matthew Flinderscapo, in onore del vascello olandese “Leeuwin” che per primo lo doppiò, nel 1622.
Pur non essendo il punto più meridionale dell’Australia Capo Leeuwin fa parte delle “boe” naturali, utilizzate dalla maggior parte delle regate intorno al mondo (come la Vendée Globe)
Assieme agli altri due capi nominati fa parte della fascia di latitudine dei “Quaranta ruggenti“, così denominata proprio per indicare alcuni dei tratti di mare più pericolosi al mondo.
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martedì 28 aprile 2015
La Fastnet Race e La Tragedia Del 1979
La Fastnet Race è una gara fra imbarcazioni che si disputa al largo delle coste della Gran Bretagna.
Viene disputata ogni due anni ed è lunga 608 miglia nautiche.
Il percorso inizia al largo del porto di Cowes sull'isola di Wight, raggiunge lo scoglio di Fastnet vicino alla costa di sud-ovest dell'Irlanda e girato attorno ad esso si dirige verso Plymouth passando a sud dell'isola di Scilly.
Il Trofeo assegnato al vincitore è la Fastnet Challenge Cup.
La prima edizione della Fastnet venne vinta dall'imbarcazione britannica Jolie Brise nel 1925.
La International Offshore Rule (IOR) venne introdotta nel 1973 con le imbarcazioni che iniziarono ad esibire sponsorizzazioni.
La gara si svolge sempre lungo un percorso oceanico con acque agitate e venti molto forti.
Una delle edizioni passate alla storia per la sua tragicità fu quella del 1979.
FASTNET 1979
L’importante competizione, aveva preso il via, puntualissima, alle 13:30 di due giorni prima, sabato 11 agosto.
Approfittando della bella giornata di sole, migliaia di persone erano convenute nei pressi del porto di Cowes, nell’isola di Wight, per assistere alle affascinanti procedure della partenza.
Le oltre trecento imbarcazioni iscritte costituivano un vero e proprio record e un innegabile successo organizzativo.
Oltre alle cinquantasette partecipanti all’Admiral’s Cup, al via erano infatti presenti anche una sessantina di barche di quinta classe e circa duecento scafi indipendenti.
In gara c’erano quasi tremila uomini, la maggior parte dei quali semplici appassionati.
Un numero enorme, spiegabile solo grazie alle particolari condizioni meteorologiche in cui di norma si svolgeva la regata: mare calmo, venti leggeri e temperature miti.
Così, una dopo l’altra, le sei classi in cui erano stati inseriti i regatanti, presero il via.
La favorevole corrente presente nel Solent, lo stretto canale che separa l’isola di Wight dalla terraferma, spinse in poco tempo tutti i partecipanti oltre i bianchi bastioni dei Needles e, quindi, nel canale della Manica dove, a causa di un buon vento da sud-ovest, adottarono una tranquilla e obbligata navigazione di bolina.
Ma la Fastnet Race non è mai stata una gara semplice, anzi.
Dopo aver lasciato Cowes, le barche devono infatti costeggiare le coste della Cornovaglia, attraversare il mare d’Irlanda, doppiare il Fastnet Rock e, infine, rientrare nel porto di Plymouth.
In totale poco più di seicento miglia nautiche, di cui oltre la metà in pieno Oceano.
Sullo sfondo, a completare il quadro, la possibilità di incontrare insidie ambientali di una certa pericolosità.
Come avvenne quella volta.
Due giorni dopo, infatti, a ovest della Cornovaglia, le condizioni meteo subirono svariati mutamenti, tutti concentrati in poche ore: prima la nebbia, quindi la bonaccia e il tramonto infuocato, infine il giro e il rinforzo del vento.
Dunque la Fastnet Race del 1979 è tristemente nota come la più tragica regata di tutti i tempi, segnò un punto di svolta dal punto di vista delle azioni da compiere per incrementare la sicurezza in regata.
Un’insolita tinta rossa, attraversata da lunghe striature arancioni, infiammò l’intera volta, riflettendosi sulle onde che restituivano bagliori e riflessi inconsueti.
Un tramonto vagamente inquietante, sicuramente spettacolare.
Di sera, poi, il tempo cambiò ancora: il vento, che ora soffiava a venticinque nodi, ruotò verso sud-ovest, spingendo contro gli scafi che avevano già doppiato il faro di Land’s End, in Cornovaglia, onde sempre più grandi e nuvole che non promettevano nulla di buono.
Nel tardo pomeriggio di lunedì 13 agosto 1979 il cielo cominciò ad assumere una colorazione strana.
È vero che il meteo britannico aveva escluso la possibilità di una tempesta, ma l’evidenza diceva un’altra cosa.
Tutti, anche gli skipper più esperti, pretesero allora di essere rassicurati sull’evoluzione delle condizioni del tempo.
La Guardia Costiera, contravvenendo alle regole che vietavano ogni forma di assistenza, ebbe il compito di tranquillizzare i regatanti: per quel tratto di mare la BBC, che ogni sei ore emetteva un bollettino meteorologico, aveva sì individuato un vortice di bassa pressione in rapido transito, ma aveva anche escluso precipitazioni importanti.
Il suo minimo depressionario, di 1.010 millibar, non poteva infatti costituire un rischio reale per le imbarcazioni.
Raffiche sostenute (fino a trentatré nodi), alimentate da un vento forza sei/sette, erano previste soltanto nell’area circostante il faro di Fastnet.
Condizioni sicuramente difficili, ma niente di veramente pericoloso.
La ritrovata tranquillità da parte della maggior parte dei concorrenti durò tuttavia ben poco.
Negli stessi momenti, il mare, sollecitato da un vivace vento da nord-est, iniziò ad aumentare d’intensità.
La brezza, che aveva accompagnato fino a quel mattino le imbarcazioni in gara, era solo un ricordo, così come la strana cappa di nebbia, con relativa bonaccia, che subito dopo aveva avvolto i concorrenti.
La corsa verso il Fastnet Rock, lo scoglio irlandese da sempre boa naturale di metà percorso della prestigiosa Fastnet Race, era stata fortemente rallentata.
Appena calato il buio, infatti, il vento raddoppiò velocemente di intensità, mandando fuori scala gli anemometri.
Quando, poi, i barometri di bordo registrarono un crollo verticale della pressione atmosferica, fu chiaro a tutti che la tempesta che la BBC aveva così frettolosamente escluso stava invece per scoppiare.
Le condizioni del tempo e del mare si fecero subito molto difficili, tanto da spingere molti skipper ad ammainare anche le piccole e resistenti vele tormentine, che fin dal tramonto avevano sostituito gli spinnaker, i genoa e i fiocchi issati nel pomeriggio.
Servì a poco, anzi, a posteriori questa decisione si rivelò un errore.
Privati anche della velatura più robusta, che avrebbe almeno garantito una propulsione minima, ma sufficiente per governare meglio la situazione, quasi tutti gli scafi, soprattutto i più piccoli, si trovarono ben presto in balia degli elementi.
Molti alberi maestri e timoni furono distrutti dalla forza del vento e scaraventati in mare da autentici muri d’acqua che, in qualche caso, ghermirono anche alcuni sventurati marinai.
MORTI E SUPERSTITI
Le operazioni di recupero cominciarono quella notte stessa e coinvolsero circa quattromila uomini a bordo di mezzi navali britannici, irlandesi e olandesi.
A partire dalle prime luci dell’alba di martedì, con i venti calati sotto i quaranta nodi, poterono intervenire anche alcuni elicotteri Sea King che trassero in salvo centinaia di persone.
Di quindici marinai non si ebbero invece mai più notizie.
Alla fine, delle oltre trecento imbarcazioni iscritte, se ne ritirarono centonovantaquattro, quasi tutte appartenenti alle classi inferiori, cinque affondarono e ventiquattro vennero abbandonate in mare.
Per la cronaca la gara la vinse il Tenacious, uno scafo di proprietà del miliardario Ted Turner, che all’alba di martedì aveva doppiato il Fastnet Rock sommerso da onde alte venti metri.
Il veliero americano non fu tuttavia salutato dal consueto entusiasmo riservato al vincitore.
Gli spettatori presenti all’arrivo, infatti, decisero che, quella volta, la Fastnet Race l’avrebbe vinta ogni equipaggio che sarebbe riuscito a rientrare sano e salvo a Plymouth.
Migliaia di occhi commossi rimasero così in attesa a scrutare l’orizzonte.
Al termine della regata solo 85 yacht, la maggior parte delle classi maggiori, portarono a termine la sfida che stando alla cronache dell’epoca non fu neanche stilata ufficialmente.
In totale ci furono 15 morti e ben 24 equipaggi dovettero lasciare le loro barche.
Molte colarono a picco insieme ai membri degli equipaggi, mentre otre 130 persone furono miracolosamente salvate dalla morte grazie all’eroico intervento delle squadre di soccorso inglesi e bretoni che si mobilitarono in tempo per rendere meno tragico il numero delle perdite.
La tempesta fu talmente furiosa che si registrarono onde alte anche 20/25 metri che frangendosi sulle barche le spazzarono via.
Velocità di oltre 70 nodi (125 km/h).
Insomma condizioni da uragano tropicale, amplificate dai bassi fondali dei Western Approaches.
A registrare le perdite maggiori furonoovviamente le piccole imbarcazioni molto leggere e non certo adatte ad affrontare simili condizioni meteo marine.
Le regole IOR dell’epoca permettevano infatti la partecipazione di molti scafi dal dislocamento medio leggero e con poca stabilità iniziale così che le onde li capovolsero più volte sbattendo fuori bordo i marinai.
QUALCHE NUMERO E GLI ERRORI COMMESSI
Delle 303 barche partite, 235 rimasero nella tempesta.
In generale:
46 barche cercarono di fuggire.
26 preferirono mettersi alla cappa con la tormentina a riva(molte di queste sono state ribaltate).
86 barche ammainarono le vele, rifugiandosi all'interno.
Complessivamente 76 barche si sono capovolte e 5 sono affondate con 24 equipaggi che hanno abbandonato le barche cercando di fuggire con delle zattere(sulle imbarcazioni ormai imperversavano le onde con alberi maestri distrutti, oggetti spostati da una parte all'altra e soprattutto gelo).
Più vittime sono state riscontrate negli equipaggi che si sono messi a cappa e soprattutto tra coloro che hanno abbandonato le barche rifugiandosi sulle zattere(molte si sono capovolte, altre sono state sommerse dalle onde per la rottura delle vele con gli equipaggi che sono rimasti al gelo).
24 barche sono state trovate quasi integre, anche se vuote dagli equipaggi.
Furono 15 le vittime con 6 dispersi in mare.
Centinaia i semi-assiderati recuperati in mare, 138 invece furono recuperati dai vari elicotteri.
ABBANDONATI NELLA TEMPESTA
Molti sopravvissuti alla tempesta negli anni hanno narrato le loro disavventure in vari libri, ma tra quelli in vendita il più bello e commovente è senz’altro quello scritto da Nick Ward: “Abbandonati Nella Tempesta” Nick, insieme ad altri cinque compagni di avventura, faceva parte dell’equipaggio del Grimalkin, un quinta classe che si trovò praticamente nell’occhio del ciclone dove la pressione scese fino a 979 millibar e si sollevarono onde alte come palazzi.
In quella notte di terrore Nick Ward si risvegliò in acqua dopo aver perso coscienza.
Per sua fortuna la cintura di sicurezza resistette alla forza delle onde e si ritrovò solo sul Grimalkin con Gerry Winks che moribondo lo lasciò dopo poco averlo riportato a bordo della barca ormai completamente alla deriva.
Gli altri membri dell’equipaggio, Matt Sheahan, Mike Doyle e Dave Wheeler, se n’erano andati su una zattera convinti che i due superstiti fossero morti come il padre di Matt mai più ritrovato.
La narrazione cruda ed aspra di quei momenti prima del salvataggio, avvenuto alle 20:45 del 14 agosto, rendono questo libro unico e coinvolgente tanto che sembra quasi di rivivere i tragici eventi.
Per oltre quindici di ore, Nick Ward sopravvisse sulla barca disalberata che, per sua fortuna, non voleva affondare.
Gerry gli morì tra le braccia e lui ne raccolse le ultime parole in ricordo della moglie adorata.
Secondo quanto emerge dal testo fu proprio il cadavere di Gerry, a cui Nick Ward si aggrappò per resistere, a dargli la forza di non morire.
Per ore e ore gli parlò, s’immaginò le sue risposte, arrivo persino ad insultarlo e buttarlo fuori bordo.
Il racconto di quel folle delirio notturno è certamente la parte più angosciosa ma anche più bella del libro.
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Viene disputata ogni due anni ed è lunga 608 miglia nautiche.
Il percorso inizia al largo del porto di Cowes sull'isola di Wight, raggiunge lo scoglio di Fastnet vicino alla costa di sud-ovest dell'Irlanda e girato attorno ad esso si dirige verso Plymouth passando a sud dell'isola di Scilly.
Il Trofeo assegnato al vincitore è la Fastnet Challenge Cup.
La prima edizione della Fastnet venne vinta dall'imbarcazione britannica Jolie Brise nel 1925.
La International Offshore Rule (IOR) venne introdotta nel 1973 con le imbarcazioni che iniziarono ad esibire sponsorizzazioni.
La gara si svolge sempre lungo un percorso oceanico con acque agitate e venti molto forti.
Una delle edizioni passate alla storia per la sua tragicità fu quella del 1979.
FASTNET 1979
L’importante competizione, aveva preso il via, puntualissima, alle 13:30 di due giorni prima, sabato 11 agosto.
Approfittando della bella giornata di sole, migliaia di persone erano convenute nei pressi del porto di Cowes, nell’isola di Wight, per assistere alle affascinanti procedure della partenza.
Le oltre trecento imbarcazioni iscritte costituivano un vero e proprio record e un innegabile successo organizzativo.
Oltre alle cinquantasette partecipanti all’Admiral’s Cup, al via erano infatti presenti anche una sessantina di barche di quinta classe e circa duecento scafi indipendenti.
In gara c’erano quasi tremila uomini, la maggior parte dei quali semplici appassionati.
Un numero enorme, spiegabile solo grazie alle particolari condizioni meteorologiche in cui di norma si svolgeva la regata: mare calmo, venti leggeri e temperature miti.
Così, una dopo l’altra, le sei classi in cui erano stati inseriti i regatanti, presero il via.
La favorevole corrente presente nel Solent, lo stretto canale che separa l’isola di Wight dalla terraferma, spinse in poco tempo tutti i partecipanti oltre i bianchi bastioni dei Needles e, quindi, nel canale della Manica dove, a causa di un buon vento da sud-ovest, adottarono una tranquilla e obbligata navigazione di bolina.
Ma la Fastnet Race non è mai stata una gara semplice, anzi.
Dopo aver lasciato Cowes, le barche devono infatti costeggiare le coste della Cornovaglia, attraversare il mare d’Irlanda, doppiare il Fastnet Rock e, infine, rientrare nel porto di Plymouth.
In totale poco più di seicento miglia nautiche, di cui oltre la metà in pieno Oceano.
Sullo sfondo, a completare il quadro, la possibilità di incontrare insidie ambientali di una certa pericolosità.
Come avvenne quella volta.
Due giorni dopo, infatti, a ovest della Cornovaglia, le condizioni meteo subirono svariati mutamenti, tutti concentrati in poche ore: prima la nebbia, quindi la bonaccia e il tramonto infuocato, infine il giro e il rinforzo del vento.
Dunque la Fastnet Race del 1979 è tristemente nota come la più tragica regata di tutti i tempi, segnò un punto di svolta dal punto di vista delle azioni da compiere per incrementare la sicurezza in regata.
Un’insolita tinta rossa, attraversata da lunghe striature arancioni, infiammò l’intera volta, riflettendosi sulle onde che restituivano bagliori e riflessi inconsueti.
Un tramonto vagamente inquietante, sicuramente spettacolare.
Di sera, poi, il tempo cambiò ancora: il vento, che ora soffiava a venticinque nodi, ruotò verso sud-ovest, spingendo contro gli scafi che avevano già doppiato il faro di Land’s End, in Cornovaglia, onde sempre più grandi e nuvole che non promettevano nulla di buono.
Nel tardo pomeriggio di lunedì 13 agosto 1979 il cielo cominciò ad assumere una colorazione strana.
È vero che il meteo britannico aveva escluso la possibilità di una tempesta, ma l’evidenza diceva un’altra cosa.
Tutti, anche gli skipper più esperti, pretesero allora di essere rassicurati sull’evoluzione delle condizioni del tempo.
La Guardia Costiera, contravvenendo alle regole che vietavano ogni forma di assistenza, ebbe il compito di tranquillizzare i regatanti: per quel tratto di mare la BBC, che ogni sei ore emetteva un bollettino meteorologico, aveva sì individuato un vortice di bassa pressione in rapido transito, ma aveva anche escluso precipitazioni importanti.
Il suo minimo depressionario, di 1.010 millibar, non poteva infatti costituire un rischio reale per le imbarcazioni.
Raffiche sostenute (fino a trentatré nodi), alimentate da un vento forza sei/sette, erano previste soltanto nell’area circostante il faro di Fastnet.
Condizioni sicuramente difficili, ma niente di veramente pericoloso.
La ritrovata tranquillità da parte della maggior parte dei concorrenti durò tuttavia ben poco.
Negli stessi momenti, il mare, sollecitato da un vivace vento da nord-est, iniziò ad aumentare d’intensità.
La brezza, che aveva accompagnato fino a quel mattino le imbarcazioni in gara, era solo un ricordo, così come la strana cappa di nebbia, con relativa bonaccia, che subito dopo aveva avvolto i concorrenti.
La corsa verso il Fastnet Rock, lo scoglio irlandese da sempre boa naturale di metà percorso della prestigiosa Fastnet Race, era stata fortemente rallentata.
Appena calato il buio, infatti, il vento raddoppiò velocemente di intensità, mandando fuori scala gli anemometri.
Quando, poi, i barometri di bordo registrarono un crollo verticale della pressione atmosferica, fu chiaro a tutti che la tempesta che la BBC aveva così frettolosamente escluso stava invece per scoppiare.
Le condizioni del tempo e del mare si fecero subito molto difficili, tanto da spingere molti skipper ad ammainare anche le piccole e resistenti vele tormentine, che fin dal tramonto avevano sostituito gli spinnaker, i genoa e i fiocchi issati nel pomeriggio.
Servì a poco, anzi, a posteriori questa decisione si rivelò un errore.
Privati anche della velatura più robusta, che avrebbe almeno garantito una propulsione minima, ma sufficiente per governare meglio la situazione, quasi tutti gli scafi, soprattutto i più piccoli, si trovarono ben presto in balia degli elementi.
Molti alberi maestri e timoni furono distrutti dalla forza del vento e scaraventati in mare da autentici muri d’acqua che, in qualche caso, ghermirono anche alcuni sventurati marinai.
MORTI E SUPERSTITI
Le operazioni di recupero cominciarono quella notte stessa e coinvolsero circa quattromila uomini a bordo di mezzi navali britannici, irlandesi e olandesi.
A partire dalle prime luci dell’alba di martedì, con i venti calati sotto i quaranta nodi, poterono intervenire anche alcuni elicotteri Sea King che trassero in salvo centinaia di persone.
Di quindici marinai non si ebbero invece mai più notizie.
Alla fine, delle oltre trecento imbarcazioni iscritte, se ne ritirarono centonovantaquattro, quasi tutte appartenenti alle classi inferiori, cinque affondarono e ventiquattro vennero abbandonate in mare.
Per la cronaca la gara la vinse il Tenacious, uno scafo di proprietà del miliardario Ted Turner, che all’alba di martedì aveva doppiato il Fastnet Rock sommerso da onde alte venti metri.
Il veliero americano non fu tuttavia salutato dal consueto entusiasmo riservato al vincitore.
Gli spettatori presenti all’arrivo, infatti, decisero che, quella volta, la Fastnet Race l’avrebbe vinta ogni equipaggio che sarebbe riuscito a rientrare sano e salvo a Plymouth.
Migliaia di occhi commossi rimasero così in attesa a scrutare l’orizzonte.
Al termine della regata solo 85 yacht, la maggior parte delle classi maggiori, portarono a termine la sfida che stando alla cronache dell’epoca non fu neanche stilata ufficialmente.
In totale ci furono 15 morti e ben 24 equipaggi dovettero lasciare le loro barche.
Molte colarono a picco insieme ai membri degli equipaggi, mentre otre 130 persone furono miracolosamente salvate dalla morte grazie all’eroico intervento delle squadre di soccorso inglesi e bretoni che si mobilitarono in tempo per rendere meno tragico il numero delle perdite.
La tempesta fu talmente furiosa che si registrarono onde alte anche 20/25 metri che frangendosi sulle barche le spazzarono via.
Velocità di oltre 70 nodi (125 km/h).
Insomma condizioni da uragano tropicale, amplificate dai bassi fondali dei Western Approaches.
A registrare le perdite maggiori furonoovviamente le piccole imbarcazioni molto leggere e non certo adatte ad affrontare simili condizioni meteo marine.
Le regole IOR dell’epoca permettevano infatti la partecipazione di molti scafi dal dislocamento medio leggero e con poca stabilità iniziale così che le onde li capovolsero più volte sbattendo fuori bordo i marinai.
QUALCHE NUMERO E GLI ERRORI COMMESSI
Delle 303 barche partite, 235 rimasero nella tempesta.
In generale:
46 barche cercarono di fuggire.
26 preferirono mettersi alla cappa con la tormentina a riva(molte di queste sono state ribaltate).
86 barche ammainarono le vele, rifugiandosi all'interno.
Complessivamente 76 barche si sono capovolte e 5 sono affondate con 24 equipaggi che hanno abbandonato le barche cercando di fuggire con delle zattere(sulle imbarcazioni ormai imperversavano le onde con alberi maestri distrutti, oggetti spostati da una parte all'altra e soprattutto gelo).
Più vittime sono state riscontrate negli equipaggi che si sono messi a cappa e soprattutto tra coloro che hanno abbandonato le barche rifugiandosi sulle zattere(molte si sono capovolte, altre sono state sommerse dalle onde per la rottura delle vele con gli equipaggi che sono rimasti al gelo).
24 barche sono state trovate quasi integre, anche se vuote dagli equipaggi.
Furono 15 le vittime con 6 dispersi in mare.
Centinaia i semi-assiderati recuperati in mare, 138 invece furono recuperati dai vari elicotteri.
ABBANDONATI NELLA TEMPESTA
Molti sopravvissuti alla tempesta negli anni hanno narrato le loro disavventure in vari libri, ma tra quelli in vendita il più bello e commovente è senz’altro quello scritto da Nick Ward: “Abbandonati Nella Tempesta” Nick, insieme ad altri cinque compagni di avventura, faceva parte dell’equipaggio del Grimalkin, un quinta classe che si trovò praticamente nell’occhio del ciclone dove la pressione scese fino a 979 millibar e si sollevarono onde alte come palazzi.
In quella notte di terrore Nick Ward si risvegliò in acqua dopo aver perso coscienza.
Per sua fortuna la cintura di sicurezza resistette alla forza delle onde e si ritrovò solo sul Grimalkin con Gerry Winks che moribondo lo lasciò dopo poco averlo riportato a bordo della barca ormai completamente alla deriva.
Gli altri membri dell’equipaggio, Matt Sheahan, Mike Doyle e Dave Wheeler, se n’erano andati su una zattera convinti che i due superstiti fossero morti come il padre di Matt mai più ritrovato.
La narrazione cruda ed aspra di quei momenti prima del salvataggio, avvenuto alle 20:45 del 14 agosto, rendono questo libro unico e coinvolgente tanto che sembra quasi di rivivere i tragici eventi.
Per oltre quindici di ore, Nick Ward sopravvisse sulla barca disalberata che, per sua fortuna, non voleva affondare.
Gerry gli morì tra le braccia e lui ne raccolse le ultime parole in ricordo della moglie adorata.
Secondo quanto emerge dal testo fu proprio il cadavere di Gerry, a cui Nick Ward si aggrappò per resistere, a dargli la forza di non morire.
Per ore e ore gli parlò, s’immaginò le sue risposte, arrivo persino ad insultarlo e buttarlo fuori bordo.
Il racconto di quel folle delirio notturno è certamente la parte più angosciosa ma anche più bella del libro.
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